Beyond Eurocon: sotto il segno del Fuco

Posted on Marzo 31st, 2009 in Connettivismo, Fantascienza | 6 Comments »

Rientrare da una con porta sempre con sé un senso di straniamento, che grosso modo coincide con l’impatto con la realtà quotidiana. Riuscireste a immaginare qualcosa di meno fantascientifico delle scartoffie da ufficio, delle bollette (l’oggetto in sé, intendo, non le tariffe applicate), o dei mille piccoli problemi che siamo soliti includere sotto l’accezione di routine quotidiana? Ecco, appunto…

Non che a una con si trascorra il tempo con alieni, replicanti e telepati, ma insomma, la disponibilità di argomenti da affrontare annaffiandoli di opportune dosi di alcol e caffè (il caffè, soprattutto, è un ingrediente fondamentale nella dieta del partecipante che voglia vivere fino all’ultimo minuto la giornata - minuto che solitamente sconfina ampliamente nella pancia della giornata successiva, come da imprinting del trio Cola-Jarok-Proietti), la disponibilità di argomenti - dicevo - e di altri appassionati con cui discuterne fanno sì che tra l’acquisto di un libro usato (maledetto sia Jarok, che ha cominciato a calibrare sulle mie preferenze il materiale che espone con il suo Bazaar) e quello di una novità capitino come minimo un paio di opportunità per scambi di informazioni e divertimento.

Lo stesso risultato, convengo, potrebbe essere raggiunto incontrandosi comunque tra amici e appassionati dello stesso immaginario, senza tutto il contorno di terme che da qualche anno a questa parte è sinonimo di Deepcon e quindi di Italcon. Ma in quel caso sarebbe più rara l’opportunità di fare nuove conoscenze, utili per confrontare i punti di visti e mettere in discussione la propria visione del mondo. Al nucleo ormai consolidato di amici fantascientisti che sono abituato a incontrare a Fiuggi (non li cito perché altrimenti compilerei una sorta di registro alternativo degli iscritti, a cui quindi vi rimando), quest’anno si sono aggiunti tre appassionati di medio-lungo corso, ma neofiti del mondo-con: il compagno Fernosky, Franco Brambilla (ehi, nel gruppo c’è un Premio Europa! Qui in alto ne vedete il lavoro per la quarta di copertina di NEXT… potevo lasciarmi scappare l’occasione?) e l’Iguana.

Adesso, a me viene difficile definire bene quello che si respira a una con, almeno quanto riuscirebbe difficile a un pesce descrivere l’acqua in cui nuota: l’atmosfera è intrisa di fantascienza, le battute sul fantasy si sprecano (ma quest’anno qualcuno cercava di seminare zizzania con Gibson… segno che i tempi stanno proprio cambiando, oppure solo che l’Italia è davvero un mondo a parte, non è vero Otrebla?) e i soldi vengono investiti nei due beni materiali più importanti del mondo: la birra e i libri. Per tre giorni si dorme una media di tre ore a notte e le giornate corrono veloci anche quando il programma sembrerebbe volere offrire una giornata di relativo riposo (a testimonianza del fatto che in una con niente è come sembra). Per capirlo occorrerebbe quindi sentire il loro parere, e in parte il compagno Fernosky ci ha già offerto il suo punto di vista. A tenere lontani i più temo che sia una sorta di pregiudizio legato all’inevitabile gap generazionale. In effetti, di giovani in giro non se ne vedono poi moltissimi (ma questo potrebbe anche dire che l’appassionato medio si porta male i suoi anni, ogni riferimento al sottoscritto è puramente casuale). Ma auspico davvero un ricambio, non forzato, semplicemente obbligato: quando si smetteranno di fare con, il fandom avrà tirato il suo ultimo fiato. A quel punto sarà solo questione di tempo prima che anche la coscienza del genere si estingua.

La passione è la vera linfa che tiene in vita la fantascienza e che spinge gli appassionati - periodicamente - a incontrarsi in questa specie di rito laico che è una messa officiata in maniera più o meno serrata da un capo all’altro del continente. And beyond. Come mi testimoniava Thomas Recktenwald, vincitore con Andromeda Nachrichten del premio Europa per la miglior fanzine del continente, ce n’è da macinare chilometri. Thomas, che mi profilava una situazione di crisi anche nella sua Germania, mi ha fornito numeri che farebbero invidia a ogni fanzine ed editore nostrano, cercando di consolarmi ricordandomi che il suo paese ha un bacino demografico ben più ampio dell’Italia. Se l’argomento non mi ha convinto sul piano del confronto di cifre, mi ha invece sinceramente contagiato il suo mix per nulla teutonico di dedizione ed entusiasmo.

