Underworld: la gabbia memetica di Don DeLillo

Posted on Ottobre 17th, 2010 in Criptogrammi, Letture | 2 Comments »

Non credo di aver trascorso mai tanto tempo immerso nelle pagine di un libro quanto ne sto trascorrendo su Underworld, di Don DeLillo. Ho intervallato ad altri libri la sua lettura tante di quelle volte che le sue pagine devono essere finite per impastarsi con la polpa di tutti gli altri libri che continuano ad accumularsi sui miei scaffali, le mie scrivanie, i miei comodini e i miei armadi. Ed è stupefacente come il tutto si combini alla perfezione, in un amalgama coerente che riesce a inglobare e assimilare ogni cosa, a incorporare e giustificare ogni frammento di realtà venga a trovarsi nel suo campo gravitazionale.

Mentre mi appresto a concluderlo, la trama continua a dispiegarsi davanti ai miei occhi con una coerenza e un rigore che ha del sovrannaturale, a giudicare dal caos di situazioni, episodi, riflessioni, ricordi e storie che DeLillo interseca nelle sue pagine, portando la storia degli uomini a scontrarsi con quella di una città, di una nazione e del mondo intero, mentre l’immaginario collettivo decanta intorno a nuclei minimi di significato di varia rilevanza (il fuoricampo di Bobby Thomson, la bomba H dei sovietici, la figura di J. Edgar Hoover, le performance di Lenny Bruce). Come testimonia l’insistenza sul Botto che ha Fatto il Giro del Mondo e il focus sugli acronimi che raggiunge il suo apice nel bellissimo brano di pag. 255, DeLillo costruisce una gabbia memetica per imbrigliare il mondo e la storia.

Retrovirus nel sangue, acronimi nell’aria. Edgar sapeva cosa rappresentava ogni singola lettera. AZidoThymidine. Azt. Human Immunodeficiency Virus. Hiv. Acquired Immune Deficiency Syndrome. Aids. Komitet Gosudarstvennoj Bezopastnosti. Sì, il Kgb faceva parte dello sciame che si moltiplicava, dell’esplosione cellulare che doveva essere distillata e contrassegnata da iniziali per essere vista.

Quando poco sopra mi riferivo alle sovrapposizioni di Underworld con le altre letture fatte nel frattempo, pensavo a due passaggi significativi che riguardano la figura di Albert Bronzini (che poi fu in qualche modo la ragione per cui acquistai il libro nel remoto 2002, in una libreria appena aperta nell’atrio della Stazione Tiburtina, dopo aver letto queste parole che sono l’inizio della Parte sesta del romanzo: “Bronzini pensava che camminare fosse un’arte. Quasi ogni giorno dopo la scuola usciva all’aperto, lasciando che la strada producesse un miscuglio di suoni, forme e movimenti, lasciando che le voci cadessero e gli aromi si spandessero in modi che variavano, ma non troppo, da un giorno all’altro.“).

Il primo si trova a pag. 718:

I bambini trovano sempre un modo. E’ come se riuscissero a schivare il tempo e le devastazioni del progresso. Ho l’impressione che operino in uno schema temporale completamente diverso.

L’altro a pag. 745-746 si riferisce a una partita di scacchi ma subito ne trascende i confini:

Ascoltò Mr. Bronzini in soggiorno. Stava parlando della verità di una posizione. La radio trasmetteva un serial intitolato «Orizzonti radiosi» o «Un radioso domani» o «Giorni radiosi», e ogni posizione ha una verità, disse Bronzini a Matty. E devi cercare una verità profonda, non una verità superficiale. Una posizione degna di essere difesa fino alla morte.

Se il primo non può mancare di stimolare nell’orecchio dell’appassionato di fantascienza delle assonanze fin troppo eloquenti (a Ballard, a W.S. Burroughs e a tanto cyberpunk), nel secondo colgo riferimenti a situazioni personali che nella loro banalità avvalorano le caratteristiche di universalità che da sempre investono la grande letturatura.

