Impressioni di viaggio in una terra marginale

Posted on Ottobre 18th, 2009 in False Memorie | 3 Comments »

Sabato mattina, ancora. Il luogo è Lioni, un centro irpino adagiato nell’alta valle dell’Ofanto. Un posto con una sua storia, tra i più colpiti dal terremoto del 1980. Un comune che già a partire dagli anni ‘80 aveva provato a reagire, dando prove incoraggianti, certamente più di tanti altri paesi in cui si poteva percepire senza difficoltà come la Ricostruzione rappresentasse al massimo il ritorno all’ultimo punto di ripristino salvato prima del sisma, e nei casi peggiori un’opportunità irresistibile offerta ai politici locali per rimpinguare le casse di famiglia.

Lioni è stato tra i primissimi comuni del cratere a rilanciare la propria vita commerciale, con la realizzazione di un’area dedicata capace di attirare un bacino di clientela interprovinciale (Salerno, Potenza e Avellino) in quello che, quanto a economia, rimane un territorio marginale ancora oggi malgrado le importanti risorse naturali. Fatto sta che, a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni ‘00, era la sua vita notturna a calamitare i ragazzi della mia generazione. I suoi 2 cinema rappresentavano la metà delle sale cinematografiche della zona nel raggio di 30 km. I pub erano presi d’assalto nei fine settimana da comitive disposte ad affrontare anche un centinaio di chilometri d’asfalto, con tutti i rischi che comportava la guida dopo una serata alcolica.

Ma da qualche anno a questa parte anche Lioni pare che stia tirando il fiato.

Ieri camminavo su un marciapiede lastricato di pietra lavica sotto un cielo che minacciava pioggia, nel cuore del centro abitato, di fronte alla stazione ferroviaria. E per strada non c’era anima viva. Bar e tabacchini vuoti in maniera desolante si affacciavano sull’asse urbano di via Marconi. Il benzinaio di via Ortolano attendeva nella sua cabina la prossima automobile da servire. Con il traffico rarefatto della mattinata sarebbero potute trascorrere ore.

La stazione, se così vogliamo continuare a chiamarla, sembra più un museo. Inaugurata nel 1895 all’entrata in servizia della storica linea Rocchetta Sant’Antonio - Avellino, è stata per anni sede di un flusso viaggiatori piuttosto consistente, anche in virtù del fatto di essere praticamente integrata nel centro abitato, a differenza di quasi tutte le altre stazioni della stessa linea. Oggi si presenta stretta tra un edificio del dopolavoro ferroviario ormai abbandonato e uno scalo merci in disuso e accoglie 8 corse al giorno: una verso Rocchetta e tre verso il capoluogo, una delle quali con diramazione a Salerno. Andata e ritorno. Sull’ingresso campeggia il manifesto di un’iniziativa culturale volta al recupero della memoria storica del territorio, che trovo quanto mai opportuna in questa sede.

Le stazioni sono uno dei tanti indicatori dello stato di salute del territorio. Una stazione morta ha quasi sempre alle spalle un territorio abbandonato. E’ quanto è possibile vedere sulla linea Salerno - Sicignano - Potenza, come pure sulla Rocchetta - Avellino. Ed è quanto temo che possa accadere prima o poi a un’altra linea a cui mi ritrovo affezionato, la Foggia - Potenza: malgrado un flusso di passeggeri ancora significativo, nel tratto compreso tra Foggia e Melfi l’unica stazione ancora presidiata resta proprio Rocchetta Sant’Antonio che, come tutti nella zona ricordano, ha conosciuto decisamente tempi migliori di quelli che vive attualmente.

A Lioni l’impressione non è diversa.

Restano le scuole che hanno cresciuto ormai due generazioni di ragazzi della zona. Ma le poche novità che si sono succedute negli ultimi anni sembrano essere state il colpo di grazia definitivo al suo sogno di sviluppo. Il Cinema Nuovo è diventato un multisala ed è entrato nel circuito della grande distribuzione cinematografica, orientando la sua offerta verso la dieta delle famiglie o, in alternativa, del pubblico con le pretese minori: una ricetta dominata da blockbuster e cinepanettoni. Ma il vero monumento al crollo delle aspirazioni di crescita è rappresentato dal nuovissimo centro commerciale delle Fornaci. Costruito alle porte della cittadina, avrebbe dovuto amplificare la vocazione di Lioni al commercio e invece ha finito col succhiare affari tanto alla vecchia area commerciale quanto agli esercizi dell’abitato, attirando sì il flusso dei clienti, ma a tutto discapito delle attività del resto del paese. Si è trattato insomma di un dirottamento di capitali e di una loro focalizzazione, piuttosto che di una crescita del giro d’affari. E le ricadute hanno generato tra i lionesi nient’altro che mugugni e malumori.

