Libri: shortlist 2009

Posted on Gennaio 31st, 2010 in Letture, Nova x-Press | 8 Comments »

Dopo i fumetti e il cinema, concludiamo questa rassegna delle cose migliori che mi sono passate per le mani lo scorso anno al reparto libri. 12 titoli per il 2009, in ordine cronologico di lettura. [Valgono le solite avvertenze, con l'aggiunta che ci sono libri usciti nel 2009 che io avevo già letto prima e altri che, al contrario, giacciono in coda di lettura - soprattutto tascabili da edicola, "Segretissimi", "Gialli" e "Urania". Nel seguito, quindi, solo il meglio di ciò che ho letto nel 2009.]

Cat Chaser, di Elmore Leonard, è il titolo di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi prima, ma ragioni varie mi hanno spinto a rimandare e, come si è dimostrato alla fine, procrastinare non è stata una bella idea. Vedo di porvi parzialmente rimedio nella sede di questo consuntivo. Fino allo scorso anno Leonard era per me una sorta di leggenda piuttosto eterea: chiunque ne parlava bene, Quentin Tarantino lo venerava, amici esperti in materia me lo consigliavano (grazie, compagno Fazarov). Quando ho preso la decisione di verificare la fondatezza delle voci sul suo conto, mi sono lasciato guidare dall’istinto. Elmore Leonard è uno degli autori viventi più prolifici in assoluto e mi sarebbe piaciuto cominciare da uno dei suoi primi libri, Il grande salto. In libreria però era esaurito, così ho ripiegato su quello che dalla quarta di copertina si prospettava come il più adatto al mio mood del periodo. Cat Chaser è la storia di un reduce della campagna militare dei marines a Santo Domingo che, sedici anni dopo, decide di far ritorno sull’isola caraibica per trovare la ragazza che gli aveva sparato sopra i tetti della sua capitale. Ci si aspetterebbe il solito viaggio nella memoria, ma se c’è un difetto che non si può attribuire a Leonard è la banalità: il “Dickens di Detroit”, come viene chiamato in quarta di copertina, imbastisce al contrario un intreccio adrenalinico tra Santo Domingo e Miami in cui la nostalgia è solo uno degli ingredienti di un cocktail da sballo. In estasi da Leonard mi sono fiondato dopo qualche mese su Mr. Paradise, un procedural thriller perfetto, impeccabile, dimesso laddove Cat Chaser aspira a una dimensione quasi tragica, brillante e glamour mentre Cat Chaser si porta addosso l’odore della polvere e della sabbia depositata sul mobilio di un albergo di quart’ordine. Non alla sua altezza, insomma, per quanto sia bastato a darmi un’idea della poliedricità di Leonard. O forse è solo che il primo Leonard non si scorda mai. Metterò alla prova questa ipotesi con altri titoli, per fortuna Einaudi sembra avere intenzione di condurre una meritoria opera di riscoperta della sua produzione.

Superluminal, di Vonda N. McIntyre. Questo è un libro che aspettavo da quasi dieci anni, ovvero da subito dopo la mia scoperta “critica” del cyberpunk (e uno degli articoli che hanno contribuito a generare le mie aspettative intorno a questo titolo è stato Realtà quantistica nella fantascienza recente, di Patricia Warrick, ancora on-line su Intercom). Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi”. Un libro che fonde space opera e romance, cogliendo nel panorama del futuro scorci delle suggestioni postumaniste che sarebbero maturate venti anni più tardi.

L’algoritmo bianco, di Dario Tonani. A proposito della più che convincente seconda prova di Dario su “Urania”, scrivevo su questo blog: “Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica. Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato”.

Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo. “Immaginate una città confinata ai bordi di un’unica strada. Da una parte corrono i Binari della ferrovia, dall’altra le acque del Fiume. E oltre questi confini il Lato Sbagliato dei Binari e l’Altra Sponda, rifugio di creature assurde prese in prestito da una bizzarra mitologia dell’oltretomba: i temuti Tori Alati e le incantevoli Spose del Pescatore, che fungono da ultimi Accompagnatori per le anime dei defunti. Strada Maestra si estende per decine di milioni di isolati e nessuno sa davvero se abbia un inizio o una fine. Sotto le evoluzioni celesti del Sole Giornaliero e del Sole Stagionale che incrociano le loro traiettorie sopra la città, si snoda un anno nella vita di Diego Patchen, scrittore di Narrativa Cosmogonica, e dei suoi eccentrici amici”. Il resto della mia recensione è su Fantascienza.com.

L’ultimo vero bacio, di James Crumley, è stata la seconda grande folgorazione del 2009. Ho scoperto l’autore sul blog di Luca Conti, che ne ha ritradotto le opere per Einaudi, e posso dire tranquillamente di esserne rimasto estasiato. Una purezza della prosa ammirevole, un tono sospeso tra
malinconia e disincanto, una descrizione credibile della provincia profonda e delle anime che si barcamenano laggiù, tra dispetti, invidie, ansia di redenzione e grandi e piccoli drammi. Il pezzo che annunciavo per l’uscita di Next-Station 2.0 è ormai pronto da tempo e sarà on-line con la prima edizione della webzine (ormai è davvero questione di giorni, dopo gli antipasti disseminati negli ultimi tempi). Un anticipo: “Ci sono libri che ti lasciano con l’amaro in bocca. Questa storia ti trasporta su strade polverose e desolate, miglia e miglia tra la West Coast e le Montagne Rocciose, e non ti lascia scampo: ti trascina in una spirale di sensualità e violenza e ti fa masticare il sapore acre della sabbia, rinnovando a ogni pagina la promessa dissetante di un bicchiere di birra ghiacciata, e poi ti lascia stordito e ubriaco sul ciglio della strada. Non è una bella esperienza, ma mentre la vivi non puoi rendertene conto. Semplicemente, ti lasci travolgere dal susseguirsi degli eventi e delle rivelazioni”.

