Inglourious Basterds

Posted on Ottobre 12th, 2009 in Proiezioni | 5 Comments »

Bastardi senza gloria, ovvero L’arcobaleno della gravità rivisitato in chiave pop (e giustificherò più avanti questa affermazione balzana), è il film che dopo avere amato alla follia Kill Bill non oseresti nemmeno aspettarti da Quentin Tarantino. Invece, allo spettatore scettico tocca ricredersi, perché dopo 2 ore e 33 minuti di western ambientato nel cuore d’Europa (la Zona psichica di Pynchon) si esce dalla sala quasi con la sensazione che, dopotutto, l’esaltante esperienza dei 2 volumi di Kill Bill non fosse altro che un lavoro di preparazione e avvicinamento a un film simile. Che è allo stesso tempo ambizioso, divertente, scanzonato e complesso. In una parola: entusiasmante.

Come recita lo strillo sulla locandina italiana, il film racchiude “la delirante storia di una vendetta senza gloria”. Per scoprire in quale relazione questa storia di vendetta si trovi con i Bastardi del titolo non basta guardare il trailer. Lo script intreccia queste due linee narrative in un meccanismo fuori sincrono e si ha la netta sensazione che Tarantino si sia divertito un sacco a farle convergere verso l’ecatombe finale. Dopotutto, sia il sogno di vendetta di Shosanna Dreyfus (interpretata da un’incantevole Mélanie Laurent, attrice francese 26enne), unica sopravvissuta allo sterminio della sua famiglia da parte del “cacciatore di ebrei” Hans Landa, sia la missione dei Bastardi senza gloria al comando del tenente Aldo Reine tra le linee nemiche della Francia occupata, si prefiggono lo stesso obiettivo: approfittare dell’anteprima dell’ennesimo film di propaganda di Goebbels, organizzata in un cinema di Parigi per l’Alto Comando delle truppe di occupazione, con la partecipazione straordinaria del Führer e dei suoi gerarchi, per liberare il mondo in un colpo solo di tutta la feccia nazionalsocialista. Le due storie procedono parallele ma rischiano di confliggere catastroficamente nello scioglimento, che invece arriva liberatorio e puntuale, per quanto amaro.

Bastardi senza gloria si configura come il migliore esercizio di equilibrismo narrativo finora congegnato da Quentin Tarantino. Un’autentica prova di acrobazia intellettuale, per come riesce a imbastirci una storia implausibile eppure convincente, regalandoci quello che almeno una volta nella vita tutti abbiamo sognato: la giusta condanna di un’ingustizia, accompagnata da un castigo commisurato alla colpa. Un miracolo riservato alla fantasia e al cinema migliore, di cui quello di Tarantino è da sempre espressione.

Il regista americano si trova ormai talmente a suo agio con i meccanismi della mitopoiesi da confezionare un autentico generatore di miti: dal plotone di soldati yiddish che semina scompiglio tra le SS (e memorabile resta l’introduzione all’entrata in scena dell’Orso Ebreo) al sergente tedesco Hugo Stiglitz che semina morte direttamente tra i suoi superiori; dal cecchino squallido eroe della propaganda nazionalsocialista alla vendicatrice ebrea, a metà strada tra la Pulzella d’Orléans e la Sposa/Black Mamba. I cattivi di Tarantino sono davvero cattivi e una menzione d’onore spetta al colonnello Hans Landa, il terribile “cacciatore di ebrei” intrepretato da un istrionico Christoph Waltz destinato, a quanto pare, a portare nuova linfa nelle schiere degli antagonisti hollywoodiani. I buoni, invece, non sono così buoni come ci hanno abituati a credere decenni di schematismi narrativi. Sfumature di grigio attraversano i loro caratteri: come accade per il tenente Aldo “L’Apache” Reine, il mezzosangue sceso dalle Smoky Mountains del Tennessee per organizzare i Bastardi senza gloria su mandato dell’OSS (l’embrione storico della CIA), a cui presta mascellone e accento Brad Pitt, in stato di grazia.

