Norstrilia

Posted on Marzo 2nd, 2010 in Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Pensiamo alle cose belle della vita. Solo questo, poi prometto di tornarmene buono buono al mio 90% di Sturgeon. Un’edizione che attendevo da 2 anni, o forse molto di più. Da Cordwainer Smith, un capolavoro della moderna fantascienza: Norstrilia.

Fantascienza a scatola chiusa

Posted on Febbraio 10th, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 5 Comments »

Segnalo sulla fiducia 3 romanzi che non ho ancora avuto modo di leggere. Paolo Aresi, il migliore autore italiano di fantascienza spaziale (vincitore del Premio Urania nel 2004 con la space opera Oltre il pianeta del vento), torna sulla Terra e confeziona una storia post-catastrofica dal titolo elegiaco e accattivante: L’amore al tempo dei treni perduti arriva in libreria in questi giorni per i tipi di Mursia e con la copertina di Franco Brambilla.

In edicola invece trovate due romanzi finalisti proprio con Aresi e con me al Premio Urania 2006, raccolti nel volume primaverile di Urania Millemondi. I romanzi sono Ph0xGen! di Italo Bonera e Paolo Frusca e Ascensore per l’ignoto di Stefano Carducci e Alessandro Fambrini.

Ucronia e satira sociologica, come si evince dal comunicato del curatore, in due romanzi ritenuti meritevoli della pubblicazione al di fuori del premio, cosa che già era avvenuta nella precedente edizione con il future noir rivelazione di Dario Tonani: Infect@.

In questo post ho già menzionato 5 titoli (e un sesto striscia nei tag), rappresentativi di 5 diversi approcci alla fantascienza. E si tratta di romanzi scritti da autori italiani. Ce n’è per tutti i gusti, insomma, tranne che per i necrofili insaziabili che amano riunirsi sotto i vessilli della fantascienza italiana per cantarne la morte alla prima occasione utile. Questi ultimi potranno continuare a deliziarsi con la merce d’importazione ma, per favore, si risparmino le loro menate sulla vera fantascienza, il destino della fantascienza in Italia, l’omologazione, il predominio del noir e delle contaminazioni, la vita, l’universo e tutto il resto. Potrebbero uccidermi di noia.

Libri: shortlist 2009

Posted on Gennaio 31st, 2010 in Letture, Nova x-Press | 8 Comments »

Dopo i fumetti e il cinema, concludiamo questa rassegna delle cose migliori che mi sono passate per le mani lo scorso anno al reparto libri. 12 titoli per il 2009, in ordine cronologico di lettura. [Valgono le solite avvertenze, con l'aggiunta che ci sono libri usciti nel 2009 che io avevo già letto prima e altri che, al contrario, giacciono in coda di lettura - soprattutto tascabili da edicola, "Segretissimi", "Gialli" e "Urania". Nel seguito, quindi, solo il meglio di ciò che ho letto nel 2009.]

Cat Chaser, di Elmore Leonard, è il titolo di cui mi sarebbe piaciuto parlarvi prima, ma ragioni varie mi hanno spinto a rimandare e, come si è dimostrato alla fine, procrastinare non è stata una bella idea. Vedo di porvi parzialmente rimedio nella sede di questo consuntivo. Fino allo scorso anno Leonard era per me una sorta di leggenda piuttosto eterea: chiunque ne parlava bene, Quentin Tarantino lo venerava, amici esperti in materia me lo consigliavano (grazie, compagno Fazarov). Quando ho preso la decisione di verificare la fondatezza delle voci sul suo conto, mi sono lasciato guidare dall’istinto. Elmore Leonard è uno degli autori viventi più prolifici in assoluto e mi sarebbe piaciuto cominciare da uno dei suoi primi libri, Il grande salto. In libreria però era esaurito, così ho ripiegato su quello che dalla quarta di copertina si prospettava come il più adatto al mio mood del periodo. Cat Chaser è la storia di un reduce della campagna militare dei marines a Santo Domingo che, sedici anni dopo, decide di far ritorno sull’isola caraibica per trovare la ragazza che gli aveva sparato sopra i tetti della sua capitale. Ci si aspetterebbe il solito viaggio nella memoria, ma se c’è un difetto che non si può attribuire a Leonard è la banalità: il “Dickens di Detroit”, come viene chiamato in quarta di copertina, imbastisce al contrario un intreccio adrenalinico tra Santo Domingo e Miami in cui la nostalgia è solo uno degli ingredienti di un cocktail da sballo. In estasi da Leonard mi sono fiondato dopo qualche mese su Mr. Paradise, un procedural thriller perfetto, impeccabile, dimesso laddove Cat Chaser aspira a una dimensione quasi tragica, brillante e glamour mentre Cat Chaser si porta addosso l’odore della polvere e della sabbia depositata sul mobilio di un albergo di quart’ordine. Non alla sua altezza, insomma, per quanto sia bastato a darmi un’idea della poliedricità di Leonard. O forse è solo che il primo Leonard non si scorda mai. Metterò alla prova questa ipotesi con altri titoli, per fortuna Einaudi sembra avere intenzione di condurre una meritoria opera di riscoperta della sua produzione.

