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Lo scrittore e le idee, ovvero: l’Ispirazione. Esiste, non esiste? Come sollecitarla? Alcuni esempi delle modalità creative, a volte un po’ strane, degli autori di fantascienza.

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Se qualcuno immagina lo scrittore di fantascienza un individuo staccato dal mondo reale, calato in un universo di cyborg, astronavi, macchine del tempo, in possesso d’un inesauribile potere visionario negato ai comuni mortali, magicamente capace di trascrivere sulla carta (o sullo schermo del personal) il “film” che automaticamente gli gira nella testa… commette un grossolano errore. Proviamo allora a dare una rapida occhiata agli “attrezzi del mestiere” del fantascrittore.

Un classico modo per ricavare le idee è chiedersi “cosa accadrebbe se…?” Isaac Asimov riferiva che spesso il suo sistema era questo. È nota la genesi di uno dei suoi primi e più celebri racconti, Nightfall (1941), tradotto in italiano Cade la notte, o anche Notturno. John W. Campbell, il celebre editor, lo aveva sfidato proponendogli come spunto una citazione da Ralph Waldo Emerson: “Se le stelle apparissero una sola notte ogni mille anni, come gli uomini potrebbero credere e adorare, e serbare per molte generazioni il ricordo della città di Dio?”

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Al Good Doctor venne l’idea di un pianeta appartenente a un sistema multiplo di sei soli, sul quale la notte cade una volta ogni 2050 anni, in coincidenza d’una eclissi: l’arrivo di quelle tenebre fa impazzire di terrore gli abitanti del pianeta e porta ogni volta alla distruzione della civiltà. (Asimov drammatizzava lo spunto iniziale sviluppando una storia che dava rilievo alla scienza e condannava il fanatismo religioso).

Un altro esempio tra migliaia è il racconto Capolavoro (1956), di James Blish. L’autore si chiedeva cosa accadrebbe se… si potesse impiantare nella mente di un individuo un’altra personalità. Nel caso, era quella del compositore austriaco Richard Strauss. (La risposta fu davvero un piccolo, toccante - e un po’ crudele -racconto-capolavoro di fantascienza).

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Chiedersi cosa accadrebbe se le cose andassero in modo diverso è un esercizio intellettuale che può portare l’immaginazione fantascientifica a riflettere su argomenti “forti”. Chi scrive — e legge — sf, spesso è anche una persona che si diverte a osservare il mondo ponendosi da punti di vista inconsueti: un po’ filosofo, un po’ utopista. O semplicemente, è una persona dalle radicate istanze etiche, incapace di accettare supinamente ciò che, a suo parere, nel mondo non va bene. Sotto questo aspetto c’è da augurarsi che non nasca mai un autore di fantascienza con… poteri sovrumani: il nostro universo potrebbe finire col somigliare a uno di quelli descritti da Philip K. Dick nel romanzo L’occhio nel cielo (1956), o da Ursula LeGuin in La falce dei cieli (1971)… se non peggio. Perfino di un Paradiso Perfetto maturato nella mente di un autore di fantascienza, potete giurarci, ci sarebbe da diffidare…

Ma per fortuna queste cose non accadono nella realtà, bensì nei mondi virtuali della scrittura e della pagina: il che è un gran bene. Voglio dire: è un bene che accada, perché ha permesso la nascita di tanti libri significativi e bellissimi: un risultato non da poco per un genere narrativo - la fantascienza - ritenuto eminentemente di consumo. Ma se si approfondisce la conoscenza di questa letteratura, si scopre che essa può far trasparire con particolare forza archetipi, valori, implicazioni sociali.

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Un’altra “macchina mentale” - analoga alla precedente ma non identica - per fare emergere spunti e idee è l’estrapolazione. Si parte cioé da una tendenza del momento (economica, politica, culturale, scientifica) e la si proietta nel futuro, estremizzandola. Esempi su cui estrapolare possono essere alcuni noti magatrends: il business delle bio-ingegnerie, dei nuovi media, i disastri del neoliberismo sfrenato, il boom delle arti visive, e così via. Già dagli anni Cinquanta alcuni autori sfruttavano l’estrapolazione per creare fanta-satire di contenuto sociale. Si pensi a I mercanti dello spazio di Frederik Pohl & Cyril Kornbluth (1952), in cui già si prevedevano multinazionali dal potere assoluto, cittadini inebetiti da una pubblicità proiettata direttamente sulle rètine, droghe immesse subdolamente nelle bevande per dare assuefazione alla marca specifica, e altre piacevolezze.

