Nella notte fra il 30 e il 31 gennaio, dopo una malattia incurabile durata alcuni mesi, Lino Aldani ci ha lasciato. Era nato a San Cipriano Po nel 1926. Padre Fondatore della narrativa di fantascienza italiana, massimo autore specie negli anni Sessanta e Settanta, è stato anche il più illustre esponente di una fantascienza di casa nostra sognata ma mai giunta a realizzarsi.

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Lino Aldani nacque a san Cipriano Po (Pavia) nel 1926, l’anno di Amazing Stories, la prima rivista del mondo occidentale dedicata esclusivamente alla fantascienza.

A Roma, dove si era trasferito, frequentò il liceo scientifico, e successivamente insegnò filosofia e matematica. I suoi primi scritti, risalenti al dopoguerra, riecheggiavano il clima neorealista dell’epoca (un’ascendenza culturale che, a mio parere, conserverà una sua importanza). L’esordio come scrittore di fantascienza avvenne nel 1960 sulle pagine della rivista Oltre il Cielo, ma alcune sue storie erano state già scritte negli anni ’50. Il ritorno a San Cipriano Po avvenne nel 1968 e fu un’altra scelta significativa, in linea con la sua visione del mondo.

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I racconti di Aldani si imposero presto all’attenzione dei lettori. A quei tempi il linguaggio abituale delle traduzioni di science fiction – “genere” importato dagli Usa pochi anni prima, a partire dal 1952 con le collane Scienza Fantastica e poi soprattutto con Urania e I Romanzi di Urania – era anonimo, talora mediocre. In Aldani si notò subito una differenza. Egli aveva intuito che si poteva dare maggior consistenza al nuovo genere con opere che, pur rispettandone l’ortodossia (attenzione al dato scientifico, estrapolazione, adeguata costruzione, ritmo narrativo, eccetera) ponessero maggior attenzione appunto al linguaggio, alla forma, alla psicologia del personaggio almeno quanto alla verosimiglianza dello scenario. Per densità, freschezza, livello, la sua prosa portò quindi un’autentica ventata d’aria nuova all’interno del genere.

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Va detto che in quegli stessi anni, e anche in seguito, numerosi altri fanta-autori italiani tentarono scritture più consapevoli e personalizzate (penso a Sandro Sandrelli, Maurizio Viano, Riccardo Leveghi, Mauro A. Miglieruolo, Gilda Musa, Inìsero Cremaschi, Livio Horrakh, Renato Pestriniero e numerosi altri). Una ricerca che nei casi migliori diveniva parte integrante d’un ulteriore elemento che si era soliti definire (con espressione oggi logora) “una riflessione sull’uomo”. Agli esordi della fantascienza italiana nasceva quindi un primo tentativo di assimilazione del genere, cioé la sperimentazione - da parte di un nutrito gruppo di autori - d’una science fiction che mettesse radici nella (o assorbisse linfa dalla) cultura letteraria nostrana o comunque del Vecchio Continente. L’operazione, accettabile o meno che fosse, veniva percepita da molti come spontanea se non necessaria; sorta di naturale adattamento dei canoni fantascientifici ai moduli della “nostra” espressività. Fra questi autori Aldani appariva certamente l’esempio più limpido, originale, maturo, accattivante. Inutile dire che noi tutti - io fra costoro, a quei tempi scrittore ancora ai primi tentativi - guardavamo a lui come alla meta ideale, irraggiungibile. 

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Per rendersi conto della scrittura di Aldani basterebbe leggere – o rileggere – le sue storie a partire da quelle dei primordi, apparse su Oltre il Cielo. La mano fu subito sicura, efficace, grintosa. Il racconto seguiva una costruzione senza sbavature, le immagini lasciavano un segno, le pagine proponevano spesso una riflessione. Riflessione sull’individuo, sulla società, sulla crescente meccanizzazione e mercificazione, sui pericoli d’un conflitto globale, su uno stravolgimento dei valori: temi che nei primi anni Sessanta erano già materia di dibattito in varie sedi.

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I racconti di Aldani divennero subito capisaldi della fantascienza italiana. Storie quali Tecnocrazia integrale, Doppio psicosomatico, L’harem nella valigia, Gita al mare, L’altra riva, Spazio amaro, La luna dalle venti braccia, Trentasette centigradi, Scacco doppio (che hanno avuto numerose riedizioni in Italia e sono state tradotte, con altre dell’Autore, in ben sedici lingue, russo e giapponese inclusi) recepivano e riscrivevano fra l’altro la lezione della social science fiction statunitense; esprimevano insomma una sorta di “tensione morale”: elemento presto divenuto abituale nella narrativa dell’Autore, poi anche nei suoi romanzi Quando le radici (1977), lo straordinario Eclissi 2000 (1979 e 2006), La croce di ghiaccio (1989). Agli inizi, per Aldani si fecero paragoni con Richard Matheson o Isaac Asimov; in realtà i veri ispiratori erano altrove. Nella sua narrativa avevano certamente parte i vari Orwell o Huxley, ma si trovavano anche filiazioni (dichiarate) da Jean-Paul Sartre o Joseph Conrad. Un caso tipico fu l’uscita del racconto Visita al Padre (Robot n. 8, prima serie, 1976), pubblicato dopo vari anni di silenzio narrativo dell’autore: alcuni lettori protestarono energicamente dichiarando che non si trattava di “vera fantascienza” bensì di mainstream. Inoltre qualcuno parlò di “pavesismo”: si contestò cioé la presenza, in quelle pagine, di improponibili stilemi della trascorsa stagione neorealista italiana. In realtà – a mio parere, ma non solo – Visita al padre era pura science fiction; nel racconto Aldani aggiornava il tema sempre attuale dello straniamento sociale indotto da una tecnologia disumanizzante e dai poteri sottostanti. Insomma l’Autore proseguiva coerentemente il suo discorso sia etico sia estetico.