La pellicola, come spesso accade per Tarantino, procede per accumulazione di situazioni e magari disturba un po’ solo il tasso di mortalità in cui incorre la galleria di personaggi, dalle cui file solo in 2 sono destinati a scampare illesi. Il terzo superstite, invece, è destinato a portare il marchio dell’infamia, l’atto definitivo di giustizia nella pellicola che, implicitamente, l’autore a buon diritto rivendica come il suo capolavoro. Gli arnesi del mestiere, Tarantino li sfoggia tutti: divagazioni, regressioni, rimandi al limite dell’auto-citazione (lo stallo messicano che ormai marchia le sue opere non meno della consueta dose di retifismo), gli inserti metanarrativi, film nel film (il fake goebbelsiano Stolz der Nation, diretto da Eli Roth), il cinema che riflette e si flette su se stesso. Perfino didascalie che vanno dall’omaggio leoniano all’ipertesto. E qui arriviamo infine all’impegnativo paragone che facevo in apertura.

Tarantino non è il primo a osare un’operazione del genere: rendere giustizia ai caduti della storia attraverso l’arte, alla memoria dei preteriti. Thomas Pynchon lo aveva fatto nel monumentale Arcobaleno della gravità (National Book Award nel 1974), portando in scena gli ultimi giorni del Terzo Reich, sia dalla prospettiva dei gerarchi nazisti con le loro depravazioni, che delle linee alleate con le loro debolezze umane. Tarantino, che può essere considerato per certi versi l’equivalente cinematografico di Pynchon, al pari del Grande Maestro Invisibile della Letteratura Americana non teme di investire di una chiara connotazione morale le sue opere. E il parallelo forse è più fondato di quanto potrebbe apparire al primo impatto, se a un certo punto con raffinato gusto postmoderno Tarantino fa parlare il tenente inglese Archie Hicox (Michael Fassbender, in una memorabile scena con nientemeno che Winston Churchill e… Mike Myers) di un saggio ipertestuale sul cinema tedesco. Nel 1945. Questa finezza, chi ha letto Pynchon, la apprezzerà ben oltre il pur esilarante gioco del paradosso cronologico.

TotoNobel 2009

Posted on Settembre 23rd, 2009 in Micro, Nova x-Press | 1 Comment »

Si approssima l’8 ottobre e per la Rete imperversa il TotoNobel: Roth, Vidal, Oates, Atwood, Vargas Llosa, a chi toccherà quest’anno? Come ogni anno da un pezzo a questa parte, torna a farsi il nome di Bob Dylan, utile a richiamare l’attenzione delle falene dell’informazione. E per fortuna ancora non sono spuntati né il nome di Pynchon, né quello di DeLillo, perché quest’anno mi rendo conto di un radicale cambio di atteggiamento da parte mia nei confronti del massimo riconoscimento al mondo per la Letteratura. Saranno state le beghe provinciali che hanno tenuto banco in questa litigiosissima marca d’Europa, oppure lo strascico di polemiche che ha sempre accompagnato ogni assegnazione a cui mi sia ritrovato a prendere parte, ma ormai sento di avere raggiunto la mia soglia di tolleranza anche nell’ambito dei “presunti” riconoscimenti di merito.

Non è che del Nobel di quest’anno non me ne freghi niente, capiamoci. E’ che preferirei non vederlo assegnato a titani come DeLillo o Pynchon. Magari è per continuare a crogiolarmi nell’idea dell’ingiustizia di ogni concorso letterario e di questo più degli altri, con la sua pretesa di misurare il valore di un autore in termini relativi, mettendolo a confronto con i suoi colleghi e facendo rientrare nell’algoritmo anche fattori extraletterari come sofisticati giochi di equilibrismo geopolitico. O forse è solo perché coltivare un piacere è più appagante, quando il suo valore è riconosciuto da pochi. Di certo, però, sarei curioso di assistere alla reazione di Pynchon e di scoprire chi potrebbe mandare a tenere il discorso di ringraziamento, dopo il comico Irwin Corey… Quello sì che varrebbe il sacrificio di un piacere segreto!

Dick Hugo: Sfumature di grigio a Philipsburg

Posted on Settembre 6th, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Letture | 5 Comments »

Ho scoperto Richard F. Hugo grazie a L’ultimo vero bacio di James Crumley, che dai versi di Degrees of Gray in Philipsburg attinse per il titolo e il mood del suo capolavoro, e attraverso l’esperienza di Hugo maturò la propria passione per la crime fiction. Riprenderemo il discorso sugli echi della poesia cupa ed elegiaca di Hugo che percorrono l’opera di Crumley in un articolo per Next-Station.org, che si appresta finalmente a ripartire.