Superluminal, di Vonda N. McIntyre. Questo è un libro che aspettavo da quasi dieci anni, ovvero da subito dopo la mia scoperta “critica” del cyberpunk (e uno degli articoli che hanno contribuito a generare le mie aspettative intorno a questo titolo è stato Realtà quantistica nella fantascienza recente, di Patricia Warrick, ancora on-line su Intercom). Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi”. Un libro che fonde space opera e romance, cogliendo nel panorama del futuro scorci delle suggestioni postumaniste che sarebbero maturate venti anni più tardi.

L’algoritmo bianco, di Dario Tonani. A proposito della più che convincente seconda prova di Dario su “Urania”, scrivevo su questo blog: “Gregorius Moffa stimola meno simpatia di Cletus e di certo meno fiducia di Montorsi (indimenticabili protagonisti di Infect@), ma regge la scena altrettanto bene. Non è il cattivo che ti aspetteresti, anche lui è costretto a combattere le sue sfighe, ma tiene botta e tanto basta a farlo arrivare sulle sue gambe fino all’ultima pagina. Sarebbe il protagonista ideale di un action movie made in Hong Kong, qualcosa del primo John Woo, immaginando un John Woo più tetro e più cinico. Il ritmo adrenalinico che ho trovato nelle due storie dell’Algoritmo me ne hanno subito richiamato alla mente i primi film, improntati a un’estetica dell’azione totale, un’esaltazione della tecnica cinematografica. Al servizio della stessa estetica trovo che Dario abbia fatto la scelta di porre la sua esperienza di narratore in questa duplice prova. Una scelta rischiosa, in quanto compiuta pur sempre nel campo della fantascienza, e per questo estremamente coraggiosa. Da autore navigato qual è, Tonani riesce comunque a far filtrare elementi che portano profondità allo scenario e lasciano intravedere spiragli del mondo futuro da lui edificato”.

Un anno nella città lineare, di Paul Di Filippo. “Immaginate una città confinata ai bordi di un’unica strada. Da una parte corrono i Binari della ferrovia, dall’altra le acque del Fiume. E oltre questi confini il Lato Sbagliato dei Binari e l’Altra Sponda, rifugio di creature assurde prese in prestito da una bizzarra mitologia dell’oltretomba: i temuti Tori Alati e le incantevoli Spose del Pescatore, che fungono da ultimi Accompagnatori per le anime dei defunti. Strada Maestra si estende per decine di milioni di isolati e nessuno sa davvero se abbia un inizio o una fine. Sotto le evoluzioni celesti del Sole Giornaliero e del Sole Stagionale che incrociano le loro traiettorie sopra la città, si snoda un anno nella vita di Diego Patchen, scrittore di Narrativa Cosmogonica, e dei suoi eccentrici amici”. Il resto della mia recensione è su Fantascienza.com.