Insomma, gente come lui o come Ian Watson può capitare di incontrarne anche altrove, lontano da una convention, non ne dubito, ma in una con ce n’è una concentrazione atipica, pre-singolare. Tra i momenti clou dell’Eurocon 2009 sarà da ricordare proprio la performance che Watson e Roberto Quaglia hanno regalato a una platea in delirio, arrivando a coinvolgere nel loro gioco un divertito Bruce Sterling. Watson ha anche trovato una geniale definizione per i suoi racconti e romanzi, che recita a grandi linee che si tratta di capsule per immagazzinare permanentemente le informazioni che finiranno rimosse dalla memoria dell’autore. Niente di più vero. Watson ha anche spiegato la differenza tra la mafia scozzese e quella italiana (mentre gli italiani ti fanno proposte che non puoi rifiutare, la mafia scozzese ti farebbe una proposta che non puoi capire), ma questa durante la presentazione mi era sfuggita e l’ho appresa attraverso Ernesto Vegetti, in forma di minaccia (a testimonianza di quanto le menti dei veterani siano ancora non solo ricettive all’apprendimento, ma anche disponibili all’insegnamento!). A Watson e a Sterling ho avuto il piacere di consegnare personalmente una copia della rivista, in occasione di due contatti fugaci che hanno incluso anche l’autografo sui titoli della loro produzione che per me hanno significato di più: L’anno dei dominatori e - naturalmente - La Matrice Spezzata.

La sorpresa è arrivata ieri, con la scoperta che Sterling aveva segnalato sul suo blog il booktrailer de L’algoritmo bianco di Dario Tonani e caricato integralmente la versione 2.0 del Manifesto del Connettivismo. Una sorpresa che mi ha lasciato letteralmente a corto di parole, come si sarà capito.

A conti fatti, mi sentirei di poter annunciare che NEXT International (di cui nel frattempo abbiamo caricato la pagina-vetrina su Next Station) ha assolto egregiamente al suo ruolo. Se il buon giorno si vede dal mattino, compagno sir, ci tocca solo tornare al lavoro. Quello che facciamo con più piacere. Cosa c’è di meglio?

La faccia di un veterano delle con (S*, nel giro dal 1980). Nel 2009,
in occasione del triplice ruolo della
con (Deepcon-Italcon-Eurocon),
la famiglia Sosio non ha rinunciato alla tentazione e ha inizializzato
all’universo-con anche il neonato
Esse-minuscolo-asterisco.

La faccia di uno a metà del guado (X, nel giro dal 2006).
Non ancora pentito (almeno, non del tutto). Beata incoscienza.

La faccia di un neofita delle con (il compagno Fernosky, 2009).
Le segnaletiche sono di
Giorgio Raffaelli. Su tutte ristagna un’ombra
di inquietudine. Ma chi c’era lo sa: correvano i giorni del Fuco.

Il prossimo anno sarà, per il momento, l’ultimo appuntamento a Fiuggi. Dal 2011, per almeno un paio d’anni, la Italcon separerà il suo cammino dalla Deepcon. Per l’ospitalità e la qualità, un ringraziamento è come sempre dovuto a Flora Staglianò e al club DS1.

The Sterling Connection

Posted on Marzo 30th, 2009 in Connettivismo | 7 Comments »

Appena segnalatomi da numerosi amici. Sorpresa da brividi sul blog di Bruce Sterling. In qualche modo, ci siamo riusciti.

Semplicemente: grazie, Signor Argento.

Alastair Reynolds: Diamond Dogs

Posted on Gennaio 19th, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 1 Comment »

[Avvertenza: il pezzo che segue non è una recensione, ma una raccolta di note e appunti di lettura, e pertanto la concentrazione di spoiler è piuttosto alta. Chi non avesse ancora letto l'opera in questione e non volesse rovinarsi il piacere della scoperta, è messo in guardia.]

La Guglia di Sangue (Diamond Dogs, 2001) è un piccolo gioiello. In questo romanzo breve il talento di Alastair Reynolds si rivela ai lettori italiani ancor meglio che nel primo titolo tradotto in Italia, il racconto “Glaciale” apparso nel 2005 nel Millemondi Urania Scorciatoie nello Spaziotempo (traduzione dell’Year’s Best SF 7 di David Hartwell, 2002). Il merito va riconosciuto alla Perseo Libri di Ugo Malaguti, ora rinata sotto il marchio Elara Libri, per avercelo proposto nel bel numero 73 di Nova Sf*, uscito a inizio 2007.