Le stelle senzienti, di Lucius Shepard. Scrivevo su Fantascienza.com: “Black William è una cittadina sprofondata nella provincia deindustrializzata della Pennsylvania occidentale. È una terra di miniere e acciaierie e l’impatto ambientale di decenni di attività antropica e di iniziativa industriale spregiudicata si avverte ancora nei boschi e nei fiumi, in cui sembrano annidarsi creature misteriose e terribili. Black William ha preso il nome da un suo illustre cittadino dell’Ottocento, che seminò nei dintorni violenza e terrore spadroneggiando come un duca feudale senza incontrare ostacoli. E un filo sottile si riallaccia a quel passato quando una serie di inspiegabili fenomeni meritano alla cittadina la controversa fama di “Capitale Cerebrale della Pennsylvania”. Le apparizioni si manifestano sottoforma di strane luci, stelle che all’improvviso emergono dalla pietra dell’edificio della biblioteca pubblica, da cui il titolo originario della novella (Stars Seen Through Stone). E se le cose sembrano cominciare a cambiare da subito, dapprima lentamente, poi con un’accelerazione costante che coinvolge un numero crescente di tranquilli — anche se magari non sempre rispettabili — cittadini, solo quando qualcuno riesce a scattare delle foto il fenomeno tradisce il suo oscuro contatto con un “aldilà” da cui sembrano escluse la compassione e la redenzione”.

Uomini di paglia, di Michael Marshall (Smith). Una lettura molto suggestiva, che culla con il ritmo dell’azione e colpisce con il taglio di inquietudini affilate. Sempre su Next Station sarà presto on-line un mio approfondimento, di cui vi anticipo le prime righe: “Per un lungo periodo Michael Marshall Smith è stato il più “dickiano” tra gli autori emersi dalla fantascienza degli anni ’90, volendo riferire questo ingombrante attributo a una letteratura di stati paranoici, caratterizzata dall’intromissione di forze all’apparenza metafisiche sul piano della realtà fenomenica, a esercitare un’influenza oscura sulle vite dei protagonisti prima di risolversi in cause immanenti, benché sempre sfumate in una matrice torbida. La cosa è durata almeno finché l’autore britannico ha continuato a dedicarsi al genere, prima di cedere al richiamo del thriller e dei territori del cospirazionismo. [...] Negli ultimi anni Marshall Smith ha rinunciato al secondo cognome, con una tattica editoriale che si rifà a casi illustri come lo scozzese Iain [M.] Banks [...] e ha sintonizzato la sua produzione su storie che si distanziano mano a mano da un immaginario di marca esclusivamente fantascientifica, a partire dal nero d’azione della trilogia iniziata con Uomini di paglia (The Straw Men, 2002). Ed è su questo titolo che vogliamo concentrarci, provando come gli elementi più peculiari del romanzo affondino le radici proprio in un background di ascendenza fantascientifica, riconducibile all’opera di Philip K. Dick e del suo erede dichiarato K.W. Jeter“.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger. Il classico libro che non mi sarei aspettato mai che potesse piacermi, non fino a tal punto. E invece… Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “[...] può un libro simile essere definito fantascienza? Può e deve, a mio avviso. E non solo per il grande rispetto e la conoscenza del genere dimostrata dall’autrice e testimoniata nelle sue interviste, ma anche per una ragione di matrice più strettamente tecnica. La fantascienza è per sua natura un genere portato all’ibridazione. Non deve stupire che per una volta il romance abbia preso il ruolo che più spesso tocca oggi alla crime fiction. Se il cuore della storia — è il caso di dirlo — è la storia d’amore di Henry e Clare, a renderla così speciale è l’angolazione fantascientifica. E sostengo questo malgrado le incursioni nel futuro di Henry ci rivelino ben poco del mondo che ci aspetta, che tristemente è sempre fin troppo simile a quello in cui viviamo. È il taglio, la prospettiva da cui Audrey Niffenegger inquadra la storia, che sarebbero stati impossibili senza l’audacia della fantascienza. È per questo che oso spingermi a parlare di “fantascienza ripotenziata”, in relazione a La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Una fantascienza astratta dal suo contesto specifico, ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione intimista, ma sempre capace di fare al meglio ciò per cui è nata, anche alle prese con una materia insolita, anche agli occhi di lettori non — ancora — necessariamente appassionati di questo genere. Dopotutto, cosa c’è di più meraviglioso di un amore sposato alla prospettiva dell’eternità?”