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In tema di idee, è il caso di soffermarsi su una considerazione di carattere generale.

Se proviamo a partire dall’inizio (ovvero dai moventi che inducono una persona, lo scrittore appunto, a fissare sulla carta le sue fantasie) dobbiamo ricordare, con il buon Freud, che “…l’uomo felice non fantastica, solo l’insoddisfatto lo fa (…) e ogni singola fantasia è un appagamento di un desiderio, una correzione della realtà che ci lascia insoddisfatti”. Chi scrive, insomma, rielabora materiale emergente dal profondo e che dovrà ovviamente subire un adeguato procedimento di razionalizzazione per essere “tradotto” in narrativa (in ciò giocheranno i valori formali, i codici linguistici, la presunta destinazione del “prodotto” e così via). Domanda: ma perché certe elaborazioni portano alla fantascienza e non, per esempio, alla narrativa tradizionale, o al noir, al giallo? Una mia risposta è la seguente: la freudiana insoddisfazione di chi scrive fantascienza coinvolge non solo personaggi, o oggetti, o singoli eventi, ma l’intera realtà. La spontanea domanda “cosa accadrebbe se…” risveglia, nel fantascrittore, facoltà critiche nei confronti del mondo, o meglio dell’intero universo. E la science fiction, oggi, appare una narrativa capace di calarci nei meandri più oscuri della società a venire, in mondi interni a noi ed esterni, nelle dimensioni stravolgenti di nuove tecnologie, delle nuove forme di potere.

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Platone (di Raffaello)Ovviamente le idee si possono ricavare anche da altre scritture: non è una novità che “i libri nascono dai libri”. Uno dei massimi autori del ‘900, William Faulkner, rivolgeva apertamente agli aspiranti autori l’esortazione: Copiate! Il che, ovviamente, non significava plagiare, bensì assorbire dagli altri per ricreare a propria immagine. James Gunn (raffinato scrittore di fantascienza, curatore di collane, giornalista, docente universitario) per esempio, ha dichiarato che il suo romanzo Progetto Stelle (1972) fu ispirato da We Are Not Alone, un volume in cui Walter Sullivan - importante scrittore e giornalista scientifico - traccia un panorama storico dei tentativi umani di comunicare con ipotetici mondi abitati.

E in effetti, se si legge un libro, una storia, con atteggiamento critico (cioè non passivamente), se ne possono ipotizzare differenti sviluppi, nuovi dialoghi, diramazioni nuove, capovolgimenti. Troviamo un primo, bizzarro esempio di quest’ultimo tipo di “ispirazione” in un romanzo dello statunitense Garrett P. Serviss, Edison’s Conquest of Mars (1898): l’autore ribaltava il tema wellsiano de La guerra dei mondi e una flotta spaziale terrestre - la cui costruzione veniva supervisionata nientemeno che da Edison in persona - salpava verso Marte, per impartire una sacrosanta lezione ai “mostri verdi”.

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Donald Wollheim - scrittore, antologista, direttore di riviste - ha dichiarato a sua volta: “La fantascienza si costruisce sulla fantascienza”; il che a mio modesto avviso è vero, ma non al cento per cento. Basti pensare ai romanzi di Michael Bishop, o dello stesso William Gibson, per rendersi conto di quante letture oltre alla fantascienza (a partire anche dal mainstream) vi siano alle spalle.

E poi, naturalmente, uno scrittore dovrebbe sempre avere con sé un taccuino o un aggeggio informatico per segnarvi le proprie idee, perché queste hanno la spiacevole tendenza a dileguarsi subito e irrimediabilmente. Successivamente, di questi spunti si farà una cernita, ma con quali criteri? Si privilegieranno soltanto - ci illumina ancora James Gunn - quelli che mostrano “la facoltà magica di ricreare un senso di eccitazione, di caldo allo stomaco, di fuoco nella testa: è da questi sintomi che si riconosce lo spunto valido” per costruire una storia.

Dunque lo scrivere deriva sostanzialmente dalla elaborazione di un’idea?

In effetti, le cose non sono così lineari…

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Un genere di ispirazione alquanto diversa, per esempio, è quella che ci descrive Damon Knight: “Un racconto, per me, generalmente comincia con un’impressione nebulosa, intraducibile in parole. Ho una immagine dell’ambiente, o di un congegno, se si tratta di un racconto basato su un congegno; il problema è poi escogitare eventi organizzati in modo da dar corpo all’impressione iniziale” (da Come si vende un racconto, 1977). Spesso questa sensazione - continua Damon Knight - esula dai cinque sensi e ha “una superficie indefinita. È vagamente sferica o ovoidale ed è grande circa come un’unghia. È non verbale, come una nota musicale. Porta in sé una profonda emozione, ma io non so quale sia… forse angoscia, o disperazione”.