Richard Swift, il protagonista, viene ingaggiato dal suo vecchio amico Roland Childe per una missione su un pianeta esterno, dove una precedente spedizione ha rinvenuto un misterioso manufatto alieno: una torre che è anche un meccanismo, un oggetto in qualche misura senziente, che sfida i suoi ospiti proponendo enigmi matematici. La Guglia che dà il titolo all’edizione italiana è la versione aliena del Cubo conosciuto nell’omonimo cult movie del 1997 diretto da Vincenzo Natali. Il legame che unisce Richard e Childe è viscerale, fondato sul senso della sfida e della competizione che li spinge a confrontarsi su campi di battaglia sempre più ostici. La guglia sembrerebbe prestarsi per la sfida finale. Richard non può rinunciare e s’imbarca in un’impresa che nasce fin da subito sotto i presagi peggiori. Le sfide che pone la Guglia non sono infatti senza prezzo: superarle significa accedere al livello successivo, verso la sommità della sua architettura; ma fallire implica un pegno, pagato con il dolore della propria carne. A farne le spese sono tutti i membri della spedizione: dopo le prime mutilazioni, è la volta delle prime morti. E il conto delle vittime della Guglia non fa che aumentare lungo le sue stanze terribili, attraverso le pagine di questa storia memorabile. Su un piano metaforico, è come se la struttura si cibasse dell’umanità dei suoi ospiti, alienando sempre più le loro coscienze. Ma quanti sono stati davvero i precedenti tentativi di esplorazione della struttura? E perché Childe ha assemblato una squadra che oltre che alle facoltà degli specialisti in giochi può affidarsi anche alle perversioni di uno scienziato pazzo?

La Guglia di Sangue non è “solo un’altra canzone futuristica, solitaria e un po’ kitsch”, come cantava David Bowie nella canzone che dà il titolo alla sua stesura originaria. È un compendio dell’universo di Reynolds, noto sulla scia del suo romanzo d’esordio come lo Spazio della Rivelazione (Revelation Space, 2000, è uno dei titoli annunciati da Giuseppe Lippi per la nuova stagione di “Urania”, precisamente per settembre). Apprendiamo in queste pagine del triste destino di Yellowstone, il tempio della civiltà umana nel sistema di Epsilon Eridani, e della sua capitale Chasm City, devastati dalla piaga di un virus nanotech. E conosciamo alcune delle fazioni umane che animano la scena del futuro secondo Reynolds (che in questo tradisce un grosso debito di riconoscenza verso l’universo della Matrice Spezzata di Bruce Sterling).

Ottimamente delineati i personaggi: Childe fonde caratteristiche faustiane in una personalità machiavellica; il dottor Trintignant, che ormai ha rimpiazzato pezzo dopo pezzo quasi ogni componente organica del suo corpo, conduce fino alle estreme conseguenze la sua perversa ossessione per il proprio lavoro, al punto di suicidarsi pur di preservarlo intatto; Celestina, la ex-moglie di Richard, ha acquisito facoltà matematiche transumane insieme a schemi di percezione aliena, nel corso di una spedizione sperimentale che la aveva condotta lontano dal marito; e per finire Richard, che all’inizio della storia non riconosce Celestina (per aver proceduto alla rimozione sistematica del ricordo di lei) e alla fine non riconosce invece se stesso, trasformato in una creatura meccanica, mossa solo dall’istinto della sfida. Un cane di diamante, come richiamato nel titolo, a cui – dopo essere stato tagliato fuori dall’umanità (postumanità) di Chasm City – non resta che tornare alla caccia intellettuale e al contempo irrazionale, nel confronto eterno con Childe.

The Diamond Dogs are poachers
and they hide behind trees
Hunt you to the ground they will,
mannequins with kill appeal
David BowieDiamond Dogs (1974)

Ultrakiosk blues, again…

Posted on Dicembre 28th, 2008 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Letture | No Comments »

Su Fantascienza.com una mia recensione al Chiosco sterlinghiano, di cui si parlava qualche giorno fa. Lettura consigliata a chi è in cerca di favole natalizie e di senso del futuro.

Il chiosco delle meraviglie di Bruce Sterling

Posted on Dicembre 22nd, 2008 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Letture, Transizioni | 1 Comment »

La notizia è che Bruce Sterling è tornato. Non è lo Sterling che ci aveva incantato con le visioni transumaniste della Matrice Spezzata (1982), ma per fortuna neanche quello che ci aveva deluso con l’acritica esaltazione di tecnologia e iperliberismo fusi in un insipido corporativismo tecnocratico che essudava da Isole nella Rete (1998). Siamo piuttosto dalle parti dei malinconici quadretti di Un futuro all’antica, la sorprendente antologia del 1999 che ci aveva rivelato un aspetto inedito della personalità eclettica di questo Autore. Adesso a farci provare nuovamente il gusto dell’indagine sociale, l’ebbrezza dello scavo filologico negli strati sedimentati nell’immaginario del nostro basso futuro, ci pensa il suo ultimo romanzo breve, finalista al premio Nebula e pubblicato da Delos Books nella collana Odissea Fantascienza lo scorso novembre con il titolo Il chiosco (in un’ottima traduzione firmata Jasmina Tesanovic e Salvatore Proietti). Un’occasione per ricominciare a parlare di futuro, che potrebbe riuscire anche in un efficace regalo per Natale.

