Fino alla fine del mondo

Posted on Luglio 5th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 9 Comments »

Gli esordi, come sostiene a ragione Silvio Sosio, consentono un’angolazione diversa su ciò che si è fatto e su quanto ormai è stato acquisito. Proprio per questo trovo di grande interesse l’iniziativa curata da Carmine Treanni per lo speciale estivo di Delos SF, in cui mi trovo coinvolto in ottima compagnia con alcuni dei maestri riconosciuti della fantascienza italiana e con più giovani colleghi di provata bravura. E con l’occasone il curatore traccia nel suo editoriale anche un’avvincente panoramica del racconto nella storia del genere, con un occhio di riguardo per l’esperienza italiana.

Quanto al mio contributo, che dire? Fino alla fine del mondo è un racconto che ha vissuto una serie di vite. Respinto da Carmilla nel 2003, pubblicato con le opportune messe a punto sul defunto Othersider l’anno successivo (se non sbaglio), ristampato in volume nel 2005 grazie all’interessamento di Marco Milani per la sua antologia pro-Emergency Noir no War. Non è un lavoro particolarmente riuscito, a mio parere, ma si distingue per alcune trovate (la vena surrealista e metafisica di chiaro stampo ballardiano) e per alcune immagini (molto in linea con la sensibilità postumanista e di certo debitrici anche dello gnosticismo dickiano e dell’immaginario made in Japan) che sarebbero poi tornate nei racconti successivi, in forma forse più compiuta. In definitiva, è un figlio di molti padri.

Ci sono un pianeta bruciato da una guerra senza fine, delle fazioni in campo che sembrano giocare una partita eterna, dei guerrieri rianimati per giocare a questa partita, creature che lascerebbero pensare all’ingerenza di forze superiori e un demiurgo che muove le sorti degli eserciti in campo. Non c’è pietà, non c’è speranza di riscatto. Forse è anche una delle cose più cupe che ho scritto e di certo è tra i lavori più ermetici. Rileggerlo a distanza di tanti anni dalla sua stesura per riproporlo in occasione di questa iniziativa mi è servito anche per gettare uno sguardo in prospettiva su quanto è venuto dopo. E questa forse è una delle funzioni fondamentali assolte dalla rilettura delle opere di esordio.

Da qualche parte, dopotutto, bisogna pur sempre cominciare…

Nova Swing, il codice del contagio

Posted on Giugno 30th, 2010 in Fantascienza, Letture | 10 Comments »

Anche per chi si appresti a ripercorrere le rotte siderali di Luce dell’universo, meglio anticiparlo, Nova Swing è tutt’altro che un viaggio facile. La scrittura di M. John Harrison è quella ammaliante e al contempo straniante che abbiamo ormai imparato a conoscere, ma qui il gioco con la realtà e con i modelli, con la sostanza del racconto e con i suoi personaggi/attori si fa davvero duro, al punto da non offrire concessioni al lettore. In questa scelta dell’autore, che è anche un atto di coraggio, si realizza tutta la coerenza di un romanzo che, se da un lato non può aspirare ad elevarsi alle vette del suo predecessore, è riuscito comunque a riservare ben più di una parentesi di soddisfazione a chi scrive.

Nelle 252 pagine della traduzione di Flora Staglianò (che non deve essere stata un’impresa agevole, considerando anche il lavoro svolto dal supremo Curtoni con Light), la storia viene letteralmente ridotta in frammenti, come uno specchio colpito da un pugno. E come per uno specchio infranto, le schegge imperlate di sangue rimandano le immagini di una realtà immersa nel caos e condizionata dall’irrazionalità, in un turbinio di punti di vista e di voci che avrebbe fatto la gioia di Robert Altman e che potrebbe sorprendere in una trasposizione cinematografica affidata a un regista come Paul Thomas Anderson. Il modello letterario più vicino che mi viene in mente è forse l’Underworld di Don DeLillo, più volte citato sullo Strano Attrattore, e può bastare il paragone con simili riferimenti per dare l’idea dell’ambizione riposta da Harrison in questo suo affresco del futuro remoto dell’umanità.

