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I Griffin, anatomia di un irriverente cartoon - parte I

Riprendo a pubblicare dopo una lunga pausa, proponendo la prima parte di un saggio sull’irriverente cartone animato I Griffin (Family Guy in originale) apparso nel volume che ho curato per Cagliostro E-Press nel 2007 dal titolo Con gli occhi di fuori - Guida non ufficiale alla famiglia Griffin. A quel che mi risulta il libro è a tutt’oggi l’unica monografia su questo cartoon nato sulla scia de I Simpson.

“Non ho mai scoreggiato prima dei 30 anni”[1], afferma sicuro Peter, protagonista della serie a cartoni animata I Griffin (Family Guy), partorita dalla mente di Seth Woodbury MacFarlane e andato in onda negli Stati Uniti sulle frequenze della Fox nel 1999. È un’affermazione che non ammette repliche: secca e delirante. Ma racchiude in sé anche la filosofia di questo cartoon: allucinazione, nonsenso, demenzialità e volgarità.

Siamo davanti ad un prodotto della moderna televisione, postmoderna potremmo dire, uno show che trova un sicuro progenitore in un’altra serie cult come I Simpson, ma che da questa si distacca – come ogni buon figlio - per sovrabbondanza di situazioni paradossali e dialoghi fitti di uno humour nero e dissacrante, degno del cinismo in cui affonda (o affoga) la nostra società.

“Secondo una tendenza accreditata il tratto più caratteristico della cultura contemporanea risiederebbe proprio nella cultura cinica con cui si esprimono i suoi protagonisti. La ricerca del successo, la volontà di sopravvivere, la perpetua ricerca della felicità, della bellezza (utopisticamente ricercata con le nuove possibilità tecnologiche) ha prodotto una morale corrosiva che si pone come antimorale Il risultato è un mondo in cui ci sono norme senza significato, e in cui la vita quotidiana è ridotta a mera ricerca di soddisfazione e potere”[2].

Family Guy è un cartone animato che ha infranto per sempre l’immagine della famiglia americana - forse anche più degli stessi Simpson che, comunque, hanno fatto da apripista, attraverso la classica formula della sit-com. Una famiglia costituita dal padre Peter, indolente e malato di televisione, da mamma Lois, una disinibita casalinga disperata, dai figli adolescenti Chris e Meg, in continua crisi esistenziale, e dal piccolo Stewie, il cui unico intento è uccidere la propria madre che le impedisce di conquistare il mondo.

Seth MacFarlane, il creatore

Nato nel 1973, nel Kent, in Connecticut, MacFarlane - come molti altri cartoonist di successo - ha svolto un lungo apprendistato prima di raggiungere la notorietà.

Leggenda vuole che, al liceo, il direttore della Kent Shool lo rimproverò pubblicamente per il suo basso livello di humour. Quasi per rivincita, il creatore de I Griffin andò alla Rhode Island School of Design per studiare animazione e proprio il Rhode Island ritornerà come scenario del suo più noto cartone animato.

Durante il college, si fece notare grazie ad un breve corto intitolato The Life of Larry (La vita di Larry) che altro non era che una grossolana versione di ciò che saranno I Griffin.

Dopo la laurea, fu assunto dagli studios di Hanna & Barbera Cartoons, dove lavorò sia come animatore sia come scrittore per serie quali Johnny Bravo, Il laboratorio di Dexter, e Ace Ventura: l’acchiappanimali. Qui, il giovane MacFarlane si fece le ossa e soprattutto creò, nel 1966, un seguito del suo corto The Life of Larry per Hanna-Barbera, intitolato Larry and Steve. Il protagonista di questo corto d’animazione era un uomo di mezza età che si accompagna sempre al suo cane, di nome Steve, dall’alto quoziente intellettivo. Il corto venne mandato in onda dal canale Cartoon Network. Ai dirigenti della Fox, piacquero entrambi i corti e ingaggiarono MacFarlane, con l’obiettivo di creare una serie basata su Larry e Steve. MacFarlane capì che il momento era propizio per la sua carriera e fondò una propria società d’animazione, la Fuzzy Door, con la quale produrrà Family Guy. La serie venne, poi, sviluppata anche grazie all’apporto dello sceneggiatore David Zuckerman.