Una galleria di personaggi si muove intorno all’impresa del nuovo secolo, fiutata da un rigattiere del vecchio quartiere degli artisti di Belgrado. La società iugoslava è in frantumi, le cicatrici segnano ancora i corpi e la memoria del suo popolo, ma a ridosso delle Transizioni che hanno posto termine, in rapida sequenza, alle illusioni del comunismo e del globalismo, con l’avvento delle innovative nanotecnologie che permettono di manipolare nanotubi di carbonio all’interno degli astrusi fabbricatori, c’è già chi ha fiutato la possibilità di una Terza Transizione che porti all’agognata parificazione sociale. Il richiamo dell’affare attirerà presto le attenzioni di organizzazioni criminali e politicanti disposti a tutto.

Eccone una piccola anteprima:

Prima di installare il fabbricatore, nel chiosco di Borislav si potevano trovare le solite cose che avevano tutti gli altri chioschi: gomma da masticare, cioccolatini, bottiglie di alcol scadente da comprare all’ultimo momento, scintillanti portachiavi souvenir che i turisti non avrebbero mai usato in nessuna occasione. Quegli oggetti erano l’essenza stessa della vita di un chiosco.
Ora però le cose erano diverse, grazie  a quelle colorate schede di plastica con i modelli 3D. I ragazzi più grandi già le collezionavano: non i giocattoli che ci si facevano, ma le schede stesse.
E proprio quel giorno, dal suo solito posto nel cubicolo dalle pareti in vetro, Borislav aveva compiuto il passo logico successivo. Aveva offerto ai ragazzi schede da collezione ultra-scintillanti, carissime, che non avrebbero mai prodotto nessun tipo di giocattolo.
E naturalmente i ragazzini erano impazziti per averle. Ne aveva vendute cento.
E anche in questo c’era una logica che Borislav non comprendeva. Lui agiva con l’istinto del venditore da strada.
Sapeva che i ragazzini, per la loro stessa natura, non erano in grado di comprendere l’importanza del denaro. E Borislav si rendeva conto che prendere quello che gli potevano offrire non era il suo vero scopo.
Loro portavano il senso del futuro. Il ribollire della loro energia era il sintomo di qualcosa di più grande.
Borislav non aveva una parola per definire tutto questo, ma lo percepiva, nello stesso modo in cui con la sua gamba dolorante percepiva l’approssimarsi di un temporale.
Il senso del futuro poteva portare soldi a un uomo. I soldi non avevano mai salvato un uomo senza futuro.
 
 

 

La legge di Riepl e l’estinzione dei vecchi media

Posted on Novembre 20th, 2008 in Connettivismo, Nova x-Press, Psicogrammi | 2 Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 05-04-2008]

La legge di Riepl è una di quelle chicche che resterebbero confinate nel campo specifico del loro settore di appartenenza se la letteratura non contribuisse al loro sdoganamento. Il caso in questione è di interesse ancora maggiore considerato che la letteratura che più di tutte ha contribuito alla sua diffusione (benché sotto mentite spoglie, quasi in incognito) è la fantascienza. La relativa voce di Wikipedia contiene quattro righe di notizie che sono la condensazione della voce tedesca da cui è stata ricavata. L’ultimo aggiornamento risale al primo aprile del 2007, ma non lasciatevi trarre in inganno dalla data.

Stiamo parlando di un’ipotesi avvalorata dalla fattualità empirica, parente stretta della più blasonata legge di Moore che da qualche anno corre sulla bocca di tutti. Quasi un secolo di strenua resistenza sul campo le è valso la promozione al rango di “legge”, ma ciò non implica che la sua validità si manterrà inalterata nel corso del tempo. Quello che possiamo dire è che fino ad oggi la sua efficacia generale non ha subito contraccolpi dall’incedere del progresso, resistendo fin dal 1913 quando a formularla fu il curatore del principale quotidiano del tempo di Norimberga, Wolfgang Riepl.

In un saggio sugli antichi mezzi di informazione (“Das Nachrichtenwesen des Altertums mit besonderer Rücksicht auf die Römer”) Riepl stabilì che i nuovi sviluppi risultati dal progresso non rimpiazzano mai del tutto i modelli esistenti, ma piuttosto determinano una deriva di questi ultimi verso nuove modalità di impiego e nuove nicchie di utilizzo. L’ipotesi di Riepl gode di una certa popolarità nel dibattito della comunità scientifica nei paesi mitteleuropei. In Occidente, l’opera di divulgazione più importante deve molto a due autori di fantascienza come Bruce Sterling (ispiratore del Dead Media Project, che prima di perdere slancio nel 2001 arrivò ad archiviare circa 600 articoli dedicati alle tecnologie estinte o spacciate) e William Gibson.