Confine di Stato

Posted on Luglio 11th, 2009 in Agitprop, Letture | 2 Comments »

Sono stato temporaneamente distratto dai miei buoni propositi di terminare Underworld dalla scoperta che in edicola era appena arrivata la versione economica di Confine di Stato, di Simone Sarasso. Confesso di essere stato a lungo incerto, di fronte ai proclami sensazionalistici, alle recensioni entusiastiche, a tutto il parlare che se ne è fatto attorno (eccone solo un esempio). Confine di Stato arriva con questa edizione Mondadori per il mass market delle edicole alla sua terza incarnazione, dopo essere stato lanciato dai tipi di Effequ nel 2006 e portato al successo da Marsilio. E, se posso dire una cosa dopo averne assorbito dosi massicce negli ultimi tre giorni, è che si tratta di un libro che merita la lettura oltre a tutta l’approvazione critica che si è guadagnato.

L’operazione di Sarasso risente indubbiamente della lezione di James Ellroy, come richiamato negli accostamenti ad American Tabloid, ma anche delle scelte stilistiche (ammiccamenti cinematografici sui punti di vista, ritmo sincopato) ampiamente sfoggiate da Giuseppe Genna in Grande Madre Rossa. Ma si connota per il coraggio e per l’intraprendenza, per la trasparenza del suo sentire politico, per la puntualità delle soluzioni narrative che risucchiano il lettore nella spirale della storia, esibendo un quadro distorto che trasfigura la realtà nella crime fiction e, soprattutto, nella spy-story, proponendo una verità che forse - per quanto vi ambisca - non potrà mai risultare pienamente catartica. Le ricostruzioni della strage di piazza Fontana, dell’affare Montesi e del caso Mattei rivivono in queste pagine illuminate dalla capacità di mettere a nudo il potere della stampa e il controllo dell’opinione pubblica, scavando così alle radici della nostra attualità. E sono pagine che colpiscono con una violenza inaudita, come dovrebbe fare la letteratura che si cimenta con la storia segreta di un Paese con troppi scheletri nell’armadio, com’è questa nostra “portaerei americana sul Mediterraneo”.

Tra i tanti punti di merito del romanzo, spicca la caratterizzazione di Fabio Riviera, il personaggio che “recita il ruolo” di Enrico Mattei in questa storia nera.

Mattei aveva un piano ed era l’indipendenza energetica del nostro Paese, come si evince bene dall’intervista Rai inserita nella clip che ho linkato e richiamata direttamente nel testo. “Erano abituati” dice a un certo punto Mattei parlando delle Sette Sorelle, “a considerare i mercati di consumo come riserve di caccia per la loro politica monopolistica e noi abbiamo cominciato a rompere questo”. Benché si sia accertato che si trattò di attentato, la morte di Mattei resta ancora senza colpevoli.

Da quello che ho letto in giro mi sembra di capire che con Settanta, secondo volume della programmata Trilogia Sporca dell’Italia dedicato ai meandri degli anni di piombo, Sarasso si spinga addirittura verso una svolta ucronica, il che sarebbe un ulteriore elemento di interesse in questa impresa ambiziosa, perfettamente incastonata nella costellazione della New Italian Epic.

Underworld: il panorama del futuro

Posted on Giugno 29th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | No Comments »

cargovesselLa leggenda della nave-fantasma mi ha richiamato alla mente sia l’ossessiva presenza del W.A.S.T.E. e dei rifiuti nel primo Pynchon (1960-1963-1966, dal racconto Terre basse fino a L’incanto del lotto 49, passando per il romanzo d’esordio V., dove troviamo questa lapidaria formulazione: “La decadenza, la decadenza. Che cos’è? È solo un chiaro movimento verso la morte, per meglio dire, verso la non-umanità ), sia l’ultima deriva nella postmodernità di William Gibson, nel cui Guerreros torna una nave-fantasma il cui carico fa gola a molti, e che qualcuno ha voluto tracciare attraverso un sistema di localizzazione satellitare. In Pynchon troviamo un costante rapporto dialettico tra il dominio dell’uomo e quello spersonalizzato delle Forze Contrarie, che trova di volta in volta espressione attraverso i richiami all’entropia, ai rifiuti, alla schlemilizzazione, e che così già sembra superare attraverso la messa in scena della decadenza la dicotomia dickiana tra kipple e non-kipple (e la prima legge: “il kipple scaccia sempre il non-kipple“). A titolo di curiosità, per il New York Times Pynchon scrisse nel 1966 un resoconto di prima mano dei disordini di Watts: A journey into the Mind of Watts. Un bel cortocircuito.