Nemmeno la sera è più la stessa. Un po’ tutti i grandi comuni della zona hanno scoperto la formula dell’intrattenimento spiccio per ragazzi e, con la complicità di ordinanze comunali dal sapore proibizionista (orari rigidi di chiusura dei locali e zero flessibilità), hanno eroso la vita notturna di Lioni che per anni ha assolto alla funzione di nucleo aggregatore come e meglio delle stesse scuole, se è vero che i compagni di banchi che si separavano dopo la maturità non si perdevano mai di vista grazie alla movida notturna. In compenso, tra le montagne che incoronano la valle dell’Ofanto hanno aperto un night, che assicura agli sbarbatelli l’ebbrezza di sogni umidi e agli adulti consenzienti il miracolo dell’evaporazione dei capitali sopravvissuti alle lusinghe locali del commercio.

Ogni anno aumenta il numero dei ragazzi che lasciano questa terra per non farvi più ritorno, almeno in tempi brevi. Un tempo a partire erano gli studenti per l’università, oggi sono sempre di più quelli che si allontanano con un diploma in tasca per cercare un lavoro. La mia generazione è cresciuta con l’esempio dei laureati che rientravano in paese dopo gli studi e diventavano professionisti. Purtroppo si è trattato di un esempio impossibile da replicare.

Di sicuro la Ricostruzione ha esaurito il suo impulso da una decina di anni a questa parte.

Ma se dagli anni ‘90 ad oggi nessuno è stato in grado di inventarsi qualcosa che abbia saputo trattenere - o magari richiamare - i giovani in questa terra, è legittimo credere che i parametri sui quali venne impostato il processo avesse delle basi sociali fragilissime, al di là delle sue limitazioni politiche. Guardandoci indietro, oggi, non è difficile dire che i modelli di sviluppo ai quali ci si è rivolti in questi anni fossero sbagliati. Il commercio non era e non doveva essere la risposta alle esigenze del territorio. L’agricoltura, il turismo e l’energia verde avrebbero forse potuto garantire una fonte occupazionale prolungata, propagando nel tempo gli esiti della Ricostruzione perché non si limitassero al solo cemento. E di sicuro non avrebbero potuto riuscirci ciascuno per conto proprio, ma solo attraverso la reciproca integrazione. Il commercio sarebbe stato una conseguenza.

Tra poco più di un mese ricorrerà il 29simo anniversario del Terremoto. E siamo ancora all’anno zero, qui in Irpinia.

Di ritorno verso Castelnuovo lungo l’Ofantina, guardavo la montagna divorata dall’immensa cava. Proprio come le ruspe, un boccone dopo l’altro, quaggiù, si sono mangiati il futuro della mia generazione e forse anche di quella che verrà dopo. La gente si lamenta, rimpiange i figli lontani e i tempi moderni. Io mi domando se questo risveglio tardivo delle coscienze non serva a mascherare pensieri più cupi, come il rischio di una nuova, massiccia ondata di emigrazione. E la regressione dei nostri paesi verso comunità di diseredati e di pensionati.

Pancake: una riflessione sul tempo

Posted on Aprile 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Letture, Nova x-Press | 6 Comments »

L’opera di Breece D’J Pancake include una riflessione sul tempo che non può risparmiare il lettore nell’atto della scoperta del suo micromondo narrativo. L’intero universo di Pancake si trova compiutamente espresso in 12 racconti, che ne costituiscono l’intera produzione letteraria e ne condensano l’essenza in un barlume di eternità.

Il tempo di cui si parla in questi quadri della provincia profonda, istantanee delle zone più depresse delle colline appalachiane del West Virginia, è una spirale di pietre semipreziose, parafrasando il grande Samuel R. Delany, un vortice destinato a risucchiare qualsiasi prospettiva di redenzione. Il risultato è la percezione di un panorama immobile, cristallizzato al di fuori di ogni logica evolutiva. Perfino i trilobiti che il protagonista dell’omonimo racconto colleziona e regala agli amici non servono a dispiegare una vera prospettiva temporale, ma semplicemente a confermare la chiusura di qualsiasi possibilità di fuga. La stessa sorte, un giorno, accomunerà questi animali trasformati in pietra agli uomini che adesso costruiscono autostrade e ponti sui fiumi che cinquecento milioni di anni fa ospitavano queste forme di vita enigmatiche. I desideri e le passioni, salvo rari momenti di slancio subito riassorbiti nell’ordinario non-fluire che è lo stato delle cose, sono già relegati alla stessa dimensione.

Cosa possano percepire i cuori di pietra di questa gente, cosa possano vedere i loro occhi fossili, Pancake ce lo mostra con una chiarezza lancinante. Le sue parole evocano immagini dal profondo, irretendo il lettore in una trama di odori, fremiti, visioni, che lo precipitano nel cupo anonimato di una terra tagliata fuori dal cammino del progresso, lasciata indietro, abbandonata a se stessa.

Non c’è riscatto, nelle storie che Pancake racconta. La redenzione non è contemplata quasi nemmeno come possibilità. Anche quando i rapporti sembrano mettersi per il verso giusto o, per lo meno, una speranza si profila all’orizzonte, qualcosa irrompe a incrinare definitivamente il tessuto del quadro. Qualcosa va sempre storto e così ci riporta allo status quo di partenza. La situazione si ricompone, nel significato più letterale e nel verso meno consolatorio immaginabile.