MacFarlane è un bravo pianista ed un grande appassionato di musical. Questa sua passione – che lo ha portato a lavorare anche con l’insegnante nientedimeno che di Frank Sinatra - la ritroviamo sia nel suo lavoro, sia ne I Griffin[3] sia in Zoomates, un corto che realizzò nel 1998 - poco prima di lavorare quasi esclusivamente per la serie animata che lo ha reso famoso -, per la Frederator Studios’ Oh Yeah! Cartoons, coadiuvato dal regista ed animatore Butch Hartman.

Il creatore de I Griffin è anche un grande fanatico dei telefilm degli anni ’80. Molti episodi del cartoon sono infarciti di parodie di famosi serial, ma anche di film, pubblicità, giocattoli, video musicali, altre forme di cultura pop ed eventi storici di quegli anni. MacFarlane riversa nei cartoon che crea la sua infanzia, i suoi ricordi, la cultura e la televisione, in particolare, con cui è cresciuto.

La sigla è una combinazione proprio della passione di MacFarlane per i serial televisivi e per il musical. Peter e Lois, all’inizio della sigla, cantano al pianoforte, parodiando il tema di apertura della sit-com Arcibaldo (All in the Family). La scena poi si trasforma in un vero è proprio musical in cui tutta la famiglia balla canta.

Come se non bastasse, da voce a molti personaggi della serie: Peter, Brian e il piccolo Stewie, ma anche personaggi secondari come Glenn Quagmire, il vicino maniaco, e Tom Tucker, un giornalista televisivo locale.

All’epoca della messa in onda della terza stagione della serie, quando era stato già annunciata la chiusura della stessa, la vita di MacFarlane si è incrociata con la tragedia dell’11 settembre. La mattina di quel giorno, infatti, il creativo cartoonist si sarebbe dovuto trovare sul volo American Airlains 11, quello che ha colpito la prima torre del World Trade Center di New York. Sennonché, il suo agente di viaggio commise un errore, che a posteriori MacFarlane stesso benedirà: gli comunicò un orario sbagliato per la partenza, le 8:15, invece delle 7:45. Il creatore della serie arrivò all’aeroporto Boston Logan, infatti, qualche minuto dopo la chiusura dell’imbarco, perdendo di fatto il volo.

Forte del successo de I Griffin, MacFarlane comincia a pensare ad una nuova serie di cartoon da proporre sempre alla Fox. La collaudata formula della sit-com a sfondo familiare gli sembra, ancora una volta, il modello vincente. Nasce così American Dad!

Una piccola anteprima della serie viene mandata in onda il 6 febbraio 2005, dopo il 39° Super Bowl, così come era già successo per I Griffin.

In effetti le somiglianze con quest’ultimo cartoon sono davvero imbarazzanti. Il protagonista e capofamiglia è Stan Smith, che lavora per la CIA come esperto di armi. Il suo lavoro è anche la sua ossessione: è, infatti, sempre allerta, come se un nemico dovesse piombare all’improvviso su di lui e sull’intera America. Francine Smith, sua moglie, è la perfetta casalinga. I due hanno due figli: Hayley, diciottenne progressista e in perenne conflitto con il padre e Steve, tredicenne che ha nel padre un modello di vita. Completano il quadro familiare Klaus, un pesce rosso frutto di un esperimento abortito della CIA (il cervello è stato sostituito con quello di un atleta della Germania dell’Est), e Roger, un alieno proveniente dall’area 51 (una vasta zona, dove c’è una base militare che pare sia stata spesso visitata da UFO) e che Stan ha preso con sé (tenendolo nascosto al resto del mondo) come ricompensa per avergli salvato la vita.

Nel 2007, MacFarlane è stato anche il produttore esecutivo di una sit-com intitolata The Winner, che però si è rilevata un insuccesso: la serie è, infatti, iniziata il 4 marzo ed è stata cancellata il successivo 16 Maggio 2007.

In Italia, la serie è andata in onda per la prima volta in Italia il 5 novembre del 2000 su Italia 1 e successivamente sul canale Fox della piattaforma satellitare Sky. Tutte e cinque le prime stagioni della serie sono state pubblicate su dvd.

Precursori e modelli

Con I Simpson, il cartone animato per adulti ha invaso la Tv, con tutto il seguito di polemiche che inevitabilmente si portano dietro prodotti così innovativi.

Homer e famiglia, con la loro carica trasgressività, hanno svezzato anche il pubblico nostrano, rimasto ancora ancorato alle movimentate avventure di cartoon degli anni sessanta e settanta. Inoltre, in un sol colpo, I Simpson hanno spazzato via il sogno della famiglia borghese americana.