Stelle di mare, di Peter Watts, sostava fino alla scorsa estate in un punto imprecisato della mia coda di lettura. Estratto dal cumulo dei libri, l’ho divorato grosso modo in un duplice rush, che coincide a grandi linea con la struttura del romanzo. Un gruppo di disadattati viene scelto per un esperimento nelle profondità dell’Oceano Pacifico: la conduzione di un impianto di estrazione di energia geotermica dalle faglie sottomarine. L’impresa richiede una serie di modifiche biologiche e morfologiche, a cui le cavie si sottopongono con successo. Non tutti, invece, riescono a superare l’aspetto psicologico dell’alterazione a cui li ha sottoposti l’Autorità di Griglia (il colosso multinazionale che li ha assoldati). L’esperimento presto supera la sua fase di test ed entra in esercizio, ma per gli operatori coinvolti comincia una prova ancora più delicata, che investe la loro dimensione privata e relazionale di esseri umani e li costringe a definire nuovi termini per la loro nuova condizione postumana. Un romanzo stupefacente sull’adattamento, la solitudine, il dolore e l’alienazione.

X, di Cory Doctorow. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Con questo libro, pubblicato dalla Tor Books nel 2008, Cory Doctorow [...] è riuscito nella duplice impresa di rinnovare la tradizione distopica della fantascienza che ha il suo caposaldo nel 1984 di George Orwell (omaggiato esplicitamente nel titolo originale, Little Brother) e di realizzare un piccolo manuale di resistenza civile per le nuove generazioni. X è un lavoro di denuncia, animato non da un ideale astratto, ma dalla convinzione che determinate idee — incontrovertibili, universali, assolute — debbano trovare necessariamente applicazione nella realtà. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che a partire dagli anni ’60 ebbe il proprio fulcro proprio a San Francisco”.

Nostra Signora delle Tenebre, di Fritz Leiber. Restiamo a San Francisco, con questo classico della letteratura fantastica che ho potuto recuperare nell’atmosfera raccolta dell’attesa natalizia. Scrivevo su questo blog: “[...] un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare). [...] La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno”.

Rivelazione, di Alastair Reynolds. Doppia uscita in volume per “Urania”, data la mole dell’opera. Un viaggio nelle profondità del futuro umano, alle prese con una colonizzazione dello spazio che sarebbe eufemistico definire problematica. Virus informatici (la Peste Destrutturante che infetta e corrode intelligenze artificiali e impianti cibernetici e porta sull’orlo del collasso intere civiltà un tempo floride, come la spettacolare Città del Cratere di Yellowstone), astronavi costrette a viaggiare nel rispetto dei limiti fisici della natura, intelligenze artificiali parassitarie, misteri alieni, personaggi che non sono chi credono di essere e minacce pronte a erompere dal profondo, che sia dello spazio siderale o della mente umana ha poca importanza. Tutto questo, intriso di un solido sense of wonder, è il Revelation Space di Alastair Reynolds.

La fantascienza “ripotenziata” di Audrey Niffenegger

Posted on Ottobre 26th, 2009 in Fantascienza, Letture | 2 Comments »

Cosa chiedere di meglio di un libro che ci sorprende, che ci tiene incollati alla storia dalla prima all’ultima pagina, che ci fa pensare e che ci emoziona senza il bisogno di colpire basso? Un libro che ci dimostra anche le potenzialità intrinseche del genere, la loro carica sublime quando vengono spinte oltre i confini del suo ambito di riferimento, e lo fa senza snaturarlo ma anzi esaltandone le caratteristiche. Tutto questo, e ancora qualcos’altro per dirla tutta, io l’ho trovato ne La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger.

Un libro che avevo sottovalutato a causa di tutto il clamore che aveva suscitato all’uscita e che adesso mi accorgo essere completamente giustificato. Un successo meritato (ad oggi ne risultano vendute 2 milioni e mezzo di copie solo tra USA e Regno Unito), per un romanzo che è una storia d’amore vista da una prospettiva fantascientifica. E se questo non vi basta, allora posso solo aggiungere che contiene un esempio illuminante di utilizzo rivoluzionario di un espediente convenzionale e ultra-abusato. Non è poco.

Su Fantascienza.com è apparsa oggi la mia recensione, in cui cerco di essere più circostanziato. Qui sopra riporto per completezza la copertina dell’ultima ristampa, attualmente in libreria, benché trovi molto più centrata quella originale. E come sempre resto pronto a parlarne.

Star Trek

Posted on Giugno 2nd, 2009 in Fantascienza, Proiezioni | 6 Comments »

Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

Queste parole pronunciate con tono solenne sulle note inconfondibili di Alexander Courage (Where No Man Has Gone Before) segnavano poco più di una decina di anni fa l’inizio dell’ora-cuscinetto interposta tra i compiti a casa (e le imprecazioni annesse) e la cena in famiglia. Con la serie classica di Star Trek ci sono in pratica cresciuto, dopo che in età non ancora del tutto consapevole avevo consumato grandi quantitativi della Next Generation (ma era stato ai tempi in cui poteva passarmi sotto gli occhi una sequenza di Blade Runner lasciandomi del tutto impassibile, mentre potevo trascorrere serate intere a contemplare le fughe nel deserto di Tremors…). Per scoprire le carte fin da subito, non sono mai stato un grande esperto della serie creata da Gene Roddenberry, perché non ho mai avuto la costanza richiesta all’appassionato per addentrarsi con cognizione in un mondo tanto complesso e variegato come quello che fa da sfondo alla missione quinquennale della USS Enterprise e alle vicende delle generazioni successive, fino al grandioso Deep Space Nine che trovai all’epoca stupefacente per la commistione di atmosfere noir e scenari interplanetari.