Siamo nel 2.444 d.C. e lo scenario è quello di Saudade, un pianeta-città dell’Alone. L’intera ambientazione del romanzo è urbana e non viene concesso nemmeno un accenno al resto del mondo al di fuori della metropoli sviluppatasi intorno a Straint Street. L’unica eccezione a questo contesto metropolitano da film noir, fatto di locali notturni, spiagge desolate, case abbandonate ed edifici fatiscenti, è rappresentata dal cosiddetto «sito dell’evento». Una o due generazioni prima dei fatti narrati, un pezzo si è staccato dall’enigmatico Fascio Kefahuchi (”una singolarità nuda”, come veniva descritto nel precedente romanzo, una vera e propria anomalia spazio-temporale, come viene ricordato nella quarta di copertina) ed è caduto sul pianeta, originando un serbatoio di manufatti alieni e di paradossi quantistici sottoposto al rigido controllo delle autorità, nella fattispecie della cosidetta Criminale del Sito.

L’evento (la caduta sul pianeta, o comunque lo si voglia descrivere) era avvenuto una generazione prima o più, nella vecchia parte industriale della città, nel dedalo di fabbriche, magazzini, porti e canali marittimi che al tempo collegavano Saudade all’oceano. Il commercio era terminato all’istante, ma la caratteristica architettura era rimasta nella zona marginale, circa un chilometro all’interno, un labirinto di edifici vuoti con tetti pericolanti e tubi di scarico rotti, telai di ferro delle finestre sfondati e privi di vetri. Un chilometro o due oltre il bar di Liv Hula, Straint si stringeva a formare un vicolo; le traverse acciottolate diventavano poco più che stradine industriali piene di crateri e solchi, mucchi di cavi in disuso e grosse travi di legno. Tutto odorava di ruggine e antesignani di sostanze chimiche. Le targhe smaltate di blu agli angoli delle strade si erano corrose da tempo fino a diventare illeggibili. Elizabeth Kielar le osservò attentamente ed ebbe un brivido. [pag. 170]

In questo contesto di estremo rischio e degrado, si trovano ad operare i cosiddetti agenti di viaggio o entradisti, stalker memori del modello dei fratelli Strugatsky che non a caso vengono citati nelle epigrafi di apertura, che di per sé sembrano racchiudere la chiave di lettura necessaria per decodificare la serratura quantistica di M. John Harrison. Vic Serotonin è uno di questi agenti di viaggio, che si avventura nel sito per recuperare reperti da smerciare a caro prezzo sul mercato nero, quando non è occupato ad accompagnare turisti a caccia di avventure forti. Lens Aschemann è un investigatore della Criminale del Sito sulle sue tracce, riconoscibile dalla somiglianza con Albert Einstein, e la sua assistente ha un datableed impiantato nell’avambraccio che la tiene costantemente aggiornata su ciò che accade a Saudade. Paulie DeRaad è un ex-contrabbandiere che ha costruito la sua fortuna grazie a un accordo con l’onnipotente AMT (acronimo di Appalti Militari Terrestri, una compagine commerciale-militare che ha guidato la colonizzazione spaziale e l’espansione umana nell’Alone), uno degli uomini più potenti e rispettati di Saudade, ma rimane accidentalmente infettato da un manufatto recuperato da Vic nel sito. Liv Hula è la titolare del bar Black Cat White Cat intorno a cui le loro storie si intrecciano. Antoyne Messner è un ciccione in cerca di considerazioni, che trova grazie a Irene la Mona, una bambolina appena colpita da un lutto d’amore. Edith Bonaventure è la figlia di Emil, forse il più grande entradista di tutti i tempi, l’unico uomo capace di spingersi in profondità nel cuore del sito e uscirne - quasi - illeso. E poi ci sono lottatori potenziati, bambine killer, ragazze-risciò, operatori ombra e gatti: tanti gatti, bianchi o neri, che inondano la città dal sito a torme come una maledizione di Ulthar, emergendo dall’anomalia insieme ai fantasmi di un’altra epoca. Come Elizabeth Kielar, che un giorno si rivolge a Vic per ritrovare il proprio passato, la propria storia. Nel sito.