Il tema del rivoltamento della prospettiva accomuna strettamente l’ultimo Gibson a Underworld, attraverso un’analisi delle dinamiche sociali correlate ai rifiuti condotta da Jesse Detwiler, un visionario teorico dei rifiuti che d’un tratto fa la sua comparsa nel romanzo per dispensare provocazioni e illuminazioni a Nick e ai suoi colleghi della Whiz Co.

Puente Hills Landfill

Ti dirò cosa vedo qui” annuncia Detwiler di fronte alla grandiosità di un cratere scavato per accogliere milioni di tonnellate di rifiuti. “Il panorama del futuro. L’unico panorama che resterà da guardare. Più i rifiuti saranno tossici, più aumenterà il livello di sforzo e di spesa che i turisti saranno disposti a tollerare per visitare il sito. Però credo che non dovreste isolare questi siti. Isolare i rifiuti tossici va bene. Li rende più grandiosi, più minacciosi e magici. Ma la spazzatura ordinaria dovrebbe essere piazzata nelle città che la producono. Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le vostre strutture. Create un’architettura fatta d’immondizia. Progettate fantastiche costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria spazzatura e a portarla alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a riconoscere la propria spazzatura. Il materiale a rischio, i rifiuti chimici, le scorie nucleari, tutto questo diventerà un remoto paesaggio all’insegna della nostalgia. Gite in autobus e cartoline, posso garantirlo“.

Ed è lui stesso a spiegare subito cosa intenda per nostalgia: “Non bisogna sottovalutare la nostra capacità di provare desideri complessi. Nostalgia per i materiali della civiltà messi al bando, per la forza bruta di vecchie industrie e vecchi conflitti“. Sul tema del ribaltamento torna il narratore poco più avanti: “La civiltà non era nata e fiorita tra uomini che scolpivano scene di caccia su portali di bronzo e parlavano di filosofia sotto le stelle, mente l’immondizia non era un fetido derivato, spazzato via e dimenticato. No, era stata la spazzatura a svilupparsi per prima, spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa. Eravamo stati costretti a trovare il modo di liberarci dei nostri rifiuti, di usare quello che non potevamo gettare, di riciclare quello che non potevamo usare. La spazzatura aveva reagito alla spinta crescendo ed espandendosi. E così ci aveva costretti a sviluppare la logica e il rigore che avrebbero condotto all’analisi sistematica della realtà, alla scienza, all’arte, alla musica e alla matematica“.

Yucca Mountain Federal Nuclear Waste Reposidory

Consuma o muori” ribadisce il guerrigliero della spazzatura Detwiler. “Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera. Noi creiamo quantità stupefacenti di spazzatura, poi reagiamo a questa creazione, non solo tecnologicamente ma anche con il cuore e con la mente. Lasciamo che ci plasmi. Lasciamo che controlli il nostro pensiero. Prima creiamo la spazzatura e dopo costruiamo un sistema per riuscire a fronteggiarla“. Un tono oracolare, siamo d’accordo. Ma chi ha detto che l’apocalisse non può passare per l’evangelizzazione?

Il confronto sul tema tra i manager dei rifiuti e il guru si conclude con una nota di inquietudine che finisce per estendersi all’intero sistema.

– Sei al corrente delle voci che corrono, Sims? Su quella vostra nave.
– Non è di mia competenza.
– Sta battendo tutti gli oceani del mondo nel tentativo di scaricare una sostanza infernale.
– Preferisco girarmi dall’altra parte, — disse Sims.
– Sarà meglio che ti rigiri. Ho sentito che sta tornando verso gli Stati Uniti.