Non c’è uscita, da questo mondo.

Non sorprende che - volendo prestare fede alla ricostruzione della polizia - Pancake si sparasse un colpo alla testa, la notte di Domenica delle Pasque dell’anno 1979. Non aveva nemmeno 27 anni, ma doveva avere ormai interiorizzato dalla terra e dalle persone una tale consapevolezza da lasciarlo senza via di fuga. In fondo è questo che traspare dalle sue storie. Una coscienza decisamente più vecchia di quanto la sua età anagrafica potesse suggerire. Una coscienza che è anziana e antica allo stesso tempo. Una consapevolezza che a volte illumina i suoi personaggi consolandoli con la ricompensa della comprensione (emblematica la chiusura di Colly nello stupendo “Trilobiti”, come pure del protagonista di “Onore ai morti”), altre li soffoca semplicemente in un’ombra di condanna (”Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto” leggiamo nell’epilogo del fulminante “Una stanza per sempre”). Sempre, in ogni caso, sullo sfondo di pessimi presagi, segnali di annientamento, presentimenti di disfatta.

La percezione del tempo e dei suoi effetti è un elemento ricorrente. “Mi sento vecchissimo” afferma Colly in “Trilobiti”. Poi, nel successivo “La cava”, assistiamo alla seguente scena che riecheggia fortemente, in un gioco di specchi e rimandi, le sue ossessioni.

Ai piedi della discarica fumante, dove erano stati rovesciati i resti d’argilla, il bambino di Estep girovagava, cercando qualcosa.
«Che fai lì, Andy?»
«Rocce» disse il ragazzo. «Ci sono dei disegni sopra». Porse a Buddy un pezzo d’argilla.
«Fossili. Vecchia roba morta.»
«Li sto collezionando.»
«Perché vuoi tenere della vecchia roba morta?» chiese, restituendogli l’argilla.
Il ragazzo abbassò lo sguardo e scrollò le spalle.
«Vai a casa, capito?» disse Buddy, osservando Andy mentre spariva giù per la strada secondaria, lasciandolo al ronzio del trasformatore. Si chiese perché il bambino sembrasse così vecchio.

Il lessico emotivo di questi personaggi riproduce la desolazione della natura. La violenza la fa da padrona, anche - o forse soprattutto - nelle storie più toccanti. Una reazione istintiva all’ostilità dell’ambiente, si potrebbe pensare. Ma forse c’è anche di più, forse persiste una speranza remota di infrangere il velo della quotidianità più triste e disperata attraverso un gesto a sua volta disperato, e così la violenza diviene espressione fisica di un impulso interiore. Un moto inconsulto dell’anima. L’equilibrio di Pancake è tale da non renderla mai una consuetudine e l’autore si limita a ritrarla senza suggerirne la necessità né tanto meno l’opportunità. Pur in assenza di un vero distacco dalla materia narrata, il suo tono non diventa mai assolutorio. E questo elemento consolida la sensazione di un lungo, forse non del tutto volontario ma inevitabile, processo di assimilazione da parte di Pancake.

Questi racconti ne sono un concentrato. Perché, come opportunamente fa notare Giacomo Papi nella sua introduzione alla prima edizione italiana, “nella prosa di Breece D’J Pancake tutto persiste”. A lettura ultimata, non si hanno dubbi che le stesse emozioni fissate nelle parole perdureranno anche nella memoria.

[Tutte le foto che accompagnano questo post sono di Dizzy Girl, prese dal suo set West Virginia.]

Next Station: ricordando Pancake

Posted on Aprile 8th, 2009 in Connettivismo, Letture, ROSTA | 2 Comments »

Ho scoperto Pancake per caso. Solo per un caso mi sono imbattuto on-line nelle pagine che lo riguardavano. Sono rimasto stupefatto dall’alone di culto che ne circondava l’immagine e l’opera, a fronte di una brevissima esistenza e di un’ancora più breve stagione letteraria. Mi sembrava un enigma. Ma mi è bastato leggerne poche righe, apprendere poche cose sul suo conto, per convincermi a dare la caccia alle sue cose. Il corpus dei suoi lavori è un autentico scrigno di perle: 12 pietre preziose, un po’ sporche di terriccio umido e di foglie secche. Profumo di cenere.

Pancake. La lettura non mi ha deluso. Mi ha anzi dischiuso sentieri che mai avrei immaginato. Ma lui resta sempre un enigma.

Con il compagno Fernosky abbiamo condiviso la folgorazione. Dall’anno scorso - era proprio di questi tempi - ad oggi, ne abbiamo letto e riletto i racconti, assaporandone le suggestioni, il potere evocativo della parola, i tormenti. Oggi cade il trentesimo anniversario della sua scomparsa prematura. Andavamo pianificando da tempo il rilancio di Next Station. Non ci siamo ancora riusciti, ma non abbiamo creduto che fosse il caso di rinviare il primo dei nostri propositi: rendere merito a un autore ancora terribilmente attuale e sempre profondamente appagante da leggere. Così, con la complicità di Iguana Jo, non abbiamo rinunciato a pubblicare Ricordando Pancake, il mini-speciale on-line sul portale del connettivismo che ne anticipa la ripartenza.