Come ha scritto la sociologa Marina D’Amato: “Il cartone racconta le avventure della famiglia Simpson che sono in fondo la proiezione in chiave esasperata dei piccoli problemi di ogni famiglia”[4]. Ma il tutto è filtrato da un’ironia a tinte fortemente ciniche. Le quotidiane frustrazioni dei Simpson si sciolgono nel cinismo che domina le storie della serie. Completano il quadro battute sferzanti, situazioni paradossali e grottesche. Sullo sfondo di una tipica cittadina americana, Springfield, ideale scenario per le storie allucinate della famiglia.

Le loro vicende sono in fondo le vicende umane di tutti noi. Ecco perché ci divertiamo a guardarle, perché attraverso di loro ridiamo di noi stessi.

Ma a frantumare definitivamente la struttura classica del cartoon e ad imporre sul mercato prodotti non solo per bambini è stata la serie South Park, creata da Matt Stone e Trey Parker. Il cartoon è incentrato sulle gesta di quattro bambini: Stan, con un cappello blu e pon pon rosso, è il capo: Cartman è grasso e si nutre di cibo e Tv spazzatura; Kile, con il capello verde, è il più simpatico del gruppo; infine, Kenny è la vittima designata di ogni scherzo architettato dagli altri e che di solito soccombe, quando non muore proprio, per ritornare vivo e vegeto nel successivo episodio.

A I Griffin è stata mossa l’accusa di essere una “copia” de I Simpson; accusa che può essere plausibile solo ad una lettura superficiale di entrambi i cartoon.

Se Peter è simile a Homer, la saga familiare di MacFarlane è molto più spinta sul nonsenso e sulla volgarità, ma è soprattutto fortemente critica della società americana nel suo complesso.


[1] La battuta è nell’episodio pilota Soldi dal cielo (Death has a shadow)

[2] Marina D’Amato, I teleroi, Editori Riuniti, Roma, 1999.

[3] A titolo d’esempio si veda la sigla de I Griffin e l’episodio Road to Rupert (5ACX04), della quinta stagione ed inedito in Italia, in cui Stewie balla insieme al grande Gene Kelly.

[4] Marina D’Amato, I teleroi, op. cit.

I Simpson siamo noi

I SimpsonÈ notizia di questi giorni che il canale televisivo americano FOX ha firmato il contratto con Matt Groening, il creatore e disegnatore de I Simpson, cartone animato che va in onda dal 1989 in prima serata. Con questo rinnovo di due anni diventa di fatto la trasmissione più longeva della storia della televisione.

Un primato ampiamente meritato. Se volessimo sintetizzare, infatti, in tre tappe fondamentali la storia del cartone animato occidentale (escludendo, quindi, le “anime” giapponesi) dovremmo soffermarci su tre autori: Disney (ovviamente), la coppia Hanna & Barbera e Matt Groening, il creatore de I Simpson.

Possiamo tranquillamente dire che esistono stili ben precisi anche nel vasto e variegato mondo dei cartoni animati, sia serie Tv che lungometraggi. All’inizio c’è Walt Disney, e tutto ruota attorno alla sua visione del nuovo medium. Storie per famiglie, temi tratti dalle favole classiche, cura grafica minuziosa. I film, e prima ancora le Silly Simphonies, sono la versione moderna delle favole, racconti edificanti che mostrano ai bambini le (liete) conseguenze dell’agire bene, e quelle (tragiche) del trasgredire leggi e divieti. Poi arrivano la Warner Bros., ma soprattutto Hanna e Barbera. Dal lungometraggio per le sale cinematografiche si passa ad una galassia di brevi cartoons e di serie Tv

Eppure The Simpson è nata quasi per caso. I personaggi hanno preso vita sul piccolo schermo come sketch di due minuti al giorno nel “Tracey Hulman Show” e si sono guadagnati un immediato successo di critica e pubblico: nel 1990, la serie diventa il programma di massimo ascolto della Fox Network. 

Il loro creatore, Matt Groening, nato il 15 Febbraio 1954 a Portland (Oregon), inizia la sua carriera di disegnatore molto presto (in pratica nel suo primo giorno di scuola). Prima che il successo baciasse la sua vita, l’autore de I Simpson ha lavorato in un impianto di trattamento delle acque di scolo e come autista per un anziano regista cinematografico. In seguito lavorò come ghostwriter sulle memorie del vecchio regista.

