Internet delle Cose

Posted on Febbraio 7th, 2010 in Futuro, Transizioni | 2 Comments »

Come sarà la rete del futuro? Riprendo dal blog di Paolo Marzola l’interessante segnalazione di un documentario di Geek Files intitolato appunto Il futuro di Internet. Attraverso un linguaggio semplice e diretto e l’intervento di luminari del calibro di Adam Greenfield, autore del seminale Everyware. Con le sue parole:

Everyware significa semplicemente che la computazione è ovunque nel mondo. E’ insita in ogni cosa, in ogni relazione, in ogni tipo di ambiente“.

E sulle networked cities:

Quando si inseriscono sensori della rete in ogni parte della città e si fa in modo che l’utilizzo ordinario generi tracce sulle attività della gente, su come usa lo spazio, quando si inseriscono i dati in queste visualizzazioni sempre più sofisticate che siamo sempre più capaci di ricostruire intorno ai dati, si offre sia alla gente sia gli esperti del settore gli strumenti per capire che cosa succede. Dove sono l’inquinamento, i crimini, il traffico. Dove sono le opportunità, le risorse e i servizi, i ristoranti che piacciono ai tuoi amici; dove s’incontrano i tuoi amici, dove sono in questo momento. E’ una cosa straordinaria. Cambierà davvero il modo in cui la gente potrà usare la città. Non dovremo più accettare passivamente quanto ci viene proposto. Possiamo entrare in quell’ambiente e prendere ciò che vogliamo“.

Le implicazioni negative sono enormi, come ammette lo stesso Greenfield. Ma anche quelle positive: dal tracciamento dei medicinali al biomonitoraggio dei tessuti, fino alla prevenzione dei contagi attraverso lo studio dei flussi umani. Con un’attenzione specifica per la tutela del diritto alla privacy di ognuno di noi. 

Il concetto di ubiquitous computing è stato ripreso più volte su queste pagine: dal Giappone Ubiquo (u-Japan) al geoweb, fino alle tecnologie head-up display. Questo video traccia uno scenario credibile del futuro che potrebbe attenderci dietro l’angolo. Un clic e buona visione!

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 6 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Con le lenti del futuro

Posted on Maggio 5th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Transizioni | 7 Comments »

Si chiamano head-up display (in breve HUD, letteralmente: “visori a testa alta” e, per estensione, “visori a sovrimpressione”, qui la voce Wikipedia) e, sono pronto a scommetterci, entreranno nelle nostre vite rivoluzionandole come è successo per la musica tascabile e i dispositivi cellulari. E sapranno rivelarsi forse ancora più rivoluzionari, perché potrebbero schiuderci una nuova prospettiva sul mondo, vincendo la resistenza alle modifiche fisiche (come l’integrazione di chip o innesti elettronici) che potrebbero trattenerci dallo spiaccare il Grande Balzo. Con queste lenti “olografiche” le reti ubique che si apprestano a prendere il sopravvento della nostra gestione/percezione dello spazio antropico nei prossimi dieci anni riusciranno a essere decisamente più immediate e interattive, senza il bisogno di includere parti estranee nei nostri corpi.

L’argomento dell’augmented reality mi sta particolarmente a cuore avendone affrontato le potenzialità in più di un’occasione (per esempio nel racconto Orfani della connessione, tradotto anche in inglese per Next International). Altrove, in qualcosa in corso di stesura, mi ero spinto ad affibbiare un nome alla tecnologia: ricorrendo alle tecniche di contrazione pseudo-commerciale messe in atto, tra gli altri, da Michael Marshall Smith, li avevo battezzati videoSpex. Niente di particolarmente innovativo, comunque, essendo questi simpatici ammennicoli già prospettati - in maniera comunque molto personale - da Luce Virtuale di William Gibson (1994) e inoltre presenti, come un sacco di altre sciccherie avveniristiche, in Ghost in the Shell.

