Codice morto: i luoghi

Posted on Marzo 30th, 2013 in Criptogrammi | 7 Comments »

Codice morto si svolge interamente in terre ignote ai più. La parte “realistica” si dipana in Basilicata, Terra incognita per molti, affezionati implicitamente all’idea divenuta proverbiale che “Cristo si è fermato a Eboli” (titolo di uno dei due capolavori letterari legati a queste terre, che dobbiamo al piemontese Carlo Levi, mandato al confino ad Aliano dal governo fascista; l’altro, per inciso, è l’affresco storico sul brigantaggio di Raffaele Nigro, I fuochi del Basento). Quindi, perché proseguire proprio noi?

Ma invece, perché no?

In effetti, la Basilicata è al massimo una terra di transito, lambita dall’eterna incompiuta A3 Salerno-Reggio Calabria che proprio nei 30 km lucani conosce uno dei suoi tratti più “movimentati”. Per il resto, poche località rinomate (Maratea sulla costa tirrenica per il turismo balneare, Metaponto e gli altri scavi lungo la costa ionica per il turismo archeologico e negli ultimi anni il rilancio di Matera come meta di pellegrinaggio accidentalmente ispirato dalla discussa Passione di Cristo secondo Mel Gibson, che dall’alto dei suoi 600 milioni di dollari di incasso dal 2004 detiene il primato di film vietato ai minori di maggior successo nella storia del cinema), e tantissimi siti di pregio ma poco valorizzati. La natura per lo più incontaminata, i paesaggi selvaggi, le colonie della Magna Grecia e i castelli medievali (molti dei quali legati al nome dell’Imperatore Federico II), i musei e le feste a tema storico, mantengono una risonanza prevalentemente locale e difficilmente riescono a superare i confini regionali.

D’altro canto, la Basilicata vive di un isolamento ormai millenario, e chi la conosce è talmente abituato alle sue innumerevoli ma segrete bellezze da non prestarci nemmeno più attenzione. Si tendono a dare per scontati i motivi di interesse, annegandoli nella palta del grigiore quotidiano. Siamo pur sempre in una delle regioni più povere d’Italia, dal peso politico irrilevante (58 abitanti/km² e a malapena mezzo milione di elettori), costretta a fare i conti con la crisi anche quando il resto del Paese conosce il boom. Una terra di emigrati (per Rocco e i suoi fratelli Luchino Visconti fu ispirato dal poeta lucano Rocco Scotellaro, che volle omaggiare fin dal titolo), di delitti che restano impregnati di mistero anche quando vengono infine risolti, di meraviglie di cui nessuno ha mai sentito parlare.

Anche dopo la scoperta dei giacimenti di idrocarburi della Val d’Agri, la più grande riserva dell’Europa continentale, da cui proviene il 74% della produzione nazionale di petrolio, la situazione economica della regione è rimasta depressa. Finché i modelli di sviluppo saranno basati sulla classica concessione di sfruttamento delle risorse naturali, dieci siti come Tempa Rossa non basteranno a risollevare le sorti del territorio. Anzi, l’unica ricaduta che conoscerà la Basilicata sarà quella dei prodotti di scarto dei processi di estrazione e lavorazione delle fonti fossili.

Per questo, oltre che per la conformazione del territorio, ho sempre trovato istintivo e naturale il parallelo tra la Basilicata e il West Virginia cantato con sguardo lucido da Breece D’J Pancake. Dall’altro versante degli Appalachi proviene invece l’ispirazione principale per il risvolto “transrealistico” della novella, che si svolge in una dimensione parallela, rarefatta, dalla natura non-euclidea, che all’improvviso e senza che ne siano mai state comprese le cause ha fatto irruzione tra le montagne. La Zona di Esclusione, affidata al monitoraggio e al controllo di un ente governativo dopo una guerra lampo risoltasi in una completa disfatta, obbedisce esclusivamente alle leggi caotiche di un ordine che sfugge alla comprensione umana. L’idea viene direttamente da Michael Marshall Smith e dal Gap in cui si incrociano le storie dei protagonisti di Ricambi (Spares, 1996), un magistrale future noir che contamina hard-boiled, fantascienza e horror, ma può essere fatta risalire senza troppi sforzi ai fratelli Strugatzki e al loro Picnic sul ciglio della strada (1972), che servì da ispirazione per il film di culto Stalker di Andreij Tarkovskij (1979).

La Zona non compare qui per la prima volta nella mia scrittura: altre sue declinazioni erano nei racconti Nella Zona (in Revenant) e Codice Arrowhead (il mio precedente e-book, per i tipi digitali di 40k Books). In maniera molto ma molto vaga, alune idee (l’effetto trainspotting, l’ambientazione lucana) richiamano uno dei miei primissimi racconti (a guardare il mio archivio dovrebbe essere il quarto che scrissi), risalente al 2004 e da allora mai più aggiornato: L’ultima fermata. Una sua traccia-fantasma può ancora capitarvi tra i piedi lungo i sentieri eterei della rete, ma non so se vi convenga.

La Zona è la trasfigurazione di tutti i non-luoghi, di tutti i non-tempi, di tutte le possibilità non realizzate distorte da uno specchio deformante che ne amplifica le perversioni.

Ed è quaggiù che viene spedito il Maresciallo Rocco Mancini per la sua ultima missione, che diventerà per lui l’opportunità di sciogliere alcuni nodi irrisolti del suo passato, e ricucire nella trama del tempo i fili del futuro.

Riferimenti:

• Potete acquistare Codice Arrowhead e Codice morto direttamente su Amazon. Se vorrete farmi avere i vostri commenti, questo blog è il posto giusto.

• Nelle foto: il castello normanno-federiciano di Melfi (LiberaMentAle) e l’osservatorio astronomico di Anzi (Michele Santarsiere).