L’ultimo vero bacio, di James Crumley, è stata la seconda grande folgorazione del 2009. Ho scoperto l’autore sul blog di Luca Conti, che ne ha ritradotto le opere per Einaudi, e posso dire tranquillamente di esserne rimasto estasiato. Una purezza della prosa ammirevole, un tono sospeso tra
malinconia e disincanto, una descrizione credibile della provincia profonda e delle anime che si barcamenano laggiù, tra dispetti, invidie, ansia di redenzione e grandi e piccoli drammi. Il pezzo che annunciavo per l’uscita di Next-Station 2.0 è ormai pronto da tempo e sarà on-line con la prima edizione della webzine (ormai è davvero questione di giorni, dopo gli antipasti disseminati negli ultimi tempi). Un anticipo: “Ci sono libri che ti lasciano con l’amaro in bocca. Questa storia ti trasporta su strade polverose e desolate, miglia e miglia tra la West Coast e le Montagne Rocciose, e non ti lascia scampo: ti trascina in una spirale di sensualità e violenza e ti fa masticare il sapore acre della sabbia, rinnovando a ogni pagina la promessa dissetante di un bicchiere di birra ghiacciata, e poi ti lascia stordito e ubriaco sul ciglio della strada. Non è una bella esperienza, ma mentre la vivi non puoi rendertene conto. Semplicemente, ti lasci travolgere dal susseguirsi degli eventi e delle rivelazioni”.

Le stelle senzienti, di Lucius Shepard. Scrivevo su Fantascienza.com: “Black William è una cittadina sprofondata nella provincia deindustrializzata della Pennsylvania occidentale. È una terra di miniere e acciaierie e l’impatto ambientale di decenni di attività antropica e di iniziativa industriale spregiudicata si avverte ancora nei boschi e nei fiumi, in cui sembrano annidarsi creature misteriose e terribili. Black William ha preso il nome da un suo illustre cittadino dell’Ottocento, che seminò nei dintorni violenza e terrore spadroneggiando come un duca feudale senza incontrare ostacoli. E un filo sottile si riallaccia a quel passato quando una serie di inspiegabili fenomeni meritano alla cittadina la controversa fama di “Capitale Cerebrale della Pennsylvania”. Le apparizioni si manifestano sottoforma di strane luci, stelle che all’improvviso emergono dalla pietra dell’edificio della biblioteca pubblica, da cui il titolo originario della novella (Stars Seen Through Stone). E se le cose sembrano cominciare a cambiare da subito, dapprima lentamente, poi con un’accelerazione costante che coinvolge un numero crescente di tranquilli — anche se magari non sempre rispettabili — cittadini, solo quando qualcuno riesce a scattare delle foto il fenomeno tradisce il suo oscuro contatto con un “aldilà” da cui sembrano escluse la compassione e la redenzione”.

Uomini di paglia, di Michael Marshall (Smith). Una lettura molto suggestiva, che culla con il ritmo dell’azione e colpisce con il taglio di inquietudini affilate. Sempre su Next Station sarà presto on-line un mio approfondimento, di cui vi anticipo le prime righe: “Per un lungo periodo Michael Marshall Smith è stato il più “dickiano” tra gli autori emersi dalla fantascienza degli anni ’90, volendo riferire questo ingombrante attributo a una letteratura di stati paranoici, caratterizzata dall’intromissione di forze all’apparenza metafisiche sul piano della realtà fenomenica, a esercitare un’influenza oscura sulle vite dei protagonisti prima di risolversi in cause immanenti, benché sempre sfumate in una matrice torbida. La cosa è durata almeno finché l’autore britannico ha continuato a dedicarsi al genere, prima di cedere al richiamo del thriller e dei territori del cospirazionismo. [...] Negli ultimi anni Marshall Smith ha rinunciato al secondo cognome, con una tattica editoriale che si rifà a casi illustri come lo scozzese Iain [M.] Banks [...] e ha sintonizzato la sua produzione su storie che si distanziano mano a mano da un immaginario di marca esclusivamente fantascientifica, a partire dal nero d’azione della trilogia iniziata con Uomini di paglia (The Straw Men, 2002). Ed è su questo titolo che vogliamo concentrarci, provando come gli elementi più peculiari del romanzo affondino le radici proprio in un background di ascendenza fantascientifica, riconducibile all’opera di Philip K. Dick e del suo erede dichiarato K.W. Jeter“.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, di Audrey Niffenegger. Il classico libro che non mi sarei aspettato mai che potesse piacermi, non fino a tal punto. E invece… Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “[...] può un libro simile essere definito fantascienza? Può e deve, a mio avviso. E non solo per il grande rispetto e la conoscenza del genere dimostrata dall’autrice e testimoniata nelle sue interviste, ma anche per una ragione di matrice più strettamente tecnica. La fantascienza è per sua natura un genere portato all’ibridazione. Non deve stupire che per una volta il romance abbia preso il ruolo che più spesso tocca oggi alla crime fiction. Se il cuore della storia — è il caso di dirlo — è la storia d’amore di Henry e Clare, a renderla così speciale è l’angolazione fantascientifica. E sostengo questo malgrado le incursioni nel futuro di Henry ci rivelino ben poco del mondo che ci aspetta, che tristemente è sempre fin troppo simile a quello in cui viviamo. È il taglio, la prospettiva da cui Audrey Niffenegger inquadra la storia, che sarebbero stati impossibili senza l’audacia della fantascienza. È per questo che oso spingermi a parlare di “fantascienza ripotenziata”, in relazione a La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo. Una fantascienza astratta dal suo contesto specifico, ridotta all’essenza del suo immaginario di riferimento e applicata a una dimensione intimista, ma sempre capace di fare al meglio ciò per cui è nata, anche alle prese con una materia insolita, anche agli occhi di lettori non — ancora — necessariamente appassionati di questo genere. Dopotutto, cosa c’è di più meraviglioso di un amore sposato alla prospettiva dell’eternità?”