Nel suo racconto Academy Leader (1991, apparso su Cyberspace: First Steps a cura di Michael Benedikt, MIT Press, e da noi incluso nella raccolta Parco giochi con pena di morte, ed. Mondadori), Gibson riprende alcune note buttate giù in un pezzo del 1989 a metà tra narrativa e saggio (Rocket Radio, scritto per “Rolling Stone” e incluso in Italia nella raccolta citata). Ne riporto un brano:

Una volta perfezionate, le tecnologie di comunicazione raramente si estinguono del tutto; piuttosto, si riducono per occupare nicchie specifiche nella infostruttura globale. Si è suggerito di utilizzare radio a cristalli come mezzi per trasmettere i momenti ottimali per la semina a isolate tribù agricole. Il mimeografo, uno dei molti recenti dinosauri degli uffici urbani, brilla ancora con inalterato potenziale da samizdat megli angoli sperduti del secolo, risposta tardovittoriana all’impaginazione elettronica. Banche di innumerevoli villaggi del Terzo mondo conteggiano a manovella i loro totali su nere calcolatrici Burroughs, sbobinando metri di cifre azzurro chiaro su lunghe spirali di carta curiosamente allegre, mentre l’Unione Sovietica, non ancora entusiasta per i nuovi divertimenti tecnologici usa e getta, è divenuta l’ultima risorsa affidabile per le valvole elettroniche. Il formato a otto piste dei nastri sopravvive nei caffè ambulanti del Profondo Sud, come supporto per la musica country e per la pornografia viva-voce.

La Strada escogita i propri usi per le cose - usi che i fabbricanti non hanno mai immaginato. Il microregistratore, inizialmente concepito per dettature a braccio di qualche dirigente, si trasforma nel medium rivoluzionario del “magnetizdat”, permettendo la diffusione nascosta di discorsi politici banditi in Polonia e in Cina. Il cercapersone e il cellulare divengono strumenti economici sul mercato sempre più competitivo delle droghe illegali. Altri manufatti tecnologici diventano inaspettatamente mezzi di comunicazione… L’aerosol dà origine alla matrice dei graffiti urbani. I rockettari sovietici pressano in casa dischi flessibili usando vecchie radiografie del torace…

Dalla fantascienza alle tecnologie sorpassate, dalla calcolatrice Burroughs di nuovo alla fantascienza. E così il cortocirtuito si chiude, in un lampo di folgorazione capace di illuminare, nel domani, il nostro presente.


[In apertura un dagherrotipo di Daguerre. Nell'articolo: macchina calcolatrice di Burroughs. In chiusura: foto di IguanaJo, "Caged".]

Let’s talk about… sex

Posted on Settembre 28th, 2008 in Fantascienza, Letture | 7 Comments »

Leggo sul suo blog che Rudy Rucker è stato recentemente protagonista di un intervento sulle tematiche sessuali affrontate dalla fantascienza nell’arco della sua storia. Nel post, che vi invito a leggere, Rucker fa riferimento a quello che personalmente considero uno dei racconti di fantascienza (e non solo) più belli mai letti. Era da un po’ che covavo il proposito di parlare di racconti, considerato che generalmente l’attenzione cade su testi più corposi.

[Breve digressione: è possibile leggere in giro un mucchio di recensioni di romanzi, ma quanti post vengono dedicati a un racconto? Sembra quasi che, anche in questo caso, le dimensioni siano fondamentali, e occorra così raggiungere un numero critico di battute perché un'opera acquisisca il diritto di venire discussa. Al di sotto di questa soglia, non c'è speranza. Un grosso errore, perché come più volte rilevato da critici più autorevoli di me (Salvatore Proietti ha dedicato una trilogia di articoli alle riviste di fantascienza su Robot, apparsi nei numeri 46, 47 e 48) la fantascienza nasce nel racconto e trova nella dimensione breve la sua maturità. E probabilmente ci sono molti più racconti che romanzi meritevoli di essere conosciuti.]

L’aver letto il commento di un grande scrittore a un racconto storico mi offre lo spunto di mettere finalmente in atto l’idea, almeno come punto di partenza per un tema inedito su queste pagine: la sessualità. Il racconto in questione è firmato da Samuel R. Delany: Aye, and Gomorra (tradotto in Italia su Robot n. 35 da Paolo Busnelli nel 1979, con il titolo Sì, e Gomorra) risale al 1967 e fu originariamente incluso nell’antologia-manifesto della New Wave, uscita proprio quell’anno a cura di Harlan Ellison: Danguerous Visions. Un pugno allo stomaco, come si dice in questi casi e come è spesso leggere Delany, che può essere reperito anche on-line nella versione originale. Il degrado delle città, la vita di strada, il disagio sociale, gli usi collaterali della tecnologia diverranno di lì a 15 anni i punti cardine delle storie cyberpunk, ma sono tutti elementi già perfettamente sviluppati da Delany in questo racconto eccezionale.

