Underworld: alle Watts Towers

Posted on Giugno 22nd, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Kipple, Letture | 3 Comments »

Una delle escursioni geografiche e immaginifiche più intriganti di Underworld è dedicata alle Watts Towers, “una stramberia nata dalle innocenti visioni anarchiche di qualcuno” in un sobborgo di Los Angeles.

Sabato Rodia, anche noto come “Simon”, conosciuto anche come “Sam”, un muratore ed emigrante italiano nato nel 1879, concepì questo sogno essenziale di metallo e vetro, di conchiglie e terracotta, nei primi anni ‘20, appena giunto a Los Angeles in fuga da una vita precedente. Si dedicò alla sua costruzione dal 1921 al 1954, quindi lasciò Watts e, a quanto si dice, non vi mise più piede. La sua storia filtrata dal racconto di Nick Shay/DeLillo assume sfumature tra la fiaba e l’elegia.

Le torri, le vasche per gli uccelli, le fontane, i pali decorati, i cocci vivaci, i colori familiari, il verde delle bottiglie di 7-Up e il blu del Milk of Magnesia, tutte le vivaci maioliche incastonate nel cemento, insomma tutto quel complesso di strutture, porte e pannelli costruito a mano, da un solo uomo, un immigrante di un posto vicino a Napoli, probabilmente analfabeta, che aveva lasciato moglie e famiglia, o forse erano stati loro a lasciare lui, non ricordavo bene, un uomo la cui storia era piena di lacune, la data di nascita incerta, eSabato che aveva finito per impiegare trentatre anni della sua vita a costruire quel colosso con verghe di ferro, cocci di terracotta, ciotoli, conchiglie, bottiglie di vetro e rete metallica, impastando il tutto con la malta, tremila sacchi di sabbia e cemento, un uomo che aveva trascorso tutti quegli anni con le mani e le braccia incrostate di scaglie di vetro e gli occhi infiammati dal pulviscolo di vetro, appeso a una cintura da lavavetri, penzolante dall’alto delle torri, con la tuta strappata e il cappello di panno polveroso, la faccia bruciata dal sole, e le lampadine appese ai raggi di ruota per poter lavorare di notte, a circa trenta metri di altezza, con Caruso di sotto sul grammofono.

Le torri di Watts sono un complesso di 17 strutture interconnesse, delle quali due raggiungono l’altezza di quasi 99 piedi (rispettivamente 30 e 29,5 metri) e una terza arriva a 16,76 metri. Un capolavoro di arte di strada che richiama esteticamente le più celebri forme della Sagrada Familia di Barcellona.

Camminai tra quelle torri che sembravano lavorate al traforo, tre alte, quattro più piccole, e vidi le maioliche che aveva inserito nell’intonaco sotto una volta, e il vetro fuso e la madreperla schiacciata sulla superficie dei mattoni cotti al sole. Nonostante la natura di scarto dei materiali, l’apparente improvvisazione, e nonostante il predominio dell’intuizione pura, l’uomo era sicuramente un grande costruttore. Il posto aveva una sua unità strutturale, dava l’impressione di temi ripetuti, di un abile lavoro d’ingegneria.

In quell’opera, Nick si convince di riconoscere l’opera di suo padre, scomparso anni addietro nel nulla. E la geometria delle torri, la squisitezza del lavoro artigianale in muratura, gli richiama alla mente un episodio sepolto nella sua memoria di bambino. Quanto al vero artefice dell’opera d’arte, questo Gaudì minore ingoiato nelle pieghe del Novecento…

Una volta finite le torri, Sabato Rodia diede via la terra e tutto il lavoro che c’era sopra. Lasciò Watts e andò lontano, disse, a morire. La sua opera è una specie di vortice spensierato di rumore, una cattedrale del jazz, e ciò che mi colpiva tanto, che mi turbava, era che mio padre, il padre-fantasma, viveva tra quei muri.

Le Watts Towers hanno tenuto al terremoto del 1994 e a una tempesta lo scorso anno. Anche se temporaneamente chiuse al pubblico, sono ancora in piedi dopo 55 anni e sovrastano lo sprawl circostante. E il fatto che a costruirle sia stato un manovale italo-americano, un emigrante nato nei dintorni di Napoli, è sicuramente un’altra bella connessione che potrebbe affascinare DeLillo con il suo sogno di transustanziazione del kipple in arte.

