Ha da passà a nuttata

Posted on Novembre 10th, 2009 in Agitprop, Kipple | 3 Comments »

Ma sarà davvero così? Solo un anno fa un’inchiesta dell’Espresso accendeva i riflettori sul “candidato dei casalesi”. La lunga notte è proseguita con le voci sempre più insistenti sulla candidatura del sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore regionale del Pdl, alla poltrona di governatore della Campania. Un ruolo, quello della presidenza, praticamente servito alla destra su un piatto d’argento dal governatore in carica Bassolino, grazie alla sua politica di clientelismo e ignavia degna di un Vicerè (si rimanda alla gestione della Crisi Rifiuti per rispolverare un po’ i ricordi). Comunque, oggi qualcuno si accorge che forse, alla fine della fiera, per una volta prevenire potrebbe essere meglio che curare. E’ comunque presto per parlare di sussulto di coscienza per la nostra democrazia malandata: gli indizi erano già da un pezzo piuttosto eloquenti, quindi probabilmente l’iniziativa della magistratura era solo una questione di tempo. Il rischio ora è che finisca per arenarsi nelle secche delle immunità e dell’iter autorizzativo della giunta della Camera, ma non sarebbe una sorpresa.

Contro il silenzio e l’indifferenza, consiglio di leggere l’intervento di Roberto Saviano su Repubblica. Ne riporto uno stralcio.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte “semilegale” del business dell’immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell’anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all’area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l’avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall’altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini “loro”, e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare “vecchia maniera”, ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra.

E intanto si monta un’allegra bagarre intorno alla sentenza di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche (ancora una volta tutti uniti, a destra come nel PD, per difendere un privilegio che nessuno saprebbe come giustificare sul piano dei valori e del rispetto civile senza tirare in ballo il sacro “valore della tradizione”) e un altro sottosegretario (alla Presidenza del Consiglio) non esita a dare prova delle sue doti di carità cristiana nell’insultare l’intelligenza degli italiani e la memoria della vittima di uno Stato allo sbando. Siamo messi bene, non c’è che dire.

Berlino, 1989 - 2009

Posted on Novembre 9th, 2009 in Agitprop, Graffiti | 1 Comment »

Vale la pena rinfrescarsi la memoria con l’uomo che cadde sulla Terra.

Le Falangi dell’Ordine Nero

Posted on Novembre 8th, 2009 in Agitprop, Graffiti | 1 Comment »

Dopo la caduta di Franco, un villaggio dell’Aragona vota a sinistra e subisce per questo la repentina e cruenta rappresaglia di un gruppo di nostalgici del Caudillo che si fa chiamare “Falangi dell’Ordine Nero”. Appresa la notizia del massacro da un dispaccio di agenzia, il giornalista Jefferson B. Pritchard, veterano delle Brigate Internazionali, si mette in contatto con i vecchi compagni di lotta e organizza una risposta segreta alle manovre del terrorismo neofascista. La ricomposizione del vecchio plotone sarà per tutti l’occasione di fare i conti con la storia e, attraverso il passato, con la loro attuale esistenza. Ma mentre la caccia ai massacratori di Nieves si trasforma in una corsa contro il tempo, che porta gli inseguitori ad attraversare l’Europa intera, da Barcellona a Palermo a Roma, e di qui in Olanda attraverso Svizzera e Germania e infine in Francia, la loro missione diventa un pretesto per gli autori per imbastire un discorso più generale sulla condizione umana e l’esito è questo capolavoro del fumetto del Novecento.

Alterszorn è la “rabbia dei vecchi”, la capacità di indignarsi che si dimostra nella terza età di cui parlava John le Carré e in cui io - per dovere di cronaca - mi sono imbattuto per la prima volta grazie alle tavole di Nathan Never. Ed è la chiave di lettura di quest’opera fondamentale della coppia Christin - Bilal, formata dallo sceneggiatore di Valérian, qui perfettamente a suo agio con i toni neri da spy-story, e dall’eclettico genio della bande dessinée, amatissimo (da me, ma non solo) per il suo lavoro con la fantascienza e l’immaginario. Insieme allestiscono un’opera granitica e assolutamente scevra da retorica, e già questo sarebbe un grande risultato. Ma riescono anche a offrirci validi spunti di riflessione sulla realtà e ci riescono dall’anno emblematico della realizzazione di questo romanzo a strisce, il 1979. Un anno significativo per l’Italia, che si apprestava a vivere l’ultima violentissima stagione dei suoi anni di piombo, e che non a caso offre lo sfondo per il nucleo centrale di questa storia (con il rapimento di un politico comunista che rievoca in qualche misura il sequestro di Aldo Moro).