La storia si snoda intorno alle figure degli spaziali, giovani i cui corpi sono stati modificati chirurgicamente per poter sopravvivere ai rigori della vita orbitale: selezionati in giovane età, sono stati “neutralizzati” per prevenire gli effetti nocivi delle radiazioni spaziali sui gameti. Gli spaziali presto diventano il fulcro di una sottocultura feticista, nota come “free-fall-sexual-dispacement-complex“, che esprime “il desiderio di qualcosa che non può ricambiare l’attrazione sullo stesso piano”. La vicenda segue - spesso secondo moduli avanguardistici - le peripezie di una banda di questi spaziali, su e giù per il pozzo gravitazionale (potremmo dire, parafrasando un celebre titolo di Rucker). Li vediamo in azione a Parigi, quindi a Houston e infine a Istanbul, dove il protagonista vive una toccante notte d’amore (o quasi). Lo svolgimento mette a confronto due tipi di disagio: quello dei frelk, i feticisti che costruiscono le loro fantasie intorno al sogno di innocenza artificiale degli spaziali; e quello proprio degli spaziali, che si ritrovano congelati per sempre in uno stadio pre-puberale, ma si prestano volontariamente - per denaro, per noia o per piacere riflesso - all’appagamento delle fantasie dei frelk. Due forme di solitudine che s’incontrano: quella di chi si crogiola nel piacere distorto che deriva da essa, e quella di chi insegue l’illusione effimera di un’impossibile via di fuga dalla propria condizione.

In Aye, and Gomorra, c’è l’alienazione dei tempi moderni e c’è l’incomunicabilità come costante della nostra società. Siamo di fronte a due mondi che s’incontrano solo per una breve parentesi, e si accontentano della frugalità senza volere approfondire oltre, perché qualsiasi tentativo porterebbe all’emersione di segreti troppo inconfessabili per poter essere sopportati. E c’è anche qualcosa in più, che raramente si è visto nella fantascienza.

“Su un angolo della scrivania c’era una pigna di quelle riviste fotografiche sugli spaziali che si trovano in quasi tutte le edicole del mondo: ho sentito della gente dire seriamente che venivano stampate per ragazzini delle medie con mente avventurosa. Non hanno mai visto quelle danesi! Aveva anche qualcuna di quelle. C’era uno scaffale di libri d’arte. Al di sopra c’era una pila di space opera in pocket da due soldi: Peccato alla Stazione Spaziale N. 12, Il libertino a razzo, Orbita selvaggia.”

L’accenno alla pornografia mi rimanda col pensiero a quel saggio delle psicopatologie contemporanee che è La Mostra delle Atrocità (The Atrocity Exhibition, 1969-90) di James G. Ballard, altro new waver di spicco, non a caso anche lui molto apprezzato al di fuori dei confini del genere (forse ancor più che dagli appassionati di fantascienza tout-court), tutto incentrato sull’esplorazione delle “radici non sessuali della sessualità“. E da Ballard a William Burroughs il salto è breve: l’immaginario del profeta beatnik è tutto modulato su ossessioni di natura sessuale, che sfociano in visioni di contagi venerei usati come armi di controllo di massa.

La crisi dell’identità e il tentativo di ridefinire la propria personalità agendo sui confini della propria sfera sessuale mi riportano invece alla mente uno dei più bei racconti italiani di questi anni, Confini di Fabio Nardini (2004), apparso su Robot n. 43 e poi incluso nella raccolta Quantica (che ho recensito per Fantascienza.com). Negli ultimi anni si è comunque assistito a un’impennata delle storie sintonizzate su queste frequenze. Meritano senz’altro di essere ricordati altri due racconti usciti sulle pagine di Robot: Brevi incontri di Vittorio Catani (2003), apparso prima su Robot n. 41 e poi incluso ne L’essenza del futuro, su complessi rituali metropolitani che hanno i loro codici a disciplinare le relazioni sessuali; e Scream Angel di Douglas Smith (idem, 2003) sul numero 46, sullo sfruttamento e lo sterminio delle culture aliene operato da un sistema militare del futuro, con una storia d’amore tra l’uomo e l’aliena che potrebbe ricordare il classico Gli amanti di Siddo di Philip J. Farmer (The Lovers, 1961, in qualche misura legato al precedente Gli anni del Precursore [A Woman a Day] del 1960, che mette in scena un regime sessuofobico e oppressivo). Tematica, questa, ripresa anche da M. John Harrison nel suo splendido Luce dell’universo (Light, 2002), dove il povero alieno Tig Vesicle non riesce a tenere lontana la moglie dalle tentazioni sessuali degli uomini nella cupa New Venusport.