Ciò premesso, sono riuscito a vedere Star Trek sul grande schermo per un pelo. Lo Star Trek che avrebbe dovuto essere l’XI episodio cinematografico della longeva quanto travagliata saga, lo Star Trek che J.J. Abrams ha trasformato in una rifondazione dell’immaginario trekker: un punto zero in linea con i tempi che corrono e con i nuovi mezzi. Ne sono uscito soddisfatto e sorpreso. Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno fatto un ottimo lavoro sul materiale originario, senza tradirne lo spirito, dedicando a ciascun personaggio della serie classica il doveroso approfondimento psicologico, esagerando forse solo un po’ nell’asservire il finale alla gloria di James T. Kirk (ma la megalomania è comunque una caratteristica del personaggio, spaccone come è sempre stato). I set ridonano smalto al futuro, attualizzandolo nell’estetica e nell’architettura, tanto nello spazioporto tra i campi dell’Iowa quanto su Vulcano o nella San Francisco minacciata dai romulani transfughi nel tempo. Le soluzioni registiche di Abrams sono da manuale, molto studiate ma realizzate con grande maestria e senza che il tocco del regista risulti mai invadente, ma sempre funzionale al risultato. Abrams è stato in grado di massimizzare la resa spettacolare delle scene e di regalarci un punto di vista insolito in sintonia con l’estraneità dell’ambientazione spaziale: camera quasi mai ferma, inquadrature prese secondo angolazioni oblique e inconsuete.

Per un assaggio di quanto detto sul piano estetico, si rimanda al trailer. Qualche difetto lo si può comunque trovare in alcuni buchi di sceneggiatura (come la necessità di coinvolgere Spock nell’abbattimento della trivella, non giustificata sul piano narrativo se non nell’economia degli equilibri della trama), nella scarsa verosimiglianza di alcuni scontri a fuoco in spazio aperto (pur nella sontuosità iconografica) e in una manciata di momenti che diventano particolarmente fumosi in coincidenza con le fasi più concitate della pellicola. Niente, comunque, che impedisca di apprezzarne l’essenza e - dopo Watchmen mi sembra davvero di ripetermi - la fedeltà allo spirito del prodotto originario. Con in aggiunta il pegno doverosamente pagato all’immaginario abramsiano, con lo slusho servito nei bar e le creature aliene che tradiscono la loro somiglianza con l’incubo mutante di Cloverfield. Intromissione ingiustificata per qualcuno, valore aggiunto per chi come il sottoscritto crede nell’intreccio dei riferimenti, nella rete sotterranea che connette il nostro immaginario oltre la soglia del Terzo Millennio.

Non dirò nulla sulla trama per non guastare la visione a chi non ne avesse ancora avuto il piacere. Basti sapere che nella pellicola anche un appassionato non particolarmente edotto come il sottoscritto troverà richiami espliciti agli eventi o anche solo agli accenni che puntellano la mitologia trekkie; che i personaggi principali ci sono tutti: Spock, McCoy, Chekov, Uhura, Sulu e Scottie; e che l’iniziazione allo spazio di Kirk e del suo equipaggio avviene rinnovando l’espediente del viaggio nel tempo già utilizzato a più riprese in passato dagli autori della saga, tanto sul piccolo quanto sul grande schermo. Poco male: il meccanismo funziona e la chiusura sui titoli di coda che riprende il tema di apertura della serie classica ha il sapore dell’omaggio, suggellando questo antefatto e concedendo allo spettatore - fuori dal film - un viaggio nella memoria.

In estrema sintesi, credo che al di là dei suoi meriti intrinseci, questo Star Trek firmato da J.J. Abrams renda giustizia al genio e all’opera di Roddenberry e che lo faccia con grande rispetto, mettendo al servizio dell’immaginario trekker e della sua tradizionale sensibilità nel bilanciare tensione morale, speculazione sociologica e spirito dell’avventura, quella tecnologia degli effetti che, per necessità o ingenuità, al franchise in passato è sempre difettato.

Lunga vita e prosperità.

 

Fantascienza: il presente visto dal futuro

Posted on Maggio 13th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro | 8 Comments »

La questione dell’importanza della SF… Ne accennavo anche qui un po’ di tempo fa. Senza riscontro, purtroppo. Be’, è una vicenda particolarmente delicata, per cui ci voglio tornare sopra. Carmine Treanni aveva cominciato a lavorare a uno speciale per Delos SF, inoltrando un paio di domande a un po’ di autori italiani per sviscerare la questione dal nostro punto di vista. Siccome poi, per vicissitudini varie, non se ne è fatto più niente, riprendo qui il botta e risposta scambiato a suo tempo con lui. E invito chiunque fosse interessato (lettori, autori, critici, a partire magari dallo stesso Carmine e dagli altri blogger impegnati nel settore) a cercare una risposta a queste domande. Chi non avesse a disposizione un blog e fosse comunque interessato a intervenire, può farlo usando lo spazio dei commenti a questo post. Dal confronto potrebbe risultare uno spaccato utile per comprendere “dove stiamo volando”, o almeno qual è la rotta che ci piacerebbe seguire.