Solo, ora come ora, mi sembra impossibile immaginare un futuro in cui la nostra interazione con la Rete non sia più immediata, interattiva e ubiqua di quanto non sia già oggi. E questi display indossabili mi sembrano metterci sulla strada più agevole verso quel futuro.

Orfani della connessione

Posted on Luglio 8th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, ROSTA, Transizioni | 4 Comments »

Sempre tra le news odierne di Fantascienza.com, segnalo l’annuncio della messa in linea del numero 107 di Delos Science Fiction, la prima rivista telematica di fantascienza in Italia che per l’occasione ha approntato uno speciale estivo dedicato alla narrativa. Carmine Treanni, autore di una introduzione profondissima e lucida sui tempi postmoderni che stanno vivendo la fantascienza e l’immaginario da essa alimentato, ha chiesto a otto autori di provare a immaginare un possibile futuro per l’Italia. Insieme a mostri sacri del calibro di Vittorio Catani, Donato Altomare (fresco protagonista di una doppietta al Premio Urania), Silvio Sosio e Virginio Marafante, e a fianco di altre giovani e valenti leve come l’amico Alberto Priora, Roberto Paura e Leonardo Pappalardo, sono stato invitato a offrire il mio contributo, cosa che ho fatto con estremo piacere.

L’idea di ambientare un racconto in un territorio che mi era familiare mi ronzava dalla testa da un po’ di tempo. Per la genesi vi rimando a quanto scrivevo il 25 marzo scorso sullo Strano Attrattore 1.0, dove anticipavo anche l’incipit di Orfani della connessione, che adesso potete leggere in versione integrata e definitiva su Delos. L’illustrazione che correda il racconto, che potete ammirare anche qua sopra, è opera di Giorgio Raffaelli, a cui va nuovamente il mio più sincero ringraziamento.

I luoghi del racconto sono quelli della mia infanzia: le propaggini delle colline materane affacciate sulla valle del Cavone, tra l’Appennino e la costa jonica. Si tratta del secondo racconto che ambiento in quella zona. Il primo, Terre Morte, era apparso sul Numero Zero di NeXT, quando tutto questo era ancora un sogno prototipale. E adesso quei tempi mi sembrano sepolti sotto strati geologici disseminati di progetti: alcuni in rovina, altri ben conservati, altri ancora che forse verranno un giorno riesumati e rimessi in sesto. Per cominciare, un terzo racconto con lo stesso sfondo ma a tema ucronico potrebbe seguire fra non molto. Ma è ancora tutto da vedere.

Per il momento, accontentatevi di questo: Orfani della connessione si situa in un futuro non ben precisato, che potrebbe cadere tra 10 anni come tra 50. Si confronta con il tema dell’augmented reality, ovvero l’espansione informativa della realtà percepita attraverso l’uso di dispositivi a radiofrequenza, display retinici virtuali e altre diavolerie in grado di consegnarci una rete pervasiva e (quasi) ubiqua. Ne parlava anche Anisotropie, qualche giorno fa, e il racconto va a riallacciarsi al discorso che teneva banco anche da queste parti sul futuro della Rete.

Se la scrittura risente dell’ultimo Gibson e non ho problemi ad ammetterlo, le atmosfere del racconto sono invece fortemente debitrici della lezione di Breece D’J Pancake, che con queste cose non ha niente a che vedere. O forse sì. Lascio che siate voi a deciderlo. Buona lettura!

 

La Rete, il futuro

Posted on Giugno 28th, 2008 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Psicogrammi, Transizioni | 2 Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 03-04-2008]

Se esiste un elemento del nostro presente di cui credo non riusciremo mai più a fare a meno, nel futuro prossimo come in quello più remoto, dal mio punto di vista questo elemento non può essere che la Rete. Già oggi, la Rete come la conosciamo noi ha rivoluzionato le nostre esistenze: ci ha messo a disposizione risorse pressoché illimitate, ha accelerato i tempi di accesso alla conoscenza e liberato l’informazione dai vincoli strutturali della carta e dei palinsesti televisivi, stravolgendo i meccanismi di propagazione delle idee e del sapere, con una ricaduta ancora più amplificata nel microcosmo delle relazioni interpersonali.