Qualcosa, in definitiva, che annienta ogni speranza di redenzione in assenza di un impegno concreto e diretto.

Underworld: il Liberiano Volante in cerca di un approdo per Wasteland

Posted on Giugno 26th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | 3 Comments »

Nick Shay lavora nella gestione integrata dei rifiuti e questo lo abbiamo già detto. I rifiuti, in questo particolare momento, stanno recuperando posizioni tra i miei pensieri e le mie preoccupazioni. Stando allo studio di FISE Assoambiente richiamato pochi giorni fa da Repubblica.it, il prossimo riflusso della crisi avrà una portata nazionale. D’altro canto, la seconda legge del kipple sostiene che “il kipple chiama sempre altro kipple“, o sbaglio? In un Paese assuefatto alla spazzatura - mediatica, culturale, umana - c’è da domandarsi se qualcuno ci presterà caso.

Nick vive ossessionato dai rifiuti e dal loro odore. In visita a un impianto di riciclaggio olandese, si ritrova a pensare che: “Ogni cattivo odore ci riguarda. Ci facciamo strada nel mondo per poi capitare nel mezzo di una scena medieval-moderna, una città di grattacieli di spazzatura con la puzza infernale di ogni oggetto deperibile mai fabbricato, e accorgerci che assomiglia a qualcosa che ci portiamo dietro da tutta la vita“. Lavora per la Waste Containment, nota nel campo come la Whiz Co, “una società con una corsia preferenziale verso il futuro“, come la definisce lui stesso. “Le grosse società sono cose grandiose e terribili. Ti prendono e ti plasmano appiattendoti in men che non si dica, ti girano e ti rigirano come vogliono. E lo fanno senza ricorrere alla persuasione aperta, lo fanno con sorrisi e cenni del capo, con un’inflessione collettiva della voce. Sei all’inizio di un corridoio e quando arrivi in fondo hai già adottato la filosofia globale della società, la Weltanshauung. Uso questa parola greve e stratificata perché da qualche parte nelle sue profondità c’è un sussurro di contemplazione mistica che sembra del tutto appropriato all’argomento rifiuti“.

Con i suoi colleghi, Big Sims in testa, Nick si dilunga in discussioni su argomenti più o meno esoterici, dibattiti per soli iniziati. Come la controversa vicenda del Liberiano Volante, una nave-fantasma che sarebbe da due anni in navigazione da un porto all’altro, rifiutata da tutti perché trasporterebbe un carico pericoloso. Di volta in volta questa nave cambierebbe nome e bandiera, senza tuttavia mai essere accettata e messa in condizione di liberarsi del suo carico, quasi fosse un’ombra di peccato, la cattiva coscienza della nostra civiltà occidentale costruita sul paradigma del consumo/spreco. Intorno a questa storia fioriscono le leggende più fantasiose, che di volta in volta vogliono che la nave trasporti eroina oppure le scorie di un inceneritore della zona di New York. La vicenda si fa controversa in quanto tutti, nel settore, sembrano convinti che sia prassi comune “scaricare sostanze terribili nei PMS“, dove un PMS è un Paese Meno Sviluppato. E non è un caso che proprio da un confronto sul tema tra Nick e Big Sims scaturisca la discussione sulla dietrologia già riportata a suo tempo su questo blog.

Underworld: alle Watts Towers

Posted on Giugno 22nd, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Kipple, Letture | 3 Comments »

Una delle escursioni geografiche e immaginifiche più intriganti di Underworld è dedicata alle Watts Towers, “una stramberia nata dalle innocenti visioni anarchiche di qualcuno” in un sobborgo di Los Angeles.

Sabato Rodia, anche noto come “Simon”, conosciuto anche come “Sam”, un muratore ed emigrante italiano nato nel 1879, concepì questo sogno essenziale di metallo e vetro, di conchiglie e terracotta, nei primi anni ‘20, appena giunto a Los Angeles in fuga da una vita precedente. Si dedicò alla sua costruzione dal 1921 al 1954, quindi lasciò Watts e, a quanto si dice, non vi mise più piede. La sua storia filtrata dal racconto di Nick Shay/DeLillo assume sfumature tra la fiaba e l’elegia.