Illustrazione di Inga Nielsen: Looking Towards Home (via Fantasy Art Design).

A tuo avviso, quale deve essere oggi il ruolo della fantascienza? In altri termini, il genere ha ancora significato in un periodo storico in cui la società stessa sembra essere “immersa” nella science fiction?

Concordo con la brillante definizione della fantascienza data da Darko Suvin: “lo spazio potenziale di uno «straniamento» dirompente”. Attraverso la sua attitudine al cambiamento, all’esplorazione dello spettro delle possibilità, la fantascienza si ritrova a disporre degli strumenti più adeguati per analizzare tempi paradossali come quelli che ci troviamo ad attraversare: estremamente veloci per quel che concerne il fronte tecnologico e l’avanzamento scientifico, terribilmente lacunosi invece per quanto attiene alla sfera dei diritti civili, del progresso sociale, della tutela ambientale e della consapevolezza etica.
Viviamo in un mondo complesso, che cambia ad ogni giorno che passa, e quasi mai riusciamo a riscontrare una concordanza di direzione tra le due traiettorie. I generi nel loro complesso (dalla crime fiction alla science fiction), e la fantascienza in particolare, si ritrovano quindi a essere nelle condizioni ambientali più favorevoli per esercitare le loro prerogative e consolidare con orgoglio quella posizione di avanguardia che li contraddistingue rispetto all’odierno panorama culturale.
La fantascienza, poi, è tenacemente filtrata nel nostro immaginario collettivo, grazie a linguaggi popolari come cinema, anime, fumetti, musica e videogiochi. Con questi presupposti, dipende solo da editori e autori conservare la lucidità e lo slancio necessari per parlare al pubblico di una cosa complessa come il presente, attraverso una metafora potente come il futuro.

Il vecchio sogno del viaggio spaziale e gli altri cliché della fantascienza (viaggio nel tempo, incontro con gli alieni, etc.) sono spesso identificati come fantascienza tout court dalla gran parte dei lettori non avezzi al genere. Questo, a tuo avviso, è un danno per la fantascienza, o questi temi sono assolutamente validi ancora oggi?

Da quanto dicevo sopra si evince che proprio questi topoi impostisi nell’immaginario del Novecento e quindi ereditati dall’uomo del XXI secolo potrebbero rappresentare i cavalli di Troia utili alla presa cognitiva di questa fortezza psichica. Incontestabilmente, non si può parlare di frontiera spaziale, viaggi nel tempo, spazio interno e primo contatto come se fossero argomenti d’avanguardia. Ognuno degli archetipi della fantascienza ha alle spalle una lunga tradizione, ma altri autori in altri periodi hanno dimostrato di poterli rilanciare come veicolo di nuove riflessioni.
Per riuscirci oggi, a mio modo di vedere, non si può prescindere da due requisiti: a) una conoscenza delle precedenti applicazioni dei summenzionati luoghi comuni, da cui è facile convincersi dell’evoluzione che ne ha condizionato l’utilizzo attraverso tutto il Novecento; b) la capacità di osare: rendere attendibile un concetto paradossale come la macchina del tempo richiede uno sforzo non inferiore all’illustrazione del paradigma olografico; in questo senso la fantascienza non può fare a meno (se mai ne ha fatto a meno nel passato) di un lavoro di documentazione e aggiornamento scrupoloso e costante. La qual cosa, in un’epoca che ci concede ogni informazione possiamo desiderare a portata di mouse, non è poi nemmeno un sacrificio così insormontabile.

Déjà Vu - Corsa contro il tempo

Posted on Febbraio 11th, 2009 in False Memorie, Fantascienza, Proiezioni | 4 Comments »

E chi l’avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato a parlare in termini tanto positivi di un film di Tony Scott? Se già Nemico Pubblico (1998) aveva sorpreso muovendosi in bilico tra spy-story e thriller, il fantascientifico Déjà Vu viene a tendermi un’imboscata praticamente nel giardino di casa, e la cosa brutta è che l’agguato centra in pieno il bersaglio.

Ecco un caso emblematico di sottostima artificialmente indotta: avendo raccolto fredde critiche dagli esperti del settore e reazioni positive dalla critica generalista (concentrata come ormai d’abitudine solo sugli aspetti più immediati e superficiali, come dimostra la rassegna raccolta dalla scheda del film su Cinematografo.it), all’uscita nelle sale ero stato erroneamente indotto a diffidare della pellicola. Ho così approfittato del passaggio televisivo dell’altra sera per recuperare senza fretta, com’è mia consuetudine con i titoli di seconda e terza scelta nelle mie liste di visione. E ho potuto quindi realizzare quale terribile errore di valutazione avessi commesso a suo tempo.