Le immagini con cui Harrison bombarda il lettore sono memorabili e persistono dietro gli occhi con la tenacia di un flash al magnesio. Le sue frasi sono lampi illuminanti che per una frazione di secondo sembrano rischiarare un mondo meraviglioso e inquietante al contempo, ma come lampi si estinguono in un batter d’occhio lasciando solo il ricordo di una sensazione, un’impressione che si degrada progressivamente rivelando la propria fallacia alla luce del lampo successivo. Ma un sentimento elegiaco pervade il suo racconto e un senso di nostalgia si estende per tutto il suo sviluppo come un rumore di fondo, il refrain di una vecchia musica terrestre, una presenza costante che è una sfumatura persistente nello sguardo del lettore. Ci ritroviamo a seguire così le gesta sconclusionate dei protagonisti e le loro conversazioni senza capo né coda, ad abituarci ad esse ed affezionarci ai loro vezzi, comprendendo come il comportamento umano possa essere manipolato alla stessa maniera di un codice informatico, e come un software sia esso stesso esposto alle insidie aliene del contagio e dell’infezione. Quando alla fine l’essenza del sito si rivelerà essere nient’altro che un catalizzatore delle routine comportamentali più antiche, codificate nell’istinto dell’uomo, saremo colti da un misto di delusione per le miriadi di segreti disperse nelle sue profondità surreali e mai abbastanza esibite al lettore, ma proprio come davanti a un gioco di prestigio ben riuscito sapremo riconoscere l’efficacia della rappresentazione e perderci nella sorpresa della sua riuscita.

Harrison è un mago della parola e dell’immagine e come un illusionista non offre risposte, non indugia in spiegazioni e anzi, con la dovuta eccezione del passaggio sopra riportato (indicativo anche della cifra stilistica del romanzo, con il suo carico di incertezza e di dubbio che traspone l’essenza del paradosso di Schrödinger), taglia del tutto ogni occasione di infodump per estirpare da Nova Swing qualsiasi rischio nozionistico sul background di Saudade, sulla storia dell’Alone e sulla natura del sito. Ogni elemento viene colto attraverso una particolare esperienza di ciascuno dei personaggi e alla fine si dimostra altrettanto tenue di un’annotazione scarabocchiata di fretta nella concitazione del momento sulla pagina ormai ingiallita di un vecchio diario.

Sono rimasto a lungo indeciso se parlare o meno di questo libro. Ogni interpretazione ha senso in uno spazio soggettivo comunque circoscritto, e in questo caso più ristretto che mai vista la volontà dell’autore di trasfigurare la quintessenza di un paradosso quantistico che ha nell’osservatore la principale fonte di interferenza e disturbo. Ma a distanza di dieci giorni dalla fine della sua lettura immagini e sensazioni provocate da Nova Swing continuano a rincorrersi nei miei pensieri e così ho pensato che potesse valerne la pena metterli nero su bianco, su queste pagine tracciate con inchiostro elettronico.

Meno dinamico ed esplicativo di Picnic sul ciglio della strada, Nova Swing vive nel gioco dei rimandi e delle sensazioni ed esalta le qualità stilistiche del suo autore nella definizione di un’atmosfera struggente. Ma come ricorda lo slogan di un’impresa commerciale che presta anche il titolo al libro (”Mira al futuro”), la nostalgia di Harrison non è diretta verso qualcosa di già smarrito, ma verso qualcosa che potremmo perdere, nel corso della nostra ascesa alle stelle. Ogni impresa, dopotutto, resta esposta al rischio della sconfitta. E tanto maggiore è la sua portata, tanto maggiore risulta il sacrificio richiesto. L’efficacia del mondo di Harrison nasce anche dall’aver dato voce ai reietti del futuro, ricordandoci che sull’orizzonte del domani non si affollano solo mirabili prodigi e benefiche conquiste.

[Immagini: The Moon and the Stars, by Dannyw via Flickr; Looters, via English Russia; Pripyat Exclusion Zone - Panorama, by Pedro Moura Pinheiro via Flickr; Galaxy Skyline, by Just Nate via DeviantArt.]