Underworld: il trionfo della morte

Posted on Giugno 20th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | 5 Comments »

La recensione che Iguana Jo ha dedicato a Underworld, nell’ambito dei suoi rapporti mensili di lettura, mi ha spinto a riprendere tra le mani quest’opera monumentale di Don DeLillo e il risultato è stato che, a oltre cinque anni di distanza dalla prima - parziale - lettura, mi sono ritrovato ancora una volta invischiato nella prosa seducente e criptica del grande autore newyorchese. Aprire un libro di DeLillo è un rischio enorme. Inoltrarsi nel labirinto della postmodernità che è Underworld (1997, ediz. Einaudi 1999, traduzione di Delfina Vezzoli) è un rischio ancora maggiore e la consapevolezza dell’impresa non è di alcun aiuto per affrontarlo.


Il trionfo della morte, Pieter Bruegel il Vecchio (1562)

Underworld è un libro di contrappunti, che evoca l’eco della contemporaneità attraverso un percorso di regressione lungo circa mezzo secolo e che allo stesso tempo non teme di confrontarsi con gli spettri del futuro. Una storia complessa, che abbraccia lo Zeitgeist del Novecento e lo decodifica per noi, giostrandolo tra la mitologia del baseball e l’universo dei rifiuti in cui finisce per sedimentarsi l’immaginario dell’uomo postmoderno: la memoria individuale e collettiva della nostra civiltà come uno spaccato di strati geologici. E ad abbracciare il tutto un’ossessione di ispirazione religiosa (”Nel nostro mestiere era una convinzione religiosa, che questi depositi di salgemma non avrebbero lasciato trapelare le radiazioni. I rifiuti sono una cosa religiosa. Noi seppelliamo rifiuti contaminati con un senso di reverenza e timore. E’ necessario rispettare quello che buttiamo via”), che affonda le radici nel passato personale del protagonista, un manager dei rifiuti che incarna l’alter ego dell’autore, a cui i gesuiti “hanno insegnato a esaminare le cose alla ricerca di un secondo significato, di collegamenti più profondi“. E DeLillo non può eludere il dubbio che sorge da queste considerazioni, arrivando a chiedersi: “Chissà se pensavano ai rifiuti?

Affondando nell’oceano di visioni e suggestioni richiamate dalle storie a incastro di Underworld, si resta sedotti malgrado il trattamento riservato al lettore da una struttura narrativa raffinata quanto complessa. Il contrappunto di cui dicevo non è limitato alla dimensione totale del romanzo, ma si ripercuote come uno sciame sismico a livello profondo, innescando un gioco di echi e di richiami tra il presente il passato e il futuro che tocca il suo culmine nelle parti dedicate a Nick Shay, riportate in prima persona con un flusso di coscienza che oserei definire strutturato. Prodotto della lettura è la sensazione di trovarsi di fronte a un moltiplicatore di memi, che riprende storie piccole e grandi, segrete o pubbliche, e le intesse con frammenti di psicopatologia di massa e suggestioni da urban legend nel telaio universale del Novecento, dai sintomi della Guerra Fredda fino alla dissoluzione dell’URSS.

Fin dal titolo Underworld allude esplicitamente all’oltretomba e un senso di morte pervade la narrazione di DeLillo, come già accadeva in Rumore Bianco (1985). Nello sfogliare le pagine ci si vede sovrastati dalla prospettiva replicante di innumerevoli vicoli ciechi evolutivi, come se le storie raccontate da DeLillo non potessero sottrarsi all’impatto fatale con il non-senso della Storia. E forse è stata questa la ragione subliminale che all’epoca mi spinse a sospenderne la lettura. Il programma sempre più fitto di must da scoprire o assaggiare non ha concesso margini alla noia, nel frattempo, ma adesso ho deciso di dare un taglio ai buoni propositi continuamente rimandati.

Nel riprendere la lettura dal punto a cui la avevo lasciata, richiamerò nei prossimi giorni le immagini del libro che sono sopravvissute nella mia mente al logoramento del tempo. Underworld è stata a lungo una grande macchia nella mia coscienza sporca di lettore. Un libro cominciato, amato, ammirato, studiato, ma per qualche motivo oscuro mai portato termine. Mi prefiggo di porvi rimedio.

Iron Man: Extremis

Posted on Giugno 5th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Graffiti, Postumanesimo, ROSTA, Transizioni | 5 Comments »

Mi piace parlare delle cose che contano. Mi piace parlare delle vere scoperte scientifiche. Non di aspirapolvere assassini e telefoni satellitari che nessuno comprerà mai. Perché parlare sempre in termini di merce? Perché pensare che il futuro sia solo un’opportunità per vendere? Non mi piace.