Una rappresentazione del cyberspazio nel film Johnny Mnemonic,
trasposizione dell’omonimo racconto di William Gibson.

Per quanto possano sembrarci limitati internet (che si sta affacciando appena ora sull’orizzonte del web semantico), l’infrastruttura (ancora troppo spesso affetta dai malanni del digital divide) e il suo uso (la trasposizione “mascherata” di tutti i vizi e i difetti delle rispettive personalità reali nei mondi virtuali di Second Life, dei gruppi di discussione, dei forum e dei blog), la Rete è di fatto imprescindibile nelle nostre vite. Potrebbe sembrare che Legba stia cavalcando le mie frequenze sinaptiche, in questo momento, ma è una convinzione che coltivo ormai da tempo (per cui si tratterebbe del più lungo e persistente caso di possessione spiritica documentato).

Se devo immaginare come sarà la Rete fra 10 anni, o anche solo fra 5, avrei dei problemi non banali di estrapolazione. In meno di 5 anni abbiamo finora assistito all’esplosione dei blog prima e di Second Life poi. Wikipedia si va attestando come una fonte di documentazione affidabile, stimolante e in perenne aggiornamento. La nuova frontiera multimediale di YouTube, tutto sommato ancora relegata a uno stadio embrionale del suo sviluppo, se sfruttata al meglio potrebbe preludere a un ulteriore mutamento radicale nei meccanismi dell’informazione e della divulgazione. La strutturazione del web sul contesto semantico dei documenti pubblicati potrebbe essere altrettanto significativa, portando alla razionalizzazione e all’ottimizzazione nella reperibilità e nella consultazione dei contenuti. E queste sono solo le prime ipotesi che è possibile azzardare sulla base di quello che è disponibile in circolazione oggi. Non scordiamoci che nel 1999, solo 9 anni fa, mentre il mondo era impegnato a lottare contro la minaccia oscura del Millennium Bug, nessuno aveva la più pallida idea di cosa potesse essere un blog. E non parliamo di tutto il resto.

Ma dovendo proiettare nel domani i miei sogni (e, perché no, anche qualche speranza… tanto per non voler fare il visionario folle a tutti i costi), nel futuro, diciamo tra 20-25 anni, immaginerei una Rete sempre più integrata con il nostro mondo, a costituire un unico paesaggio informativo senza soluzione di continuità. Un panorama continuo e interattivo, con cui interagire attraverso opportuni dispositivi: magari l’evoluzione optoelettronica delle interfacce multi-touch, oppure lenti opportunamente modificate. Immagino strutture e oggetti etichettati da adeguate tag molecolari e una funzione di riconoscimento nelle nostre protesi ottiche, capaci così di attingere all’istante dalla Rete tutte le informazioni per una data voce del catalogo. Un panorama in cui il Virtuale si compenetra con il reale, in cui la velocità dei collegamenti renda tutti gli operatori partecipi di un dominio collettivo di esperienze e conoscenze. Un mondo simile a quello che viene fuori, nella prospettiva di chi ancora è relegato nel tempo-lento, dalle pagine che ho appena finito di scrivere. Come pure poteva intuirsi sullo sfondo della Sezione π2.

In quest’ottica, la civiltà progredirà verso orizzonti sempre più integrati: l’immediatezza nell’accesso alla Rete potrebbe definire il prossimo balzo evolutivo, l’ingresso in una globalizzazione vera, in cui ogni cosa è a portata di mano, ogni individuo (sia esso un uomo o una personalità artificiale) libero di muoversi, e il feedback dagli oggetti integrati (embedded) sia in tempo reale. Penso a una Rete che trascenda il cyberspazio, e anzi abbracci anche oggetti del nostro mondo fisico, materiale, in un unico continuum dei sensi. Non più un mondo da calpestare, ma un oceano di dati, scenari, contatti e interazioni in cui immergersi.


