Perramus (I)

Posted on Luglio 21st, 2010 in Graffiti, Letture | No Comments »

[Prosegue la missione a caccia delle storie dedicate dal duo Alberto Breccia / Juan Sasturain al laconico antieroe senza passato e senza memoria. Ancora una volta grazie all'interessamento di Maurizio Fontanella detto Gunman, sono riuscito a mettere le mani sulla prima storia della tetralogia, pubblicata in Italia nel 1984 sulle pagine di Orient Express. Lo stesso Gunman mi ha anche messo a disposizione i suoi numeri de Il Mago che presentavano storie di Mort Cinder, illustrato sempre da Breccia su testi del compianto Héctor Oesterheld: ho avuto modo di leggerne solo una manciata e sono forse troppo poche per sviluppare un giudizio complessivo su questa singolare figura di viaggiatore nel tempo, ma i punti di contatto con il Billy Pilgrim di Vonnegut (anche se Mort Cinder è sì un po' spaesato, ma sa anche dimostrarsi pronto di spirito ogni volta che serve) nonché con il Khruner de l'Eternauta me lo hanno reso istintivamente simpatico. E' un personaggio malinconico che grazie alla sua capacità di "scivolare" nel tempo si fa carico degli eventi della storia dell'umanità, e anche questa la trovo estremamente intrigante come intuizione. La sua lettura mi ha dato modo inoltre di confrontare il lato epico di Breccia (caratterizzato da un tratto più "classico" anche per ragioni storiche, considerato il ventennio che separa Mort Cinder da Perramus) con quello satirico/surreale (reso inconfondibile dal tocco espressionista e dalla padronanza di un'arte superlativa). Comunque adesso voglio parlarvi della prima storia di Perramus. Per recuperare quanto già detto su Perramus III - tutto sommato anche questo andamento browniano deve molto a Mort Cinder - vi rimando alla recensione del 4-5-2010. E spero di colmare presto le lacune che restano...]

La prima avventura della tetralogia di Juan Sasturain e Alberto Breccia segna la nascita mitologica di Perramus, uomo in fuga dal proprio passato e dal proprio mondo. La prima sequenza è memorabile per resa espressiva ed artistica: l’arrivo, in una notte di luna piena, di uno squadrone della morte – i loro volti trasfigurati in teschi spettrali nelle tenebre – presso il covo di un gruppo di dissidenti politici, la vile fuga del protagonista che abbandona i compagni al loro destino, il suo approdo in una locanda emblematicamente chiamata Aleph dove gli viene fornita da tre prostitute la soluzione ai propri sensi di colpa… a scelta tra il piacere di Maria, la fortuna di Rosa e l’oblio di Margarita. La sua preferenza cade su quest’ultima e, abbandonata ogni reminescenza della propria vita trascorsa, al risveglio l’uomo che non ha più un nome dovrà cercare di ricostruirsi un’identità e una personalità, mentre il mondo intorno a lui prosegue a spron battuto sul cammino che porta al caos e alla dissoluzione.

La sua ricerca di se stesso – un nuovo se stesso – transita per la raccolta di frammenti altrui, simboleggiati dai vestiti abbandonati nella camera di Margarita dai suoi precedenti clienti: un marinaio svedese, un capitano scozzese, un clandestino argentino. Prelevato dai servitori del regime dei Marescialli, l’uomo che viene battezzato Perramus dal nome del suo soprabito viene imbarcato su un bastimento per occuparsi dell’eliminazione dei corpi, nella tragica evocazione dei peggiori sistemi riservati dalla dittatura ai desaparecidos. A bordo incontra Canelones e azzarda con questi un ammutinamento che li porta per la prima volta sull’isola di Mr. Whitesnow, una nazione strategica in cerca di emancipazione dal Regime dei Marescialli. E qui la storia si fa prima tragicomica, e quindi farsesca, con Perramus che si procura l’identità fittizia di un pugile americano degli anni ‘30 e Canelones che lo trascina in avventure goderecce in giro per l’isola. Nel gioco allegorico di Alberto Breccia, i funzionari della dittatura di Mr. Whitesnow assumono tratti scimmieschi e statura da nani: evidentemente non meritano l’aspetto spettrale e cadaverico dei servitori dei Marescialli, e forse incarnano in chiave farsesca la banalità del potere in contrapposizione alla più autentica espressione del male.