Tony Stark

La verità essenziale — e cioè che oral’america è governata da un conglomerato post-politico di multinazionali — è dura da digerire. E’ più facile pensare che la strada per la libertà richieda di starsene in piedi su una gamba sola per un’ora. Siamo di fronte al futuro, ma non riusciamo a vederlo.

Sal Kennedy

Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, trovate in tutte le edicole raccolta in un solo volume Extremis, la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità.

In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti, sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Warren Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana.

“Sono giunto a considerare l’LSD un’abrasione psichiatrica” sostiene a un certo punto Sal Kennedy, guru e futurologo a cui Stark finirà per rivolgersi ancora in futuro. “Attinge alla tua memoria con un criterio casuale. Il DMT e i funghi sono più vivaci e interessanti. Il DMT mi interessa perché ti porta al di là di quello che è la tua memoria. Sai che il sessanta percento delle persone hanno le stesse allucinazioni con il DMT? Terence McKenna li chiamava elfi frattali. Piccoli artefatti tecnologici saltellanti che si esprimono con un codice elementare che, qualunque sia la loro lingua, tutti possono capire. Lui pensava di aver raggiunto l’Aldilà. Io credo sia il sistema operativo del corpo umano.
Il cervello è progettato per assorbire e processare il DMT, lo sapevi? Credo che siamo fatti per assumerlo. Che siamo fatti per vedere i nostri stessi sistemi operativi. Forse dobbiamo modificarli. Forse dobbiamo cambiare i nostri stessi corpi.
Le droghe sono tecnologie, Tony. Nei luoghi in cui è sorta la civiltà, c’erano funghi psichedelici. E’ dimostrato che quei funghi aumentano la percezione visiva. Questo rendeva gli uomini di allora cacciatori migliori.
L’armatura di Iron Man che hai costruito, Tony… ha sensori, zoom e così via? [...] Stessa cosa. [..] Non vi siete allontanati molto dal branco, no?”

E questo è solo un assaggio di quello che può fare Ellis, che con le sue storie proprio come Sal Kennedy cerca ripetutamente di “inculcarci una visione del futuro”, senza risparmiarci i richiami all’attualità. Extremis era già stata pubblicata nel 2006 da Panini Comics e in quell’occasione Ivan Lusetti gli dedicò una recensione su Fantascienza.com. Adesso i ritardatari potranno recuperarlo in “Supereroi. Le Grandi Saghe”, la collezione riproposta da Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

Fantascienza: il presente visto dal futuro

Posted on Maggio 13th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro | 8 Comments »

La questione dell’importanza della SF… Ne accennavo anche qui un po’ di tempo fa. Senza riscontro, purtroppo. Be’, è una vicenda particolarmente delicata, per cui ci voglio tornare sopra. Carmine Treanni aveva cominciato a lavorare a uno speciale per Delos SF, inoltrando un paio di domande a un po’ di autori italiani per sviscerare la questione dal nostro punto di vista. Siccome poi, per vicissitudini varie, non se ne è fatto più niente, riprendo qui il botta e risposta scambiato a suo tempo con lui. E invito chiunque fosse interessato (lettori, autori, critici, a partire magari dallo stesso Carmine e dagli altri blogger impegnati nel settore) a cercare una risposta a queste domande. Chi non avesse a disposizione un blog e fosse comunque interessato a intervenire, può farlo usando lo spazio dei commenti a questo post. Dal confronto potrebbe risultare uno spaccato utile per comprendere “dove stiamo volando”, o almeno qual è la rotta che ci piacerebbe seguire.


Illustrazione di Inga Nielsen: Looking Towards Home (via Fantasy Art Design).

A tuo avviso, quale deve essere oggi il ruolo della fantascienza? In altri termini, il genere ha ancora significato in un periodo storico in cui la società stessa sembra essere “immersa” nella science fiction?

Concordo con la brillante definizione della fantascienza data da Darko Suvin: “lo spazio potenziale di uno «straniamento» dirompente”. Attraverso la sua attitudine al cambiamento, all’esplorazione dello spettro delle possibilità, la fantascienza si ritrova a disporre degli strumenti più adeguati per analizzare tempi paradossali come quelli che ci troviamo ad attraversare: estremamente veloci per quel che concerne il fronte tecnologico e l’avanzamento scientifico, terribilmente lacunosi invece per quanto attiene alla sfera dei diritti civili, del progresso sociale, della tutela ambientale e della consapevolezza etica.
Viviamo in un mondo complesso, che cambia ad ogni giorno che passa, e quasi mai riusciamo a riscontrare una concordanza di direzione tra le due traiettorie. I generi nel loro complesso (dalla crime fiction alla science fiction), e la fantascienza in particolare, si ritrovano quindi a essere nelle condizioni ambientali più favorevoli per esercitare le loro prerogative e consolidare con orgoglio quella posizione di avanguardia che li contraddistingue rispetto all’odierno panorama culturale.
La fantascienza, poi, è tenacemente filtrata nel nostro immaginario collettivo, grazie a linguaggi popolari come cinema, anime, fumetti, musica e videogiochi. Con questi presupposti, dipende solo da editori e autori conservare la lucidità e lo slancio necessari per parlare al pubblico di una cosa complessa come il presente, attraverso una metafora potente come il futuro.