Era il minimo che potessimo fare.

Back to Kipple, on the river

Posted on Gennaio 14th, 2009 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Parlavo qualche mese fa del pessimo stato di conservazione in cui versano le sponde del fiume Sele. In quell’articolo concentravo il fuoco delle parole soprattutto sulla gestione dei rifiuti da parte della regione Campania. L’isola ecologica di Calabritto, come davo notizia nei giorni scorsi, è poi stata riaperta e rimessa in funzione. Ma intanto qualcun altro ha scoperto le magagne politiche che stanno dietro la gestione del fiume. Tre autorità di bacino per tutelarne le acque, tra le più inquinate d’Italia. Anche questa è una storia da Bassitalia.

L’isola ripristinata contro le insidie del Kipple

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Kipple | 1 Comment »

Nel mio piccolo reportage uscito lo scorso ottobre sullo Strano Attrattore e simultaneamente sul blog della Comunità Provvisoria dell’Alta Irpinia fotografavo lo stato di salute di un angolo di Bassitalia che, ipoteticamente, avrebbe dovuto essere destinato alla raccolta dei rifiuti speciali. A volte succede che le parole non cadano nell’indifferenza.

La scorsa settimana ho avuto modo di constatare di persona come l’isola ecologica di Calabritto sia stata riaperta, l’area immediatamente circostante sia stata bonificata e semplici (ma per il momento direi efficaci) contromisure siano state adottate per impedire il ritorno allo sversatoio e al degrado che denunciavo solo tre mesi fa. Il ritorno alla normalità mi era stato segnalato già da dicembre. Il luogo è ora presidiato da personale autorizzato (e, credo di poterlo dire sulla base della chiacchierata scambiata sul posto, preparato, attento e disponibile) tre giorni a settimana. Una nuova isola ecologica al servizio dei comuni limitrofi della provincia di Salerno è attualmente in fase di studio.

Dalle nostre parti si direbbe che parlare sposta. Cambiare lo stato delle cose non è una chimera. Basta partire da quelle piccole, utilizzando quello che si ha a disposizione. Ancora una volta, dipende solo da noi.

Il 23 novembre e il miraggio della Ricostruzione

Posted on Novembre 23rd, 2008 in Nova x-Press | 4 Comments »

Il 23 novembre 1980 una scossa di terremoto di magnitudo 6.9 devastava il cuore di Bassitalia. Il terremoto sprigionò in pochi secondi un’energia stimata in circa 500 kilotoni, l’equivalente di 42 bombe di Hiroshima, e investì 17.000 kmq, radendo al suolo l’Irpinia e le province di Salerno e Potenza e traducendosi per via delle caratteristiche geomorfologiche del territorio e della debolezza strutturale dell’edilizia di inizio secolo in un’intensità di distruzione stimata all’XI grado della scala Mercalli. I numeri dell’evento che sarebbe passato alla storia come il terremoto dell’Irpinia, presi in sè, non possono dare un’idea di quello che significò il sisma, né alle ore 19.34 di quella domenica di 28 anni fa, né nei mesi e negli anni che seguirono: una scossa percepita dalla Pianura Padana alla Calabria, soccorsi ritardati dall’inaccessibilità dei territori colpiti, famiglie dilaniate, disagi che si protraggono ancora oggi e un piano di ricostruzione (la famigerata Ricostruzione di cui si è parlato per anni e che oggi si staglia nel firmamento delle idee come un titano della mitologia, un prodigio che nessuno ha ancora avuto il privilegio di toccare davvero con mano) che sembra ormai eterno, con la Finanziaria 2006 che ancora stanziava 100 milioni di euro per le opere della Ricostruzione.

La Ricostruzione ha richiamato sull’Irpinia una generosità di fondi per il cui finanziamento paghiamo ancora 75 lire (poco meno di 4 centesimi di euro) di accisa su ogni litro di carburante oggi acquistato. I contributi pubblici dello Stato ammontavano nel 2000 a 58.640 miliardi di lire, rivalutati ai prezzi del 2000 in 77.873 miliardi, pari a 40,218 miliardi di euro. Il dopoterremoto è diventato così una bolla economica a livello locale che non ha precedenti nella storia d’Italia: un banchetto a cui tutti si sono serviti con ingordigia, dai politicanti della zona agli imprenditori del Nord che qui sono venuti a delocalizzare (si dice così oggi, no?) i loro stabilimenti immancabilmente destinati alla chiusura allo scadere dei meccanismi di incentivazione. Il tutto orchestrato dalla Banca Popolare dell’Irpinia (tra i cui azionisti poteva vantare il nome dell’on. Ciriaco De Mita, acquistata nel 2000 dal Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna e fusa nel 2003 con la Banca Popolare di Salerno nella Banca della Campania) e, ove possibile, dalla mediazione della Camorra.