Le Falangi dell’Ordine Nero è una storia incentrata sulle persone, sui loro scrupoli, le loro crisi private, i loro sacrifici. Si integra per questo perfettamente in quel discorso sulla resistenza morale che facevamo ormai diversi mesi fa, partendo anche quella volta dalla tragica esperienza personale e familiare di un altro grandissimo talento del fumetto mondiale. E anche per questo è un’opera assolutamente da leggere. E da rileggere.

Un fratello piccolo, non per questo meno pericoloso

Posted on Settembre 29th, 2009 in Agitprop, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

La data da segnarsi è il 22 ottobre. Quel giorno infatti arriverà nelle librerie X, il libro di Cory Doctorow che, no, non è la mia biografia. Newton Compton, l’editore italiano, ha così tradotto il titolo originale, Little Brother, che faceva esplicitamente riferimento al classico di Orwell. La minaccia del controllo è infatti uno dei temi portanti di questo romanzo, che in America ha ricevuto un’accoglienza entusiastica, imponendosi come un piccolo libro di culto.

Doctorow è uno dei curatori di Boing Boing, tra i blog più seguiti al mondo, ed è stato coordinatore europeo della Electronic Frontier Foundation fino al 2006. Copyright, diritti civili ed economie post-scarsità (ricordate i discorsi sulle società agalmiche?) sono tra i temi ricorrenti nei suoi lavori. Quindi ha ragione Sterling quando sostiene che “ha un sacco di cose da dirci”. Doctorow, a mio parere, è una sorta di suo erede spirituale, con la stessa attitudine divulgativa e forse una coscienza critica dei cambiamenti sociali indotti dal progresso tecnologico ancora maggiore (ma per semplici ragioni anagrafiche).

Ma torniamo a X. In un mondo che tende verso l’amplificazione informatica della realtà, l’integrazione tra i canali di comunicazione in un unico panorama multimediale, la questione della sicurezza informatica diventa un tema di importanza cruciale. Tuttavia, come è stato tristemente dimostrato dalla storia recente, fin dove si possa spingere l’autorità per incontrare la domanda di sicurezza dei cittadini è ancora materia controversa e troppo facilmente manipolabile. Ben vengano quindi libri come questo, che promettono di farci pensare.

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!

Demokratura all’Italiana

Posted on Settembre 1st, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un altro evento cruciale nella storia della democrazia di questo Paese: per la prima volta, un Presidente del Consiglio ha fatto causa a un giornale. A subire gli strali del Premier è La Repubblica, con le ormai famose 10 domande di Giuseppe D’Avanzo che dallo scorso giugno stanno rimbalzando sulla stampa internazionale, tranquillamente eluse dal diretto interessato. Ignorate con leggerezza e disinvoltura, almeno fino allo scorso 24 agosto.

Nel testo della citazione in giudizio, il Premier si scaglia anche contro le citazioni della stampa estera, arrivando praticamente a voler non solo proibire all’informazione italiana di fare il proprio lavoro, ma anche di prendere esempio e spunto da quella internazionale, che non a caso si indigna prima ancora di quella nostrana. Cose dell’altro mondo… Un paradosso da repubbliKa dei mandolini. Molto interessante a questo proposito l’intervista a Geoff Andrews, del sito web Open Democracy, pubblicata oggi sulle pagine on-line del quotidiano.

Non so se è tardi e nemmeno se servirà a qualcosa. Ma una firma all’appello di Repubblica è quanto meno doverosa.