Una veduta di NewPort City, la “città integrata” che fa da sfondo alle vicende
della Sezione 9 nello shirowverse di
Ghost in the Shell. [Le altre due immagini di
questo post sono tratte rispettivamente da Ghost in the Shell e Minority Report]

Articoli correlati:
Anytime, Anywhere (25-06-2008)
La fantascienza, il Connettivismo e la scrittura nell’era della Rete (15-06-2008)

Anytime, Anywhere

Posted on Giugno 25th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Letture, Transizioni | 8 Comments »

Nel quarto capitolo di Guerreros, un personaggio afferma: “Rivoltare-l’espazio-nudo rivolta tutto”.

“E’ come se si rivoltasse su se stesso” spiega un altro (l’artista locativo autore della riproduzione della morte di River Phoenix). “Tipo cyberspazio. [...] Si potrebbe quasi dire che è iniziata il primo maggio del 2000. [...] Geohacking. O perlomeno il suo potenziale. Il governo annunciò allora che i limiti di accesso a quello che fino a quel momento era stato un sistema esclusivamente militare sarebbero stati eliminati. I civili furono in grado di accedere per la prima volta alle coordinate geografiche del GPS”.

Poche settimane fa è stata resa nota l’acquisizione di Tele Atlas da parte di TomTom, compagnia leader nel settore dei navigatori satellitari. Quasi 3 miliardi di euro per gli scatti di 2.800 macchine fotografiche montate su 200 furgoni sguinzagliati per le strade del Vecchio e del Nuovo Continente, destinati a essere cuciti nelle carte stradali tridimensionali di cui la società olandese si avvarrà nei suoi sistemi di navigazione (fonte Repubblica.it). Nokia si appresta a fare lo stesso, rilevando la statunitense Navteq per cui ha offerto la bellezza di 5,1 miliardi di euro. Una gara a chi per primo produrrà la cartografia definitiva, corsa sul filo dell’imminente transizione dalla piatta bidimensionalità attuale al rilievo 3D del domani. Alla fine, raggiunto un livello di rendering tale da garantire una risoluzione adeguata, potremo passare dalla ricerca lessicale a quella grafica: zoomando su una zona a scelta avremo già prospettati tutti i possibili punti di interesse che vi sono ubicati. Questo sarà il geoweb.

Un altro passo avanti e ci troviamo catapultati in uno scenario ancora più sconvolgente. Anytime, anywhere. Era con queste parole che annunciavo poco più di un mese fa il motto della Ubiquitous Society, la compagnia incaricata di gestire lo sviluppo della più grande rete ubiqua nazionale attualmente in progettazione, quella giapponese. Tag RFID inseriti in punti strategici potrebbero fornire la sponda per una interazione sempre più attiva (e pervasiva) tra l’uomo/operatore e il paesaggio/ambiente, snocciolando dati sulle attività commerciali in esercizio, i punti di interesse culturale, i collegamenti pubblici e i percorsi utili per i disabili, magari in lingue diverse. I cellulari, i palmari, gli smartphone collegati al sistema di tracciamento satellitare potranno ricevere in tempo reale informazioni derivate dalla loro localizzazione geografica. I dispositivi di identificazione a radiofrequenza chiuderebbero il cerchio, portandoci a destinazione.

Intanto Google Maps, che attualmente detiene il primato per la qualità delle foto almeno per quanto concerne il territorio americano, annuncia che il traguardo è “di costruire un mondo allo specchio, una replica del mondo”. Un mondo sotterraneo, fatto di invisibili linee che si intrecciano a segnare le coordinate psicografiche di uno spazio sempre più integrato con i nostri sensi.

Immagine di IguanaJo: Golden Gate Fog.