Il dopoterremoto è stato infatti attraversato da onde altrettanto convulse del moto sismico, rivelando paradossalmente una mobilità e una fluidità di movimenti superiore agli strati geologici che ne avevano determinato la causa scatenante. Dai 70 comuni disastrati e circa 200 danneggiati che erano stati censiti inizialmente, si passò col tempo a 687: una escalation che andò ad abbracciare praticamente tutta la Campania (542 comuni su 551), la Basilicata intera e 14 comuni pugliesi. Questa estensione finanziaria del Cratere, com’è ovvio, diluì i finanziamenti destinati alla ricostruzione dirottandone porzioni cospicue verso Napoli e il suo hinterland. Mentre i signori di Gomorra investivano quei fondi in imprese criminali di respiro nazionale (lo smaltimento clandestino dei rifiuti sarebbe esploso sulla fine del decennio) e internazionali (imprese edili che sarebbero sbarcate presto all’estero), i signorotti locali si accontentavano della loro fetta, spargendo le briciole intorno al tavolo. Chiunque sia stato scaltro abbastanza da tenere il passo degli squali è stato ricompensato con l’inquadramento in una classe media che ha tratto beneficio dal sisma, in un miracolo di transustanziazione che ha trasformato la disgrazia di molti nella fortuna di una minoranza.

E’ stato tuttavia un miracolo effimero, che si è sgonfiato nel giro di pochi anni, com’era inevitabile per una ricchezza generata con giochi di prestigio e “sganciata dal territorio“. Finita la cuccagna, i posti di lavoro promessi dai signorotti locali si sono rivelati fasulli, la disoccupazione ha alimentato nuovi flussi migratori verso il Norditalia e l’estero, i paesi sono tornati a svuotarsi (basta guardare gli andamenti demografici dei singoli comuni su Wikipedia: a una ripresa intorno al 1990 segue pressoché sempre un calo nel decennio successivo). L’ondata umanitaria e la generosità piovute sull’Irpinia e le zone terremotate da tutta Italia e dalle comunità italiane all’estero, sensibilizzate anche dall’instancabile opera d’informazione condotta dal compianto Indro Montanelli, si è mutata in una sottile diffidenza, il sospetto di chi si domanda: “com’è possibile che tutti i fondi raccolti per l’Irpinia non si siano tradotti in una rinascita del territorio?”.

Dei fondi che sarebbero dovuti servire per dotare il territorio di infrastrutture adeguate a favorirne uno sviluppo concreto e duraturo, non resta ormai che il ricordo, pronto a tramutarsi in stupore e meraviglia ogni volta che capita di vedere le cifre snocciolate in qualche tabella ministeriale o nelle periodiche inchieste che cercano di portare un barlume di luce nei meandri della storia. Il bandolo della matassa resta ingarbugliato. Invece che investire nelle attività agricole sul territorio che è il granaio della Campania, paradossalmente beneficiato da premi di indennità volti a normalizzarne la sovrapproduzione, così come nel settore delle rinnovabili, che da queste parti potrebbe produrre sostanziali sbocchi occupazionali, vi si decide di farne la sede per una piattaforma polifunzionale per lo smaltimento di rifiuti tra le più grandi d’Europa, mettendone a rischio anche l’integrità del bacino imbrifero.

La storia di Bassitalia resta costellata di sventure e zone d’ombra. In attesa che la prossima inchiesta venga a scoprirne gli altarini, la gente del posto continua a masticare offese e rancori, con la pazienza rassegnata che chi è di queste parti conosce bene. Questi monti sono fortunatamente immuni all’omertà: tutti sanno come vanno le cose e se ne lamentano, manca semmai quel minimo di intraprendenza che servirebbe a cambiarle, le cose. Oggi come ogni anno, noi che in Irpinia ci siamo nati e cresciuti torniamo a commemorare i morti e mi rendo conto che da quella domenica sera di 28 anni fa (ricordi di seconda mano di messe, caminetti accesi contro il freddo, sintesi delle partite a 90° minuto e poi, d’improvviso, la distruzione che spazza tutto, la fuga lungo i vicoli, le urla, il silenzio e la notte ad avvolgere il mondo dietro una tenda impenetrabile), da quel 23 novembre ci sembra separarci ormai l’abisso del tempo, una distanza siderale e incolmabile, dilatata dalle mille piccole, ingannevoli conquiste che ci sono state regalate per alimentare la nostra illusione che dal 1980, grazie alla fantomatica Ricostruzione, l’Irpinia sia entrata davvero nel circolo virtuoso del progresso (fatto di TV digitale, copertura totale delle reti di telefonia mobile e fuoristrada, ma non - per carità di Dio! - di diritto all’istruzione, banda larga o trasporti pubblici).

Oggi, ricordiamo. Poi, come ogni anno, torneremo ad aspettare la prossima ricorrenza. Con un ultimo occhio ancora ai numeri, per quanto insufficienti ad abbracciare la dimensione della tragedia: 2.735 vittime, 8.848 feriti, 280.000 sfollati. Una Ricostruzione mai ultimata, con insediamenti provvisori tuttora occupati. Benvenuti in Bassitalia. XXI secolo, ma non per tutti.