Il vecchio sogno del viaggio spaziale e gli altri cliché della fantascienza (viaggio nel tempo, incontro con gli alieni, etc.) sono spesso identificati come fantascienza tout court dalla gran parte dei lettori non avezzi al genere. Questo, a tuo avviso, è un danno per la fantascienza, o questi temi sono assolutamente validi ancora oggi?

Da quanto dicevo sopra si evince che proprio questi topoi impostisi nell’immaginario del Novecento e quindi ereditati dall’uomo del XXI secolo potrebbero rappresentare i cavalli di Troia utili alla presa cognitiva di questa fortezza psichica. Incontestabilmente, non si può parlare di frontiera spaziale, viaggi nel tempo, spazio interno e primo contatto come se fossero argomenti d’avanguardia. Ognuno degli archetipi della fantascienza ha alle spalle una lunga tradizione, ma altri autori in altri periodi hanno dimostrato di poterli rilanciare come veicolo di nuove riflessioni.
Per riuscirci oggi, a mio modo di vedere, non si può prescindere da due requisiti: a) una conoscenza delle precedenti applicazioni dei summenzionati luoghi comuni, da cui è facile convincersi dell’evoluzione che ne ha condizionato l’utilizzo attraverso tutto il Novecento; b) la capacità di osare: rendere attendibile un concetto paradossale come la macchina del tempo richiede uno sforzo non inferiore all’illustrazione del paradigma olografico; in questo senso la fantascienza non può fare a meno (se mai ne ha fatto a meno nel passato) di un lavoro di documentazione e aggiornamento scrupoloso e costante. La qual cosa, in un’epoca che ci concede ogni informazione possiamo desiderare a portata di mouse, non è poi nemmeno un sacrificio così insormontabile.

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

Il paesaggio interno codificato del Terzo Millennio

Posted on Aprile 22nd, 2009 in Connettivismo, Futuro, Nova x-Press | 3 Comments »

Credo che non esista omaggio più grande alla visionarietà del compianto J.G. Ballard delle notizie che circolano sui giornali e fluttuano nell’etere e nel flusso-dati in questi giorni. Lo scorcio di Terzo Millennio che ci troviamo a vivere coglie e riflette le folgoranti intuizioni del grande autore britannico meglio di quanto potrebbero riuscirci centinaia di pagine di saggi critici. La qual cosa ci dimostra al di là di ogni dubbio quali siano le potenzialità insite in una scrittura e in una mente lucidamente protese verso il futuro.

La memoria del futuro che echeggia le visioni ballardiane parla, in questi giorni, delle avvisaglie di una nuova guerra fredda, di pirateria informatica e non, di detriti spaziali, di mappe globali dell’accessibilità. Il mondo in cui viviamo sembra davvero codificato dalle pagine di un romanzo di fantascienza. Qualche esempio?

Dal cyberspazio: echi di guerra fredda prossima ventura? Gli archivi del Pentagono sarebbero stati violati, a quanto riferisce il Wall Street Journal, da hacker che ne avrebbero trafugato informazioni della massima segretezza inerenti, tra le altre cose, il Joint Strike Fighter F-35 Lightning II di cui parlavamo un po’ di tempo fa (un progetto militare da 300 miliardi di dollari, finanziato da diversi paesi, tra cui anche l’Italia), e il sistema di distribuzione elettrica degli Stati Uniti d’America. Secondo alcuni ufficiali del Dipartimento della Difesa gli attacchi informatici, che starebbero subendo una vera e propria escalation da sei mesi a questa parte, sarebbero originati in gran parte dalla Cina. Echi di una nuova guerra fredda si profilano all’orizzonte. Ma, viene da chiedersi, cosa c’è di più sicuro e in grado di garantire la pace internazionale della conoscenza dei segreti della più sofisticata macchina da guerra mai progettata?