Le torri, le vasche per gli uccelli, le fontane, i pali decorati, i cocci vivaci, i colori familiari, il verde delle bottiglie di 7-Up e il blu del Milk of Magnesia, tutte le vivaci maioliche incastonate nel cemento, insomma tutto quel complesso di strutture, porte e pannelli costruito a mano, da un solo uomo, un immigrante di un posto vicino a Napoli, probabilmente analfabeta, che aveva lasciato moglie e famiglia, o forse erano stati loro a lasciare lui, non ricordavo bene, un uomo la cui storia era piena di lacune, la data di nascita incerta, eSabato che aveva finito per impiegare trentatre anni della sua vita a costruire quel colosso con verghe di ferro, cocci di terracotta, ciotoli, conchiglie, bottiglie di vetro e rete metallica, impastando il tutto con la malta, tremila sacchi di sabbia e cemento, un uomo che aveva trascorso tutti quegli anni con le mani e le braccia incrostate di scaglie di vetro e gli occhi infiammati dal pulviscolo di vetro, appeso a una cintura da lavavetri, penzolante dall’alto delle torri, con la tuta strappata e il cappello di panno polveroso, la faccia bruciata dal sole, e le lampadine appese ai raggi di ruota per poter lavorare di notte, a circa trenta metri di altezza, con Caruso di sotto sul grammofono.

Le torri di Watts sono un complesso di 17 strutture interconnesse, delle quali due raggiungono l’altezza di quasi 99 piedi (rispettivamente 30 e 29,5 metri) e una terza arriva a 16,76 metri. Un capolavoro di arte di strada che richiama esteticamente le più celebri forme della Sagrada Familia di Barcellona.

Camminai tra quelle torri che sembravano lavorate al traforo, tre alte, quattro più piccole, e vidi le maioliche che aveva inserito nell’intonaco sotto una volta, e il vetro fuso e la madreperla schiacciata sulla superficie dei mattoni cotti al sole. Nonostante la natura di scarto dei materiali, l’apparente improvvisazione, e nonostante il predominio dell’intuizione pura, l’uomo era sicuramente un grande costruttore. Il posto aveva una sua unità strutturale, dava l’impressione di temi ripetuti, di un abile lavoro d’ingegneria.

In quell’opera, Nick si convince di riconoscere l’opera di suo padre, scomparso anni addietro nel nulla. E la geometria delle torri, la squisitezza del lavoro artigianale in muratura, gli richiama alla mente un episodio sepolto nella sua memoria di bambino. Quanto al vero artefice dell’opera d’arte, questo Gaudì minore ingoiato nelle pieghe del Novecento…

Una volta finite le torri, Sabato Rodia diede via la terra e tutto il lavoro che c’era sopra. Lasciò Watts e andò lontano, disse, a morire. La sua opera è una specie di vortice spensierato di rumore, una cattedrale del jazz, e ciò che mi colpiva tanto, che mi turbava, era che mio padre, il padre-fantasma, viveva tra quei muri.

Le Watts Towers hanno tenuto al terremoto del 1994 e a una tempesta lo scorso anno. Anche se temporaneamente chiuse al pubblico, sono ancora in piedi dopo 55 anni e sovrastano lo sprawl circostante. E il fatto che a costruirle sia stato un manovale italo-americano, un emigrante nato nei dintorni di Napoli, è sicuramente un’altra bella connessione che potrebbe affascinare DeLillo con il suo sogno di transustanziazione del kipple in arte.

Underworld: il trionfo della morte

Posted on Giugno 20th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | 5 Comments »

La recensione che Iguana Jo ha dedicato a Underworld, nell’ambito dei suoi rapporti mensili di lettura, mi ha spinto a riprendere tra le mani quest’opera monumentale di Don DeLillo e il risultato è stato che, a oltre cinque anni di distanza dalla prima - parziale - lettura, mi sono ritrovato ancora una volta invischiato nella prosa seducente e criptica del grande autore newyorchese. Aprire un libro di DeLillo è un rischio enorme. Inoltrarsi nel labirinto della postmodernità che è Underworld (1997, ediz. Einaudi 1999, traduzione di Delfina Vezzoli) è un rischio ancora maggiore e la consapevolezza dell’impresa non è di alcun aiuto per affrontarlo.