Stelle di mare, di Peter Watts, sostava fino alla scorsa estate in un punto imprecisato della mia coda di lettura. Estratto dal cumulo dei libri, l’ho divorato grosso modo in un duplice rush, che coincide a grandi linea con la struttura del romanzo. Un gruppo di disadattati viene scelto per un esperimento nelle profondità dell’Oceano Pacifico: la conduzione di un impianto di estrazione di energia geotermica dalle faglie sottomarine. L’impresa richiede una serie di modifiche biologiche e morfologiche, a cui le cavie si sottopongono con successo. Non tutti, invece, riescono a superare l’aspetto psicologico dell’alterazione a cui li ha sottoposti l’Autorità di Griglia (il colosso multinazionale che li ha assoldati). L’esperimento presto supera la sua fase di test ed entra in esercizio, ma per gli operatori coinvolti comincia una prova ancora più delicata, che investe la loro dimensione privata e relazionale di esseri umani e li costringe a definire nuovi termini per la loro nuova condizione postumana. Un romanzo stupefacente sull’adattamento, la solitudine, il dolore e l’alienazione.

X, di Cory Doctorow. Dalla mia recensione su Fantascienza.com: “Con questo libro, pubblicato dalla Tor Books nel 2008, Cory Doctorow [...] è riuscito nella duplice impresa di rinnovare la tradizione distopica della fantascienza che ha il suo caposaldo nel 1984 di George Orwell (omaggiato esplicitamente nel titolo originale, Little Brother) e di realizzare un piccolo manuale di resistenza civile per le nuove generazioni. X è un lavoro di denuncia, animato non da un ideale astratto, ma dalla convinzione che determinate idee — incontrovertibili, universali, assolute — debbano trovare necessariamente applicazione nella realtà. A questo fine, risulta funzionale la scelta dell’autore di operare una riscoperta dello spirito della democrazia attraverso lo scavo nelle radici dell’America contemporanea, a partire dalla stagione di contestazione e movimentismo per le libertà civili che a partire dagli anni ’60 ebbe il proprio fulcro proprio a San Francisco”.

Nostra Signora delle Tenebre, di Fritz Leiber. Restiamo a San Francisco, con questo classico della letteratura fantastica che ho potuto recuperare nell’atmosfera raccolta dell’attesa natalizia. Scrivevo su questo blog: “[...] un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare). [...] La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno”.

Rivelazione, di Alastair Reynolds. Doppia uscita in volume per “Urania”, data la mole dell’opera. Un viaggio nelle profondità del futuro umano, alle prese con una colonizzazione dello spazio che sarebbe eufemistico definire problematica. Virus informatici (la Peste Destrutturante che infetta e corrode intelligenze artificiali e impianti cibernetici e porta sull’orlo del collasso intere civiltà un tempo floride, come la spettacolare Città del Cratere di Yellowstone), astronavi costrette a viaggiare nel rispetto dei limiti fisici della natura, intelligenze artificiali parassitarie, misteri alieni, personaggi che non sono chi credono di essere e minacce pronte a erompere dal profondo, che sia dello spazio siderale o della mente umana ha poca importanza. Tutto questo, intriso di un solido sense of wonder, è il Revelation Space di Alastair Reynolds.