E’ indubbio che uno scrittore del genere avrà qualche difficoltà ad… annotare in modo utile le sue “idee”. Ma ecco che poi - conclude Knight - la sensazione “si chiarifica” e nasce una storia “come un cristallo che cresca in una soluzione supersatura” (immagini e sensazioni come queste non potevano venirci che da un fantascrittore!)

Anche Ursula K. LeGuin, nel suo saggio La fantascienza e la signora Brown (1976) accenna a qualcosa un po’ simile: “Un libro non mi giunge in forma di idea, o di intreccio, o di società, o di messaggio; mi giunge in forma di persona. Io la vedo lì, a una certa distanza, di solito immersa in un paesaggio… Il mio compito è arrivare fin laggiù”. Fu così, continua l’autrice, che ebbe avvio il suo celebre romanzo La mano sinistra delle tenebre (1969).

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Divergenti, invece, altre testimonianze. La scrittrice inglese Tanith Lee ha affermato che spesso nei suoi romanzi ella non ha quasi alcun potere sulla genesi e lo sviluppo della stesura. La narrazione sgorga dalla sua penna come fosse qualcun altro a suggerirgliela, e questo è quanto. (Penso però che una simile immagine da “scrittura automatica” somigli troppo all’idea popolare dello scrittore col film già bell’e pronto nella testa. Esistono davvero autori così dotati? Boh. Se esistono, essi però perdono il momento migliore: quello del famigerato “travaglio creativo”. Ma la mia è ovviamente una forma di invidia…)

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A questo punto sarà opportuno precisare che, più che per altri generi narrativi, le “idee” costituiscono un ingrediente indispensabile nella fantascienza, al punto che essa in decenni trascorsi veniva spesso qualificata come “letteratura di idee” (definizione di Umberto Eco). E tuttavia, al riguardo, non è mai mancato  il dissenso: negli anni Settanta, per esempio, c’era chi sosteneva che la fantascienza fosse una narrativa capace di vivisezionare la realtà non tanto per le sue insolite idee, ma per certi suoi strumenti linguistici; e a sostegno si citavano autori come Samuel R. Delany, Raphael A. Lafferty, Thomas Disch, Barry Malzberg e altri. Ma indipendentemente da come la si pensi, credo sia innegabile che le “idee” restano una componente fondamentale della fantascienza, diversamente da quanto può accadere - ad esempio - per una letteratura affidata eminentemente allo stile, o imperniata su eventi sostanzialmente ordinari, e in cui poco o nulla di insolito accade ai personaggi. Infatti, non di rado hanno avuto fortuna - e si ricordano ancora - romanzi o Ralph Waldo Emersonstorie di fantascienza basati su un’idea particolarmente affascinante o originale, anche se letterariamente queste opere non avevano alcun particolare valore. E’ evidente che invece la letteratura corrente (in gergo mainstream), descrivendo un mondo che coincide con quello reale non abbisogna di novità o trovate mirabolanti.

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Va comunque aggiunto, tanto per non semplificare le cose, che nella fantascienza l’impiego della “idea” come cardine della narrazione, in alcuni periodi è stata ridimensionata. Molte storie dello stesso Philip K. Dick, per esempio, rigurgitano di idee, ma puntano soprattutto a un complesso discorso sull’interazione alienante tra uomo da una parte, tecnologie mass media e potere dall’altra. Negli anni Ottanta emerse negli Usa una corrente di fantascrittori che introdussero nella loro scrittura caratteristiche della narrativa minimalista, alla Raymond Carver: eventi senza storia, quotidiani, al confine dell’insipido, mentre l’elemento fantascientifico (l’idea, appunto, che spesso era una “catastrofe” globale) si intuiva gradualmente, dietro lo sfondo. Nei casi riusciti, direi che l’effetto d’una tecnica del genere si rivelava subdolamente spiazzante, perché creava in modo nuovo l’alienità di un contesto che era - ma al contempo non era più - quello della banale, quasi disperata routine quotidiana. Un paio di esempi: i racconti Ghiacciaio (1988) di Kim Stanley Robinson, descritto dal punto di vista di un bambino e che tra le righe narrava d’una nuova glaciazione; e Fedeltà (1975) di Michael Bishop, dove ciò che accade rivela il suo vero senso solo verso la fine, allorché il lettore si accorge che c’è stata una invasione aliena.   [1 - Continua]

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