Nel frattempo vi rimando alla pagina dedicata a Dick Hugo sul sito della Poetry Foundation, dalla quale apprendo solo ora che prima di passare a insegnare letteratura inglese all’Università del Montana di Missoula, Hugo lavorò per 13 anni circa, dal 1951 al 1963, presso gli stabilimenti di Seattle della Boeing. A quanto ci è dato sapere, in quella stessa sede lavorò per un paio di anni all’inizio dei Sessanta niente meno che Thomas Pynchon. Non sappiamo se i due siano entrati in contatto prima di avviare le rispettive carriere letterarie. Di certo resta l’interessante coincidenza di due talenti della letteratura al servizio per il colosso aerospaziale statunitense.

Philipsburg, Montana (via Western Mining History)

Nel 1964, dopo un anno trascorso a Matera, Hugo si spostò nel Montana per dedicarsi all’insegnamento e qui ebbe modo di toccare con mano la drammatica condizione dei minatori, degli operai e degli allevatori di una delle regioni meno sviluppate d’America. I critici hanno elogiato la sua poesia per il controllo della parola e del ritmo, per la densità dei dettagli con cui riusciva a rendere “l’incontro tra i paesaggi” (F. Garber) esteriori (della natura selvaggia) e interiori (dell’animo umano), senza risparmiare nei suoi quadri intrisi di tragica ironia blande note di speranza ispirate dalla constatazione della resistenza della specie umana. Viene da riportare per intero un passo scritto da Salvatore Proietti nel suo saggio dedicato a Philip K. Dick (in Voci dagli Stati Uniti), che si sposa perfettamente alla propensione di Hugo a usare l’umorismo come “un tentativo di immaginare strategie di resistenza, sopravvivenza e speranza (di endurance, diremmo con Faulkner) di fronte a mondi possibili e a un mondo reale sempre più in preda della disumanità”.

La città dipinta in Degrees of Gray in Philipsburg è una comunità di minatori che sorge nella contea di Granite (Montana occidentale), di cui è anche capoluogo. La zona conobbe una rapida esplosione demografica verso la fine dell’800, con la scoperta di giacimenti d’oro, argento e magnesio. Ma già al giro di boa del XX secolo il successo aveva cominciato a sfumare e i centri della regione si stavano trasformando in ghost town. Al censimento del 2000 Philipsburg contava appena 914 anime. Hugo la ritrae con una manciata di pennellate, precise però al punto da evocare l’atmosfera dimessa e la rassegnazione dei suoi abitanti condannati a un destino di stenti dalla progressiva chiusura delle miniere. Ne esce un affresco in cui possono rispecchiarsi migliaia di città simili sparse per il mondo, che dopo il sogno di una rinascita hanno conosciuto il triste tratto discendente della parabola.

Philipsburg, Montana (via Western Mining History)

Il Montana, come l’Irpinia, come la Val d’Agri, come…

Sfumature di grigio a Philipsburg

di RICHARD F. HUGO
(traduzione di Salvatore Proietti e Giovanni De Matteo,
rivedendo la prima strofa tradotta da 
Luca Conti per Einaudi)

Magari vieni qui, domenica, per sfizio.
Diciamo che la tua vita è andata a rotoli. L’ultimo vero bacio
te l’hanno dato anni e anni fa. Percorri queste strade,
tracciate da dementi, passi davanti ad alberghi
che non sono durati, a bar che invece sì,
agli angosciosi tentativi della gente del posto
di dare un’accelerata alla propria vita.
Soltanto le chiese sono ben tenute. Quest’anno
la prigione ne ha compiuti 70. L’unico prigioniero
è sempre dentro, senza sapere cos’abbia fatto.