Poi arriva la serie animata che lo porterà alla popolarità. “The Simpson” debutta come sketch di due minuti al giorno nel “Tracey Hulman Show” e guadagna un immediato successo di critica e pubblico. Nel 1990, diventa il programma di massimo ascolto della Fox Network.

Sulla scia del loro successo, Groenign fonda il “Bongo Comics Group”, con cui pubblica quattro raccolte di fumetti (”Simpson Comics”, “Radioactive Man”, “Bartman”, “Itchy and Scratchy Comics”) e due speciali (”Lisa Comics” e “Krusty Comics”).

Ma cosa contraddistingue la serie I Simpson da tutto quello che è stato  precedentemente prodotto? Innanzitutto lo stile grafico. Al bando l’accuratezza dei disegni, la cura dei particolari. Il tratto dei personaggi è essenziale, ma allo stesso tempo allucinato. Gli occhi enormi, marcati sono il segno della psicologia dei personaggi. La famiglia, come ha scritto la sociologa Marina D’Amato nel suo libro “I teleroi” (Editori Riuniti, 1999): “Il cartone racconta le avventure della famiglia Simpson che sono in fondo la proiezione in chiave esasperata dei piccoli problemi di ogni famiglia”. Ma il tutto è filtrata da un’ironia a tinte fortemente ciniche. Le loro quotidiani frustrazioni si sciolgono nel cinismo che domina le storie della serie. Completano il quadro battute sferzanti, situazioni paradossali e grottesche. Sullo sfondo di una tipica cittadina americana, Springfield, ideale scenario per le storie allucinate della famiglia.

Le loro vicende sono in fondo le vicende umane di tutti noi. Ecco perché ci divertiamo a guardarle, perché attraverso di loro ridiamo di noi stessi.

Miche Serra su Repubblica, ne ha sottolineato il ruolo di metafora dei nostri giorni, della nostraHomer Simpson società: “i Simpson hanno fissato con implacabile precisione la condizione dell’ uomo qualunque - americano ma non solo - dell’ ultimo paio di generazioni. L’ uomo postideologico, l’ uomo consumatore e televisivo, il suddito medio dell’ Impero delle Merci. Enorme merito di Groenig e del suo staff è aver saputo custodire la loro raffinata intuizione satirica anche dentro la dozzinalità industriale della produzione televisiva. L’ intuizione satirica è questa: che in democrazia non è più solo il Potere, sono i cittadini, uno per uno, i depositari dell’ errore, i responsabili della sventura. Modernissima chiave, che al riparo dal consolante luogo comune sulla malvagità del Palazzo ha permesso di scaricare sulle spalle dell’ anti-eroe Homer quasi tutta la soma satirica. Homer è la quintessenza della bulimia, del conformismo, della pavidità etica: un panzone devoto alla birra (birra e salsicce), schiavo della televisione, vittima della pubblicità, e soprattutto è tonto quanto basta per non rendersene conto”.

Anche i dialoghi sono psichedelici sono infarciti di riferimenti storici e culturali.

Con I Simpson, il cartone animato per adulti ha invaso anche la Tv italiana, con tutto il seguito di polemiche che inevitabilmente si portano dietro prodotti così innovativi.

Homer e famiglia, con la loro carica trasgressiva, hanno svezzato il pubblico nostrano, rimasto ancora ancorato alle movimentate avventure di Tom & Jerry. In un sol colpo I Simpson hanno spazzato via il sogno della famiglia borghese americana.

Le storie della serie sono lo specchio fedele della nostra società. Come ricorda ancora la D’Amato: “Secondo una tendenza accreditata il tratto più caratteristico della cultura contemporanea risiederebbe proprio nella cultura cinica con cui si esprimono i suoi protagonisti. La ricerca del successo, la volontà di sopravvivere, la perpetua ricerca della felicità, della bellezza (utopisticamente ricercata con le nuove possibilità tecnologiche) ha prodotto una morale corrosiva che si pone come antimorale Il risultato – continua la sociologa – è un mondo in cui ci sono norme senza significato, e in cui la vita quotidiana è ridotta a mera ricerca di soddisfazione e potere”.

E I Simpson rappresentano (ci rappresentano) proprio questa cultura del cinismo, questa spasmodica ricerca del successo.

E  in futuro, per dirla parafrasando Andy Warhol, probabilmente ci sarà bisogno di dare a tutti, magari per legge, quindici minuti di celebrità, per soddisfare il proprio ego.