Obiettivo: Alfa Centauri. Parola di Cerf

Posted on Giugno 24th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Transizioni | 4 Comments »

Il numero di luglio di Wired attualmente in edicola merita l’acquisto anche solo per il fulminante servizio su Vinton Cerf, a cura di Cyrus Farivar, dal titolo paradigmatico: Deep Space Internet. Se fate mente locale, ricorderete che anche su queste pagine se ne è parlato (era lo scorso novembre e il titolo dell’articolo era Internet ai tempi della Frontiera Spaziale) e che l’argomento è stato ripreso in maniera un po’ più organica anche su Next International (e magari prima o poi mi decido a pubblicare quel pezzo anche in questa sede, come primo post internazionale dello Strano Attrattore).

Vint Cerf è uno dei padri fondatori della Rete e a 66 anni suonati (per l’esattezza… ieri) non vuole saperne di starsene buono. Continua così a dispensare le sue rivoluzionarie visioni del progresso di Internet a noi semplici utenti assetati di futuro. Ed è in quest’ottica che, nei progetti in corso di sviluppo per l’Internet Interplanetaria, l’InterPlaNet (IPN) e il Disruption-Tolerant Network (DTN), Cerf non ci nega il sogno di un obiettivo ambizioso al punto da sembrare più fantascientifico di qualsiasi cosa fatta finora.

A metà anni ‘90, nel riflettere sul futuro di Internet, lo scienziato ebbe un’intuizione brillante. “Mentre ci pensavo, mancavano 25 anni al 2020 e stava risorgendo un programma spaziale,” racconta. “Forse, quello che dobbiamo fare, mi sono detto, è capire come estendere internet al sistema solare“. E ora che DTN muove i primi passi, mentre il protocollo IPN a cui Cerf sta lavorando è annunciato per il prossimo anno, lui sta cominciando a “pensare a una missione interstellare” che dovrebbe avere per destinazione Alfa Centauri.


Alpha Centauri (la stella luminosa più a sinistra)
e la vicina costellazione della Croce del Sud.

Alfa, la stella più vicina al Sole, dista 4,4 anni-luce e, immaginando di sospingere una sonda a una velocità ancora fantascientifica come un decimo della velocità della luce, sarebbe raggiungibile solo in un tempo di diversi decenni. Ma Cerf non si abbatte di fronte alla prospettiva e sogna questo esperimento della durata di un secolo, con l’invio del primo nodo interstellare della futura internet galattica e lo scambio di dati attraverso un abisso di oscurità, gelo e silenzio profondo 4,4 anni-luce. Un sogno da vertigini, che non può non richiamarmi alla mente lo stupefacente finale di Neuromante. E darmi un brivido in più al pensiero che qualcosa di simile, ma di alieno, si può ritrovare nell’ultimo romanzo breve che ho scritto, mixato con le suggestioni dell’archeo-tecnologia di matrice sovietica (ricordate i fari nucleari, gli RTG e le radiostazioni a onde medie?). Ma questa è un’altra storia.

Francesco Verso su Wired

Posted on Maggio 7th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, ROSTA | 14 Comments »

Francesco Verso, autore del romanzo Antidoti umani da poco avvicinatosi al Connettivismo, continua a supportare il Movimento con grande impegno. Oltre al Villa Celimontana Jazz Festival che si terrà a Roma il prossimo luglio e all’imminente Fiera del Libro di Torino, dove i connettivisti approderanno grazie alla sua organizzazione, Verso si è dato da fare adesso anche con Wired.it, dove è comparsa ieri una sua interessante intervista sul futuro e la fantascienza.

Dal pezzo si evince come l’attendibilità dell’estrapolazione scientifica e tecnologica sia uno dei cardini del Connettivismo. Un po’ più oscura diventa la faccenda in merito alle implicazioni di un mondo e di un immaginario connessi, plausibilmente per via della scarsa dimestichezza dell’autrice con le nostre tematiche. L’intervento mi induce a un paio di considerazioni:

1. Ormai l’accostamento del Connettivismo alle avanguardie del secolo scorso mi suona sempre più labile e riduttivo. Il termine di confronto con futuristi, surrealisti, crepuscolari, etc. nasceva all’epoca (2004-2005) da una necessità di inquadramento della produzione poetica assimilabile al Movimento, ma ormai la massa critica della nostra produzione si è spostata altrove. Sono i romanzi e i racconti per il momento a giocare un ruolo preponderante, di conseguenza quell’assimilazione potrebbe adesso riuscire di ardua comprensione per chi scoprisse oggi il nostro lavoro o anche volesse solo avvicinarsi ad esso. Ricondurre il nostro immaginario al cyberpunk, se non altro in una logica di derivazione e accrescimento, continua invece a conservare una sua validità.