Il principale affare trainante adesso
è la rabbia. L’odio per i diversi grigi
inviati dalla montagna, l’odio per la fabbrica,
l’abrogazione della Legge sull’Argento, le ragazze più apprezzate
che ogni anno partono per Butte. Un solo
buon ristorante e i bar non riescono a spazzar via la noia.
Il boom del 1907, otto miniere d’argento in attività,
una pista da ballo costruita su molle –
tutti i ricordi si trasformano in sguardo,
nel verde del panorama distingui il bestiame al pascolo
o i due comignoli alti sulla città,
due forni spenti, l’enorme fabbrica da cinquant’anni
sul punto di crollare che alla fine non verrà giù.

Non è questa la tua vita? Quel vecchio bacio
che ancora ti brucia gli occhi? Questa sconfitta non è così precisa
da far sembrare la campana della chiesa niente più di un
un puro annuncio? Suona e non viene nessuno.
Non fanno rumore le case vuote? Bastano il magnesio
e il disprezzo per sostenere una città,
non solo Philipsburg, ma città
di sventole bionde, vero jazz e liquori
che il mondo non ti lascerà mai avere
finché la città da cui vieni non sarà morta dentro?

Risponditi di no. Il vecchio, ventenne
quando costruirono la prigione, ride ancora
malgrado le labbra rotte. Un giorno di questi,
dice, mi metterò a dormire e non mi sveglierò.
Digli di no. Stai parlando con te stesso.
La macchina che ti ha portato qui funziona ancora.
Il denaro con cui ti sei pagato il pranzo,
non importa da quale miniera venga, è d’argento
e la ragazza che ti ha servito
è snella e i suoi capelli rossi illuminano il muro.

 Edward Hopper, El Palacio (1946).

L’epica fuorilegge secondo Thomas Pynchon

Posted on Agosto 29th, 2009 in Letture, ROSTA | 5 Comments »

Di Pynchon è finalmente approdato in Italia da qualche mese il mastodontico Contro il giorno (1136 pagine in edizione cartonata, ad un prezzo che mi costringe a varare una manovra finanziaria sul mio bilancio trimestrale - cascando per di più in un periodo che mi obbliga a rimandarne la lettura), mentre il 4 agosto scorso è uscito in America l’ultimo Inherent Vice, una detective story psichedelica e scanzonata accolta come la più leggibile tra le opere del bardo di Glen Cove e, addirittura, come “la più gradevole lettura da spiaggia dell’estate” (stando a quanto riferisce Tim Martin del Telegraph). I soliti preteriti che tengono in vita il prezioso portale Thomas Pynchon dot Com ne hanno già predisposto una guida wikipedica. E come se questo non bastasse, Inherent Vice rischia pure di trasformarsi in un film

Carmilla on line ripropone oggi questa densa prefazione di Pynchon al libro Stone Junction di Jim Dogde (1989), in cui si parla di frontiere elettroniche e mentali, cyberspazio, ribellione, resistenza, magia, universi paralleli, archetipi, iniziazioni e non solo.

Ne riprendo un paio di passaggi fulminanti.

Se accettiamo la nozione che l’utilizzo del potere contro chi non dispone di potere è sbagliato, ne consegue una serie di corollari sufficientemente chiari. Per esempio entriamo in possesso di un criterio che permette di distinguere, come hanno fatto del resto tutti i popoli (ma non sempre i loro governanti), tra fuorilegge e agenti del male, tra extralegalità e peccato. Non è necessaria un’analisi approfondita in merito, è un qualcosa che si avverte nella sua immediatezza drammaticamente impellente. “Ma sono banditi!” gemono indignati i custodi della legge, “banditi motivati unicamente dalla fame di denaro!”. Certo. Salvo che, disponendo da un’eternità del criterio di distinzione tra furto e riequilibrio, comprendiamo perfettamente i termini di una transazione in cui i fuorilegge, in qualità di broker dei poveri, risultando molto più esperti nelle arti e nelle tecniche del riaggiustamento karmico, operano un ricarico non superiore a una semplice Iva, ricarico talmente leggero per i loro clienti da risultare a tutti gli effetti accettabile per costoro e tuttavia abbastanza cospicuo da coprire i rischi estremi che si sono assunti, e insomma noi finiamo per amare questa gente, noi adoriamo Rob Roy, Jesse James, John Dillinger, con un’intensità di passione che di solito si riserva ad atti di tifoseria sportiva.