L’epica fuorilegge secondo Thomas Pynchon

Posted on Agosto 29th, 2009 in Letture, ROSTA | 5 Comments »

Di Pynchon è finalmente approdato in Italia da qualche mese il mastodontico Contro il giorno (1136 pagine in edizione cartonata, ad un prezzo che mi costringe a varare una manovra finanziaria sul mio bilancio trimestrale - cascando per di più in un periodo che mi obbliga a rimandarne la lettura), mentre il 4 agosto scorso è uscito in America l’ultimo Inherent Vice, una detective story psichedelica e scanzonata accolta come la più leggibile tra le opere del bardo di Glen Cove e, addirittura, come “la più gradevole lettura da spiaggia dell’estate” (stando a quanto riferisce Tim Martin del Telegraph). I soliti preteriti che tengono in vita il prezioso portale Thomas Pynchon dot Com ne hanno già predisposto una guida wikipedica. E come se questo non bastasse, Inherent Vice rischia pure di trasformarsi in un film

Carmilla on line ripropone oggi questa densa prefazione di Pynchon al libro Stone Junction di Jim Dogde (1989), in cui si parla di frontiere elettroniche e mentali, cyberspazio, ribellione, resistenza, magia, universi paralleli, archetipi, iniziazioni e non solo.

Ne riprendo un paio di passaggi fulminanti.

Se accettiamo la nozione che l’utilizzo del potere contro chi non dispone di potere è sbagliato, ne consegue una serie di corollari sufficientemente chiari. Per esempio entriamo in possesso di un criterio che permette di distinguere, come hanno fatto del resto tutti i popoli (ma non sempre i loro governanti), tra fuorilegge e agenti del male, tra extralegalità e peccato. Non è necessaria un’analisi approfondita in merito, è un qualcosa che si avverte nella sua immediatezza drammaticamente impellente. “Ma sono banditi!” gemono indignati i custodi della legge, “banditi motivati unicamente dalla fame di denaro!”. Certo. Salvo che, disponendo da un’eternità del criterio di distinzione tra furto e riequilibrio, comprendiamo perfettamente i termini di una transazione in cui i fuorilegge, in qualità di broker dei poveri, risultando molto più esperti nelle arti e nelle tecniche del riaggiustamento karmico, operano un ricarico non superiore a una semplice Iva, ricarico talmente leggero per i loro clienti da risultare a tutti gli effetti accettabile per costoro e tuttavia abbastanza cospicuo da coprire i rischi estremi che si sono assunti, e insomma noi finiamo per amare questa gente, noi adoriamo Rob Roy, Jesse James, John Dillinger, con un’intensità di passione che di solito si riserva ad atti di tifoseria sportiva.

Secondo estratto:

Un metodo di resistenza abbastanza popolare è sempre stato quello di continuare a muoversi, cercando non tanto un posto in cui stare riparati, un luogo sicuro e stabile, bensì realizzando una sorta di stato di ambiguità dinamica in cui si ha la possibilità di essere presenti un po’ ovunque, lungo le linee del principo di indeterminazione di Heisenberg. Le moderne macchine digitali, tuttavia, si comportano con una velocità sufficiente a individuare con precisione le incertissime ellissi della libertà umana, con una certezza superiore a quella con cui si lascia stabilire la costante di Planck.

Iperbolico e pindarico come piace a noi. Sempre su Pynchon, segnalo questo intervento di Tommaso Pincio su L’incanto del lotto 49: una lettura critica che non condivido al 100%, ma che trovo perversamente intrigante. E adesso, siccome l’estate sta finendo, pronti per un salto indietro agli anni ‘70 narrati da Pynchon? Cliccate qui oppure sul booktrailer qui sotto… e buon ascolto!

Bologna 2 agosto 1980-2009: per non dimenticare

Posted on Agosto 2nd, 2009 in Agitprop, False Memorie, ROSTA | No Comments »

E sono 29 anni. Il valzer delle ritrattazioni e delle rivelazioni non accenna a interrompersi, come documentavo lo scorso anno. Resta il fatto che questa data non deve passare sotto silenzio, per non darla vinta ai signori dediti a riprogrammare la Storia e, attraverso di essa, le nostre coscienze.