[La foto di apertura è tratta dalla Galleria del dossier di Repubblica, Irpinia: venti anni dopo. In chiusura: Castelnuovo di Conza (SA), foto di Antonio Melillo.]

La Lucania secondo Pasolini

Posted on Ottobre 28th, 2008 in Graffiti, Kipple, ROSTA | No Comments »

Da Repubblica.it:

“A distanza di più di quarant’anni dal film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo Giovanna Gammarota è andata in quei luoghi dell’Italia meridionale che il regista scelse per ambientarvi la vita di Gesù. Nasce così “Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini”, la mostra fotografica (dal 30 ottobre al 28 novembre 2008 alla Sala Santa Rita di Roma), che racconta in 35 fotografie scattate nel corso del 2006 la particolare esperienza artistica vissuta dalla Gammarota. Ciò che l’ha spinta a seguire le tracce del Vangelo non è stato il desiderio di mostrare le bellezze dei paesaggi ma il bisogno di verificare, fisicamente ed emozionalmente, se i luoghi avessero conservato la forza ancestrale che comunicavano nel film. Ne sono nate immagini volutamente semplici e dirette, che accolgono il trascorrere lento del tempo, ma proprio per questo si caricano di memorie, si rivelano capaci di ascoltare i silenzi della terra e il linguaggio delle cose.”

La presentazione della mostra sulle pagine on-line della Reppublica si conclude con il conforto che le “immagini [...] dimostrano che quel paesaggio è ancora lì intatto come Giovanna Gammarota stessa racconta”.

Non per fare come al solito il bastian contrario, ma non è così. In quarant’anni molte cose sono cambiate, e poche o nessuna in meglio. Lo sfruttamento selvaggio dei bacini di combustibili fossili imposto dalle compagnie nazionali, la miopia “tattica” delle amministrazioni locali sul tema delle rinnovabili, gli intrecci di interesse a livello politico con il doppio-gioco di giudici e amministratori e lo scempio del territorio, sono tutte cifre di una strategia ben precisa, resa possibile dalla speculazione sul sogno di riscatto di una terra.

Certo, addentrandosi in queste terre venendo dal Tavoliere, o dall’Irpinia, si prova ancora lo stesso stupore che mi riempiva a sei anni, sui viadotti che scavalcano i baratri dell’Appennino, davanti alle distese di colline e calanchi erosi dagli elementi. Ma ormai è soprattutto lo stupore alimentato dal ricordo, dalla persistenza della memoria e delle sensazioni che vi furono impresse e codificate in giovanissima età. E presto subentra la delusione per il balzo in avanti che avrebbe potuto essere spiccato, che un po’ era stato promesso, e che invece tutti sembrano aver voluto dimenticare.

Orfani della connessione

Posted on Luglio 8th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, ROSTA, Transizioni | 4 Comments »

Sempre tra le news odierne di Fantascienza.com, segnalo l’annuncio della messa in linea del numero 107 di Delos Science Fiction, la prima rivista telematica di fantascienza in Italia che per l’occasione ha approntato uno speciale estivo dedicato alla narrativa. Carmine Treanni, autore di una introduzione profondissima e lucida sui tempi postmoderni che stanno vivendo la fantascienza e l’immaginario da essa alimentato, ha chiesto a otto autori di provare a immaginare un possibile futuro per l’Italia. Insieme a mostri sacri del calibro di Vittorio Catani, Donato Altomare (fresco protagonista di una doppietta al Premio Urania), Silvio Sosio e Virginio Marafante, e a fianco di altre giovani e valenti leve come l’amico Alberto Priora, Roberto Paura e Leonardo Pappalardo, sono stato invitato a offrire il mio contributo, cosa che ho fatto con estremo piacere.

L’idea di ambientare un racconto in un territorio che mi era familiare mi ronzava dalla testa da un po’ di tempo. Per la genesi vi rimando a quanto scrivevo il 25 marzo scorso sullo Strano Attrattore 1.0, dove anticipavo anche l’incipit di Orfani della connessione, che adesso potete leggere in versione integrata e definitiva su Delos. L’illustrazione che correda il racconto, che potete ammirare anche qua sopra, è opera di Giorgio Raffaelli, a cui va nuovamente il mio più sincero ringraziamento.

I luoghi del racconto sono quelli della mia infanzia: le propaggini delle colline materane affacciate sulla valle del Cavone, tra l’Appennino e la costa jonica. Si tratta del secondo racconto che ambiento in quella zona. Il primo, Terre Morte, era apparso sul Numero Zero di NeXT, quando tutto questo era ancora un sogno prototipale. E adesso quei tempi mi sembrano sepolti sotto strati geologici disseminati di progetti: alcuni in rovina, altri ben conservati, altri ancora che forse verranno un giorno riesumati e rimessi in sesto. Per cominciare, un terzo racconto con lo stesso sfondo ma a tema ucronico potrebbe seguire fra non molto. Ma è ancora tutto da vedere.