Secondo estratto:

Un metodo di resistenza abbastanza popolare è sempre stato quello di continuare a muoversi, cercando non tanto un posto in cui stare riparati, un luogo sicuro e stabile, bensì realizzando una sorta di stato di ambiguità dinamica in cui si ha la possibilità di essere presenti un po’ ovunque, lungo le linee del principo di indeterminazione di Heisenberg. Le moderne macchine digitali, tuttavia, si comportano con una velocità sufficiente a individuare con precisione le incertissime ellissi della libertà umana, con una certezza superiore a quella con cui si lascia stabilire la costante di Planck.

Iperbolico e pindarico come piace a noi. Sempre su Pynchon, segnalo questo intervento di Tommaso Pincio su L’incanto del lotto 49: una lettura critica che non condivido al 100%, ma che trovo perversamente intrigante. E adesso, siccome l’estate sta finendo, pronti per un salto indietro agli anni ‘70 narrati da Pynchon? Cliccate qui oppure sul booktrailer qui sotto… e buon ascolto!

What now?

Posted on Agosto 27th, 2009 in Fantascienza, Micro | No Comments »

In un intervento sul suo blog, Rudy Rucker parla di scrittura e di grandi autori e si sofferma sulla fantascienza secondo J.G. Ballard. Un modo come un altro, forse solo più programmatico, per riaprire le danze sullo Strano Attrattore.

Ballard remarks that SF is “far closer to reality than the conventional realist novel of the day”, and that it’s “often as elliptical and ambiguous as Kafka”. He says he’s more interested in “what now?” than in “what if?”—meaning that he wanted to use SF as a lens to understand the present, “looking for the pathology that underlay the consumer society, the TV landscape and the nuclear arms race”.

Così: what now?

Vento d’estate

Posted on Luglio 23rd, 2009 in Kipple, Nova x-Press | 4 Comments »

Mi sarebbe piaciuto fare un post più organico, ma il tempo è quello che è e io sono in partenza. Resterò via per qualche giorno e non penso che ci risentiremo prima della prossima settimana. Settimana inoltrata, temo. Gli impegni si stanno intensificando e il lavoro non concede tregua, per cui l’obiettivo che mi ero prefisso di chiudere i sospesi per la prima settimana di agosto può considerarsi abbondantemente mancato. Così va la vita. Questi sospesi, giusto per infrescarmi la memoria, consistono in:

1. revisione del romanzo a 4 mani scritto con il compagno Fernosky [non ve ne ho parlato? Be', lo faccio ora: un noir ambientato nella provincia profonda, nel cuore dimenticato e desolato di Bassitalia, dove strane morti di ragazze dell'Est mettono nei guai altri immigrati, mentre italiani tranquilli inseguono il miraggio di un successo veloce senza colpo ferire, e cowboy solitari si dividono tra il sogno di una vita pacifica e l'obbligo della lotta. Contro soprusi, omertà, corruzione, eco-crimini e immobilismo. Una storia calata nel presente, ma con molti richiami al futuro. Un romanzo di fantascienza al contrario, forse: sui preparativi per l'Apocalisse];

2. un racconto di fantascienza postumanista che avrebbe dovuto essere concluso il 31 dicembre… scorso [il dilemma isolazionismo/integrazione su cui andavo speculando un annetto fa e più mi ha spinto su una tangente molto pynchoniana, e capirete bene che mettere Pynchon su un altro pianeta, alle prese con strani fantasmi alieni e tecnologia postumana, oltre che con la minaccia di un'orda di barbari invasori, non è esattamente quello che si può definire un gioco da ragazzi];

3. un racconto steampunk per il prossimo settembre [file secretato];

4. un racconto noir ambientato ai margini del Kipple [dopo aver preso le mosse dalle parti di Logica del dominio, si è trasformato nella storia di una vendetta con rapina; e non escluderei, a questo punto, una deriva hard-boiled, giusto per non rischiare di finire vittima delle etichette].

L’ideale sarebbe stato uscire dal collo di bottiglia per il 7 agosto prossimo, ma a questo punto mi ritrovo in netto ritardo. E la cosa non dovrebbe stupirmi più di tanto. Se dovessi scoprire che vivo solo con 2 settimane di ritardo sulla tabella di marcia della mia vita, avrei già le mie buone ragioni per gioire.

