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Il lato oscuro dei simboli…

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Nei giorni di fine 2008 sono stato a Martina Franca, un paese di circa 50 mila abitanti in provincia di Taranto, sulla Murgia, a 430 metri di altitudine. Le sue origini risalgono al X secolo e il centro storico, molto bello e che raccomanderei di visitare a chiunque venga a trovarsi da quelle parti, è ricco di antichi palazzotti d’un sobrio e contenuto barocco pugliese con sfumature di classicismo. Un autentico, imponente capolavoro di questo stile è la Basilica di San Martino, con portali e fregi che esaltano la fastosità barocca, con interni in marmi policromi e pregevoli stucchi. Non potevo esimermi dal visitarla. Ne riporto qui tre foto, due delle quali – le più grandi – scattate con un modesto cellulare.

Chi mi conosce si meraviglierà che io, non credente, mi sia soffermato in un luogo del genere.

Devo dire allora che io amo moltissimo chiese, cattedrali, basiliche, duomi, cappelle.

Per una serie di motivi.

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Anzitutto questi edifici sono una testimonianza viva, parlante, di Storia: che siano rimasti intatti o che (più frequentemente) denuncino manomissioni e sovrapposizioni di stili diversi, tramite essi ascoltiamo le voci dei secoli trascorsi come raramente può accadere di fronte a un antico cimelio. Inoltre le chiese, per l’atmosfera che in esse si respira, invitano comunque alla meditazione: sia essa religiosa o laica.

E c’è poi l’aspetto meramente artistico, architettonico. Le chiese sono un genere di edificio talmente “prezioso” da essersi auto-condannato all’estinzione. Sissignore, anche oggi se ne costruiscono e architetti di vasta celebrità si sbizzarriscono nel creare luoghi di preghiera dalle forme più ardite e futuristiche. Ma senza nulla togliere all’estro di simili geni delle forme e dei materiali, credo che questo sia un ripiego. Oggi, credo, non sarebbe più possibile costruire un Duomo di Milano, o una stessa Basilica di San Martino, a Martina Franca. Per più d’un motivo: occorrerebbero quantità di denaro impossibili; la costruzione durerebbe decenni; e soprattutto sono convinto che non esistano più, al mondo, tranne forse rarissine eccezioni, artisti in grado di creare, a mano e con necessariamente empirici strumenti quegli stucchi, quelle colonne, quegli affreschi, le minuziosissime rifiniture, gli enormi mosaici, gli elaborati rosoni e così via. Le chiese – di cui Altare della Basilica di San Martinol’Italia è tanto seminata – sono in risultato d’un lungo periodo storico in cui la società marciava in modo diverso. Il mecenate (fosse un re o un nobile o un ricchissimo ecclesiastico) commissionava l’opera. Magari chiamava a crearla un artista di fama. Costui ne iniziava l’edificazione, ma spesso il progetto sarebbe stato completato, verosimilmente con modifiche, da un successore: un’intera esistenza (specie allorché la vita media era alquanto più breve della nostra) sovente non bastava a completare opere del genere. A lavorarci veniva chiamato uno stuolo di modestissimi ma eccellenti artigiani, i quali non di rado dedicavano l’intera loro vita alla edificazione – per esempio – di una basilica. Di questo lavoro, insomma, campavano alcune famiglie. Il mecenate esisteva perché a quei tempi il denaro non era fatto – o pensato – per produrre vorticosamente nuovo denaro. Il ricco custodiva i suoi scrigni di talleri o di corone o tornesi per sé, e per sé spendeva come meglio gli aggradava. Non esisteva la mentalità capitalistica, per la quale sarebbe stato più profittevole creare con quei denari altre macchine produttrici di denaro (e lavoro): le fabbriche. Queste ultime sarebbero venute più tardi, con la Rivoluzione industriale.