Per il momento, accontentatevi di questo: Orfani della connessione si situa in un futuro non ben precisato, che potrebbe cadere tra 10 anni come tra 50. Si confronta con il tema dell’augmented reality, ovvero l’espansione informativa della realtà percepita attraverso l’uso di dispositivi a radiofrequenza, display retinici virtuali e altre diavolerie in grado di consegnarci una rete pervasiva e (quasi) ubiqua. Ne parlava anche Anisotropie, qualche giorno fa, e il racconto va a riallacciarsi al discorso che teneva banco anche da queste parti sul futuro della Rete.

Se la scrittura risente dell’ultimo Gibson e non ho problemi ad ammetterlo, le atmosfere del racconto sono invece fortemente debitrici della lezione di Breece D’J Pancake, che con queste cose non ha niente a che vedere. O forse sì. Lascio che siate voi a deciderlo. Buona lettura!

 

Vecchie e nuove marginalità

Posted on Giugno 23rd, 2008 in Agitprop, False Memorie, Kipple, ROSTA | No Comments »

Il 19 giugno Carmilla ha pubblicato un importante articolo di Claudio Dionesalvi: una riflessione lucida e puntuale, che parte dalla fotografia di una situazione in corso per tracciare un parallelo impietoso tra i destini di due popoli. Forse non è nemmeno esatto parlare di “popoli”, in questo caso, e di sicuro i miei occhi, forse assuefatti a tanti anni di marginalità, in Bassitalia come altrove, di popolo ne vedono uno solo, formato da persone unite in una comune condizione di emarginazione. Che poi sia proprio una parte della gente di questo popolo a caricarsi del diritto di marginalizzarne un’altra è più che mai un dettaglio, che rivela solo la scarsissima disposizione all’apprendimento dell’italiano medio (o quello che si vuol far passare come tale).

L’odissea dei rom calabresi è emblematica. La mobilitazione delle associazioni di volontariato e assistenza qualcosa di cui non si dovrebbe mai dubitare, anche se la lezione della brava gente di Napoli peserà per un po’ sulle nostre coscienze (almeno spero). E quando si cominciano a rimuovere in blocco pezzi della nostra storia diventa difficile, come fa notare Dionesalvi, far passare una verità banale.

Quello che preoccupa, semmai, è non riuscire a trarre il minimo insegnamento dalla situazione attuale. Ricordo che al liceo il professore di Storia e Filosofia (prof. Camillo Testa, personaggio difficile da dimenticare) ci parlava spesso del mondo come sistema a due velocità. Tra gli effetti della globalizzazione ci illustrava la frattura tra le zone marginali e i centri nevralgici, nodi dell’economia, del sapere e del benessere. Un semplice passo in avanti ci permette oggi (a distanza di 10 anni da quelle lezioni) di estendere il concetto su scala crescente, con la distinzione a un numero sempre maggiore di livelli tra “sacche di marginalità” e “nodi della rete”, portando la dicotomia tra un primo e un terzo mondo a tutti i livelli di risoluzione: dalla nazione (l’Italia si trovava a giocare con ottime premesse) alla regione (si veda la Campania in piena crisi rifiuti), dalla provincia alla città (si veda la crisi rifiuti a Napoli e nell’hinterland), fino al quartiere e, se vogliamo, alla nostra stessa strada (con l’emarginazione di comunità e/o famiglie di immigrati o, come nell’istantanea cosentina, di etnie rom).

Come conseguenza di questo processo che potremmo chiamare di frattalizzazione, ovunque giriamo gli occhi, oggi, non è difficile cogliere tracce di marginalità. Eppure sembriamo non averne ancora abbastanza e ci adoperiamo, ognuno nel proprio piccolo, per tenere in piedi le barriere, se non addirittura erigerne di nuove.

Siamo un popolo operoso. Ricco di risorse. E incapace di metterle a frutto.

Appunti sul futuro di una terra marginale

Posted on Maggio 31st, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Kipple | 2 Comments »

Il futuro è il territorio delle potenzialità e le possibilità che potrebbero diventare realtà domani sono i sogni di oggi. Nelle settimane scorse non mi sono risparmiato, parlando della mia terra e del suo presente, e quello che ne è venuto fuori è uno scenario senz’altro desolante, che offre ben pochi spiragli di miglioramento ora che il Governo ha deciso di fronteggiare la crisi che paralizza tutta la Campania facendo valere “la forza dello Stato”. La paventata svolta autoritaria delle istituzioni per ora ha sortito un unico effetto: inasprire l’opposizione e la resistenza dei territori interessati dal piano governativo. Quello che non mi convince di alcune strategie emergenti dal tessuto, per altro magmatico, del movimento di opposizione alle discariche è una certa mitizzazione del proprio territorio.