Planets, by Moskatomika.

Intanto, non è pensando alle cose da fare che le cose si faranno… per cui mi rimetto all’opera subito, e vi lascio con un paio di segnalazioni/appuntamenti:

a. su Georemote prosegue la caccia agli indizi seminati dall’invisibile beatingartery; ma questa volta, grazie agli sforzi di TyrOne, viene fuori un aspetto molto matematico;

b. arriva in edicola nei prossimi giorni il quinto volume di Epix: Bad Prisma, un’antologia collettiva dedicata allo spettro di Melissa, fantasma metropolitano su cui Danilo Arona sta intessendo la sua suggestiva mitologia del XXI secolo;

c. tenete d’occhio il blog di Urania, domenica. L’annuncio del vincitore del premio Urania è ormai questione di giorni.

E per il momento dovrebbe essere tutto, o almeno una buona parte.

C’ya in the future, cyberspace cowboys!

Silenzio radio

Posted on Luglio 14th, 2009 in Agitprop, Graffiti, Kipple | No Comments »

Jonathan Field, “W.A.S.T.E.”

Underworld: il panorama del futuro

Posted on Giugno 29th, 2009 in Connettivismo, Kipple, Letture | No Comments »

cargovesselLa leggenda della nave-fantasma mi ha richiamato alla mente sia l’ossessiva presenza del W.A.S.T.E. e dei rifiuti nel primo Pynchon (1960-1963-1966, dal racconto Terre basse fino a L’incanto del lotto 49, passando per il romanzo d’esordio V., dove troviamo questa lapidaria formulazione: “La decadenza, la decadenza. Che cos’è? È solo un chiaro movimento verso la morte, per meglio dire, verso la non-umanità ), sia l’ultima deriva nella postmodernità di William Gibson, nel cui Guerreros torna una nave-fantasma il cui carico fa gola a molti, e che qualcuno ha voluto tracciare attraverso un sistema di localizzazione satellitare. In Pynchon troviamo un costante rapporto dialettico tra il dominio dell’uomo e quello spersonalizzato delle Forze Contrarie, che trova di volta in volta espressione attraverso i richiami all’entropia, ai rifiuti, alla schlemilizzazione, e che così già sembra superare attraverso la messa in scena della decadenza la dicotomia dickiana tra kipple e non-kipple (e la prima legge: “il kipple scaccia sempre il non-kipple“). A titolo di curiosità, per il New York Times Pynchon scrisse nel 1966 un resoconto di prima mano dei disordini di Watts: A journey into the Mind of Watts. Un bel cortocircuito.

Il tema del rivoltamento della prospettiva accomuna strettamente l’ultimo Gibson a Underworld, attraverso un’analisi delle dinamiche sociali correlate ai rifiuti condotta da Jesse Detwiler, un visionario teorico dei rifiuti che d’un tratto fa la sua comparsa nel romanzo per dispensare provocazioni e illuminazioni a Nick e ai suoi colleghi della Whiz Co.

Puente Hills Landfill

Ti dirò cosa vedo qui” annuncia Detwiler di fronte alla grandiosità di un cratere scavato per accogliere milioni di tonnellate di rifiuti. “Il panorama del futuro. L’unico panorama che resterà da guardare. Più i rifiuti saranno tossici, più aumenterà il livello di sforzo e di spesa che i turisti saranno disposti a tollerare per visitare il sito. Però credo che non dovreste isolare questi siti. Isolare i rifiuti tossici va bene. Li rende più grandiosi, più minacciosi e magici. Ma la spazzatura ordinaria dovrebbe essere piazzata nelle città che la producono. Esponete la spazzatura, fatela conoscere. Lasciate che la gente la veda e la rispetti. Non nascondete le vostre strutture. Create un’architettura fatta d’immondizia. Progettate fantastiche costruzioni per riciclare i rifiuti e invitate la gente a raccogliere la propria spazzatura e a portarla alle presse e ai convogliatori. Così imparerà a riconoscere la propria spazzatura. Il materiale a rischio, i rifiuti chimici, le scorie nucleari, tutto questo diventerà un remoto paesaggio all’insegna della nostalgia. Gite in autobus e cartoline, posso garantirlo“.