Il trionfo della morte, Pieter Bruegel il Vecchio (1562)

Underworld è un libro di contrappunti, che evoca l’eco della contemporaneità attraverso un percorso di regressione lungo circa mezzo secolo e che allo stesso tempo non teme di confrontarsi con gli spettri del futuro. Una storia complessa, che abbraccia lo Zeitgeist del Novecento e lo decodifica per noi, giostrandolo tra la mitologia del baseball e l’universo dei rifiuti in cui finisce per sedimentarsi l’immaginario dell’uomo postmoderno: la memoria individuale e collettiva della nostra civiltà come uno spaccato di strati geologici. E ad abbracciare il tutto un’ossessione di ispirazione religiosa (”Nel nostro mestiere era una convinzione religiosa, che questi depositi di salgemma non avrebbero lasciato trapelare le radiazioni. I rifiuti sono una cosa religiosa. Noi seppelliamo rifiuti contaminati con un senso di reverenza e timore. E’ necessario rispettare quello che buttiamo via”), che affonda le radici nel passato personale del protagonista, un manager dei rifiuti che incarna l’alter ego dell’autore, a cui i gesuiti “hanno insegnato a esaminare le cose alla ricerca di un secondo significato, di collegamenti più profondi“. E DeLillo non può eludere il dubbio che sorge da queste considerazioni, arrivando a chiedersi: “Chissà se pensavano ai rifiuti?

Affondando nell’oceano di visioni e suggestioni richiamate dalle storie a incastro di Underworld, si resta sedotti malgrado il trattamento riservato al lettore da una struttura narrativa raffinata quanto complessa. Il contrappunto di cui dicevo non è limitato alla dimensione totale del romanzo, ma si ripercuote come uno sciame sismico a livello profondo, innescando un gioco di echi e di richiami tra il presente il passato e il futuro che tocca il suo culmine nelle parti dedicate a Nick Shay, riportate in prima persona con un flusso di coscienza che oserei definire strutturato. Prodotto della lettura è la sensazione di trovarsi di fronte a un moltiplicatore di memi, che riprende storie piccole e grandi, segrete o pubbliche, e le intesse con frammenti di psicopatologia di massa e suggestioni da urban legend nel telaio universale del Novecento, dai sintomi della Guerra Fredda fino alla dissoluzione dell’URSS.

Fin dal titolo Underworld allude esplicitamente all’oltretomba e un senso di morte pervade la narrazione di DeLillo, come già accadeva in Rumore Bianco (1985). Nello sfogliare le pagine ci si vede sovrastati dalla prospettiva replicante di innumerevoli vicoli ciechi evolutivi, come se le storie raccontate da DeLillo non potessero sottrarsi all’impatto fatale con il non-senso della Storia. E forse è stata questa la ragione subliminale che all’epoca mi spinse a sospenderne la lettura. Il programma sempre più fitto di must da scoprire o assaggiare non ha concesso margini alla noia, nel frattempo, ma adesso ho deciso di dare un taglio ai buoni propositi continuamente rimandati.

Nel riprendere la lettura dal punto a cui la avevo lasciata, richiamerò nei prossimi giorni le immagini del libro che sono sopravvissute nella mia mente al logoramento del tempo. Underworld è stata a lungo una grande macchia nella mia coscienza sporca di lettore. Un libro cominciato, amato, ammirato, studiato, ma per qualche motivo oscuro mai portato termine. Mi prefiggo di porvi rimedio.

Complotti e dietrologie

Posted on Maggio 4th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, ROSTA | No Comments »

Il mio intervento sul tema, già apparso mesi fa nella rubrica curata da Stefano Di Marino su Facebook, approda ora anche sulle pagine di Thriller Magazine. Ancora un ringraziamento all’Action Writer.