Dallo spazio: un nuovo sistema di monitoraggio e previsione per i detriti spaziali. 9.000 detriti di dimensioni superiori a 10 cm, altri 100.000 di dimensioni inferiori ma comunque considerevoli. A tanto ammonta la conta dei frammenti in orbita sopra le nostre teste. Rifiuti di varia tipologia: resti di precedenti missioni spaziali, parti di razzi e vettori, bulloni, guarnizioni e pezzi di satelliti. Residui di collisioni precedenti. Una pioggia di proiettili potenzialmente letali per le strutture orbitali. E’ la cosiddetta space waste o space junk. Space debris: detriti orbitali, gli ultimi originatisi dall’impatto di 2 satelliti, uno dei quali dismesso, lo scorso 10 febbraio a 789 km di quota sopra la Siberia. Lo scenario espone al rischio della cosiddetta Sindrome di Kessler: la possibilità che, con l’aumentare del loro numero, la crescente probabilità di collisione tra i detriti ne produca un aumento esponenziale. Il risultato di questo effetto domino sarebbe una cortina di spazzatura orbitale che si opporrebbe come una barriera a qualsiasi iniziativa di lancio, rendendo impossibile la messa in orbita di nuovi satelliti per le comunicazioni e inibendo qualsiasi eventuale tentativo di esplorazione spaziale per diverse generazioni. Un nuovo algoritmo è stato messo a punto dall’Università di Pisa per tracciare i movimenti di questi insidiosi oggetti.

Dal Corno d’Africa: un punto di vista obliquo. L’escalation di assalti operati dalla pirateria somala negli ultimi mesi ha costretto molti paesi e molte compagnie ad adottare contromisure forti. Ormai sono sempre meno le navi che si avvenuturano oltre il Golfo di Aden prive di scorta armata. Ma gli attacchi continuano. E l’occasione, al di là del dramma delle persone coinvolte, può diventare il pretesto per richiamare l’attenzione sul problema del rischio di collasso ecologico a cui le compagnie occidentali, in combutta con agenti locali, stanno esponendo quei settori dell’Oceano Indiano. Un servizio curato da Najad Abdullahi per Al Jazeera lo scorso ottobre ha riacceso i riflettori su traffico di rifiuti speciali (scorie tossiche, a volte anche radioattive) sversati lungo le coste somale nell’arco degli ultimi 20 anni. Da quando, cioè, la Somalia è precipitata nel caos dell’anarchia militare, preda di bande e di eserciti che si contendono il potere zona per zona. Una verità sommersa, e riportata a galla solo dallo sconquasso provocato dallo tsunami del 2004, che spinse sulle coste dell’Africa orientale le prove inequivocabili dello scempio perpetrato ai danni di quei mari. Lo scenario è da brividi e richiama, se possibile amplificandola, la Crisi Rifiuti vissuta da Bassitalia.

Mappa dell’accessibilità: come fuggire dal mondo in 48 ore. Ricercatori del Joint Research Center dell’Unione Europea hanno messo a punto delle mappe di accessibilità in cui stimano i tempi necessari per raggiungere ciascun punto del pianeta dalla più vicina città con almeno 50.000 abitanti. Uno studio che dimostra quale livello di urbanizzazione e antropizzazione si sia ormai raggiunto, che è stato ripreso anche dal New Scientist: per navigare la mappa, cliccate qui; mentre se volete scoprire qual è il posto più remoto della Terra, partite pure da qui. Viviamo in un mondo sempre più piccolo: dove correremo a rifugiarci la prossima volta che sentiremo il bisogno di starcene un po’ da soli? Ognuno ha il suo posto segreto, lontano dagli uomini. Sul Pollino ce n’è uno tra i più solitari d’Italia.

Questa rassegna estemporanea, raccolta il 21 aprile 2009, può servire da punto di partenza per l’esplorazione di quei territori che già Ballard ha attraversato - innumerevoli volte - nel corso delle sue ricognizioni cartografiche. C’è un mondo intero lì fuori da esplorare ed è un mondo mutevole, in magmatica trasformazione. E il mondo interno non è meno vario né meno complesso da decodificare. 

Kaliningrad

Posted on Aprile 4th, 2009 in Futuro, ROSTA | 1 Comment »

A proposito della città che diede i natali a Kant e ad altre celebrità, un bell’articolo è uscito oggi sul Corriere della Sera. Per la sua storia illustre, se si dovesse eleggere una città al ruolo di singolarità storica, direi che Kaliningrad (foto di Lozhka13) sarebbe una candidata autorevole. Il suo ruolo nella formazione critica della coscienza occidentale (parlo tanto di scienza quanto di filosofia) è stato cruciale.