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Novembre connettivista

Posted on Novembre 4th, 2009 in Connettivismo, ROSTA | 6 Comments »

Mentre si vanno ultimando i preparativi che porteranno all’incontro dei connettivisti in quel di Milano, il prossimo 21 novembre, sembra proprio che con la pubblicazione di e-Doll e la riedizione di A.E. Van Vogt in Urania Collezione questo novembre fosse stato pensato per anticipare i festeggiamenti del primo lustro del Movimento (la data ufficiale del compleanno è il solstizio d’inverno).

Crociera nell’Infinito è un piccolo gioiello, ancora godibile e provvisto di una carica visionaria e di un senso del meraviglioso che mi accompagnano fin dalla prima lettura, nella mia estate da tredicenne del 1994. Senza quella lettura, senza la sua suggestione, il connettivismo oggi non esisterebbe nemmeno come idea: la sua vocazione al futuro, alla sintesi, all’interdisciplinarità, sono tutti elementi che provengono da lì.

Un libro da avere. E se non amate Van Vogt, lasciatevi sedurre dalla copertina del mitico Franco Brambilla, in cui un post-connettivista alieno emerge dal suo tecno-uovo e s’incammina fuori dal suo cono storico di luce… ;-)

Talking about science fiction

Posted on Novembre 1st, 2009 in Fantascienza, On air | 4 Comments »

Non fai in tempo ad allarmarti per la sua morte (e ripensando allo scorso anno, mi viene il sospetto che possa essere il periodo…), che la fantascienza subito ti si risolleva sul letto di morte. Della correttezza del suo certificato di decesso, stilato da luminari di ogni tipologia, parleremo grazie a Silvio Sosio e a un numero di esperti (e qui mi preme ringraziare personalmente Salvatore Proietti per i continui spunti di approfondimento) sul numero 58 di Robot, in arrivo nelle librerie tra qualche giorno.

In UK, invece, si discute di fantascienza sulla BBC, nell’angolo di approfondimento culturale Newsnight Review. Ma non in riferimento alla sua morte, bensì alla sua crescente popolarità. Ospiti: il regista americano Kevin Smith (il tipo in accappatoio) e la scrittrice britannica Jeanette Winterson. E si parla di District 9, del successo di serie TV come Lost, Heroes e FlashForward e del pregiudizio verso la letteratura di genere. Salvo poi riconoscere il forte impatto che i libri di H. G. Wells, George Orwell e Douglas Adams hanno avuto sulla cultura mainstream e il successo fuori dai confini del loro immaginario di riferimento dei lavori di Pynchon e Vonnegut.

I quattro spezzoni della puntata sono su Youtube: 1/4, 2/4, 3/4 e 4/4. Vi invito a soffermarvi in particolare sull’ultimo:

Revelation Space approda su Urania

Posted on Agosto 31st, 2009 in Fantascienza, Postumanesimo, ROSTA | 1 Comment »

Solitamente non segnalo qui le uscite di Urania, partendo dal presupposto che chi segue questo blog & è un appassionato di fantascienza, un salto periodico sul blog di Urania finisce sempre per farlo, se non per le discussioni almeno per tenersi aggiornato sulle uscite. Il titolo di settembre merita un’eccezione, perché è una lettura che potrebbe invogliare a muovere un passo verso il genere anche ai lettori/non lettori più scettici, e perché è un’uscita che non esito a definire importante per tutti gli appassionati di science fiction.

Il libro, tradotto da Riccardo Valla (e già questa è una garanzia), esce con una copertina del nostro Franco Brambilla ed è la prima parte di Revelation Space, romanzone troppo corposo per poter essere condensato in un unico “Urania”. Quindi occorrerà pazientare un paio di mesi per leggere la seconda e ultima parte.

New space opera con pesanti influssi postumani. Una visione cosmica che non esula da una vigorosa base scientifica. L’autore è Alastair Reynolds e di questo suo universo letterario abbiamo già parlato qualche mese fa, in merito all’eccellente novella Diamond Dogs. Ci torneremo senz’altro in futuro.