C’è da chiedersi però se le bellissime chiese, o opere stupefacenti come gli affreschi nella Cappella Sistina del Buonarroti, del Perugino, del Botticelli, siano considerabili solo sotto un’ottica di questo genere. Personalmente ho dubbi. Proprio perché voglio osservare anche con un occhio che non sia del religioso. Insomma non “di parte”, ma “dell’altra parte”.

E allora ci accorgiamo che le cose cambiano un tantino.

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Se guardiamo una statua di Garibaldi pensiamo all’Eroe dei Due Mondi e all’Unità d’Italia. Mai ci passerebbe per la testa che quel manufatto, per altro verso ma contemporaneamente, grondi sangue. Sangue italiano, sangue austriaco, brasiliano, argentino. Riterremmo ciò “normale”? O sarebbe “più normale” una simile considerazione dinanzi a una statua di Francesco Giuseppe I d’Austria, familiarmente Cecco Beppe?

Un elaborato palazzo nobiliare settecentesco che magari soddisfa ad altissimo grado il nostro sofisticato senso estetico e il nostro amore per la storia dell’Architettura, dovrebbe ricordarci (bestemmia?) anche la miseria e le malattie di intere popolazioni sottomesse, costrette per una vita a mendicare o a lavorare pesantemente per quattro centesimi, mentre i nobili di turno spendevano ricchezze inimmaginabili per addobbare leziosamente le loro preziose magioni. Se non ci fossero stati tanti pezzenti, non sarebbero esistiti neanche quei pochi (in proporzione) straricchi. E allora anche una gigantesca cattedrale, per quanto bellissima anzi inimitabile, indipendentemente dall’intrinseco valore economico artistico e religioso (e io adoro chiese e cattedrali) mi rammenta altresì gli eccidi commessi nel nome di Nostro Signore, le torture dei vari Pizarro e Cortés alle popolazioni del Nuovo Facciata della Basilica di San MartinoMondo per mandato della cattolicissima Spagna, i roghi delle “streghe” e degli “eretici”, la Santa Inquisizione, le connivenze della Chiesa con alcuni regimi dittatoriali, un’ideologia sessuofoba dell’autofustigazione e del Peccato originale, un credo che per molti è elaborata ma pura superstizione, e soprattutto – ancora oggi – l’intransigenza di chi pretende il possesso di verità assolute per diritto divino, da imporre all’umanità intera.

Sì, di simboli concreti come castelli o chiese o altro si tende a rimuovere il lato oscuro. A mio modesto parere ciò è male, perché in questo modo ragioniamo a metà. Una contraddizione, dunque, che il sottoscritto per primo non risolve, o non del tutto. Non è facile conciliare il senso estetico e quello della Storia, che sono innati in noi, con la consapevolezza che molti concreti oggetti simbolici – non solo questi di cui ho detto – hanno spesso un’altra, concretissima faccia.

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Perché esiste anche un’ideologia degli oggetti, delle cose, dei manufatti. Nel nostro immaginario, visitare un museo è un’esperienza che ci pone a contatto con valori universali dell’arte, della cultura, all’interno di un’istituzione dotata di un’autorevolezza intrinseca, acritica. I reperti, le statue, i dipinti nelle sale, si dà per scontato siano una fonte oggettiva di conoscenza, non manipolabili come possono essere le informazioni che - specie oggi - ci forniscono (o non ci forniscono) stampa e televisione. Ma siamo in realtà destinatari d’una visione agiografica: non esiste una neutralità dei musei. Essi sono sempre stati il risultato di una precisa cernita proposta o imposta dall’élite dominante, che attraverso la sua ideologia ne sancisce i valori. Ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che vale e ciò che non vale, ciò che è opportuno mostrare o non lo è, cosa attiene alla nostra identità e cosa alla diversità; quali sono i valori preminenti, “immortali”, “fondanti”, da attribuire e perché: siano essi oggetti un vaso di coccio, una statua, un monumento, affreschi, e per estensione edifici, città, nazioni.

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