Ed è lui stesso a spiegare subito cosa intenda per nostalgia: “Non bisogna sottovalutare la nostra capacità di provare desideri complessi. Nostalgia per i materiali della civiltà messi al bando, per la forza bruta di vecchie industrie e vecchi conflitti“. Sul tema del ribaltamento torna il narratore poco più avanti: “La civiltà non era nata e fiorita tra uomini che scolpivano scene di caccia su portali di bronzo e parlavano di filosofia sotto le stelle, mente l’immondizia non era un fetido derivato, spazzato via e dimenticato. No, era stata la spazzatura a svilupparsi per prima, spingendo la gente a costruire una civiltà per reazione, per autodifesa. Eravamo stati costretti a trovare il modo di liberarci dei nostri rifiuti, di usare quello che non potevamo gettare, di riciclare quello che non potevamo usare. La spazzatura aveva reagito alla spinta crescendo ed espandendosi. E così ci aveva costretti a sviluppare la logica e il rigore che avrebbero condotto all’analisi sistematica della realtà, alla scienza, all’arte, alla musica e alla matematica“.

Yucca Mountain Federal Nuclear Waste Reposidory

Consuma o muori” ribadisce il guerrigliero della spazzatura Detwiler. “Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera. Noi creiamo quantità stupefacenti di spazzatura, poi reagiamo a questa creazione, non solo tecnologicamente ma anche con il cuore e con la mente. Lasciamo che ci plasmi. Lasciamo che controlli il nostro pensiero. Prima creiamo la spazzatura e dopo costruiamo un sistema per riuscire a fronteggiarla“. Un tono oracolare, siamo d’accordo. Ma chi ha detto che l’apocalisse non può passare per l’evangelizzazione?

Il confronto sul tema tra i manager dei rifiuti e il guru si conclude con una nota di inquietudine che finisce per estendersi all’intero sistema.

– Sei al corrente delle voci che corrono, Sims? Su quella vostra nave.
– Non è di mia competenza.
– Sta battendo tutti gli oceani del mondo nel tentativo di scaricare una sostanza infernale.
– Preferisco girarmi dall’altra parte, — disse Sims.
– Sarà meglio che ti rigiri. Ho sentito che sta tornando verso gli Stati Uniti.

Qualcosa, in definitiva, che annienta ogni speranza di redenzione in assenza di un impegno concreto e diretto.

The Crying of Thomas Pynchon

Posted on Maggio 8th, 2009 in Connettivismo, Letture, Proiezioni | No Comments »

Thomas Pynchon compie oggi 72 anni. Festeggiamo con la riproposizione di questo corto stupendo, realizzato un paio d’anni fa come lavoro per un corso da Jeremy “Sir-Yessir” Sutheim, ventenne americano di Los Angeles, filibustiere su YouTube e, come risulta dal suo profilo… cacciatore di mammuth.

Il video era stato temporaneamente rimosso dalla piattaforma a causa di una disputa sui diritti della colonna sonora, ma è stato finalmente ripristinato. Così tutti possiamo goderne e - in attesa che Rizzoli si decida a pubblicare l’annunciata, e ormai ripetutamente rimandata, edizione italiana di Against the Day, mentre la Penguin ha messo in programma per il 4 agosto prossimo l’uscita di Inherent Vice - accompagnarlo alla lettura de L’incanto del Lotto 49 per celebrare nel modo migliore il compleanno dell’ultimo mastodonte in vita.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

The Crying of Lot 49

Entropy

Posted on Maggio 2nd, 2009 in Proiezioni, ROSTA | 3 Comments »

Un corto che si dichiara di ispirazione pynchoniana, ma en passant rende omaggio alle ossessioni del Ballard più atroce e a una certa visionarietà del Cronenberg videodromico. Atmosfera sospesa nell’attesa di qualcosa che potrebbe succedere, estetica degna di nota, ma risultato finale un po’ discontinuo. Comunque interessante. Scritto, diretto e prodotto da Silvia Biagioni e Timothy Plevier.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Entropy

Ora esco e vado a comprare Mason & Dixon, finalmente ristampato dopo una lunga attesa. C’è voluto un po’, ma il suo ritorno in catalogo potrebbe essere un presagio promettente dopo i continui rinvii di Contro il giorno.