Breece D’J Pancake: Cacciatori di volpi

Posted on Aprile 8th, 2012 in Letture | No Comments »

[Consueto appuntamento annuale per ricordare Breece D'J Pancake, lo scrittore del West Virginia morto la notte tra il 7 e l'8 aprile 1979, dopo averci lasciato una manciata di racconti straordinari. Quest'anno voglio proporvi un racconto in cui si respira un clima da noir di provincia, pur non essendo una storia strettamente di genere. Per alcuni versi, i misteri di Parkins rievocano l'atmosfera sospesa e sinistra, persino ostile, a cui David Lynch e Mark Frost avrebbero dato forma sul finire del decennio successivo in Twin Peaks. Cacciatori di volpi è una storia che si nutre di segreti e crudeltà e mette in scena, tra i boschi congelati nelle ombre dell'autunno, una lotta per la sopravvivenza, che rivive solo trasfigurata nella battuta di caccia a cui si riferisce il titolo.]

Quando il camion di Bill arrivò in cima all’ultima salita prima di Parkins, il sole aveva già cominciato a rimbalzare dai pendii a ovest, e dalle colline orientali un’ombra grigia si proiettava sulla città. Da quella salita, Bo riusciva a vedere chi era in piedi e chi no dalle posizioni dei quadrati gialli di luce sulle facciate delle case. Lucy era nella cucina della sua pensione, i suoi inquilini nei bagni. Le due sorelle Duncan, che non facevano niente, si alzavano presto per continuare a farlo. Spettegolavano sui vicini, per lo più su Lucy. Lei le ignorava. Bo pensava che le piaceva che si parlasse di lei.
Brownie Ross stava aprendo il suo negozietto vicino alla ferrovia; accendeva le luci, tirava su le saracinesche, buttava carbone nella stufa. Bo si chiese perché Brownie apriva così presto, e anche Enoch. Brownie non aveva mai venduto niente di più grosso di un sacchetto di chiodi prima di mezzogiorno e, se ti si rompeva la macchina, dovevi andare a Parkins per trovare un telefono.
Bill lavorava per le ferrovie, come capostazione, e Lucy teneva a pensione i pochi uomini che ci volevano per mandare avanti la miniera che era stata riaperta, così entrambi dovevano essere in piedi alle sei. Enoch apriva presto perché lo faceva Brownie e Brownie era soltanto un vecchio. Le mattine cambiavano molto poco a Parkins.
«Lasciami davanti alla pensione, Bill. Voglio una tazza di caffè.»
«Non sono cazzi miei» scattò Bill mentre il camion si fermava vicino all’orso giallo sorridente della Brakes-and-Alignment. Fuori dal camion, Bo si girò per ringraziare l’autista, ma gli fu tirato dietro un «e non sono neanche tuoi». Il camion partì con un balzo e Bo lasciò che la portiera si chiudesse da sola per la scossa. Camminò verso la portafinestra del garage e ci lanciò dentro un’occhiata: la luce gialla della notte era ancora accesa, il banco del negozio cosparso di arnesi e pezzi della notte precedente. La Dodge verde se ne era andata.
«Devo averla messa a posto bene» pensò. «L’hanno portata via.»
Né Enoch né il carro attrezzi erano in vista. Il presagio nell’attacco di Bill aveva colpito nel segno: Enoch ne aveva combinata ancora una delle sue, ma solo gli uomini dovevano saperlo. “Neanche gli angeli in cielo sanno l’ora della sua venuta”. Bo rise mentre entrava nell’opprimente odore di argilla rossa, grasso e benzina. Rimise in ordine il banco, si lavò le mani, si guardò alle spalle e si diresse da Lucy.
La pensione era orribile. Si drizzava minacciosa su due piani nel vuoto della vallata, anonima e greve come le grosse rocce che Bo aveva visto nei film western alla TV. Tra le mura echeggiavano rumori: il suono delle tubature malfunzionanti e dei litigi dei pensionanti. Sul retro, una tettoia era stata convertita in sala ristorante.
Dentro, Bo riscoprì gli aromi della colazione. Dieci minatori stavano mangiando; Lucy stava preparando loro il pranzo in scatole di latta con il coperchio arcuato. Bo andò baldanzoso al juke-box, selezionò F-6 in gesto di sfida ricordandosi di Bill e si avvicinò al bancone con noncuranza. Ma nessuno lo aveva osservato come lui pensava. La voce da basso di Ike Turner marcava il ritmo; quella di Tina ci sussurrava dentro.
Lucy chiese con freddezza se voleva del caffè. Non rispose, ma ne prese comunque. I minatori se ne andavano e scendevano i capisquadra. A differenza dei loro uomini, che parlottavano di segreti sulle condizioni del lavoro e della sicurezza, i capisquadra mangiavano da soli e in silenzio.
Bo li osservava in disparte. Si chiese perché non riusciva a identificarsi con gli uomini tollerando la loro musica, le loro partite a carte e la loro caccia alle volpi, ma sapeva che una leggera crosta di indifferenza limitava la sua socievolezza.
Quando i capisquadra se ne andarono, Lucy tornò a riempire la tazza di Bo. A forza di intingersi i capelli, le erano diventati rossi come una paglietta di metallo arrugginita della Brillo. Era appena truccata con un filo di ombretto verde e la sua pelle aveva la grana e il colore dei funghi velenosi. A ogni mano portava un anello di fidanzamento con un diamante. Scommetto che è arrivato il momento di buttarli via, pensò Bo.
«Come ti va Bo?» Era sincera e la cosa gli piaceva.
«Non mi è chiaro, Lucy. Mi annoio, credo.»
«Prova con una canzone diversa, domani.»
«Domani è domenica. E poi, non è la mia canzone che mi annoia.»
«Quanti anni hai detto di avere?»
«Sedici, l’ultima volta che li ho contati.»
«Ci hai messo sedici anni prima di annoiarti?»
«Ci è voluto tutto questo tempo perché facesse effetto.»
Lucy rise. Bo osservava il suo viso che si contorceva, domandandosi se rideva con lui o di lui. Decise che era per questo che gli altri uomini dicevano che era una troia, e sorrise.

Da Cacciatori di volpi (Fox Hunters) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni). Foto di Vilseskogen (”Fall Morning in West Virginia”) e di Dougtone (”West Virginia State Route 3”).

