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I Simpson siamo noi

I SimpsonÈ notizia di questi giorni che il canale televisivo americano FOX ha firmato il contratto con Matt Groening, il creatore e disegnatore de I Simpson, cartone animato che va in onda dal 1989 in prima serata. Con questo rinnovo di due anni diventa di fatto la trasmissione più longeva della storia della televisione.

Un primato ampiamente meritato. Se volessimo sintetizzare, infatti, in tre tappe fondamentali la storia del cartone animato occidentale (escludendo, quindi, le “anime” giapponesi) dovremmo soffermarci su tre autori: Disney (ovviamente), la coppia Hanna & Barbera e Matt Groening, il creatore de I Simpson.

Possiamo tranquillamente dire che esistono stili ben precisi anche nel vasto e variegato mondo dei cartoni animati, sia serie Tv che lungometraggi. All’inizio c’è Walt Disney, e tutto ruota attorno alla sua visione del nuovo medium. Storie per famiglie, temi tratti dalle favole classiche, cura grafica minuziosa. I film, e prima ancora le Silly Simphonies, sono la versione moderna delle favole, racconti edificanti che mostrano ai bambini le (liete) conseguenze dell’agire bene, e quelle (tragiche) del trasgredire leggi e divieti. Poi arrivano la Warner Bros., ma soprattutto Hanna e Barbera. Dal lungometraggio per le sale cinematografiche si passa ad una galassia di brevi cartoons e di serie Tv

Eppure The Simpson è nata quasi per caso. I personaggi hanno preso vita sul piccolo schermo come sketch di due minuti al giorno nel “Tracey Hulman Show” e si sono guadagnati un immediato successo di critica e pubblico: nel 1990, la serie diventa il programma di massimo ascolto della Fox Network. 

Il loro creatore, Matt Groening, nato il 15 Febbraio 1954 a Portland (Oregon), inizia la sua carriera di disegnatore molto presto (in pratica nel suo primo giorno di scuola). Prima che il successo baciasse la sua vita, l’autore de I Simpson ha lavorato in un impianto di trattamento delle acque di scolo e come autista per un anziano regista cinematografico. In seguito lavorò come ghostwriter sulle memorie del vecchio regista.

Poi arriva la serie animata che lo porterà alla popolarità. “The Simpson” debutta come sketch di due minuti al giorno nel “Tracey Hulman Show” e guadagna un immediato successo di critica e pubblico. Nel 1990, diventa il programma di massimo ascolto della Fox Network.

Sulla scia del loro successo, Groenign fonda il “Bongo Comics Group”, con cui pubblica quattro raccolte di fumetti (”Simpson Comics”, “Radioactive Man”, “Bartman”, “Itchy and Scratchy Comics”) e due speciali (”Lisa Comics” e “Krusty Comics”).

Ma cosa contraddistingue la serie I Simpson da tutto quello che è stato  precedentemente prodotto? Innanzitutto lo stile grafico. Al bando l’accuratezza dei disegni, la cura dei particolari. Il tratto dei personaggi è essenziale, ma allo stesso tempo allucinato. Gli occhi enormi, marcati sono il segno della psicologia dei personaggi. La famiglia, come ha scritto la sociologa Marina D’Amato nel suo libro “I teleroi” (Editori Riuniti, 1999): “Il cartone racconta le avventure della famiglia Simpson che sono in fondo la proiezione in chiave esasperata dei piccoli problemi di ogni famiglia”. Ma il tutto è filtrata da un’ironia a tinte fortemente ciniche. Le loro quotidiani frustrazioni si sciolgono nel cinismo che domina le storie della serie. Completano il quadro battute sferzanti, situazioni paradossali e grottesche. Sullo sfondo di una tipica cittadina americana, Springfield, ideale scenario per le storie allucinate della famiglia.

Le loro vicende sono in fondo le vicende umane di tutti noi. Ecco perché ci divertiamo a guardarle, perché attraverso di loro ridiamo di noi stessi.

Miche Serra su Repubblica, ne ha sottolineato il ruolo di metafora dei nostri giorni, della nostraHomer Simpson società: “i Simpson hanno fissato con implacabile precisione la condizione dell’ uomo qualunque - americano ma non solo - dell’ ultimo paio di generazioni. L’ uomo postideologico, l’ uomo consumatore e televisivo, il suddito medio dell’ Impero delle Merci. Enorme merito di Groenig e del suo staff è aver saputo custodire la loro raffinata intuizione satirica anche dentro la dozzinalità industriale della produzione televisiva. L’ intuizione satirica è questa: che in democrazia non è più solo il Potere, sono i cittadini, uno per uno, i depositari dell’ errore, i responsabili della sventura. Modernissima chiave, che al riparo dal consolante luogo comune sulla malvagità del Palazzo ha permesso di scaricare sulle spalle dell’ anti-eroe Homer quasi tutta la soma satirica. Homer è la quintessenza della bulimia, del conformismo, della pavidità etica: un panzone devoto alla birra (birra e salsicce), schiavo della televisione, vittima della pubblicità, e soprattutto è tonto quanto basta per non rendersene conto”.

Anche i dialoghi sono psichedelici sono infarciti di riferimenti storici e culturali.

Con I Simpson, il cartone animato per adulti ha invaso anche la Tv italiana, con tutto il seguito di polemiche che inevitabilmente si portano dietro prodotti così innovativi.

Homer e famiglia, con la loro carica trasgressiva, hanno svezzato il pubblico nostrano, rimasto ancora ancorato alle movimentate avventure di Tom & Jerry. In un sol colpo I Simpson hanno spazzato via il sogno della famiglia borghese americana.

Le storie della serie sono lo specchio fedele della nostra società. Come ricorda ancora la D’Amato: “Secondo una tendenza accreditata il tratto più caratteristico della cultura contemporanea risiederebbe proprio nella cultura cinica con cui si esprimono i suoi protagonisti. La ricerca del successo, la volontà di sopravvivere, la perpetua ricerca della felicità, della bellezza (utopisticamente ricercata con le nuove possibilità tecnologiche) ha prodotto una morale corrosiva che si pone come antimorale Il risultato – continua la sociologa – è un mondo in cui ci sono norme senza significato, e in cui la vita quotidiana è ridotta a mera ricerca di soddisfazione e potere”.

E I Simpson rappresentano (ci rappresentano) proprio questa cultura del cinismo, questa spasmodica ricerca del successo.

E  in futuro, per dirla parafrasando Andy Warhol, probabilmente ci sarà bisogno di dare a tutti, magari per legge, quindici minuti di celebrità, per soddisfare il proprio ego.