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]

Kardashev e il celacanto

Posted on Aprile 24th, 2010 in Connettivismo, Postumanesimo | 3 Comments »

Esco oggi da una settimana di editing e revisione su un progetto collettivo e, come accade spesso quando si fanno scontrare immaginari e ispirazioni, prospettive e visioni, prima di tornare a immergermi a capofitto nel romanzo provo l’urgenza di assecondare altre storie. Nella fattispecie, c’è una profondità postumanista che richiama ancora una volta la mia attenzione.

Mi sporgo a guardare brevemente oltre l’orlo del tempo, in quel baratro in cui sprofonda e ribolle la tenebra informe e favolosa - per dirla con un pensiero a Delany - delle possibilità future e passate. Mi perdo così in visioni di rutilanti e terribili civiltà interstellari, mentre nei miei schemi neurali faccio andare a ciclo continuo la danza ipnotica delle pinne di un celacanto sul fondo dell’oceano. E un sogno di persistenza e di trasformazioni prende forma da parole appena sussurrate.

Fringe - Episodio Pilota

Posted on Marzo 10th, 2010 in Fantascienza, On air | 4 Comments »

Fringe come fringe science (la scienza di confine che raccoglie sotto la propria accezione tutte quelle teorie oggetto di controversia e per questo relegate al di fuori della scienza ufficiale) si qualifica fin dal titolo come un progetto borderline. Un po’ X-Files, un po’ Alias, mantiene la sua promessa di muoversi nei territori indefiniti del crepuscolo (per citare un’altra serie di culto di qualche decade fa), puntando sulle suggestioni delle teorie non convenzionali che fioriscono ai margini delle correnti di pensiero consolidate e riconosciute dal mondo accademico. In anni di terrore come questi trascorsi e di cui ancora ci tiriamo dietro gli strascichi, un buon dosaggio di questi elementi con il ponderato apporto di qualche teoria cospirativa di ampio respiro (Dick docet) può servire a confezionare una miscela dal potenziale esplosivo molto, molto alto. E la formula che J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno scelto per questo loro progetto congiunto (2008), dalla gestazione parallela al rilancio cinematografico del marchio di Star Trek, almeno a giudicare dall’episodio pilota “Il laboratorio del dottor Bishop” funziona alla grande.

In maniera molto succinta, la trama vede l’agente dell’FBI Olivia Dunham (interpretata dall’attrice australiana Anna Torv, classe 1979) alle prese con un caso anomalo di terrorismo nei cieli, che ben presto la coinvolge sul piano privato. Il volo 627 da Amburgo atterra all’aeroporto di Boston con un carico di morte: praticamente tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio a bordo sono cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Il caso viene affidato a un gruppo interforze coordinato dal Dipartimento di Sicurezza Interna (DHS) e a cui viene assegnata l’agente Dunham. Nel corso delle indagini, il suo partner (sul lavoro e nella vita) rimane gravemente ferito e l’unico modo di salvargli la vita si rivela fin da subito il coinvolgimento di un biologo di Harvard. Il problema è che da diciassette anni lo scienziato (John Noble) vive segregato in manicomio a seguito degli esiti discutibili di certi esperimenti molto contestati dai suoi colleghi. Con l’aiuto del figlio (Joshua Jackson) divenuto nel frattempo un genio della truffa, Olivia riesce a tirare il dottor Walter Bishop fuori dal suo ricovero forzato e si avventura sotto la sua discutibile guida sulla lama affilata di un’indagine sempre più pericolosa, in bilico tra le macchinazioni della Massive Dynamic, una multinazionale legata a doppio filo con il passato di Bishop, e le insidie di una scienza sempre più lontana dalle nostre certezze acquisite.

