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La banda Baader Meinhof

Titolo originale: Der Baader Meinhof Komplex
Regia: Uli Edel - Interpreti: Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz
Distribuzione: Bim - Durata: 155′

Andreas Baader, Ulrike Meinhof e Gudrun Ensslin dai primi anni ’70  furono a capo di un’organizzazione di estrema  sinistra definita RAF, cioè Rote Armee Fraktion, “Frazione (o Plotone) dell’Armata Rossa”, che dichiarò una opposizione totale al sistema, nonchè ai loro padri, colpevoli di non aver saputo opporsi all’avvento del nazismo. La  RAF mise a segno una serie di sanguinosi attentati, rapine e sequestri di persone in tutta la Germania. Le modalità d’azione ispirarono le Brigate Rosse per il rapimento di Moro. Questo film ha avuto accoglienze controverse, probabilmente perché non prende come taluni vorrebbero le distanze dalla banda Baader Meinhof.

E’ la narrazione in tono cronachistico, girata nei luoghi in cui i fatti avvennero (verosimilmente con momenti di pura invenzione, e c’è chi ha criticato l’opera dal punto di vista storiografico) con l’intenzione – da parte del regista Uli Edel – di lasciare allo spettatore giudizi di merito.

Un susseguirsi di scene violente, talora di estrema e realistica violenza: attentati, uccisioni, bombe in uffici, in consolati. Cinematograficamente l’opera è molto dinamica e tiene in sospeso per la durata della proiezione; insomma è un film riuscito, nei limiti delle sue astuzie “hollywoodiane”. Ma esso dice anche qualcosa di importante, che può far riflettere, sugli squilibri sociali nel mondo, sulla violenza delle guerre (uno dei nodi cruciali era, all’epoca, il conflitto americano nel Vietnam, che perpetrava crescenti atrocità), come pure sulle ingerenze degli Usa nella politica delle nazioni europee.

A volte la storia si dipana spettacolarizzando, o con dialoghi didascalici che suonano come slogan. Questi ultimi comunque provocano un effetto ambiguo: negli anni Settanta era proprio quello il modo d’esprimersi di certa sinistra, non solo estrema.

Probabilmente la critica benpensante non ha gradito che un discorso serio possa essere veicolato anche attraverso una storia del genere, scavando nella psicologia e nelle motivazioni di personaggi che contestano duramente reali storture.

La Storia ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno, la tragica inutilità di questi gruppi. Numericamente insignificanti ma convinti di farsi avanguardia dell’umanità intera, esaltati alla follia, essi hanno ottenuto – a parte il macabro bilancio di uccisioni – un effetto esattamente contrario alle intenzioni: un giro di vite delle istituzioni, arroccate ancor più sulla loro linea d’azione nel nome d’una “emergenza terrorismo”; restrizioni della libertà e dei diritti civili che resteranno in vigore anche a emergenza cessata. Non solo: essi hanno nuociuto all’intera sinistra.

La RAF verrà sconfitta dal capo della polizia, un ex nazista, l’unico che forse ha capito davvero con chi ha a che fare. Nella cattura dei principali appartenenti al gruppo, egli sarà aiutato dalle nascenti tecnologie elettroniche. I prigionieri verranno trovati –misteriosamente ma non troppo – morti nelle celle.

Fa riflettere rilevare, oggi, come la nascita della RAF trovasse il suo brodo di coltura in tempi non dissimili dal nostro: i cortei di protesta venivano caricati con violenza bestiale dalle forze dell’ordine, gruppi di infiltrati accendevano la miccia, evidenti connivenze restavano mai chiarite del tutto, poteri forti lavoravano nell’ombra, si intraprendevano fallimentari e sanguinarie guerre strategiche.

Personalmente ho apprezzato molto il film per la sua solida fattura e perché è opportuno rammentare e riproporre determinati eventi, cercando di interpretarne le motivazioni di base. La proiezione dura due ore e mezza, un tempo che però “vola”. Come sono volati tre decenni da allora, per cui si dice che “il mondo è cambiato”.

Ma molte, troppe di quelle motivazioni restano tuttora irrisolte.

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