Déjà Vu (2006) è un film spiazzante, dal primo fotogramma – scene di festa sul molo di Algiers davanti a New Orleans che preludono a una catastrofe imminente: attimi di vita rubati con scrupolo quasi ossessivo a un giorno qualunque di gente comune – all’ultimo – un fermo immagine così demodé da riuscire a suo modo fuori da ogni schema o convenzione. In mezzo c’è tutto il cinema che non ti aspetteresti da Tony Scott, bene amalgamato con quanto di meglio il regista inglese aveva saputo mostrarci nelle sue opere precedenti. Alla prima categoria appartengono il controllo totale sull’impatto emotivo delle situazioni, la solidità narrativa, un tocco di romanticismo funzionale alla storia senza mai essere invadente. Nella seconda ricadono l’uso impeccabile dei mezzi tecnici, le soluzioni registiche tanto improbabili da dare le vertigini (ma, se non altro, dispensate in dosi che non rischiano di indurre assuefazione), la costruzione di un meccanismo implacabile congegnato con precisione da orologiaio.

Breve sinossi: Nel tentativo di far luce su una tragedia costata la vita a centinaia di persone imbarcate su un traghetto, l’agente dell’ATF Doug Carlin (Denzel Washington) s’imbatte nel cadavere di una ragazza collegata in maniera misteriosa al disastro. Mentre acquista valore la pista del terrorismo, Carlin scava nel privato della ragazza (Paula Patton) e si avvicina più di chiunque altri alla verita sepolta dietro al caso. I suoi progressi non mancano di attirare l’attenzione di un’unità top secret dell’FBI, che sembrerebbe in grado di sfruttare un canale spazio-temporale privilegiato, concesso da una tecnologia avveniristica, per cogliere informazioni preziose dal passato. Con due vincoli: si può guardare solo 4 giorni e 6 ore indietro nel tempo. E per una volta sola.

Il film può essere idealmente diviso in tre parti: la prima di natura prettamente poliziesca, in cui cominciano a essere disseminati elementi per la prima svolta; la seconda, che segue l’introduzione dell’elemento fantascientifico del viaggio nel tempo, senza arrivare a dispiegarne le potenzialità in tutta la loro portata; l’ultima, che si compie con la rivelazione di tutte le carte e la combinazione definitiva di tutti i tasselli nel loro posto all’interno del mosaico. Questa progressione costante permette a Scott di tenere alto il livello narrativo al di là delle semplici – ma sempre suggestive – trovate tecniche di montaggio, in cui è da segnalare perlomeno la resa fenomenale della sovrapposizione di piani temporali, con il passato che s’insinua nel presente efficace metafora anche di questi tempi vissuti all’insegna del senso di colpa e dell’orrore, della paura come del pentimento.

Déjà Vu è infatti un film che parla in maniera piuttosto esplicita di guerra al terrore, senza scadere mai nella retorica. La scelta di ambientare la storia in una New Orleans ancora ferita dall’uragano (e fotografata nella sua devastazione) è in sé provocatoria e coraggiosa e si completa nella dedica finale alle vittime di Katrina che precede i titoli di coda. Denzel Washington offre una recitazione convincente e decisamente più riuscita delle sue precedenti esperienze con la fantascienza (il poco riuscito Virtuality di Brett Leonard, 1995, e il più recente The Manchurian Candidate di Jonathan Demme, 2004). E anche se i risvolti del ponte spazio-temporale di 4 giorni e 6 ore avrebbero potuto ricevere giustificazioni meno confuse e pretestuose (in questo è troppa la carne messa al fuoco da parte degli sceneggiatori Terry Rossio e Bill Marsilii), i punti a favore alla fine surclassano le poche ingenuità, rendendole tollerabili anche nella prospettiva delle innumerevoli altre opere (film, serie TV, romanzi, racconti) che hanno giocato sullo stesso tema.

Le riflessioni sulla memoria e sulla visione ricollegano Déjà Vu ai migliori titoli fantascientifici degli ultimi anni. Strange Days, Donnie Darko, Minority Report sono solo i primi che mi vengono in mente. E di questi 2 su 3 vanno a inserirsi come la pellicola di Scott nel fortunato filone del crossover tra poliziesco e fantascienza ormai etichettato come future noir.

Che Tony Scott sia diventato più bravo del fratello Ridley? Di sicuro, ora come ora, sarei disposto ad accettare anche una possibile alternativa dietro la camera da presa dell’eventuale Blade Runner 2, tornato alla ribalta come ipotesi di lavoro con i rumors insistenti di questi ultimi giorni.

Rassegna stampa di fine anno

Posted on Dicembre 29th, 2008 in Connettivismo, Futuro, Postumanesimo, ROSTA | 2 Comments »

Quest’ultimo scorcio di 2008 concentra un po’ di uscite che mi riguardano in prima persona. Quindi squillino le trombe o, meglio ancora, fiato al corno del Tristero (muto da troppo tempo)!

Su Fantascienza.com è apparso un mio articolo sui nanotubi di carbonio, che parte con un excursus storico e si conclude con una intervista a due ricercatori italiani (Laura Ballerini e Michele Gregorio), co-autori di uno studio sull’integrazione tra i nanotubi e i tessuti neurali che ha goduto nei giorni scorsi di ampio risalto sulla stampa specializzata e non (ne accennavo anche sullo Strano Attrattore). Potete leggere tutto su: Ponti nanotech per i circuiti neurali del futuro.