Le vicissitudini che l’hanno vista protagonista durante il Novecento e questi primi anni del 2000 aggiungono ulteriori suggestioni alla sua immagine. Né tedesca, né scandinava, né russa. Un mélange cleptoarchitettonico, per usare le parole che Bruce Sterling riferiva a San Pietroburgo sul finire degli anni ‘90. Dopotutto “siamo seduti su un vulcano, tra i capricci di storia e geografia”, riconoscono i suoi stessi abitanti.

Le ragazze vestono all’europea, con make up sobri. «Siamo russi per lingua, politica e feste comandate, ma ci sentiamo europei. Berlino dista 600 chilometri, Mosca il doppio». Dopo l’Urss Kaliningrad si sente abbandonata tra povertà, Aids e contrabbando di auto, droga, alcool e sigarette. «Per noi giovani era la libertà. Potevamo andare in spiaggia a Klaipeda, ai concerti rock a Varsavia senza visti. Privilegiati. Poi ci siamo visti tirare su un muro davanti agli occhi in una notte». Era il 2004: Polonia e Lituania che circondano l’enclave entrano nella Nato e nella Ue. Schengen rischia di fare di Kaliningrad una prigione. Bruxelles concede facilitazioni di movimento ai kaliningradesi, però i vicini impongono code estenuanti alle frontiere. I traffici illeciti proseguono.

E Mosca architetta il “piano K”, che ne farebbe una base missilistica strategica per contrastare lo scudo spaziale della NATO.

Se il brivido del futuro non passa da qui

Heaviside Layer Blues

Posted on Febbraio 16th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Futuro, Kipple, Letture, Transizioni | 8 Comments »

C’è poco da dire, il sito English Russia continua a rivelarsi una miniera di diamanti per tutti gli amanti come me delle linee evolutive interrotte e abbandonate della tecnologia del XX secolo. Già la storia dei fari nucleari dismessi sulla Northern Sea Route e caduti preda di saccheggiatori di RTG ci aveva regalato manciate di sense of wonder e più moderni brividi di inquietudine. Be’, siete pronti per un nuovo giro sulla giostra dell’immaginario? E allora torniamo in Siberia, per scoprire l’altrettanto suggestiva storia dei collegamenti ionosferici e delle radiostazioni a onde medie.

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo a un’epoca antecedente alle comunicazioni satellitari. Gli ingegneri sovietici furono tra i primi a doversi confrontare con il problema delle comunicazioni su un territorio vasto e quasi completamente spopolato, con rarissimi avamposti umani (spesso militarizzati) sperduti a migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Come metterli in comunicazione senza dover disseminare migliaia di ripetitori radio? Per una volta la risposta dell’ingegnere equivale a quella dell’uomo di Dio: semplice, chiedendo una mano al cielo!

Tra 90 e 150 km di quota sul livello del mare si estende uno strato atmosferico di gas ionizzati, la cui esistenza venne ipotizzata separatamente agli inizi del Novecento dall’ingegnere elettrico americano Arthur E. Kennelly (un collaboratore di Thomas Edison) e dal fisico britannico Oliver Heaviside (la cui attività spaziò senza limiti attraverso i campi elettromagnetici e l’elettrotecnica, ed è a lui che dobbiamo la coniazione di termini oggi familiari agli addetti ai lavori come: conduttanza, permeabilità, impedenza, induttanza, ammettenza ). Ma già nel 1899 Nikola Tesla (probabilmente il più sfortunato titano che la scienza abbia mai avuto, molto bello il ritratto fantascientifico trasmessoci dal film The Prestige, dove a prestargli le sue luciferine sembianze è nientepopodimenoché David Bowie), nel corso dei suoi leggendari esperimenti a Colorado Springs, si era accorto di qualche particolarissima peculiarità di questa regione della nostra atmosfera che verrà poi definitivamente rilevata solo nel 1924 dal fisico britannico Edward V. Appleton. I gas ionizzati di quello che verrà poi battezzato strato di Kennelly-Heaviside hanno una frequenza di risonanza che gli permette di riflettere le onde elettromagnetiche incluse in un determinato range di frequenze. Nella fattispecie, le comunicazioni radio in onde medie (usate per esempio nelle familiari trasmissioni AM) possono sfruttare questa proprietà per scavalcare l’orizzonte, utilizzando in pratica la ionosfera come uno specchio. Che è esattamente quanto fece Guglielmo Marconi (al pari di Tesla ignaro dell’esistenza dello strato di Heaviside) nel 1901, quando effettuò la prima comunicazione radio transoceanica dalla Cornovaglia a Terranova, coprendo un tragitto di 3.000 km (per cui ebbe bisogno di un doppio rimbalzo sulla ionosfera, a riprova del fatto che la classe non è acqua…).