Let’s talk about… communication

Posted on Febbraio 27th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 1 Comment »

Forse i più assidui tra i lettori dello Strano Attrattore ricorderanno che un po’ di tempo fa avevo sperimentato un breve ciclo di articoli incentrati su letture tematiche, dedicato ai racconti di SF: avevamo cominciato con il sesso, proseguito con… il sesso, e poi avevamo parlato di inner space. Non sarebbe male riprendere prima o poi il tentativo e svilupparlo, magari verso altre direzioni inaspettate. Nell’attesa provo a recuperare il formato di quei post per parlarvi di una strana convergenza emersa da due letture di quest’ultimo periodo.

Quello della comunicazione è uno dei temi caldi della fantascienza. Dopotutto far interagire tra loro civiltà diverse o addirittura specie aliene pone dei problemi che costituiscono l’impalcatura ideale per lo sviluppo drammatico di storie e racconti. E in effetti sarebbe lungo e difficile ripercorrere il filone senza dimenticanze rilevanti, per cui mi limito a citare solo le prime letture che mi vengono in mente: I linguaggi di Pao di Jack Vance (1957), Una rosa per l’Ecclesiaste di Roger Zelazny (1963), Babel 17 di Samuel R. Delany (1966) e Il linguaggio segreto di Ruth Nestvold (2003), tutte opere in cui il linguaggio esercita qualche forma di controllo. Freschissima aggiunta al novero dei romanzi sull’argomento è da considerarsi Embassytown di China Miéville (2011), che sta già facendo molto parlare di sé. Un sottofilone della fantascienza dedicata al primo contatto si occupa nello specifico del problema legato a individuare una base comune per poter instaurare una forma di dialogo: dalla comunicazione “lenta” de Gli ascoltatori di James E. Gunn (1972) a quella tecno-metafisica di Contact di Carl Sagan (1985), diventato anche un film di successo con Jodie Foster, dal molto simile a quest’ultimo I transumani di Robert J. Sawyer (1998) a I protomorfi di Joe Haldeman (2004). L’approccio predominante è di natura matematica, anche se non mancano originali varianti basate sulla manipolazione biochimica da parte degli extraterrestri, come accade sia in Mai più umani di Nancy Kress (2003) che nella spettacolare miniserie I figli della Terra di Torchwood (2009), trasmessa in chiaro solo qualche settimana fa da Rai4.

Questa panoramica vuole servire solo a dare uno spaccato della varietà di opere che si sono confrontate con il tema. In questa sede mi interessa invece mettere a confronto due lavori molto diversi tra loro, per estrazione e per intenzioni. Mi è capitato di leggere un paio di mesi fa il romanzo In mezzo scorre il fiume (A River Runs through It, 1976) di Norman Maclean. Qualcuno forse ricorderà il film tutt’altro che memorabile che ne ricavò Robert Redford venti anni fa, pallida ombra del capolavoro che lo ispirò. In mezzo scorre il fiume è un breve romanzo composto da Maclean come atto riconciliatorio con il proprio passato: ambientato nel Montana di inizio ‘900 e nella smisurata vastità dei suoi panorami, popolati di solitudine e silenzi interrotti solo dal fluire dell’acqua sulle rocce e dal soffio del vento tra gli alberi e sui campi, la storia si dipana come un fiume di ricordi (emblematico il passaggio che ha ispirato il titolo dell’opera: “Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume la attraversa“), occupato quasi per intero dalla memoria dell’estate del 1937. La prosa di Maclean è densissima, stratificata, cesellata fino all’ultima parola. Trasmette un senso di equilibrio che emerge forse anche dalla prospettiva temporale e, sebbene l’impianto del libro sia piuttosto tradizionale, riesce a concedersi con assoluta naturalezza delle digressioni paleontologiche che forse non hanno lasciato del tutto indifferente il Terence Malick di The Tree of Life, così come pure delle parentesi umoristiche dalla carica folgorante (particolarmente riusciti sono due siparietti che vedono protagonista e vittima il cognato del narratore, il primo in una bettola chiamata Black Jack e ricavata in un vagone ferroviario, il secondo in compagnia di una puttana chiamata da tutti Vecchia Pellaccia per una disavventura che li coglie alla sprovvista nel corso di una battuta di pesca).

Il libro è il mantenimento di una promessa fatta al padre, un rito laico dalla duplice valenza catartica e mitopoietica, come scopriremo arrivati all’ultima pagina (la traduzione, qui e nel seguito, è di Marisa Caramella):

Allora lui mi chiese: «Quando avrai finito di raccontare tutte le storie vere che conosci, però, perché non ne inventi una, e anche i personaggi?
«Solo allora capirai cos’è successo e perché.
«Sono proprio le persone con cui viviamo, che amiamo e che dovremmo conoscere meglio, a eluderci.»

All’epoca Norman, che rievoca i fatti in prima persona, è da poco rientrato in Montana dopo gli studi a Chicago, alle prese con le prime incombenze della vita matrimoniale, e ritrova il fratello minore, al quale è legato da un vincolo difficile da rendere a parole: complicità, rispetto reciproco, stima, amore. Non lo esprimono a parole loro, che si accontentano di vivere questo rapporto fatto di lunghi silenzi, non lo faremo nemmeno noi. La storia si svolge tra Wolf Creek, dove Norman vive con la moglie, Helena, capitale dello stato, dove Paul esercita la professione di giornalista, e Missoula, la città (per quanto possa parlarsi di città in Montana, e nel Montana ancora semi-pionieristico di inizio secolo in particolare) in cui sono nati e cresciuti e in cui vivono ancora i loro genitori. I momenti chiave del loro rapporto sono scanditi dalle battute di pesca che organizzano insieme, essendo stati istruiti dal padre nell’arte della pesca a mosca, di cui Paul è diventato un’autorità universalmente riconosciuta. Le discese al Big Blackfoot River diventano l’occasione per il narratore di riannodare i fili del passato, con l’autoritaria ma benevola figura del padre, un pastore presbiteriano in pensione, e con l’ombra luminosa ma controversa di Paul, refrattario alle convenzioni ma anche facile preda dei vizi dell’alcol e del gioco d’azzardo.