Da domenica è poi on-line il nuovo numero di Continuum, con una monografia dedicata ai viaggi nel tempo a cura di Roberto Furlani. In questo speciale viene finalmente pubblicato un racconto scritto a quattro mani da Simone Conti e dal sottoscritto, a cavallo tra il 2005 e il 2006. Varie vicissitudini ci hanno spinto a rimandarne la pubblicazione (inizialmente, si prevedeva di includere il racconto in Supernova Express, ma limiti di spazio ci costrinsero a desistere dal proposito). Ad oggi, pur non essendo i viaggi nel tempo un argomento che ritengo particolarmente congeniale alle mie preferenze di scrivano (da lettore invece mi sono sempre divertito un sacco a leggerne), ricordo Festung Europa come una delle più belle esperienze di collaborazione sperimentate finora. L’Abate ed io ci abbiamo riversato dentro un bel po’ di ossessioni, rileggendo in pratica la Svastica sul Sole di Philip Dick attraverso il filtro ottico potentemente lisergico messo a punto nei laboratori della Pynchon Inc. Be’, Simone poi è andato addirittura avanti, proseguendo il discorso nei suoi racconti e addirittura in un romanzo breve (finalista al Premio Odissea). Roba dell’altro mondo. E forse di un’altra epoca.

Buona lettura!

Cronoclandestino

Posted on Ottobre 25th, 2008 in Connettivismo, Stigmatikos Logos | 12 Comments »

Avanti, Simone, scendi da lì. Per tornare all’ora solare non serve mettere in moto la macchina del tempo.

The Butterfly Effect

Posted on Ottobre 7th, 2008 in Fantascienza, Proiezioni | 1 Comment »

L’effetto farfalla è uno dei capisaldi scientifici del nostro immaginario contemporaneo. E’ stato anche grazie alla sua carica simbolica se la matematica della complessità, quando ancora si chiamava teoria del caos, è riuscita a fare breccia nella comune percezione del mondo. Con l’intercessione di Jurassic Park (”Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del sole” dice a un certo punto Ian Malcolm/Jeff Goldblum, parafrasando Edward Lorenz), oggi tutti sappiamo di cosa stiamo parlando quando tiriamo in ballo questo concetto tutt’altro che banale della teoria dei sistemi, coniato da un meteorologo per indicare la spiccata sensibilità alle condizioni iniziali che caratterizza i sistemi atmosferici. L’estensione del modello al di fuori dell’ambito originario della meteorologia ne ha prodotto l’enorme successo popolare, amplificato da sentenze lapidarie entrate di diritto nell’uso comune (chi non ha mai sentito la celeberrima “piccole variazioni nelle condizioni iniziali portano a grandi scostamenti nelle soluzioni finali”?). Già nel 1963 Lorenz scriveva, in un articolo per la New York Academy of Sciences: “Un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre.” Nessuno sa come si sia passati dal gabbiano alla farfalla, anche se una data precisa nell’evoluzione degli studi di Lorenz esiste ed è il 1972, quando un collega gli suggerì di adottare per il suo intervento alla 139sima conferenza dell’American Association for the Advancement in Science il titolo emblematico di: “Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?“. Al di là della presenza costante della farfalla che batte le ali, la sua ubicazione, le conseguenze e la localizzazione delle stesse hanno subito di volta in volta fantasiose variazioni di schema (per una tracciabilità non esaustiva della deriva memetica vi rimando alla webgrafia in calce al presente articolo). Il passaggio dal gabbiano alla farfalla potrebbe avere comunque due spiegazioni: a) una genesi letteraria, con un capostipite con solide radici fantascientifiche nel racconto A Sound of Thunder (in italiano Rumore di Tuono) firmato da Ray Bradbury nel 1952; b) una genesi estetica, essendo gli attrattori di Lorenz nella loro rappresentazione tridimensionale iconograficamente simili a una farfalla stilizzata (si veda l’immagine di apertura).

Come ci insegna Wikipedia, il concetto che oggi ha trovato così tante applicazioni, dall’andamento dei mercati finanziari alla viabilità, dalla trasmissione dell’energia elettrica alle analisi geopolitiche, era già stato intuito nel 1950 da un’altra vecchia conoscenza dei lettori di fantascienza, Alan Turing, che nel saggio “Macchine calcolatrici e intelligenza” scriveva parole che avrebbero potuto essere riprese nel Manifesto del connettivismo: “Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza“. E il suo fascino ha ispirato numerose opere, tra cui anche una simpatica commedia inglese con Gwyneth Paltrow (Sliding Doors, 1998). Intorno al giro di boa del 2000, mentre montava l’onda predatoria di Hollywood ai danni di Philip K. Dick, qualcuno tirò fuori il summenzionato racconto di Bradbury. Non si sa fino a che punto BenderSpink e FilmEngine siano entrate in conflitto con il pool capitanato da Franchise Pictures, Crusader Entertainment e ApolloMedia, ma la concomitanza delle date lascia davvero supporre che si sia giocato sul filo del rasoio una battaglia per portare per primi nelle sale un film incentrato sul summenzionato effetto farfalla. Mentre i problemi produttivi rallentavano la realizzazione di A Sound of Thunder, arrivato infine nelle mani di Peter Hyams e sbarcato al cinema verso la metà del 2005, la produzione di Butterfly Effect procedeva a gonfie vele, approdando nelle sale già nei primi mesi del 2004. Anche ai botteghini i due film andavano incontro a destini diversi: il tonfo per il primo, un insperato successo per quest’ultimo; a dimostrazione, ancora una volta, della propagazione catastrofica delle divergenze (anche minime) di partenza. Ed è proprio di Butterfly Effect che voglio parlare.