Il principio adottato dai tecnici russi è lo stesso e le foto che ho ripreso da English Russia (che a sua volta le ha riprese dalla fonte russa tllrsever.org, per chi masticasse il cirillico) sono indicative del loro lavoro. L’Armata Rossa implementò questo network di antenne per link ionosferici in modo da comunicare pressoché istantaneamente su distanze fino a 10.000 km. All’epoca i giovani venivano mandati presso queste stazioni radio disperse nel nulla per il loro servizio di leva: due anni tra i boschi o nella steppa, a tenere d’occhio queste gigantesche antenne dalla forma bizzarra. Qualcuno oggi ricorda quei giorni con nostalgia, altri ringraziano che il tempo delle stazioni radio MW si sia compiuto. Alcune di esse sono state dismesse dopo l’avvento delle comunicazioni satellitari, altre sono state convertite alla nuova tecnologia.

Ma lo strato di Heaviside non è scomparso con queste stazioni. E’ ancora lì, a un’altezza compresa tra 90 km (quando, di giorno, la pressione del vento solare lo comprime sugli strati atmosferici inferiori) e i 150 km (quando, di notte, guadagna quota e permette alle trasmissioni notturne di sfruttare rimbalzi più lunghi e nella campagna del Maryland può capitare di cogliere una emittente di base a Città del Messico). Ma la sua posizione risente anche dell’attività solare e del ciclo delle stagioni.

Sullo strato di Heaviside la letteratura contiene pagine molto interessanti. Wikipedia cita il musical Cats (dove rappresenta una sorta di paradiso dei gatti… non chiedetemi di più) e i suoi nobili natali: il poeta e drammaturgo T.S. Eliot, che ne parlò anche in un suo copione sulla vita dopo la morte, The Family Reunion. Ed è possibile che, come altre cose, Thomas Pynchon abbia ripreso anche questa da Eliot. Quale modo migliore di salutarci che rileggere una delle sue pagine, non meno densa di dettagli e ricca di bellezza di migliaia di altre sue pagine? Il brano che segue è tratto dal racconto L’integrazione segreta (The Secret Integration, 1964, qui nella traduzione di Roberto Cagliero per l’edizione tascabile e/o del 2002 di Entropia, terza ristampa), l’unico racconto di Pynchon che abbia per protagonisti dei ragazzini, che per altro dimostrano di essere molto più intelligenti, razionali ed empatici dei loro genitori. Forse perché i fumetti e i tascabili di fantascienza che insieme ai film di serie B costituiscono la loro dieta sono molto più utili delle fatture e delle buste paga per conservare la presa sul senso del futuro…

[...] Grover era radioamatore. La ricetrasmittente e il pannello di controllo se li era montati da solo. Per via del cielo, e anche delle montagne, i segnali in arrivo erano capricciosi. Certe notti, quando Tim si fermava lì a dormire, la stanza di Grover col passare delle ore si riempiva di voci incorporee, che a volte arrivavano persino dal mare. A Grover piaceva ascoltare, lui però trasmetteva di rado. Teneva appese al muro delle cartine stradali, e ci faceva un segno ogni volta che sentiva una voce nuova, riportando anche la frequenza. Tim non l’aveva mai visto dormire. Poteva farsi vivo a qualsiasi ora, sicuro di trovarlo in piedi, a manovrare le sue manopole tenendosi schiacciata sulle orecchie un’enorme cuffia di gomma. C’era anche un altoparlante; a volte era acceso pure quello. Scivolando dentro e fuori dal sonno, Tim sentiva mescolarsi ai propri sogni poliziotti chiamati per incidenti d’auto, oppure semplici rumori, ombre che si muovevano là dove tutto avrebbe dovuto essere immobile, tassisti che aspettavano i treni notturni lagnandosi del caffè o facendo battute caustiche al centralinista del radio-taxi, un pezzo di una partita a scacchi, rimorchiatori che trascinavano una fila di chiatte cariche di ghiaia lungo l’Hudson, operai della manutenzione stradale che d’autunno e d’inverno lavoravano fino a tardi per sistemare barriere o per spalare la neve, e poi di tanto in tanto un cargo in mare, quando quella roba su nel cielo, lo strato di Heaviside, era favorevole - queste cose scendevano e filtravano tutte insieme a popolare i suoi sogni, così che al mattino non sapeva mai quali erano vere e quali il frutto di allucinazioni. Grover non gli era mai stato d’aiuto. Appena sveglio, mentre era ancora un po’ nel mondo dei sogni, Tim chiedeva: «Groovie, e il procione perduto? La polizia l’ha trovato?», oppure: «E quel boscaiolo canadese che risaliva il fiume su una casa galleggiante?». Grover rispondeva sempre: «Non mi ricordo». Etienne Cherdlu, quando si fermava anche lui a dormire, ricordava cose diverse da quelle di Tim: canzoni, gente con l’hobby di osservare i tassi, che faceva rapporto a una specie di quartier generale, oppure accese discussioni di football, mezze in italiano.