2. Ma abbiamo proprio bisogno di un Dan Brown connettivista? O ci vorrebbe, piuttosto, per restare nell’ambito dei pesi massimi, un Neuromante connettivista? La questione non è di poco conto.

Tokyo Bay Blues

Posted on Gennaio 1st, 2009 in Futuro, Graffiti | 1 Comment »

Non c’entra niente, ma nei giorni scorsi mi sono imbattuto in questa foto della NASA, scattata dall’orbita nell’ambito di esperimenti di osservazione della Terra condotti dall’equipaggio della ISS con il Johnson Space Center. Il risultato, come spiega il sito dell’Earth Observatory, deriva dalla combinazione delle lampade ai vapori di mercurio molto diffuse nel Sol Levante con l’illuminazione al sodio a noi più familiare. Non c’entra granché, dicevo, ma siccome ho sempre associato Tokyo all’idea del futuro, ne faccio una sorta di cartolina per l’anno nuovo. Con i miei più sinceri e fantascientifici auguri a tutti voi.

The sky above the port was the color of television, tuned to a dead channel.

A graphic representation of data abstracted from banks of every computer in the human system. Unthinkable complexity. Lines of light ranged in the nonspace of the mind, clusters and constellations of data. Like city lights, receding.

William Gibson - Neuromancer (1984)

Il mercato d’inverno

Posted on Dicembre 7th, 2008 in Fantascienza, Letture, Transizioni | 3 Comments »

“Urania” questo mese ha voluto regalarci la prima parte della maxi-antologia Best of the Best, in cui Gardner Dozois ha raccolto i racconti più rappresentativi da lui selezionati nell’annuale panoramica dei racconti migliori, a partire dal lontano 1983. “Lontano” sembra essere una parola quanto mai appropriata: non solo per me, che all’epoca avevo 2 anni e altre preoccupazioni che non la fantascienza (sebbene la fissazione per missili e astronavi sarebbe scattata di lì a poco), ma per il genere stesso e, di riflesso, l’appassionato che negli ultimi 25 anni gli ha visto cambiare pelle, pelo e vizio. L’anno dopo sarebbe stato pubblicato Neuromante, che non mi stanco di considerare il romanzo più importante dell’ultimo quarto di secolo (e forse qualcosa in più), e niente sarebbe più stato come prima.

Il meglio della SF comprende anche un racconto di William Gibson, che forse è il miglior racconto in assoluto tra quei pochi (e quasi sempre eccellenti) che il padre del cyberpunk ha scritto dal suo esordio nel 1977 (proprio con un racconto, dal titolo paradigmatico e ormai leggendario: “Frammenti di una rosa olografica”). Si tratta de “Il mercato d’inverno” (The Winter Market, 1985), che nel profilo che tracciavo di Gibson qualche anno fa avevo etichettato come “piccolo capolavoro”. Come scrivevo allora, “è un racconto che riprende una situazione fantascientifica da un’angolazione molto mainstream” ed è forse il risultato più “letterario” raggiunto da Gibson (non a caso fu pubblicato originariamente in un contesto estraneo al genere, sul Vancouver Magazine, testata che si propone di “informare, guidare e intrattenere gli abitanti di una città dinamica e internazionale”).

“Il mercato d’inverno” è un racconto che si confronta con una molteplicità di tematiche, senza paura di muoversi su più livelli:

a) universale, come il rapporto con la “non abilità”, la persistenza del ricordo, la ricaduta della tecnologia sui rapporti personali, la natura del prodotto artistico;
b) attuale e contingente, come le dinamiche della società dello spettacolo, la frattura tra dimensione privata e immagine pubblica, l’alienazione;
c) circostanziale, come la rabbia, la solitudine dell’individuo e la tensione alla ribellione (che oggi, come forse accadeva da qualche parte già in quegli anni ‘80, potrebbero essere fatte ricadere nella seconda categoria);
d) fantascientifico, come l’estensione della vita, la trascendenza della carne attraverso la digitalizzazione della coscienza, le tecniche per l’estrazione di ricordi, esperienze e sogni direttamente dalla loro sede nei circuiti della memoria.