Il plot si dispiega con efficacia e non senza sussulti spettacolari nei 90 minuti circa dell’episodio pilota, forte del budget di 10 milioni di dollari investito dalla Bad Robot di Abrams con il sostegno della Warner Bros Television. I colpi di scena non mancano e si segnala per un’atmosfera tenuta abilmente sospesa nell’attesa di qualche imminente cattiva sorpresa. E le cattive sorprese, in effetti, non mancano affatto. La Massive Dynamic è una multinazionale che richiama tanto la Cyberdyne Systems di Terminator quanto la famigerata Dharma del franchise feticcio di Abrams, Lost: della prima condivide il coinvolgimento sulla frontiera dell’avanguardia tecnologica (e la Singolarità Tecnologica viene richiamata in maniera esplicita da una dirigente-cyborg in una delle scene clou dell’episodio), della seconda l’implicazione in un piano segreto la cui portata sfugge alle singole persone come pure ai governi (The Pattern, che nell’adattamento italiano diventa “lo Schema”). Fatti singolari, all’apparenza inspiegabili, si accumulano così lungo il percorso, tenendo vivo l’interesse e la curiosità dello spettatore come accadeva nelle primissime, eccellenti stagioni di X-Files.

La scena sicuramente dal maggiore impatto visivo ed emotivo risulta quella della proiezione delle coscienze di Olivia Dunham e del suo collega in coma in uno spazio onirico condiviso: l’uso di droghe neurotrope come l’LSD per il raggiungimento dello scopo testimonia inoltre di un coraggio produttivo nient’affatto scontato per un serial televisivo destinato al grande pubblico come questo. E nel prosieguo della prima stagione sono previste vette ancora più audaci nella rottura dei tabù, man mano che lo Schema andrà dispiegandosi. Il tutto assistito dalle consuete strategie virali di Abrams che già hanno fatto la fortuna di Lost e di Cloverfield, e con una punta di azzardo estetico aggiuntivo nella concezione di didascalie tridimensionali dal forte sapore di augmented reality. La Fox ha mandato in onda finora le prime 2 stagioni di Fringe, rispettivamente di 21 episodi da 50′ e 22 episodi da 43′. Lo scorso 6 marzo è stato annunciato il rinnovo per una terza stagione, che dovrebbe svolgersi in altri 22 episodi.

Il Punto Omega di DeLillo

Posted on Gennaio 14th, 2010 in Micro, ROSTA | 2 Comments »

Il Punto Omega che compare nel titolo della prossima novella di Don DeLillo, in uscita per il mercato americano il 2 febbraio, sembra non avere niente a che fare con l’Omega point di Teilhard de Chardin e le sue implicazioni postumaniste ed escatologiche, ma non manca di spunti di interesse (oltre che di echi dei precedenti lavori dell’autore newyorchese), come fa notare Fabio Deotto. In rete sono disponibili anche una prima recensione (apparsa sul Publisher’s Weekly) e un estratto (direttamente dal sito dell’editore Simon & Schuster).

I keep seeing the words. Heat, space, stillness, distance. They’ve become visual states of mind. I’m not sure what that means. I keep seeing figures in isolation, I see past physical dimension into the feelings that these words engender, feelings that deepen over time. That’s the other word, time.

“Qualcosa di irriconoscibile”

Posted on Gennaio 12th, 2010 in Futuro, Micro, Postumanesimo, ROSTA | 2 Comments »

Quando ha discusso con John dell´ipotesi di ricavare un film dal suo romanzo, lui le ha chiesto maggiori dettagli su che cosa fosse stato a provocare il disastro?
«Molti me lo chiedono. Io non ho un´opinione al riguardo. Al Santa Fe Institute ci sono scienziati di tutte le discipline, e alcuni geologi mi hanno detto che a loro sembrava un meteorite. Ma avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, l´attività vulcanica o una guerra nucleare. Non è veramente importante. La questione essenziale ora è: che cosa fai? L´ultima volta che la caldera di Yellowstone ha sbuffato tutto il continente nordamericano è finito sotto trenta centimetri di cenere. Quelli che vanno a fare le immersioni nel lago di Yellowstone dicono che sul fondo c´è una protuberanza che adesso è alta quasi trenta metri, e sembra quasi che pulsi. Se chiedi a persone diverse ti danno risposte diverse, ma potrebbe succedere fra tre o quattromila anni o potrebbe succedere giovedì prossimo. Nessuno lo sa».