L’autonomia dal Regime di Santa Maria implica grandi cambiamenti per l’Isola: le pretese di democraticità di Mr. Whitesnow lo inducono a proclamare la liberazione del Nemico, il “bisogno” che fino al giorno prima ha giustificato l’esercizio del suo potere autoritario sull’Isola. E il Nemico di ieri viene affidato alla compagnia di Canelones e Perramus, per la costituzione del trio che seguiremo lungo l’arco narrativo dell’intero ciclo.

Le linee guida che verranno poi confermate nel prosieguo della serie sono già tutte - o quasi - perfettamente definite qui: la satira spietata verso il potere in tutte le sue incarnazioni, la denuncia della repressione in tutte le sue forme, lo smascheramento di presunte forme di libertà che nascondono l’essenza della schiavitù e dell’oppressione, la celebrazione di uno spirito identitario perduto (la guida della città di Santa Maria, quasi una mappa della realtà) e degli sforzi tesi al recupero della memoria (il Funes di Borges è un parallelo immediato con Perramus).

Decollati dall’Isola con il B-29 usato decenni prima dal Nemico contro Mr. Whitesnow, e adesso da questi messo gentilmente a loro disposizione, il nostro trio è destinato a un atterraggio d’emergenza su una pista in pieno deserto. Sorpresa delle sorprese, la pista si rivela essere un set cinematografico, e Sam e la sua casa di produzione (la prima al mondo specializzata in film che non esistono) li reclutano di forza nella loro impresa: produrre trailer avvincenti (sesso, violenza e impegno gli ingredienti) per rastrellare gli anticipi delle case di distribuzione di tutto il mondo.

In fuga dagli uomini della troupe, l’uruguayano Canelones (che si presenta come “Washington Sosa, operaio dei macelli […] mi chiamano Canelones perché sono nato là”), il Nemico (“Ezequiel Gorriti, isolano […] sono stato il Nemico di Mr. Whitesnow, finché loro mi hanno liberato”) e Perramus s’imbattono nelle truppe dei Volontaristi Verso la Vittoria. Perramus ha un déjà-vu alla vista del loro simbolo e riceve dal Comandante Azul la missione di tornare a Santa Maria e contattare il Maestro, nel nome della causa del popolo contro la dittatura dei Marescialli.

La missione conduce Perramus al fatidico incontro con Borges e già in questa prima occasione gli autori pensano bene di affidare al loro scambio di battute l’apice drammatico della storia:

Borges: «Lei porta un nome eccessivo, Signor Perramus. Evocatore di latini e di magia.»
Perramus: «Io non sono altro che questo nome.»
Borges: «Frase un po’ troppo letteraria, se mi permette.»
Perramus: «Mi spiace, ma tutta la mia vita è un racconto fantastico.»
Borges: «Questa è ancora peggio. La realtà è un’invenzione fantastica. La storia stessa lo è…»

Tra enigmi e riflessioni filosofiche, la legge del contrappasso si fonde con l’eterno ritorno e i cicli storici del destino. Perramus decodifica il messaggio per la resistenza, ottiene la libertà dei suoi amici trattenuti dai Volontaristi, ma un’indicazione sbagliata sulla sua guida di Santa Maria lo riporta all’Aleph e a Margarita.

Margarita: «Cosa vuoi adesso?»
Perramus: «Ciò che ho perso: voglio conoscere il mio passato.»
Margarita: «Perramus, ciò che hai vissuto è davanti a te, non puoi ricordare ciò che succederà. È giusto così.»