Vento d’estate

Posted on Luglio 23rd, 2009 in Kipple, Nova x-Press | 4 Comments »

Mi sarebbe piaciuto fare un post più organico, ma il tempo è quello che è e io sono in partenza. Resterò via per qualche giorno e non penso che ci risentiremo prima della prossima settimana. Settimana inoltrata, temo. Gli impegni si stanno intensificando e il lavoro non concede tregua, per cui l’obiettivo che mi ero prefisso di chiudere i sospesi per la prima settimana di agosto può considerarsi abbondantemente mancato. Così va la vita. Questi sospesi, giusto per infrescarmi la memoria, consistono in:

1. revisione del romanzo a 4 mani scritto con il compagno Fernosky [non ve ne ho parlato? Be', lo faccio ora: un noir ambientato nella provincia profonda, nel cuore dimenticato e desolato di Bassitalia, dove strane morti di ragazze dell'Est mettono nei guai altri immigrati, mentre italiani tranquilli inseguono il miraggio di un successo veloce senza colpo ferire, e cowboy solitari si dividono tra il sogno di una vita pacifica e l'obbligo della lotta. Contro soprusi, omertà, corruzione, eco-crimini e immobilismo. Una storia calata nel presente, ma con molti richiami al futuro. Un romanzo di fantascienza al contrario, forse: sui preparativi per l'Apocalisse];

2. un racconto di fantascienza postumanista che avrebbe dovuto essere concluso il 31 dicembre… scorso [il dilemma isolazionismo/integrazione su cui andavo speculando un annetto fa e più mi ha spinto su una tangente molto pynchoniana, e capirete bene che mettere Pynchon su un altro pianeta, alle prese con strani fantasmi alieni e tecnologia postumana, oltre che con la minaccia di un'orda di barbari invasori, non è esattamente quello che si può definire un gioco da ragazzi];

3. un racconto steampunk per il prossimo settembre [file secretato];

4. un racconto noir ambientato ai margini del Kipple [dopo aver preso le mosse dalle parti di Logica del dominio, si è trasformato nella storia di una vendetta con rapina; e non escluderei, a questo punto, una deriva hard-boiled, giusto per non rischiare di finire vittima delle etichette].

L’ideale sarebbe stato uscire dal collo di bottiglia per il 7 agosto prossimo, ma a questo punto mi ritrovo in netto ritardo. E la cosa non dovrebbe stupirmi più di tanto. Se dovessi scoprire che vivo solo con 2 settimane di ritardo sulla tabella di marcia della mia vita, avrei già le mie buone ragioni per gioire.

Planets, by Moskatomika.

Intanto, non è pensando alle cose da fare che le cose si faranno… per cui mi rimetto all’opera subito, e vi lascio con un paio di segnalazioni/appuntamenti:

a. su Georemote prosegue la caccia agli indizi seminati dall’invisibile beatingartery; ma questa volta, grazie agli sforzi di TyrOne, viene fuori un aspetto molto matematico;

b. arriva in edicola nei prossimi giorni il quinto volume di Epix: Bad Prisma, un’antologia collettiva dedicata allo spettro di Melissa, fantasma metropolitano su cui Danilo Arona sta intessendo la sua suggestiva mitologia del XXI secolo;

c. tenete d’occhio il blog di Urania, domenica. L’annuncio del vincitore del premio Urania è ormai questione di giorni.

E per il momento dovrebbe essere tutto, o almeno una buona parte.

C’ya in the future, cyberspace cowboys!

Watchmen: il sogno di celluloide

Posted on Marzo 18th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Proiezioni, ROSTA | 9 Comments »

Ogni promessa è debito. Un parallelo tra il film e il fumetto, con le ragioni per cui l’adattamento mi è piaciuto, è on-line su Urania Blog. AVVERTENZA: include la spiegazione del perché creda possibile che Watchmen influenzi il gusto estetico degli anni a venire, in maniera non dissimile da quanto accaduto all’epoca per Blade Runner. Fermo restando che Watchmen NON è Blade Runner, ci mancherebbe.