Che tipo di cose la inquietano?
«Se pensi ad alcune delle cose di cui parlano scienziati intelligenti e riflessivi ti rendi conto che fra cento anni la razza umana sarà diventata qualcosa di irriconoscibile. Potremmo essere in parte delle macchine, avere dei computer impiantati. Impiantare nel cervello un chip che contenga tutte le informazioni di tutte le biblioteche del mondo è già ora qualcosa che non è possibile solo a livello teorico. Come dicono le persone che discutono di queste cose, si tratta solo di capire come fare i collegamenti. Ecco una questione su cui ragionare».

[Da Wall Street Journal/Repubblica, via Lipperatura]

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Posted on Novembre 27th, 2009 in Micro, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

Your sky is not available at the moment. Please try again shortly…

Se uno sapesse almeno dove è andato a cacciarsi il cursore… Comunque, se sapeste che Photoshop non c’entra, non trovereste anche voi angosciante e dickiana questa foto del messaggio d’errore apparso nei cieli dell’Ucraina? Un evento simile porta con sé il presagio sinistro di una rivelazione metafisica incombente. E - oserei aggiungere - anche una prospettva postumana, ripensando al bel racconto di Benjamin Rosenbaum The House Beyond Your Sky, di cui si parlava anche su Fantascienza.com un po’ di tempo fa, prima che venisse tradotto da Robot.

In effetti sono abbastanza certo che già il solo pensiero che il nostro mondo girasse su un sistema operativo Microsoft basterebbe a far cadere dalla sedia un buon numero dei lettori di questo blog. Per il momento, l’apocalisse è rimandata. L’arcano è rivelato sulle pagine di English Russia ed è intuibile a partire dal titolo di questo post.

Solo un innocuo per quanto bizzarro incidente di percorso per una trovata pubblicitaria singolare. Niente di grave, insomma. Il fuori servizio della realtà può attendere.

Cronache dal Gorgo

Posted on Settembre 10th, 2009 in Connettivismo, Postumanesimo | 6 Comments »

Questo articolo su Cygnus X-1 mi ha riportato alle atmosfere di Orizzonte degli eventi. Prima di leggere Reynolds, cercavo un nome evocativo per una stazione spaziale, sospesa al di fuori dal tempo, lontana da Dio e dagli uomini. Resurgam era perfetto e così me ne sono appropriato. Questo che segue è un brano di quel racconto. Sempre per Continuum mi ritrovo all’opera - da un bel po’ di mesi ormai, in effetti - su un possibile seguito della storia di Jerry Lone e della sua allegra banda di recuperanti. Se Roberto riterrà che ne è valsa la pena, avrete modo di leggerne gli sviluppi su quelle pagine.

Il brano che segue viene proprio da questo nuovo racconto. Titolo provvisorio: Orbita limite.

Il modello olografico del sistema era tutto ciò che restava del sogno che avevano concepito insieme. L’armonia della danza cosmica, l’equilibrio delle forze che Jerry Lone aveva saputo instillare nel codice, la quiete trascendente che emanava dal walzer planetario: tutti elementi che adesso, nell’abbandono del cuballoggio, stonavano con le prospettive fantastiche che Ayesha si era prodigata a costruire per il loro futuro comune.
Gli angeli del sogno commutarono ancora una volta la sua coscienza indietro, nel mondo degli atomi e degli uomini.
– Devo chiederle di seguirci – disse la voce della donna. Una sfumatura gelida segnava le sue parole, ma non poteva mascherare lo strato di ansia che si era sedimentato sotto la superficie, ormai prossimo a degenerare in frustrazione.
Ayesha s’interfacciò di nuovo con il modello, per un’ultima scorribanda siderale. Si abbandonò al richiamo delle linee di campo, scivolò lungo il declivio del pozzo gravitazionale, oltre la Cintura. Poi virò su un’immaginaria traiettoria radente, una panoramica a volo-clipper sul disco di accrescimento di Niger RX-2047.
A quella distanza, il calore del plasma avrebbe aggredito i sistemi di un’ipotetica freccia, mandandola in
cut-off. Ma nella simulazione la freccia era lei: pilota, navigatrice e Algebra. E in quel momento avrebbe voluto annientarsi, ma i dieci milioni di gradi del Gorgo si dissolsero nell’interazione con il tempo-lento.
Gli intrusi che avevano fatto irruzione nel cuballoggio avevano neutralizzato i suoi protocolli di sicurezza e asservito gli angeli del sogno che aveva in circolo. Ayesha sentì dei passi alle sue spalle.
Non oppose resistenza.