Perramus, l’uomo senza memoria, si ritrova a fare i conti con il futuro, con l’unico impegno di “essere fedele al desiderio”. E le sue peripezie per il mondo possono riprendere. 

Perramus (III)

Posted on Maggio 4th, 2010 in Graffiti, Letture | 11 Comments »

[Tempo fa, spinto dall’invito di Danielepase, mi sono interessato all’introvabile Perramus. Con il consueto formidabile supporto di Maurizio “Gunman” Fontanella, mio fornitore di fiducia di letture fumettistiche, sono riuscito ad agguantare il terzo episodio della saga dedicata all’enigmatico antieroe argentino, spezzato in dieci puntate sulle uscite de L’Eternauta, tra il 1988 e il 1989. Per il momento non sono riuscito a fare di meglio, ma so che alla pubblicazione cominciata nel 1984 dovrebbe essere seguita una raccolta in quattro volumi e l’obiettivo è entrarne in possesso, prima o poi. Per il momento, mi sono goduto questa terza avventura di Perramus, che porta sull’Isola del Guano l’uomo senza memoria, in fuga dal passato, che si è dato il nome di un impermeabile. “È un marchio, non un nome”, protesta un personaggio. In tempi di crisi dell’individuo e di esasperato individualismo, fa qualche differenza?]

Di ritorno da Stoccolma, dove l’Accademia Svedese gli ha tributato l’atteso Nobel premiando “l’opera letteraria di un creatore eccezionale, lungamente emarginato per equivoci ideologici e d’altro genere”, Jorge Luis Borges scampa per un pelo a un agguato teso dai Marescialli di Santa Maria, indispettiti da una dichiarazione rilasciata dal Maestro al momento della consegna. La scomoda affermazione recita testualmente: “Un tempo mi preoccupavano i governi che facevano sparire certi libri dagli scaffali… poi ho capito che era più grave far sparire i lettori dalle loro case” e viene pronunciata con un sorriso reso serafico dal tratto fortemente espressionista e caricaturale di Alberto Breccia. E questo è solo l’inizio del terzo di quattro episodi dedicati da Breccia, su testi del romanziere e poeta Juan Sasturain, all’enigmatico Perramus, al fosco Canelones e al paradossale Nemico, compagni di viaggio di Borges in un’avventura surreale e paradossale che fotografa i contrasti tra le luci e le ombre, tra le angosce dietro le tende e le speranze oltre i vetri dell’Argentina appena uscita dalla Guerra Sucia. Nella finzione, i tre sono protagonisti della raccolta di racconti Fricciones, che vale appunto il Nobel al grande scrittore argentino, “e se abitualmente i personaggi esistono e sono determinati dalla scrittura dell’autore, nel caso delle mie Fricciones sono stati invece i personaggi stessi a segnare per sempre colui al quale è toccato in sorte di essere, per puro accidente, il semplice autore”. Finiscono così per accompagnare il Maestro in quest’avventura che li precipita di male in peggio, spedendoli dopo il tentativo di sequestro da parte degli scherani del governo sull’Isola di Mr. Whitesnow, la capitale mondiale del guano.

Non dobbiamo dimenticare che Alberto Breccia era stato strettissimo collaboratore di Hector Oesterheld e che proprio con il padre dell’Eternauta aveva lavorato su una vita a fumetti del Che che, molto probabilmente, fu una delle ragioni che portarono al rapimento e alla successiva sparizione dello sceneggiatore nel 1977. Quando si mise all’opera su Perramus, nel 1983, il ricordo dell’amico desaparecido doveva vibrare intenso, e possiamo ritrovarlo ancora nitido in una dichiarazione rilasciata dallo stesso artista a Milano nel 1988, in occasione di una mostra dedicata alla sua opera: “Non volevamo che calasse la tensione, che gli argentini tornassero a veder rosa troppo presto”.