Venendo quindi ai romanzi, credo che non si possa prescindere per questa materia dal lavoro di K.W. Jeter, e in particolare da quelli che sono i suoi romanzi più importanti: Dr. Adder, violentissima storia del 1984 sulla guerra tra liberazione sessuale e repressione religiosa combattuta sui campi di battaglia congiunti di una Los Angeles del prossimo futuro e della psicologia dei suoi stessi abitanti; e Noir (1998), cupa detective story ambientata nel futuro devastato del Dr. Adder, tra baby-prostitute e - anche qui - contagi venerei orchestrati dalle onnipotenti megacorporazioni. E visioni altrettanto inquietanti ci giungono dal Bruce Sterling de La Matrice Spezzata (Schismatrix, 1982), dove la specie aliena degli Investitori insegna agli umani qualche preoccupante perversione correlata ai meccanismi della riproduzione e una stazione spaziale postumana raccoglie il seme delle polluzioni notturne dei suoi ospiti per sintetizzare un pool genetico più promettente.

A metà strada tra il racconto e il romanzo si situa la novella di Greg Egan Oceanic (1999), su cui ci siamo già soffermati su questo stesso blog. La possibilità di “scambiarsi” il sesso durante il rapporto non era forse stata ancora prefigurata, né dalla fantascienza né tantomeno altrove. Ci pensa questa storia sospesa tra trascendenza ed esobiologia a colmare il vuoto. E, a questo punto, credo che ce ne sia davvero per tutti i gusti.

Message in a bottle

Posted on Agosto 5th, 2008 in Agitprop, Fantascienza, ROSTA | 3 Comments »

L’oceano elettronico della Rete ha in serbo più sorprese di quanto uno si aspetterebbe. Nel giorno in cui apprendo dal Corriere.it che a partire da sabato prossimo 9 agosto George Orwell finirà in un blog, destinato a raccogliere undici anni (dal 1938 al 1949) di appunti annotati sui suoi diari (il link a Orwell Diaries risulta ancora inattivo al momento in cui scrivo), scopro per caso che da qualche tempo qualcuno si sta prodigando a postare su un blog creato appositamente i contenuti della rivista Cheap Truth, meglio nota come “la fanzine dei cyberpunk“.

Cheap Truth segnò sul finire degli anni Ottanta un momento cruciale nella riflessione sul Movimento da parte dei suoi stessi aderenti. Il curatore era Sterling in persona, mascherato dietro lo pseudonimo - un po’ altisonante, è vero, e provocatorio quanto basta - di Vincent Omniaveritas, e molti altri cyberpunk vi scrissero celandosi nell’anonimato. Non tutti sono stati ancora individuati, ma se doveste imbattervi in un tale Sue Denim, sappiate che dietro si nascondeva nientemeno che Lewis Shiner.

Rileggere oggi le recensioni-lampo, i commenti critici e le provocazioni che cercavano di rimettere in moto l’underground di quegli anni è emozionante, anche se qualcuno potrebbe accostare il mio entusiasmo a una pratica necrofila. Ma il mondo come lo conosciamo oggi è venuto fuori da quegli anni e rileggere certe cose credo che aiuti a guardare i tempi che corrono sotto una luce diversa.

Is it O.K. to be a Luddite?

Posted on Luglio 31st, 2008 in Connettivismo, Psicogrammi | No Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 07/07/2007. Alla luce della discussione lanciata da Alberto Priora su Orfani della connessione e la sua presunta ascendenza luddista, questo articolo assume una nuova valenza.]

Nel suo saggio del 1984 (una delle rarissime incursioni critiche della sua produzione) Thomas Pynchon affronta col suo fare scanzonato e provocatorio il tema dello sviluppo tecnologico e la sua intersezione con l’immaginario, la cultura popolare e la società, dalla Rivoluzione Industriale in poi. I Luddisti, non credo ci sia bisogno di ricordarlo, furono agitatori che emersero in massa nell’Inghilterra di inizio Ottocento. Il loro nome deriva da Ned Ludd, che si dice fu il primo a scagliarsi contro una macchina tessile per protesta, riducendola in rottami (l’episodio viene datato in genere al 1779, sebbene non esistano prove sull’effettiva esistenza del personaggio, che molti ritengono di pura invenzione). Quello che in genere i libri di storia trascurano di dire è che i Luddisti non erano quella manica di reazionari primitivisti che potrebbero sembrare a ridurre la loro storia in due parole.

I Luddisti furono i primi a sollevare questioni che sarebbero poi diventati i cavalli di battaglia del primo movimento sindacale (adeguamento salariale, lavoro femminile, sfruttamento dei minori e le condizioni lavorative nelle fabbriche furono argomenti centrali nell’azione delle Trade Unions). E furono combattuti come nemici della patria, con condanne severissime che andavano dalla pena capitale alla deportazione in Australia. Tra i pochissimi personaggi politici che ne sostennero le ragioni si può però annoverare una figura d’eccezione del calibro di Lord Byron. A dimostrazione di quanto complesse fossero in realtà le basi e la causa del movimento luddista. Per una discussione letteraria dell’argomento rimando obbligatoriamente a La macchina della realtà di William Gibson e Bruce Sterling, a cui ho accennato poco tempo fa.