Quoting Revelation Space

Posted on Settembre 9th, 2009 in Fantascienza, Letture | 5 Comments »

Nell’oscurità interstellare, uno sfioraluce attraversa la notte diretto verso un mondo a 10 anni-luce dal Sole, dove potrebbe esserci un rimedio per un morbo nanotecnologico che non risparmia la carne e la mente.

Era la città della sua infanzia, all’inizio della Belle Epoque. Stupende strutture dorate, in lontananza, vibravano per il traffico. Sotto, parchi e giardini a vari livelli scendevano per chilometri verso una macchia confusa di verde e di luce. [pag.22]

Su quel mondo, una città sospesa sull’abisso che ha provato la Peste sul proprio corpo…

Ora che il veicolo si era sollevato al di sopra del gruppo di edifici attorno al suo, si cominciava a vedere anche il resto di Città del Cratere. Era strano pensare che quella foresta di strutture sgraziate fosse un tempo il più prospero conglomerato della storia umana, il luogo da cui, per quasi due secoli, si era diffusa una ricca messe d’innovazioni scientifiche e artistiche.

Oggi persino gli abitanti ammettevano che il posto aveva visto giorni migliori. Senza molta ironia la chiamavano “la Città che non si sveglia mai”, perché molte migliaia dei suoi ex ricchi erano adesso in stasi nelle criocripte, a saltare i secoli nella speranza che quel periodo fosse solo una momentanea interruzione nelle sorti magnifiche e progressive della metropoli.

[...] Il cratere aveva richiamato i primi esploratori e attorno a loro si era pian piano costituito un insediamento permanente, che in breve era diventato una città di frontiera. Pazzoidi, amanti del rischio e sognatori vi erano affluiti, richiamati dalla voce che nel pozzo si trovavano grandi ricchezze. Alcuni erano tornati a casa delusi. Altri erano morti nelle sue viscere velenose e ribollenti. Altri ancora avevano scelto di rimanere perché li attirava la collocazione della città, così vicina al pericolo. Un balzo di duecento anni e quel mucchio di strutture era diventato… quel che Khouri aveva sotto gli occhi.

La metropoli si stendeva all’infinito in tutte le direzioni, un fitto bosco di edifici collegati tra loro, che scomparivano lontano nella foschia. Le più antiche costruzioni erano pressoché intatte. [...] Invece le strutture più moderne sembravano pezzi di legno o tronchi rinsecchiti di forma irregolare e posizionati al contrario. Un tempo quei grattacieli erano lineari e simmetrici, finché la Peste non li aveva fatti crescere in modo folle, con vesciche sporgenti e appendici lebbrose.

Tutti gli edifici erano morti, adesso, bloccati in forme che sembravano studiate per inquietare. [pag. 51-52]

Mentre a 21 anni-luce da lì un uomo rinuncia alla propria umanità per scoprire i limiti del postumano.

Sylveste si accorse che invece dell’irritazione era scesa su di lui una calma glaciale. Ma era la calma degli oceani di idrogeno metallico dei giganti gassosi più lontani da Pavonis. Una calma mantenuta dalla pressione schiacciante che proveniva da sopra e da sotto. [pag. 17]

Sullo sfondo di un mistero cosmico che affonda novecentomila anni nel passato, quando la civiltà degli Amarantini conobbe la fine.

Sono solo una manciata di spunti campionati dalle prime pagine di Revelation Space (nella traduzione di Riccardo Valla), ma credo siano abbastanza per cominciare ad apprezzare le proporzioni del capolavoro di Alastair Reynolds.

[Immagine da KB Arts Webdesign.]