Paul e Norman sono come due microcosmi gemelli ma distanti e la pesca a mosca è il canale attraverso cui riescono a rivelarsi ed entrare davvero in contatto, perché sul fiume sono loro due soli e tutto il resto del mondo può essere escluso dal loro rapporto, insieme al rumore che quotidianamente riversa su di loro, soffocando il silenzio di cui hanno entrambi bisogno per svelarsi nella rispettiva essenza. Sempre dalle pagine finali estraggo questi due passaggi che si illuminano a vicenda:

Ci fermammo e guardammo giù per l’argine. Io chiesi a mio padre: «Ricordi quando abbiamo raccolto tutti quei sassi rossi e verdi là sotto, per fare un fuoco da campo? Alcuni erano di fango pietrificato, rossi, pieni di increspature».
«Portavano ancora i segni della pioggia» disse lui. La sua immaginazione si scatenava sempre, all’idea di quell’antica pioggia che colpiva il fango prima che si trasformasse in pietra, e fantasticava di starci sotto.
«Quasi un miliardo di anni fa» dissi io, che sapevo cosa stava pensando.
Lui tacque per un po’. Aveva rinunciato a credere che Dio avesse creato tutto l’esistente, compreso il Blackfoot River, nello spazio di sei giorni, ma non credeva nemmeno che l’impresa della creazione l’avesse messo a così dura prova da costringerlo a impiegare tutto quel tempo per portarla a termine.
«Quasi mezzo miliardo di anni fa» disse poi, nel tentativo di contribuire alla riconciliazione tra scienza e religione.

Per inciso, le riflessioni sul tempo nel romanzo di Maclean mi hanno richiamato alla memoria l’operazione analoga compiuta in quegli stessi anni da Breece D’J Pancake nei suoi straordinari racconti. E poi:

«Che cosa stavi leggendo?» gli chiesi. «Un libro» disse lui. L’aveva posato a terra, dall’altro lato. Perché non fossi costretto a sporgermi sopra le sue ginocchia e guardare, mi disse: «Un buon libro».
Poi continuò: «Nella parte che stavo leggendo dice che in principio era il Verbo, ed è proprio così. Un tempo credevo che l’acqua fosse venuta per prima, ma se la si ascolta attentamente, ci si rende conto che sotto ci sono le parole».
«Questo perché tu sei prima un predicatore e poi un pescatore» gli dissi. «Se chiedi a Paul, ti dirà che le parole si formano con l’acqua».
«No,» disse mio padre «è che tu non ascolti attentamente. L’acqua scorre sopra le parole. Paul ti direbbe la stessa cosa [...]»

La comunicazione (o la difficoltà di instaurarne una) e l’acqua. Strano connubio, si penserà. Non però se si è appassionati di fantascienza e di SETI. La banda di frequenze in cui si concentra la ricerca di segnali di natura extraterrestre è infatti chiamata in gergo water hole, ovvero “polla d’acqua”. Intorno ai 1420 GHz, frequenza compresa tra quella di emissione dell’idrogeno e quella del gruppo ossidrilico (le due molecole dalla cui reazione si origina l’acqua, da cui il nome), si riscontra il minor rumore di fondo della galassia: la scelta dei radioastronomi che scandagliano il cielo alla ricerca di possibili segnali di origine aliena è quindi motivata. La “polla d’acqua” ha in realtà anche un altro significato, rappresentando il punto nella banda di frequenze possibili in cui potrebbero incontrarsi le civiltà interstellari per comunicare tra loro, proprio come branchi di specie diverse a un fiume nella savana. Un racconto che ne parla con cognizione di causa è Il muro di idrogeno (The Hydrogen Wall, 2003) di Gregory Benford, che oltre a essere un apprezzato esponente della cosiddetta hard sci-fi è anche un astrofisico presso l’Università della California di Irvine.

Il racconto in questione, pubblicato in Italia nell’antologia Venti Galassie (Millemondi, estate 2007), descrive gli sforzi di una futura civiltà postumana di decodificare, all’alba del Quarto Millennio, le trasmissioni ricevute da una varietà di civiltà aliene. Queste trasmissioni hanno rivelato di racchiudere delle menti digitali codificate al loro interno (Compositi, Molteplicità, Architetture, etc.) e la missione della Biblioteca è la decodifica di questi costrutti, noti come Artificiali. Ruth Angle sbarca sulla Luna con il proposito di occuparsi del più enigmatico e inafferrabile dei cyber-alieni, l’Architettura del Sagittario, “un esempio del più alto ordine di Informazione senziente“. Quello che non può sapere, al momento di imbarcarsi in un’impresa in cui si sono cimentati senza risultati predecessori ben più illustri e quotati di lei, è che la missione è destinata a cambiarla, mettendola di fronte alla vera sostanza dei suoi desideri e obbligandola in ultima istanza a fare i conti con la propria natura umana. Facendolo, scoprirà che la stessa Architettura del Sagittario, a cui l’umanità si rivolge per scongiurare un cataclisma cosmico che rischia di sterilizzare il sistema solare, devastando tutte le colonie umane, nasconde una natura inizialmente insospettabile.

Metafisica e scienza si fondono nello splendido racconto di Benford con un’efficacia che lascia ammirati, in un tentativo che probabilmente avrebbe saputo soddisfare le aspirazioni più alte del reverendo Maclean, rivelando una matrice essenzialmente connettivista, come talvolta capita alla fantascienza migliore.

Breece D’J Pancake: Una stanza per sempre

Posted on Aprile 8th, 2011 in Letture | 4 Comments »

[Stanotte è caduto il 32simo anniversario della tragica scomparsa di Breece D'J Pancake. Come ormai da tradizione, voglio riportare un brano da uno dei suoi racconti per esprimere, attraverso la memoria, un ringraziamento per averci regalato questa manciata di pietre preziose. E come tra le pietre scavate dalla terra capita di imbattersi nel fossile di qualche minuscola creatura preistorica, così in queste pagine può capitare di scorgere l'ombra di Colly, il protagonista tradito e sconfitto ma malgrado tutto "ancora vivo" di Trilobiti. Come ha scritto Joyce Carol Oates sul New York Times, un personaggio "atterrito dall'intimità" e per questo incapace di costruire una relazione con "una donna che potrebbe amare", ma comunque già consumata dalla vita.]