L’egemonia culturale di questi tempi non ci arride. Il consenso della paura è tornato di strettissima attualità politica, in un Paese che con i naz in pattuglia di notte somiglia sempre di più a una sinistra distopia dickiana, un popolo di simulacri schiacciati sotto il tallone di ferro di una democrazia apparente. E la ricetta governativa non trascura la persistenza dell’ignoranza, nella ricetta collaudata di un relativismo che pone sullo stesso piano le stragi di Stato e il cosiddetto terrorismo rosso.

Contestare l’omertà di Stato è il minimo. Diamo voce anche alla resistenza.

Il nemico immaginario

Posted on Maggio 30th, 2009 in Agitprop, False Memorie, Nova x-Press | 6 Comments »

Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

Articoli correlati:
La (n-sima) penultima verità (26-05-2009)
Psicopatologia di massa nell’Italia del XXI secolo (21-05-2009)
Inno alla Resistenza: Forever Khruner (19-02-2009)

Torri aprite il fuoco!

Posted on Febbraio 23rd, 2009 in Agitprop, Graffiti, Proiezioni | 3 Comments »

A proposito di Resistenza culturale alla strategia del Controllo e alla nuova logica del dominio, l’altra sera la trasmissione La 25ma Ora - Il cinema espanso de La7 ha dedicato uno speciale ad alcuni corti realizzati da Antony Balch tra gli anni ‘60 e i ‘70, cercando di trasporre su pellicola la tecnica del cut-up messa a punto da Burroughs e Brion Gysin sul modello del dadaistra Tristan Tzara. Balch, regista horror inglese e distributore di film di exploitation, incontrò William Burroughs al Beat Hotel di Madame Rachou e i due strinsero amicizia iniziando una intensa collaborazione che approdò a questi progetti cinematografici. Non di rado i corti coinvolgevano in prima persona il profeta dei beatnik anche come attore.

Per approfondire il discorso su Burroughs, il cut-up come tecnica letteraria aleatoria e il suo impiego critico come «arma» da contrapporre al linguaggio come virus, l’influsso bidirezionale tra immaginario fantascientifico e controcultura beat, metto qui i collegamenti - che lo Zio Billy mi perdoni - a due articoli a lui dedicati su Fantascienza.com: un profilo e la sua riscrittura incentrata sulla Trilogia Nova. In realtà ci sarebbe molto da aggiungere sulla questione dei collegamenti. Il cut-up&fold-in portato da Burroughs allo stato dell’arte nella de-linearizzazione del testo trova un valido contrappeso nella trama di riferimenti intertestuali che percorrono la Trilogia del Cut-Up in particolare e tutta la sua opera nel complesso. In effetti, scrivendone lo scorso anno, parlavo a questo proposito di «trittico olografico» proprio in funzione di questa sovrapposizione, che viene infine a realizzarsi tra i punti di vista e le linee narrative destrutturate.

Oggi, nell’era della Rete nella sua incarnazione 2.0, come possiamo far valere a nostro vantaggio le acquisizioni della guerriglia sin-estetica di Burroughs? Il segreto, ieri come oggi, sembra risiedere sempre nel valore della connessione. Prendere d’assalto lo Studio della Realtà dalle nostre rispettive cabine di regia: la costellazione dei link può aprire nuove associazioni, intessere una rete di collegamenti utile a imbrigliare la comprensione del mondo attraverso una molteplicità di punti di vista in grado di proiettare nuova luce sulla trama del reale. Oggi abbiamo strumenti nuovi da usare. La Resistenza può passare all’upgrade.

E dopo questo apologo dell’ipertesto - in diretta dallo Studio della Realtà, grazie a YouTube, ecco il corto Towers open fire del 1963.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Towers Open Fire

Onde elettriche che falciavano attraverso gli schemi cerebrali della Terra - Il messaggio della Resistenza Totale sulle onde corte del mondo - Questa è guerra all’ultimo sangue - Scambiare le lingue - Tagliare le linee delle parole - Far vibrare i turisti - Lasciare libere le porte - Fotografie che cadono parole che cadono - Fare irruzione nella Stanza Grigia - Chiamata generale per i partigiani di tutte le nazioni - Torri aprite il fuoco!

William S. Burroughs - Nova Express (1964)