Stars in my hand like grains of sand

Posted on Aprile 14th, 2009 in Connettivismo | 3 Comments »

L’apofenia è, secondo la densissima descrizione che ne offre William Gibson ne L’accademia dei sogni, “la spontanea percezione di collegamenti e significati tra cose non correlate”. Uno scherzo giocato alla nostra mente, che si illude di poter ricondurre a uno schema preciso qualsiasi cosa. Un eccesso di confidenza con il caos, insomma, e non è un caso che Gibson ne parli in un romanzo originariamente intitolato Pattern Recognition, come quella branca dell’elaborazione dei segnali che si occupa di modelli, circuiti e algoritmi per il riconoscimento di forme e segnali.

Esempi del fenomeno si susseguono grazie al tam tam della stampa, giorno dopo giorno. L’ultimo caso riguarda questa suggestiva fotografia scattata dall’osservatorio spaziale Chandra, della nebulosa irradiata da una pulsar a 17.000 anni-luce di distanza dalla Terra. I falsi colori non si sposano di certo con il distacco e l’obiettività, e così i gas più caldi (in blu) sembrano assumere la forma di una mano intenta ad afferrare gli oggetti più freddi (in rosso), investiti dai raggi X emessi dalla stella collassata, denominata PSR B1509-58. E i giornali non potevano non sbizzarrirsi, cogliendo al volo l’opportunità di martellare con la Mano di Dio dopo che a febbraio ci avevano inquietati con l’ennesimo scatto in altissima definizione del presunto Occhio del Signore (in realtà la Nebulosa Helix).

Un retaggio persistente ci porta per qualche ragione ad associare al nome di Dio le manifestazioni più inspiegabili della natura. Ma la contemplazione della bellezza ne ha davvero bisogno? Magari, come dopotutto sostenevano i romantici, attraverso il divino cerchiamo solo una forma di partecipazione più intensa all’Assoluto che ci è negato, e questi casi potrebbero esserne l’ennesima testimonianza. Don DeLillo richiamava in Underworld la nozione ascetica di Nube della Non-Conoscenza. Se sostituissimo a Dio la verità, riusciremmo a raggiungere l’oggetto della conoscenza facendo a meno degli strumenti offertici dalla scienza? Quello che io ammiro del metodo, è che fa tranquillamente a meno delle scappatoie a cui ricorre la religione. Ma la difficoltà di ogni processo sottoposto alla sua legge, a quanto pare, mal si concilia al passo dei tempi, che si vorrebbe più progredito di quanto in realtà non sia.

[Il titolo di questo post è una rielaborazione arbitraria del titolo del romanzo di Samuel R. Delany Stars in my pocket like grains of sand, ancora inedito in Italia.]

Colpo in canna: complotti e dietrologie

Posted on Dicembre 4th, 2008 in Agitprop, Connettivismo, ROSTA | 5 Comments »

L’action writer Stefano Di Marino ha voluto ospitare un mio intervento sulle cospirazioni e l’ossessione del complotto all’interno della sesta puntata della sua rubrica “Colpo in canna”. La nota, pubblicata in concomitanza con l’avvio del Noir in Festival di Courmayeur (dove sullo stesso tema si pronuncerà il maestro Alan D. Altieri), è accessibile sull’angolo Facebook del Nostro. Ne riporto il testo in versione integrale a beneficio di chi non fosse ancora stato irretito dal social network e colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente il Professionista. A tutti voi: buona lettura e, se vi va, loggatevi e dite la vostra. Qui.