E’ solo una ragazzina, quattordici, quindici anni, ma mi guarda come se sapesse quello che sto pensando, che cosa sto aspettando di vedere con questo vecchio ubriacone, e continua a guardarmi come se fosse l’ira di Dio o roba del genere. Mi fanno male gli occhi a guardarla di sbieco dall’altra parte della strada mentre tengo la faccia girata verso il barbone, ma la guardo lo stesso. Posso dire già da adesso che non è una puttana. Ha piuttosto l’aria di una ragazzina che una volta aveva una casa, dei jeans, un vero impermeabile, un telo di plastica sulla testa. Ed è anche troppo giovane per questa città: la legge non tollera pollastrelle in questo posto. Mi sa che probabilmente è scappata di casa e il tipo non è facile da inquadrare. Le passo davanti, non le presto attenzione, poi mi infilo in un negozio di ciambelle.
Prince Albert è seduto al bancone e parla da solo, passandosi le dita arrugginite tra i capelli e la barba. La sua pelle è giallognola perché si è cauterizzato il cervello con un sistema a quaranta volt a bordo del Cramer. Ho sentito dire che era un bravo guardafili, ma adesso è soltanto un invalido, è sporco e puzza come qualsiasi avvinazzato per strada.
Mangio la mia frittella, bevo a sorsi il caffè e guardo fuori dalla finestra. Il traffico si infittisce, le feste stanno cominciando. Quella ragazza passa, guarda nella vetrina del negozio verso di me come se conoscesse esattamente il momento in cui una sbandata mi farà cadere tra due chiatte. Mi fa venire i brividi e lascio lì il mio caffè, voglio un goccio e poi un sonnellino, ma quando esco lei è lontana in fondo alla strada, diretta verso i bar squallidi sulla Prima Strada. La pioggia si gonfia e ulula, sferzando scrosci d’acqua lungo i marciapiedi. La seguo finché non si mette nel vano di un’altra porta. Il mio cappello è fradicio e l’acqua comincia a corrermi giù per il collo e il viso, ma vado verso l’entrata dove sta lei e la guardo in piedi sotto la pioggia.
Dice: «Mi vuoi comprare?»
Rimango là per un pezzo cercando di capire se è una truffatrice. «Hai una stanza?» chiedo.
Scuote la testa, guarda dall’altra parte della strada, poi su e giù.
«Useremo la mia, ma voglio qualcosa da bere.»
«Va bene, conosco un posto che ne vende» dice lei.
«Conosco un posto migliore.» Lo conosco questo trucco. Non ho intenzione di farmi fregare i soldi dal suo magnaccia. Ma mi infastidisce, non riesco a capireche tipo di magnaccia non prenderebbe una stanza. Se lavora da sola non durerà più di due giorni tra gli sbirri e i magnaccia.
Camminiamo per la strada fino a uno spaccio. E’ bello stare con qualcuno, ma lei sembra troppo seria, come se pensasse solo all’aspetto economico della faccenda. Compro una bottiglia di Jack Daniel’s, provo a scherzare. «Jack e io ci conosciamo da tanto» dico, ma si comporta come se non mi sentisse.
Quando entriamo nella hall dell’hotel, due vecchi smettono di parlare per guardarci. Mi sa che lei li fa arrapare e sono contento che questa gentaglia ci stia degnando di attenzione. Sulla porta, ci metto un po’ per aprire la serratura e spero che la drag faccia capolino, ma è andata a farsi inculare. Entriamo e prendo un asciugamani per asciugarci, faccio il caffè per il whisky.
«Carino qui» dice lei.
«Sì. Lo disinfestano regolarmente.»
Per la prima volta sorride e penso che dovrebbe essere fuori a giocare a boccette o a qualcosa del genere.
«Non ci so fare molto» dice. «I primi tipi mi hanno fatto abbastanza male, così ho sempre un po’ paura.»
«E’ perché non sei tagliata per il mestiere.»
«No, è che ho bisogno di un posto. Devo smettere di andare in giro, sai?»
«Sì.» Nella finestra vedo i nostri fantasmi contro la luce scura del vetro. Mi mette un braccio attorno e penso che forse non siamo mai riusciti a mettere da parte l’aspetto economico della faccenda.
«E perché saresti venuto da me?» dice lei.
«Mi guardavi in modo buffo, come se vedessi che mi stava per succedere qualcosa di terribile.»
Ride. «Be’, no. Ti stavo studiando.»
«Sì. Sono solo un po’ nervoso stasera. Faccio il secondo su un rimorchiatore. E’ pericoloso.»
«Che cosa fa il secondo?»
«Tutto quello che il capitano o il primo non fanno. Non è una gran vita.»
«E allora perché non molli?»
«C’è di peggio. Mollare non è la soluzione.»
«Forse no.»
Mi mette la mano sul collo per eccitarmi: vuole che le sorrida, vuole piacermi. «Perché non molli tu e smetti di fare la puttana? Non fa per te. Ti meriti di meglio.»
«E’ carino che la pensi così» dice lei.
La guardo, penso che cosa potrebbe essere se avesse un’opportunità o due. Ma non le avrà qui. Nessuno qui ha un’opportunità. Potrei dirle dei miei genitori adottivi, delle signore nell’ufficio del sussidio e della maniera in cui mi hanno guardato quando mi hanno messo su un pullman diretto in un’altra città, ma non avrebbe senso per lei. Spengo la luce, ci svestiamo, ci mettiamo a letto.
Il buio è la cosa migliore. Non c’è viso, non ci sono parole, c’è solo la pelle calda, qualcosa di vicino e di dolce, qualcosa in cui perdersi. Ma quando la prendo, so che cos’ho, il corpo di una ragazzina che non si muoverà né per abitudine né per piacere, una bambina che gioca a fare la puttana, e mi sento orribile vicino a lei, e a causa di lei. Mi forzo su di lei come con tutte le altre. So che le sto facendo male, ma non fiaterà. Lei geme e il mio corpo si inarca in uno spasmo, poi subito dopo lei si rannicchia lontano da me e la tocco. E’ inerte.
Dico: «Potresti stare qui per questo mese. Voglio dire, se vuoi, potrei pagare io l’affitto e tu potresti trovarti un lavoro vero e pagarmi dopo.»
Rimane ferma là.
«Forse potresti lavorare in città da Sears o da Penney.»
«Perché non chiudi quella fottuta bocca.» Salta fuori dal letto. «Pagami e basta, okay?»