E se la minaccia sinistra della dittatura dei generali si staglia sullo sfondo anche di questo terzo episodio ambientato fuori dall’Argentina, su un’immaginaria isola che potrebbe essere un paradiso caraibico come un’immaginaria reinterpretazione delle Malvinas/Falkland, Breccia e Sasturain trovano nel paradosso la chiave di lettura della storia. L’Isola è un luogo non meno emblematico delle figure dei quattro protagonisti, nella cui allegoria vive trasfigurata la tragicomica situazione di ogni repubblica delle banane. La repubblica del guano basa sugli escrementi dei volatili la propria precaria economia e i suoi abitanti sono pertanto costretti ad attendere con ansia una pioggia fecale per vedere risollevate le sorti stagnanti della propria nazione. “Il problema non è la merda. Al contrario, è la soluzione!” insegna il lacchè di Mr. Whitesnow. Paradigmatico e attualissimo tuttora, non è vero?

A contrapporsi al regime, si batte ormai solo il Circo Isolano Clandestino, erede spirituale dell’antica tradizione circense dell’Isola messa al bando dalla dittatura (che è arrivata a dichiarare fuorilegge la stessa parola “pagliaccio”, come se fosse la più affilata delle armi contro il governo… e forse è davvero così), che oppone una strenua ed eroica resistenza all’assenza di fantasia di “un’isola di merda”. Caduto nelle mani di Mr. Whitesnow, Borges è costretto a tenere conferenze a una platea di nani, il simbolo vivente dell’antica cultura abolita dal nuovo regime, sorvegliato da un Perramus sempre più disincantato e cinico, mentre Canelones e il Nemico finiscono nelle mani del C.I.C. e si lasciano coinvolgere nella causa persa della resistenza. E quando un tentativo di scuotere le coscienze con un blitz circense in una fabbrica di guano fallisce davanti all’incapacità degli operai di divertirsi, la critica della rivoluzione vive il suo requiem nelle parole definitive del Nemico, già avversario del regime prima di ritirarsi in esilio: “Sappiamo che abbiamo ragione, forse… Ma oltre ad avere ragione, bisogna convincere la maggioranza… Una verità per pochi è quasi una menzogna…”

Da qui in poi è tutta una concatenazione di episodi, con continui capovolgimenti di fronte tra la resistenza e il regime di Mr. Whitesnow, finché questi non accusa di tradimento Borges e Perramus e li condanna all’esilio per cannoneggiamento fuori dalle frontiere dell’Isola e una provvidenziale pioggia di guano interrompe la cerimonia ricoprendo di merda gli astanti. È solo il presagio dello sbarco sull’Isola dei gringos di Mr. Mastershit (la cui fantasia diplomatica richiama in una certa misura la figura-chiave di Henry Kissinger), che porta un progetto innovativo per sfruttare il “fenomeno fisiologico” che si scontra presto con i piani di predominio di Mr. Whitesnow, obbligando quest’ultimo ad abbracciare la causa della resistenza per scacciare gli invasori dall’Isola. La sontuosa sarabanda finale è il culmine prodigioso del caos e del grottesco, che porta all’unica soluzione possibile: una rivoluzione dal sapore amaro di restaurazione.

E il senso della storia orchestrata con estro e impreziosita da tocchi di dirompente ironia da Sasturain e Breccia è tutto concentrato in uno scambio tra Borges e Perramus, collocato proprio nel fulcro narrativo attorno a cui si dipana l’intreccio.

Perramus: «Maestro, stanno dormendo… Perché insiste sull’argumentum ornithologicum?»
Borges: «Io non parlo affinché mi ascoltino, così come non mangio affinché mi pesino o sono cresciuto affinché mi misurassero… Capisce?»
Perramus: «No.»
Borges: «Non importa. Non le spiego affinché capisca.»

C’è altro da aggiungere?