Due anni più tardi Pynchon riprenderà un’immagine simile ne L’incanto del lotto 49 (The Crying of Lot 49, 1966: “Solo dopo tre chilometri di strada si rese conto che i capricci della ricezione notturna avevano incanalato KCUF da Kinneset”), dove assisteremo a nuovi casi di compenetrazione con i sogni delle allucinazioni mediatiche (non più radiofoniche, ma televisive). E, naturalmente, torneranno anche i tassi. Ma questa è un’altra storia.

Meta-riflessi cyberpunk: la memoria del futuro

Posted on Febbraio 13th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Fantascienza | 2 Comments »

A volte ritornano. E’ impossibile tenere lontana la sensazione di trovarsi in un mondo cyberpunk, giorno dopo giorno. Il controllo delle menti esercitato attraverso i mass media, la politica sempre più invischiata con gli interessi dell’affarismo nazionale e internazionale, i teatri bellici in real-time, la prospettiva manomessa e schiacciata su una lunghezza da futuro zero, i tentativi di imbavagliare lo spirito critico anche nella dimensione della nuova frontiera digitale. Ma anche gli strumenti della Resistenza: campagne di marketing virale che esplodono lungo le direttrici neurali della Rete e, sull’orizzonte di pochi mesi, i primi passi concreti verso la rete ubiqua. Tra qualche anno, forse, nanotubi di carbonio interfacciati con i neuroni.

Era a questo che pensavo scrivendone qualche settimana fa (no, non sono in una bolla temporale, è solo che quell’articolo era pronto da un pezzo, prima della sua pubblicazione). E’ l’intero paesaggio tecnologico che sta ribollendo intorno a noi: i flussi di informazione tracciano scenari ogni giorno più simili alle pagine di Gibson, di John Shirley o di Tom Maddox. Poi, possiamo questionare quanto vogliamo sul merito intrinseco del cyberpunk nell’economia (pessima locuzione, ne convengo) della fantascienza e su quali e quanti autori abbiano esercitato la loro più o meno radicale influenza sui cyberpunk (Ballard, Disch, Delany e, andando un po’ più indietro, Dick, Bester e così via). Se la fantascienza è uscita dal ghetto e ha invaso il reale con immagini che l’uomo comune e profano non potesse ricondurre alla mitologia grottesca popolata di UFI e spade laser, lo dobbiamo al cyberpunk. E, volenti o nolenti, la sua estetica ha plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo in cui viviamo.

Non stupisce quindi vedere di nuovo in libreria, a distanza di un decennio e più dalla sua uscita, un’antologia cult per la controcultura degli anni ‘80 e ‘90: Strani Attrattori (nessun conflitto di interessi). Come non stupisce l’uscita, a 14 anni dalla sua fantomatica apparizione (l’editore Synergon di Bologna chiuse proprio a ridosso dell’uscita del testo, lasciandolo praticamente orfano), di un libro divenuto una piccola leggenda metropolitana: La stanza mnemonica di Oscar Marchisio, che tornerà in libreria la settimana prossima grazie ai tipi di Socialmente con un titolo leggermente diverso, Meta-stanza, e un sottotitolo paradigmatico: La memoria del futuro.

Perché il cyberpunk ha svolto un suo ruolo non solo all’esterno, ma anche dentro la fantascienza. La consapevolezza della dimensione del futuro è passata per gli anni ‘80. Ed è da lì che muove i passi la fantascienza del nuovo millennio.

Le ricadute del futuro

Posted on Febbraio 9th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Esiste un fraintendimento di fondo per cui dai non addetti ai lavori si guarda alla fantascienza con la sufficienza che si riserverebbe a una persona poco affidabile o del tutto priva di credibilità. L’equivoco scaturisce dall’erronea convinzione nutrita da molti che, essendo letteratura rivolta al futuro, la science fiction abbia facoltà di previsioni e debba esercitare queste doti con una certa infallibilità.

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