Da Una stanza per sempre (A Room Forever) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni). Foto di Ana Cutone (”All Lit Up!”, veduta di Staubenville, Ohio, di notte) e di WVJazzman (”Parkersburg-Belpre Bridge at Night II”).

Un gelido inverno

Posted on Febbraio 20th, 2011 in Proiezioni | 3 Comments »

Duro come un pugno, ma bello come una speranza da accarezzare. Uscire dalla sala vedendo mantenute le promesse implicite nel trailer e nelle recensioni che ne hanno accompagnato l’uscita, assicura quell’appagamento che esplode di fronte alla giustizia messa in opera. Come la profonda provincia rurale del Missouri che porta in scena, Un gelido inverno si rivela spietato e ammaliante, straordinario nel dipingere la realtà di degrado e violenza che caratterizza questa ennesima zona marginale del nostro immaginario. Ogni inquadratura, ogni volto, ogni gesto, ogni scorcio di natura immortalati in questo film mi hanno richiamato alla memoria il senso dolente della vita, misto di solitudine e abbandono, ma anche di connaturato istinto di resistenza, che attraversano le pagine di Breece D’J Pancake.

Dal testo di Daniel Woodrell un’opera struggente, già premiata al Sundance e capace di ritagliarsi una meritata visibilità in diversi altri festival in giro per il mondo (Torino, Stoccolma, Berlino). Un successo, quello della pellicola indie di Debra Granik, culminato con le quattro nomination agli Oscar 2011, tutte strappate in categorie che ne valorizzano gli indiscutibili punti di forza: oltre a miglior film, miglior attrice protagonista per la ventenne Jennifer Lawrence (che nel ruolo di Ree Dolly, maltrattata dalla vita e dai suoi compaesani, illumina ogni scena con la sua determinazione e forza di volontà), miglior attore non protagonista per il luciferino John Hawkes (uno di quelli che una volta si chiamavano “caratteristi”, in grado di donare vita e spessore al personaggio di Teardrop, che riscopre i legami di sangue grazie alla tenacia di sua nipote Ree), miglior sceneggiatura non originale all’adattamento di Granik e Anne Rossellini tratto dal romanzo omonimo di Woodrell. E qui aggiungiamo che una nota di merito va anche al lavoro di Michael McDonough sulla fotografia, abilissimo nel rendere il rigore dell’inverno negli esterni, come pure il raccolto calore domestico, e di trasfigurare nella luce che irradia i volti le mille sfumature dell’animo umano.

Un gelido inverno narra due settimane nella vita della diciassettenne Ree Dolly, costretta a occuparsi della sua famiglia dopo la separazione dei genitori e il crollo psicologico della madre. Quando riceve l’annuncio dell’imminente sequestro giudiziario delle proprietà su cui si regge il sostentamento della casa (una fattoria e qualche acro di bosco), Ree si mette sulle tracce del padre, l’unico a poter scongiurare il peggio presentandosi all’udienza per la quale gli averi a lui intestati sono stati usati come termini della cauzione. Ostinata e indomita, Ree inizia la sua odissea privata negli Ozarks, poverissima regione montuosa nel cuore degli USA, e affronta la resistenza opposta alla sua ricerca della verità dalle logiche tribali dei legami di sangue che dettano legge in questa terra di nessuno. La sua storia, ripresa con piglio naturalistico, senza concessioni a facili derive psicologiche (è un film montato senza un solo flashback), rispetta tutti i canoni della narrazione nera e ne spinge agli estremi alcuni aspetti, al punto da sconfinare a più riprese in atmosfere e sensazioni da gotico rurale. E se nessuna redenzione sembra profilarsi per quelli come lei, la forza di volontà espressa nell’impresa di Ree risulta, alla fine dei conti, più efficace della speranza inseguita dai protagonisti de La strada (2009), ribaltando le conclusioni sulle possibilità individuali di riscatto che facevano grande un film tragico e fatalista come The Wrestler (2008), per citare due titoli in cui mi pare di scorgere una innata familiarità con Un gelido inverno (2010).

Regala un senso di soddisfazione vedere un’opera così solida, costruita su meccanismi prettamente di genere (e Woodrell non a caso ha voluto etichettare la sua produzione come country noir, mettendone in risalto le componenti chiave), riscuotere il successo che merita. Malgrado la penosa distribuzione italiana, l’unica sala di tutta Bologna che aveva il titolo in programmazione stasera risultava gremita. E forse la notte degli Academy Awards Winter’s Bone non si porterà a casa statuette, ma di sicuro resterà a testimoniare una tendenza in atto nel cinema americano, che torna a dedicare attenzione ai territori marginali. Del suo spazio geografico, del nostro immaginario e dell’animo umano.

Marginal Land Blues

Posted on Novembre 24th, 2010 in Agitprop, Micro | No Comments »

Dal blog di Alessandro Portelli riprendo questo articolo di particolare attualità, per l’ininterrotta sequenza di notizie incentrate sul settore minerario che hanno riempito i mass media negli ultimi mesi, per la particolare affinità con il mood da terra ai confini della memoria che ancora avvolge questo 23 novembre e per rendere ancora una volta omaggio a Breece D’J Pancake, che non è mai abbastanza.

Le sottili implicazioni temporali ed esistenziali di Rant Casey e della famiglia Shelby

Posted on Settembre 6th, 2010 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 2 Comments »

La lettura di Rabbia. Una biografia orale di Buster Casey, romanzo di Chuck Palahniuk del 2007 (Rant in originale), solleva un’interessante catena di paradossi legati all’ipotetico sfruttamento dei viaggi nel tempo. Il gioco letterario è riconducibile al classico “paradosso del nonno”, topos classico della letteratura di fantascienza, ma Palahniuk ne fa un uso decisamente originale, sospinto dalla consueta verve e dal gusto per il bizzarro e il grottesco.

Questo libro è stata una delle letture più interessanti della mia estate, anche in virtù della sua natura di meccanismo narrativo da forzare per giungerne alla comprensione. Per fare ordine nei miei pensieri, riporto in questo post le mie riflessioni, una sorta di appendice alla recensione uscita su Fantascienza.com.