E questo è solo l’immediato. Per aprile qualcosa di più vasto apparirà - a firma di collaboratori d’eccellenza - su Next-Station.org. In versione 2.0.

Stay tuned!

L’algoritmo contaminato di Dario Tonani

Posted on Marzo 6th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 5 Comments »

Dario Tonani non ha bisogno di presentazioni. A mio giudizio, è la voce più originale emersa dalla narrativa di genere negli ultimi anni, senza limitare l’ambito alla fantascienza. Un romanzo hard-boiled incentrato su una droga il cui abuso provoca un’invasione dell’Hinterland milanese da parte di orde di cartoni animati muti è il biglietto da visita della SF italiana del XXI secolo. Paradossale, assurdo, postmoderno, si fondono nelle pagine di Tonani producendo quell’effetto straniante che è il miglior regalo per il lettore in cerca di emozioni forti.

Per chi si è lasciato contaminare dalle visioni del suo straordinario Infect@ giunge finalmente il momento di spiccare un nuovo balzo avanti nel tempo. Non ci sono più i +toon, ma è pur sempre il ritorno a un futuro di macerie e minacce, non tutte di facile definizione. Nel volume L’algoritmo bianco attualmente in edicola trovate due novelle legate tra loro dalla comune ambientazione: il romanzo breve che dà il titolo al libro e una sorta di antefatto, Picta muore!. Virus metalinguistici, collasso ambientale ed estrapolazioni transumaniste sono gli ingredienti della nuova fatica di Tonani, che avrà ripercussioni anche indietro nel tempo, sul seguito di Infect@ in uscita probabilmente per il 2010.

Tonani, che nel frattempo ha aperto anche un suo sito web all’indirizzo www.dariotonani.it, ne ha parlato con Giuseppe Lippi sul blog di Urania. Per i lettori dello Strano Attrattore, invece, riportiamo questo suo intervento in esclusiva. Si intitola La ballata delle consonanti-pallottole e porta allo scoperto l’eco burroughsiana (il linguaggio è un virus ed è capace di uccidere) che ne ha ispirato il lavoro.

Sono convinto che in un domani non lontanissimo l’uomo sarà in grado di uccidere un proprio simile con il linguaggio. E non intendo in senso figurato. Certo, non sarà l’uomo che conosciamo oggi, dovrà intervenire uno “step evolutivo” essenziale: quello dell’uomo transumano. A quel punto, saremo (saranno?) macchine di carne o, a seconda della prospettiva dalla quale si guarda, wetware.
L’algoritmo bianco ruota attorno a questa idea: virus metalinguistici, linguaggi comuni per far dialogare in forma vocale silicio e carbonio, inteso il primo come componente principale dei semiconduttori e il secondo come base della chimica organica.
Pensate a un killer che debba portare a termine la propria commessa: nessun’arma seppure miniaturizata, ma solo il proprio eloquio, una formula verbale, un mantra, una filastrocca… Sarebbe in grado di superare senza alcun problema qualsiasi perquisizione, by-passare sistemi di sicurezza sofisticatissimi, beffare bodyguard armati fino ai denti: certo, non si può escludere che qualche tipo di gingillo elettronico possa individuare i pezzi di un ipotetico strumento d’offesa, ma anche il più potente dei software-segugio vedrebbe appunto solo “p-e-z-z-i” (o se volete, “i-p-z-z-e”). Come una pistola disassemblata in migliaia di parti, viti, molle, sezioni di canna…
Soltanto al momento di uccidere, di premere il grilletto verbale, il killer sarebbe chiamato a ricomporre in frazioni di secondo il puzzle letale. Fantastico! La parola come arma e proiettile nello stesso istante, il tutto e la parte. Quale il frutto e quale il nocciolo? Non sono così anche i sortilegi di maghi e stregoni, sciamani e fattucchiere: parole fatte per maledire, ferire, uccidere? Pronunciate in tutto il loro variopinto corredo di suggestione.
E se qualcuno avesse diffuso un veleno verbale davvero fetente? Circolerebbe come il denaro: impossibile fermarlo. A costo di ritirarlo dal sistema.
Tempi duri per i maledetti…
Ne L’algoritmo bianco, a dire il vero, un antidoto c’è: buona lettura a tutti!