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Dopo un altro lungo periodo di silenzio creativo, Aldani riapparve a metà anni ‘90 con un lungo racconto tra i suoi migliori in assoluto, Labyrinthus. Se qualcosa non ha giovato all’Autore, credo siano state proprio le assenze dalla scena editoriale, certo non volute, ma durate anni. Nel frattempo la fantascienza era radicalmente cambiata. E tuttavia la sua ultima maggiore fatica, Themoro Korik  - romanzo uscito nel 2007 ma la cui gestazione è durata quasi una vita - si è rivelata a sua volta opera importante.

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Aldani si adoperò molto anche per la diffusione della fantascienza italiana: fu fin dall’inizio ideatore o curatore di riviste e antologie nazionali (citerò fra tutte la storica Futuro prima serie, “rivista di letteratura” di cui uscirono otto numeri, negli anni 1963-64). Grazie al suo interessamento la nostra fantascienza venne pubblicata anche all’estero (curò con Jean-Pierre Fontana l’antologia collettanea Le livre d’or de la science fiction italienne, Parigi 1981; in proprio un’altra corposa raccolta, Die Labyrinthe der Zukunft, Monaco 1984). Sulla stessa linea collaborò dal 1988 con la Perseo Libri e successivamente con la Elara Srl per la rivista Futuro Europa, di cui era condirettore con Ugo Malaguti (50 numeri usciti al gennaio 2009).

Né va sottovalutato il suo apporto critico. Il volumetto La fantascienza, del 1962 (Ed. La Tribuna), fu in assoluto il primo testo di analisi del genere apparso in Italia: per molti anni un punto di riferimento.

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La Perseo Libri ha ripubblicato integralmente i suoi racconti e romanzi; Urania Collezione nel 2006 gli ha dedicato un volume: occasioni per ripercorrere le tappe dell’autore che primo fra tutti seppe indicare una strada, scrivendo una fantascienza italiana ricca di idee e di elevato tenore narrativo.

La rivista telematica Delos presentò anni orsono un corposo Speciale Aldani curato da Emiliano Farinella. Sono tuttora reperibili i racconti Scacco doppio e La costola di Eva (all’interno del citato Speciale). Per leggere un altro suo racconto famoso, L’altra riva (nella rubrica Quando le radici del febbraio 1999) occorre scaricare il n. 43 di Delos.

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Dicevo che Aldani “è stato anche il più illustre esponente d’una fantascienza di casa nostra sognata ma mai giunta a realizzarsi”. In che senso? Qui occorrerebbero fiumi d’inchiostro, come si diceva una volta. Cercherò di spiegarmi in poche parole, senza voler criminalizzare nessuno in particolare. Anche perché - perdonate la sincerità - ci siamo “annoiati” (eufemismo) di parlare delle stesse cose da 50 anni. Le responsabilità sono di tutti: lettori, editori, autori, salve le ovvie eccezioni. Anche se, a mio parere, responsabilità non spartibili in parti uguali. Ma ciò che conta è il risultato. In Italia non è mai davvero attecchita una fantascienza italiana, ciò che invece è accaduto con naturalezza in Francia, Spagna, Germania, Paesi latini del Sudamerica e così via: è un dato di fatto. Eppure da noi c’erano fin dall’inizio coloro che tracciavano un sentiero, una strada possibile. Allora? Incapacità degli autori di reinventarsi una fantascienza più aderente alle problematiche, alla cultura e agli ambienti di casa nostra, o di scrivere una fantascienza più attenta al personaggio evitando di parlarsi addosso. (Eppure c’erano scrittori come Lino Aldani). Scarsissimo interesse e propensione al rischio o al cambiamento dei grossi editori, talora ostracismo dichiarato degli stessi curatori, pronti ad accogliere insipide storie anglosassoni ma anche a rifiutare ottimi lavori di casa nostra. Snobismo balordo dei lettori. E così via… Si badi: qui non si trattava di fare campanilismo, che personalmente trovo sempre becero. Si trattava di inventarsi, favorire, sviluppare una science fiction che non fosse sciapito calco di quella made in Usa dove anche i protagonisti si chiamavano Mary o John, ma scrivere una fantascienza che fosse semplicemente inserita in modo plausibile nel “nostro” quotidiano; come nel nostro quotidiano è sempre stata plausibilmente inserita la nostra narrativa mainstream. Aldani c’era riuscito in modo brillante. Tradotto in sedici lingue…

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Per questi motivi la dipartita di Aldani ferisce doppiamente.

Perdiamo un Grande Maestro, meritevole di avere dall’inizio intuito e tracciato una via. Si chieda in giro, anche ai lettori abituali di fantascienza, quanti e quali sono i nostri scrittori di pura fantascienza. Pochissimi tireranno fuori due, tre nomi; i più risponderanno: “Perché, esiste anche una fantascienza italiana”? Oppure: “Per principio, non leggo la fantascienza scritta da italiani”; o ancora: “Fantascienza made in Italy? Cazzate: la fantascienza è una sola” (rifiutando l’idea di sviluppi collaterali o autoctoni del “genere”).

Il secondo motivo è che intanto la via tracciata da Lino è ancora lì, colma sempre più di detriti, erbacce, rifiuti. Vero è che negli ultimissimi anni qualche ammirevole passo avanti s’è fatto. Ma siamo ancora agli inizi, ai prodromi… dopo mezzo secolo!

Mentre nei forum e nelle mailing list continuano ad accendersi e smorzarsi periodicamente estenuate discussioni sul sesso degli angeli fantascientifici nostrani.


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