Personaggi e riferimenti

Visto il numero dei personaggi coinvolti, può tornare utile avere una lista di nomi a cui fare riferimento per sbrogliare la matassa. Quindi eccone un elenco di immediata consultazione:

Buster Casey, detto “Rant”
Chester Casey, padre di Rant
Green Taylor Simms, alias di Charlie Casey
Irene Shelby in Casey, madre di Rant
Esther Shelby, madre di Irene e nonna di Rant
Hattie Shelby, madre di Esther e nonna di Irene
Bel Shelby, madre di Hattie e nonna di Esther
Echo Lawrence, ragazza di Rant
Shot Dunyun, party crasher
Tina Qualcosa, party crasher e speaker radiofonica

I riferimenti alle pagine e i brani riportati a scopo di esempio sono tratti dall’edizione 2010 del volume pubblicato nella Piccola Biblioteca Oscar della Mondadori, traduzione di Matteo Colombo.

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Ancora Trilobiti

Posted on Maggio 7th, 2010 in Letture, ROSTA | 3 Comments »

Apprendo solo adesso della riedizione da parte di ISBN Edizioni di Trilobiti, la sorprendente raccolta di racconti di Breece D’J Pancake (qui potete leggere una mia disamina del racconto omonimo, qui invece un estratto di uno dei racconti più amari: La cava). E anche se la nuova copertina e il persistente richiamo alla figura di Kurt Cobain possono non trovarmi d’accordo, se non l’avete ancora fatto vi consiglio calorosamente di approfittate di questa nuova uscita, che include anche una postfazione di Percival Everett, che scrive: “nessun lettore può terminare questi racconti senza commuoversi, e nessuno scrittore può uscirne senza restare infuenzato”. Niente di più vero. Per ringraziamenti e reclami, ripassate pure da queste parti. Sarà un piacere discuterne.

Breece D’J Pancake: La cava

Posted on Aprile 8th, 2010 in Letture | 3 Comments »

[La notte tra il 7 e l'8 aprile 1979 Breece D'J Pacake moriva misteriosamente a Charlottesville, Virginia, per le conseguenze di una ferita da arma da fuoco, in circostanze non ancora del tutto chiarite. Lo scorso anno abbiamo preparato con il compagno Fazarov uno speciale su Next-Station.org per commemorare l'evento. Quest'anno voglio riproporvi un brano da uno dei suoi racconti, apparso postumo nel 1982 sulle pagine dell'Atlantic Monthly e ambientato nel mondo dei minatori del West Virginia, purtroppo tornato di tragica attualità proprio in questi ultimi giorni.]

Buddy schiacciò il grasso tra i denti della forchetta, cercando di recuperare la carne in mezzo a tutta quella poltiglia, e osservò Sally mentre mangiava. «Ci saranno dei soldi, Sal.»
«Non ricominciare. Sempre ci saranno, ma non ce ne sono mai.»
«Questa volta di sicuro. Estep e io abbiamo lavorato quella roba oggi. Una scavatrice D-nove e una pala meccanica ci farebbero finire alla svelta. Curt ha il contratto e tutto.»
«Pensavo che i tuoi genitori avessero già regolato i conti con le colline qui intorno.»
Lui si rivide in piedi a un funerale sotto il sole, non riusciva a dire chi, ma il profumo di Vitalis che veniva dalle mani di suo padre gli aveva rivoltato lo stomaco e le scarpe nuove gli facevano male ai piedi.
«Mai avuto un tetto sopra la testa, neppure quello. Rimani, Sal.»
Con la forchetta, Sally disegnava curve pigre nella zuppa di fagioli. Scosse la testa. «No, sono stanca di vivere di parole.»
«Queste non sono parole. Che cosa ti ha fatto stare con me così tanto tempo?»
«Le parole.»
«E l’amore? L’amore non è parlare.»
«Fare la puttana è parlare.»
La sua mano schizzò sopra il tavolo; per il colpo, la testa di Sally si girò da un lato e lei diventò tutta rossa. Si tirò su con calma, mise il piatto nel lavello e camminò per l’ingresso fino alla stanza da letto. Buddy la sentì accendere la televisione, ma il brusio diminuiva e lasciava spazio soltanto al guaire dei cani. Osservò il suo piatto che diventava freddo, mentre il grasso si incrostava sui bordi.
[…]

Il colpo riscosse Sally dal dormiveglia, ma si rimise giù, guardando la luce azzurra della tv che giocava contro i fiori rugginosi delle crepe del soffitto, mentre gli ultimi grani di cocaina le entravano in testa. Si allungò, si sentì galleggiare in un oceano di luce azzurra che gorgogliava attorno al suo corpo, si rilassò. Sapeva che era più carina delle ragazze al Thunderball Club o di quelle alla televisione; e molto più divertente.
«Moltisssssimo» sussurrò, più e più volte.
La sagoma di Buddy apparve sulla porta. «Non torneranno» disse.
«Chi?» Sally si sedette, lasciando che le lenzuola le scivolassero via dai seni.
«I cani.»
«Ah, sì.»
«Non ci fai i soldi così, Sal. Troppa roba gratis che ci gira intorno.»
«Sì? E tutto il denaro che fai tu mi terrà qui?»
Lui tornò verso l’ingresso.
«Buddy» disse lei. E lo sentì fermarsi. «Vieni.»
Mentre lui si toglieva le scarpe, lei fu colpita molto più del solito dal suo dorso arcuato; ma quando lui si girò verso di lei, il suo petto si gonfiò mentre si sbottonava la camicia. Da dove stava, la luce dell’ingresso si mischiava con quella della tv, colpendo i suoi occhi con lampi bianchi e rosa mentre lei si muoveva tra le onde delle coperte per fargli posto.
Lui entrò nel letto, le mani fredde le accarezzarono la vita e lei sentì piccoli tremiti nei muscoli di lui. Gli passò un dito giù per la spina dorsale per farlo eccitare.
«Quando parti?»
«Abbastanza presto» disse lei, tirandoselo più vicino.