Nel suo articolo Pynchon parte dalla frattura tra cultura umanistica e scientifica che caratterizza la storia dell’Occidente secondo la nota distinzione tracciata da C.P. Snow nel suo The Two Cultures and the Scientific Revolution (1959), per approdare a un discorso che abbraccia la nostra civiltà su un arco di due secoli, dai primi vagiti del Romanticismo alla letteratura di fantascienza, vista come ultimo rifugio degli scrittori e dei visionari durante la decadenza del mainstream determinata dalla Guerra Fredda e dalla repressione maccartista, ma anche come ideale punto di contatto tra le due tradizioni.

Domandarsi oggi se abbia senso essere un Luddista non ha molto più senso di quanto ne avesse nel 1984, quando Pynchon redigeva il suo articolo, all’alba della Rivoluzione Digitale. Il progresso è indispensabile, ma non possiamo limitarci a subirne le ricadute. Il timone dello sviluppo deve restare sempre nelle mani salde del navigatore (kybernetis) uomo. Ma è davvero sorprendente notare come il concetto di “Singolarità Tecnologica” fosse stato intuito dal Nostro già dieci anni prima della sua piena elaborazione.

If our world survives, the next great challenge to watch out for will come — you heard it here first — when the curves of research and development in artificial intelligence, molecular biology and robotics all converge. Oboy. It will be amazing and unpredictable, and even the biggest of brass, let us devoutly hope, are going to be caught flat-footed. It is certainly something for all good Luddites to look forward to if, God willing, we should live so long. Meantime, as Americans, we can take comfort, however minimal and cold, from Lord Byron’s mischievously improvised song, in which he, like other observers of the time, saw clear identification between the first Luddites and our own revolutionary origins. It begins:

As the Liberty lads o’er the sea
Bought their freedom, and cheaply, with blood,
So we, boys, we
Will die fighting, or live free,
And down with all kings but King Ludd!

Il futuro secondo Sterling

Posted on Giugno 7th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Letture | 5 Comments »

Accennavo ieri a Bruce Sterling (neanche troppo di sfuggita, a dire il vero) e oggi mi sono imbattuto in questa sua intervista rilasciata al Giornale solo pochi giorni fa. Al di là della scarsa dimestichezza con la fantascienza tradita dalla giornalista (che dimostra di non aver letto né MirrorshadesLa macchina della realtà, perdendosi se non altro due eccellenti letture), la loro chiacchierata colpisce per 3 cose.

1. Lo stato dell’architettura. Le considerazioni di Sterling sono in larga misura condivisibili. E’ difficile non venire colti da un impressione di “elitismo” di fronte all’architettura contemporanea. L’innovazione, soprattutto sul fronte delle strutture ecologiche, si accompagna troppo spesso con il concetto di lusso. E questo abbinamento genera il sospetto che possa innescarsi un circolo vizioso. La speranza è che le arcologie care all’immaginario fantascientifico (su cui torneremo presto), la Tomorrow Tower proposta da William McDonough, il Turning Torso realizzato a Malmö da Santiago Calatrava, diventino modelli per le ipotetiche città del domani e, con essi, la strada dei grandi edifici eco-sostenibili non sia destinata a restare confinata in un contesto di lusso.

2. I baroni dell’energia verde. In realtà, qui mi ritrovo in disaccordo con Sterling. Le grandi aziende sono quelle che stanno investendo di più nelle fonti rinnovabili, in virtù della loro posizione di vantaggio e del volume necessario a questi investimenti. Ma non sono le sole. Le fonti rinnovabili si prestano per loro natura a una rivoluzione concettuale negli scenari dell’energia, la transizione dalla generazione centralizzata alla generazione distribuita. Se è vero che una società piccola e giovane già oggi incontra le sue difficoltà per inserirsi nel settore, è anche vero che le peculiarità delle rinnovabili (eolico, fotovoltaico e solare termico in testa) si prestano a esperienze di cooperativismo e consorziamento. Le comunità locali dovrebbero rendersene conto ora che il mercato è ancora in una fase magmatica, con operatori per il momento incapaci di imporre un regime di oligopolio analogo al mercato degli idrocarburi.

3. Cyber Italian Science Fiction. Decretata conclusa l’esperienza del cyberpunk, Sterling (che da qualche anno vive a Torino: il più famoso scrittore di fantascienza torinese, lo ha definito S* sul suo blog) dice di voler passare dalla counterculture alla alterculture e con questo intende: “guardare il mondo dal punto di vista di altre culture”. Sarebbe interessante informarlo del Connettivismo

Articoli correlati:
L’orizzonte postumano e la civilizzazione interstellare (06-06-2008)
Appunti sul futuro di una terra marginale (31-05-2008)
Connettivismo: il futuro come vocazione (25-05-2008)