Direi una formula promettente, che Gibson riesce a portare allo stato dell’arte, mettendo a frutto la maturazione stilistica sperimentata attraverso le pagine decisamente più ambiziose di Neuromante.

In una certa misura, “Il mercato d’inverno” vive anche nel rapporto intertestuale con il romanzo, sebbene - diversamente dai racconti della mini-trilogia dello Sprawl: “Johnny Mnemonic”, “La notte che bruciammo Chrome”, “New Rose Hotel” - non sia direttamente connesso a quello scenario. Tuttavia è la rete di riferimenti, situazioni e caratterizzazioni, che echeggia gli scenari di Neuromante. A partire dall’incipit (giocato ancora una volta sul colore del cielo) per arrivare al nome del protagonista, Casey, che al di là del puro attributo anagrafico sembra un Case ancora più cinico e disilluso, ma costretto a vivere in una parvenza di integrazione con la società. A differenza del padre di tutti i cowboy della console, Casey però ha un lavoro, anche se mette le proprie capacità professionali al servizio dei capricci di Lise, l’essenza del nichilismo, alla disperata ricerca di una nuova frontiera esistenziale.

Le mie considerazioni pseudo-critiche potete trovarle nell’articolo già citato e linkato, uscito per Delos SF n. 100 e intitolato William Gibson: nessuna mappa per questi territori. In questo post voglio riprendere, come invito alla lettura, le prime folgoranti righe del racconto (nella traduzione di Nicoletta Vallorani):

Piove molto, quassù; ci sono giorni, in inverno, in cui il cielo non diventa mai veramente chiaro, solo di un grigio uniforme. Ma ci sono anche giorni in cui è come se si aprisse di colpo, per tre minuti, un sipario sulle montagne illuminate dal sole, sospese nell’aria: come il prologo di un film girato da Dio. Era così il giorno in cui telefonarono i suoi agenti, dal cuore della loro piramide di specchi sul Beverly Boulevard, per dirmi che lei era entrata nella rete, che era arrivata in cima e che I re del sonno era tre volte platino. Io ho curato la maggior parte dei Re, ho fatto il lavoro di rilevamento cerebrale, ho rivisto tutto con il modulo di cancellazione rapida, perciò mi spettava una parte dei diritti d’autore.

No, dissi, no. Poi sì, sì, e riappesi. Mi infilai la giacca e feci le scale tre gradini alla volta, entrai nel bar più vicino e mi procurai un black-out di otto ore, che finì su un cornicione, dove mi trovai a solo due metri dalla tenebra della mezzanotte. Le acque del False Creek. Le luci della città e la solita calotta grigia del cielo, più piccola adesso, illuminata dai neon e dalle lampade ai vapori di mercurio. E nevicava, grossi fiocchi ma non fitti, che quando toccavano l’acqua nera sparivano senza lasciare alcuna traccia. Mi guardai i piedi, e vidi che le punte sporgevano dal bordo di cemento bagnato. Indossavo scarpe giapponesi, nuove e costose, stivaletti in pelle morbida di Ginza con le punte in gomma. Rimasi lì a lungo, prima di fare il primo passo indietro.

Perché lei era morta, e io l’avevo lasciata andare. Perché adesso lei era immortale, e io l’avevo aiutata a diventarlo. E perché sapevo che mi avrebbe telefonato, la mattina.

[Foto: Vancouver Skyline.]

Let’s talk about… inner space

Posted on Ottobre 20th, 2008 in Connettivismo, Fantascienza, Letture | 5 Comments »

Dopo avere inaugurato quella che mi sforzerò di far diventare una presenza costante su questo blog, parlando di racconti a tematica sessuale ed erotica (Let’s talk about… sex e le successive Quattro integrazioni), voglio riprendere il discorso sulla narrativa breve. Quale modo migliore per farlo che ripartire da James G. Ballard, dalla cui penna sono uscite alcune delle perle più sfolgoranti della fantascienza, ma non solo?