Alcune persone vogliono dimenticare il passato. Altre vogliono cambiarlo. Così recitava il lancio promozionale del film. Seguito a breve distanza dall’altrettanto emblematico “Cambiare una cosa. Cambia tutto” della novelization di James Swallow e della distribuzione per il circuito dell’home video. L’approccio è più intimistico di quello scelto da Bradbury per il suo racconto e porta la sceneggiatura a giocare intorno alle inevitabili conseguenze prodotte dai salti indietro nel tempo del protagonista, Evan Treborn (l’ex-Michael Kelso di That ’70s Show Ashton Kutcher, meglio noto come successore di Bruce Willis al fianco di Demi Moore). Novello Billy Pilgrim, il piccolo Evan incorre sovente in momenti in cui pare assentarsi, estraniandosi completamente da ciò che lo circonda. Le cause risiedono in una disfunzione neurale ereditata dal padre, finito internato in un istituto psichiatrico. La madre è comprensibilmente molto preoccupata per la salute di Evan, ma le sue premure non riescono a tenerlo lontano dall’orrore nascosto dietro la porta accanto. E un trauma rivissuto a distanza di anni finirà per risvegliare in lui le facoltà paranormali del genitore, proiettandolo indietro nel tempo ai “momenti vuoti” della sua infanzia, a colmare i buchi neri della sua coscienza, generando di volta in volta alterazioni al corso degli eventi che immancabilmente si ripercuoteranno sul tessuto della realtà. L’effetto degli interventi retroattivi produce ad ogni iterazione un radicale mutamento del suo attuale presente, spingendolo a scoprire di volta in volta una nuova dimensione privata del suo inferno esistenziale.

Scritto e diretto da Eric Bress e J. Mackye Gruber, già sceneggiatori del disastroso Final Destination 2, il film inquieta e stupisce non solo per effetto del confronto con le loro precedenti prove. Provocatorio al limite del buon gusto, The Butterfly Effect trova il suo pregio migliore nella grande prova di equilibrio tra spinte opposte, tra la vocazione indie e una matrice spudoratamente trendy, raggiungendo in maniera quasi paradossale una coerenza spietata che riesce a far passare in secondo piano anche le principali note di demerito (ovvero la recitazione non sempre all’altezza e alcune ingenuità di scrittura che avrebbero potuto facilmente essere corrette da una produzione più attenta). Tecnicamente, risultano particolarmente riuscite le sequenze in effetto flou che accompagnano le metamorfosi della realtà, condensando in pochi secondi anni di esperienze personali estrapolate dalla vita di Evan Treborn. E la pellicola è essa stessa un oggetto mutante al pari della realtà di Evan, assumendo di volta in volta i connotati del thriller, del campus movie, del dramma carcerario, del melodrammatico, ma riuscendo sempre a reggersi in piedi grazie al meccanismo serrato del gioco fantascientifico: un viaggio nel tempo che qui deve molto più all’angosciante introspezione dell’Esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam piuttosto che al cliché della macchina di H.G. Wells. La struttura narrativa è ottimamente congegnata, con una prima parte introduttiva che semina bene strizzando l’occhio a Stephen King (modello ormai imprescindibile per ogni lavoro che voglia confrontarsi con i drammi e le follie piccole e grandi della preadolescenza) e lascia aperti gli spiragli giusti da colmare poi nei restanti due terzi del film. Degna di menzione anche la trovata di attribuire un ruolo centrale nelle regressioni cronopsichiche di Evan ai suoi diari: la metafora della scrittura come strumento di introspezione sarà consolidata ormai da oltre un secolo (non mi sembra il caso di scomodare in questa sede Poe, Dostoevskij, Joyce e Svevo), ma è interessante vederla ripresa al cinema e riproposta a un pubblico potenzialmente vastissimo. Il modello più vicino che possiamo individuare per The Butterfly Effect è comunque un altro film di fantascienza piuttosto recente, l’enigmatico Donnie Darko (Richard Kelly, 2001).

Anche senza riuscire ad eguagliare la carica visionaria e l’efficacia del capolavoro di Kelly, il film riesce a ottenere ottimi risultati dal punto di vista della suspense e della riflessione. The Butterfly Effect potrà piacere o non piacere, ma difficilmente lascerà indifferenti. E se questa è una formula abusata, aggiungo che le probabilità che entusiasmi o deluda lo spettatore sono equiparabili e strettamente correlate al tasso di aspettativa che la visione incontrerà e al livello di sospensione dell’incredulità che riuscirà a ottenere. E parlo di incredulità e non di dubbio perché alla fine dello spettacolo, di fronte ai titoli di coda lanciati dall’ammiccante Stop Crying Your Heart Out degli Oasis, il dubbio è la sensazione più intensa che sopravvive alla visione. Un dubbio che spinge a interrogarsi, come dovrebbe sempre fare la fantascienza migliore, anche quando si esprime in lavori non magistrali ma fondamentalmente onesti come questo.

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