Colpo in canna #6: COMPLOTTI E DIETROLOGIE, di Stefano Di Marino

“Il problema”, diceva un mio amico, “non è essere paranoici. Ma essere abbastanza paranoici”. E noi scrittori qualcosa ne sappiamo. Di dietrologie, persecuzioni, oscure manovre editoriali ne vediamo spesso anche dove non ce ne sono. Oppure è vero il contrario e ci sono forze misteriose (il marketing, gli invidiosi, i critici, i bloggers da strapazzo) che macchinano contro di noi. Di fatto chi scrive di thriller, di spionaggio e anche di un certo tipo di fantascienza, della teoria delle cospirazioni qualcosa ne sa. Vede collegamenti e dettagli che a molti sfuggono. Paranoia? Giudicate voi… però farsi delle domande è sempre indice di intelligenza. Il problema sono le risposte. Personalmente devo ammettere che la mia narrativa basata sull’intrigo, il doppio gioco, il tradimento, mi sta particolarmente bene addosso perché…è il mio modo di dar forma attraverso l’immaginazione al mondo che mi circonda. E non è che sia un mondo che mi piace molto. Ma far finta di non vedere delle connessioni, delle manovre che paghiamo con la nostra pelle, non mi sembra il metodo giusto. Nella spy-story rivedo la realtà e, come credo sia dovere di ogni narratore, cerco di filtrarla e riproporla al lettore in una forma che può anche essere intrattenimento, ma qualche interrogativo deve pur suscitarlo. L’intreccio dei giochi e doppi giochi, tradimenti, flussi di informazioni errate e aggiustate. Insomma alla fine non si capisce più bene dov’è il filo della storia. Eppure, basta fare un passo indietro e guardare il quadro con attenzione. Come il telaio di “Wanted”. Il filo fuori posto è una linea da seguire. E, alla fine, il messaggio è assolutamente chiaro. Anche se, spesso, non piacevole.
In questa occasione ospitiamo l’intervento di uno dei nuovi riconosciuti talenti della fantascienza italiana che, in materia di complotti, qualcosa da dire ce l’ha. Ascoltate attentamente l’intervento di Giovanni De Matteo.

I tempi che ci troviamo a vivere sono caratterizzati da un sentimento piuttosto indicativo del grado di fiducia che siamo disposti a riconoscere a chi ci governa: il dubbio. Questo atteggiamento è l’esito di un lungo processo storico, una graduale presa di coscienza da parte dei passeggeri della nave-Terra mentre il vascello si addentrava sempre più – per dirla con Don DeLillo – nella Nube della Non Conoscenza.
Il dubbio ci attanaglia e monopolizza le nostre vite. Ci paralizzerebbe in ogni scelta, ogni pensiero, se non avessimo escogitato una reazione alla sua dittatura, ricorrendo a quello che potremmo definire un sistema di filtraggio. Abbiamo così cominciato a orientare l’arte del dubbio verso un numero ristretto di bersagli. Privi degli elementi per poter condurre opportune valutazioni, tale selettività si è tuttavia rivelata spesso del tutto aleatoria. Il contagio del dubbio si è propagato lungo determinate direttrici. Su altre, le forze concentrate altrove hanno ceduto margine alla sospensione dell’incredulità. Con il risultato di una confusione ancora maggiore. Ad avvantaggiarsene sono proprio Loro, le Forze Contrarie che avevano ingenerato quel senso di diffidenza originario che adesso, come un peccato, ci si ritorce contro. La mappa della realtà si ritrova così a essere costellata di menzogne. E il rischio di paralisi torna a minacciarci.
In un passaggio significativo di Underworld, DeLillo scrive: “C’è una parola in italiano. Dietrologia. Sarebbe la scienza di quello che sta dietro a qualcosa. A un fatto sospetto. […] La scienza delle forze oscure. Evidentemente loro pensano che questa scienza sia abbastanza legittima da richiedere un nome”. Il contagio ha saputo attecchire altrove. La teoria del complotto è un leitmotiv di questi tempi, che spesso assolve a una funzione assolutrice di vocazione universale. Siamo affamati di complotti, ci ritroviamo ad esserne ossessionati. E allo stesso tempo ci ritroviamo disposti a liquidare una ipotesi impopolare inquadrandola in un più vasto scenario cospirativo. Se esistono degli accorgimenti per ricalibrare i filtri e recuperare il minimo necessario di pattern recognition per navigare a vista, vanno cercati nelle letture e nelle visioni opportune. L’onestà e la tenacia degli autori può aiutare ad esercitare il dubbio e mettere a fuoco il mirino del nostro senso critico. Di questi tempi, diventa una questione di sopravvivenza.