Da La cava (Hollow) di Breece D’J Pancake. Traduzione di Ivan Tassi per Trilobiti (ISBN Edizioni, 2005). Foto di Dixon Marshall, “Mountain Icecap: South Branch Mountain”.

Altri articoli dedicati a Pancake:
Breece D’J Pancake, trent’anni dopo, 05-04-2009
Pancake: una riflessione sul tempo, 10-04-2009

Pancake: una riflessione sul tempo

Posted on Aprile 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Letture, Nova x-Press | 6 Comments »

L’opera di Breece D’J Pancake include una riflessione sul tempo che non può risparmiare il lettore nell’atto della scoperta del suo micromondo narrativo. L’intero universo di Pancake si trova compiutamente espresso in 12 racconti, che ne costituiscono l’intera produzione letteraria e ne condensano l’essenza in un barlume di eternità.

Il tempo di cui si parla in questi quadri della provincia profonda, istantanee delle zone più depresse delle colline appalachiane del West Virginia, è una spirale di pietre semipreziose, parafrasando il grande Samuel R. Delany, un vortice destinato a risucchiare qualsiasi prospettiva di redenzione. Il risultato è la percezione di un panorama immobile, cristallizzato al di fuori di ogni logica evolutiva. Perfino i trilobiti che il protagonista dell’omonimo racconto colleziona e regala agli amici non servono a dispiegare una vera prospettiva temporale, ma semplicemente a confermare la chiusura di qualsiasi possibilità di fuga. La stessa sorte, un giorno, accomunerà questi animali trasformati in pietra agli uomini che adesso costruiscono autostrade e ponti sui fiumi che cinquecento milioni di anni fa ospitavano queste forme di vita enigmatiche. I desideri e le passioni, salvo rari momenti di slancio subito riassorbiti nell’ordinario non-fluire che è lo stato delle cose, sono già relegati alla stessa dimensione.

Cosa possano percepire i cuori di pietra di questa gente, cosa possano vedere i loro occhi fossili, Pancake ce lo mostra con una chiarezza lancinante. Le sue parole evocano immagini dal profondo, irretendo il lettore in una trama di odori, fremiti, visioni, che lo precipitano nel cupo anonimato di una terra tagliata fuori dal cammino del progresso, lasciata indietro, abbandonata a se stessa.

Non c’è riscatto, nelle storie che Pancake racconta. La redenzione non è contemplata quasi nemmeno come possibilità. Anche quando i rapporti sembrano mettersi per il verso giusto o, per lo meno, una speranza si profila all’orizzonte, qualcosa irrompe a incrinare definitivamente il tessuto del quadro. Qualcosa va sempre storto e così ci riporta allo status quo di partenza. La situazione si ricompone, nel significato più letterale e nel verso meno consolatorio immaginabile.

Non c’è uscita, da questo mondo.

Non sorprende che - volendo prestare fede alla ricostruzione della polizia - Pancake si sparasse un colpo alla testa, la notte di Domenica delle Pasque dell’anno 1979. Non aveva nemmeno 27 anni, ma doveva avere ormai interiorizzato dalla terra e dalle persone una tale consapevolezza da lasciarlo senza via di fuga. In fondo è questo che traspare dalle sue storie. Una coscienza decisamente più vecchia di quanto la sua età anagrafica potesse suggerire. Una coscienza che è anziana e antica allo stesso tempo. Una consapevolezza che a volte illumina i suoi personaggi consolandoli con la ricompensa della comprensione (emblematica la chiusura di Colly nello stupendo “Trilobiti”, come pure del protagonista di “Onore ai morti”), altre li soffoca semplicemente in un’ombra di condanna (”Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto” leggiamo nell’epilogo del fulminante “Una stanza per sempre”). Sempre, in ogni caso, sullo sfondo di pessimi presagi, segnali di annientamento, presentimenti di disfatta.

La percezione del tempo e dei suoi effetti è un elemento ricorrente. “Mi sento vecchissimo” afferma Colly in “Trilobiti”. Poi, nel successivo “La cava”, assistiamo alla seguente scena che riecheggia fortemente, in un gioco di specchi e rimandi, le sue ossessioni.

Ai piedi della discarica fumante, dove erano stati rovesciati i resti d’argilla, il bambino di Estep girovagava, cercando qualcosa.
«Che fai lì, Andy?»
«Rocce» disse il ragazzo. «Ci sono dei disegni sopra». Porse a Buddy un pezzo d’argilla.
«Fossili. Vecchia roba morta.»
«Li sto collezionando.»
«Perché vuoi tenere della vecchia roba morta?» chiese, restituendogli l’argilla.
Il ragazzo abbassò lo sguardo e scrollò le spalle.
«Vai a casa, capito?» disse Buddy, osservando Andy mentre spariva giù per la strada secondaria, lasciandolo al ronzio del trasformatore. Si chiese perché il bambino sembrasse così vecchio.

Il lessico emotivo di questi personaggi riproduce la desolazione della natura. La violenza la fa da padrona, anche - o forse soprattutto - nelle storie più toccanti. Una reazione istintiva all’ostilità dell’ambiente, si potrebbe pensare. Ma forse c’è anche di più, forse persiste una speranza remota di infrangere il velo della quotidianità più triste e disperata attraverso un gesto a sua volta disperato, e così la violenza diviene espressione fisica di un impulso interiore. Un moto inconsulto dell’anima. L’equilibrio di Pancake è tale da non renderla mai una consuetudine e l’autore si limita a ritrarla senza suggerirne la necessità né tanto meno l’opportunità. Pur in assenza di un vero distacco dalla materia narrata, il suo tono non diventa mai assolutorio. E questo elemento consolida la sensazione di un lungo, forse non del tutto volontario ma inevitabile, processo di assimilazione da parte di Pancake.

Questi racconti ne sono un concentrato. Perché, come opportunamente fa notare Giacomo Papi nella sua introduzione alla prima edizione italiana, “nella prosa di Breece D’J Pancake tutto persiste”. A lettura ultimata, non si hanno dubbi che le stesse emozioni fissate nelle parole perdureranno anche nella memoria.

[Tutte le foto che accompagnano questo post sono di Dizzy Girl, prese dal suo set West Virginia.]