Ne parlavo appena un mesetto fa sul vecchio blog. L’Alta Irpinia, che dei territori interessati è quello che conosco senz’altro meglio, è tutto fuorché un piccolo mondo antico da conservare intatto nella sua situazione attuale. L’Irpinia orientale, con le sue propaggini, solo erroneamente può essere identificata con la zona orientale della provincia di Avellino: raccoglie invece nel suo bacino comuni dalle limitrofe province di Foggia, Potenza e Salerno, ed è una rete - a maglie molto larghe - di comunità che quotidianamente si scambiano braccia e teste. La localizzazione degli istituti scolastici, delle aree industriali, delle zone commerciali, solo in parte coincide con i confini amministrativi ereditati dalla Prefettura. Non è una situazione anomala, questa, ma la accomuna a un po’ tutte le terre di confine in Italia.

Una trentina di comuni, nessuno dei quali con più di 8000 abitanti. Una densità demografica media di poco più di 50 abitanti per chilometro quadrato. 1500 kmq di boschi, altopiani e acque, che dai 500 metri della valle dell’Ofanto si inerpicano fino ai 1809 metri della vetta del Cervialto. Qui è dove la terra ha tremato il 23 novembre del 1980, lasciando ferite visibili ancora oggi. E questa è la terra del saldo demografico in netto passivo, di migliaia di emigranti partiti per il Nord, per l’Europa o per le Americhe, e mai tornati. Preservarla nel suo stato attuale significherebbe abbandonarla a se stessa, condannando il territorio e la sua gente a una lenta morte. Vogliamo contare i giovani che sono partiti per le università del Centro e del Nord che non faranno mai ritorno?

Emblematica dell’Irpinia è la sua ferrovia: la linea Avellino-Rocchetta. Una delle più antiche d’Italia, datata 1895. 119 km di serpentina lungo la valle dell’Ofanto, percorsi in 2h 23min (lo stesso tempo necessario per coprire i 258 km che separano Salerno da Roma, dati Trenitalia). 119 km, di cui 75 tra queste terre: da Montella a Rocchetta, 18 stazioni servite da un treno al giorno in ciascuna direzione. Una linea morta, o meglio suicidata, come testimoniano gli edifici abbandonati presso la stazione di Conza-Andretta-Cairano, concepita come scalo merci nel corso della ricostruzione post-Terremoto e mai aperta al traffico. Una cattedrale nel deserto, come tante altre da queste parti. Il movimento passeggeri è pressoché inesistente, a causa della collocazione delle corse praticamente inutile a sostenere o agevolare il pendolarismo su rotaia. Il treno da Avellino parte alle 6:40 per arrivare a Rocchetta alle 9:14, il treno di ritorno parte alle 9:25 per arrivare ad Avellino alle 11:53. Altre 4 corse collegano Lioni con Avellino, lasciando di fatto scoperti i restanti 55 km della tratta. La distanza media degli scali dai centri abitati di riferimento si aggira sui 5-10 km, i casi delle stazioni in paese sono episodi rarissimi, fortunati, forse fortuiti. Tutto il movimento della zona si ritrova così a essere scaricato sull’asfalto, su stradine dissestate che confluiscono nell’unica arteria stradale degna di questo nome, la Statale Ofantina Bis (SS 400), teatro in tutte le stagioni di incidenti, spesso disastrosi.

Ma questi 1500 kmq sono stati la culla dell’energia eolica in Italia. A Bisaccia e Andretta, nel 1991, la Regione mise in marcia i primi impianti, e da allora decine di società si sono riversate qui da tutta la penisola. L’Eden del Vento? Non proprio. La rete di trasmissione che serve la zona è ovviamente preistorica e congestionata: i suoi vincoli strutturali, inadeguati a sostenere la volubilità di una fonte non programmabile, rappresentano allo stato attuale il principale limite allo sviluppo ulteriore dell’eolico. In condizioni idonee, i 150 MW di potenza attualmente installata (sufficienti a coprire il fabbisogno di centomila famiglie) potrebbero diventare il nucleo di un distretto energetico basato sull’integrazione con il territorio, fonte di collocamento per la gente del luogo.

Il fotovoltaico potrebbe completare l’indipendenza energetica delle comunità locali. E una rete ferroviaria adeguata, insieme al superamento del digital divide, potrebbe forse risollevare le sorti delle iniziative industriali penalizzate da un posizionamento marginale. Ma al momento sembrano scontrarsi due visioni del domani: la prima vorrebbe fare dell’altopiano del Formicoso una discarica per la città di Napoli e provincia (l’Alta Irpinia è già autonoma nello smaltimento dei propri rifiuti); la seconda sembrerebbe volere opporre alla minaccia commissariale nient’altro che l’immobilismo. Dal canto mio, resto fermo nelle mie convinzioni: tutte le discariche esistenti in Campania dovrebbero offrire la propria disponibilità a smaltire i rifiuti accumulati, mentre in parallelo andrebbe incentivata in tempi rapidissimi la disciplina della raccolta differenziata e del recupero dei materiali. Il futuro non può che viaggiare sulle rotaie dello sviluppo, integrando risorse paesaggistiche, salvaguardia della natura e nuove tecnologie.

Quanto all’Irpinia, mantenere congelata una situazione già ferma a venti anni fa non è una soluzione e non rispecchia il futuro che questa terra meriterebbe.