Ho recuperato una copia in perfetto stato di conservazione di un “Urania” datato 17-12-1978. Il libro è un’antologia di Ballard che s’intitola Il gigante annegato e ripropone la raccolta The Terminal Beach, del 1964. Nei racconti si respira quell’atmosfera di inquietudine che percorre sempre le opere di questo grande autore britannico, un senso di ansia che tende quasi al sovrannaturale ma che poi si risolve sempre nella dimensione umana di un paesaggio privato, interiore. E’ l’inner space profetizzato da Ballard, alimentato dalle suggestioni del surrealismo e codificato nel manifesto della New Wave (Qual è la strada per lo spazio interiore?, New Worlds, 1962), su cui ci siamo già soffermati in tandem con il compagno Fernosky sulle pagine di Next-Station.org.

La raccolta in questione è una summa del pensiero ballardiano. Panorami onirici si compenetrano con angosce contemporanee, aprendo uno scorcio sull’anima dell’uomo nella sua declinazione postmoderna. Il tasso di letterarietà dei racconti è altissimo, come elevata è anche la carica simbolica delle immagini che Ballard riversa sul lettore, in un vero e proprio bombardamento sinaptico.

E’ il caso, per esempio, del racconto che dà il titolo all’edizione italiana, Il gigante annegato (The drowned giant), che parte con un incipit fulminante:

“La mattina dopo il temporale, il corpo di un gigante annegato fu spinto sulla spiaggia a otto chilometri dalla città, in direzione nord-ovest. La prima notizia fu portata da un agricoltore che abitava nei paraggi e poi confermata dai cronisti del giornale locale e della polizia. Ma nonostante tutto molti, fra cui io, rimasero scettici: però, alla fine, le descrizioni di testimoni oculari sempre più numerosi che giuravano sulle enormi dimensioni del cadavere finirono con lo stuzzicare la nostra curiosità.”

L’elemento alieno, innaturale, irrompe nella narrazione fin dalla prima riga. L’efficacia del suo impatto è moltiplicata dalla precisione del contesto informativo in cui è calata (”la mattina dopo il temporale“, “spiaggia a otto chilometri dalla città, in direzione nord-ovest“). L’evento surreale è circoscritto dai dettagli in una precisa dimensione temporale e spaziale e “il corpo di un gigante annegato” si innesta così nel tessuto della realtà, venendo subito assimilato nella dimensione del quotidiano. L’iniziale scetticismo del protagonista viene presto dissipato dalla prova dei fatti: un cadavere gigantesco si è davvero arenato a poca distanza dalla riva, lungo una costa desolata. Non è il cadavere di un cetaceo o un mostro degli abissi: le sue fattezze antropomorfe, amplificate su una scala titanica, riescono ancora più perturbanti per gli scettici come il protagonista. Gli altri, tuttavia, dimostrano di non subire lo stesso fascino del suo potere metaforico e presto la sorpresa cede il passo alla quotidiana banalità della gente. Il corpo viene oltraggiato, sfigurato senza ritegno, trasformato in campo giochi e infine, quando cominciano a manifestarsi i primi segni di decomposizione, smembrato: mani, orecchie e naso mummificati, femori piantati in terra a troneggiare sull’ingresso della più grande macelleria della città, la mascella esposta in un museo, il pene in un baraccone delle mostruosità, le costole messe a formare archi decorativi nei giardini lungo il fiume. Nell’indifferenza generale, si consuma questa profanazione del cadavere, in quella che possiamo leggere come una parabola allegorica sull’incapacità dell’uomo contemporaneo di rapportarsi alla sfera del mito.

Ne Il delta al tramonto (The Delta at Sunset), il protagonista è Charles Gifford, un archeologo consumato da un’infezione che ne sta minando la salute, non solo fisica, ma anche mentale. Ossessioni striscianti rivivono in lui, mentre l’insofferenza e l’ostilità gli alienano poco alla volta ogni contatto umano. Di fronte al suo crescente malanimo, la moglie e il suo assistente intraprendono una relazione clandestina, ma Gifford non sembra preoccuparsene più di tanto, assorbito com’è dalle sue fantasticherie. E intanto la sua spedizione di scavo e recupero delle rovine di un’antica città tolteca volge inesorabilmente verso il fallimento.

“I canali più vicini erano a trecento metri dal campo, ma chissà perché la comparsa dei serpenti coincideva immancabilmente con il riaversi di Gifford dalle punte febbrili. Quando la febbre diminuiva, portandosi via le familiari allucinazioni di fantasmi di rettili, lui si tirava su, sulla sdraio, e scopriva i rettili pullulanti sulla spiaggia, quasi si fossero materializzati dai suoi sogni. Involontariamente, frugava con lo sguardo la sabbia intorno alla tenda, come a cercare le tracce del loro passaggio umido.”

Fin dalle primissime battute il racconto rende l’effetto della strettissima connessione tra gli umori di Gifford e il paesaggio che lo circonda, “i fangosi bacini prosciugati dal delta“. Le conversazioni con Lowry, l’assistente, e Louise si svolgono tra un attacco febbrile e il successivo, e tradiscono i profondi turbamenti del professore malgrado la lucidità fin troppo marcata delle sue analisi. “Durante l’estate il delta s’inaridisce, e riprende ad assomigliare alle lagune semideserte che si stendevano qui cinquanta milioni di anni fa” spiega a un certo punto Gifford. ”I giganteschi anfibi si erano estinti, e i piccoli rettili costituivano la specie dominante. Quei serpenti si portano probabilmente attorno a quello che potremmo definire un paesaggio interno codificato, un’immagine del Paleocene tanto nitida quanto i nostri stessi ricordi di Londra e di New York” (la sottolineatura è mia). Quando Lowry gli fa notare che per Jung il serpente è “in primo luogo un simbolo dell’inconscio” e che la sua scomparsa annuncia sempre una crisi della psiche, Gifford ne dissente e ribatte con queste parole: “Per me, il serpente è simbolo di trasformazione. Ogni sera, al tramonto, le grandi lagune del Paleocene vengono ricreate laggiù, non solo per i serpenti, ma anche per me e per voi, purché noi si sia disposti a guardare. Non per niente il serpente è un simbolo di saggezza“.

Gifford ne è convinto, e mentre entra ed esce dai suoi deliri, e mentre i personaggi che si muovono intorno a lui si confondono con i “roteanti mandala” che popolano i suoi sogni, ribadisce le proprie certezze in un passaggio che possiamo definire paradigmatico della produzione fantascientifica di J.G. Ballard:

“Quale significato avrebbe mai la natura, se non quello di illustrare qualche esperienza interna? I soli paesaggi reali sono quelli interni, o la loro proiezione esterna, come per esempio quel delta.”

La spiaggia su cui si apre il delta ritorna in molta narrativa breve del Ballard di quel periodo. La Spiaggia riaffiorerà nei romanzi di M. John Harrison, un altro veterano della New Wave, Luce dell’universo (Light, 2002) e Nova Swing (2006, di imminente pubblicazione in Italia), in cui servirà a designare i margini frastagliati del cosiddetto Fascio Kefahuchi, disseminati degli incomprensibili ma preziosi manufatti tecnologici di innumerevoli civiltà aliene ormai estinte. E, ancora una volta, non possiamo dimenticarci di Neuromante (1984): Case, “rapito” dalle IA, sperimenta una lucida esperienza di realtà virtuale risvegliandosi su una spiaggia sospesa fuori dal tempo, dove dovrà fare i conti con il proprio passato. Tanto nel caso di Harrison quanto in quello di Gibson, la scelta del luogo-chiave sembra rispondere a una precisa esigenza simbolica, rimandando con un link diretto alla teorizzazione dello spazio interno. Ma tornando a Ballard, impossibile per un cultore de La Mostra delle Atrocità (The Atrocity Exhibition, 1969-90) come il sottoscritto sorvolare su Terminal (The Terminal Beach nella versione originale), che ne presenta il protagonista e ne collauda suggestioni e schemi espressivi (per esempio la ripartizione del testo in brevi capitoletti).

Fa qui la sua apparizione Traven, inquilino di un’isola che è una condizione mentale, tutta cosparsa di “simboli cifrati“: Eniwetok, sede dal 1948 al ‘58 di qualcosa come 43 test nucleari. Proprio qui, nel 1952, venne testata la prima bomba H, evento richiamato nel racconto con l’immagine surrealista e profondamente ballardiana del “mezzogiorno termonucleare“. Ritorna quindi la suggestione del cataclisma, della catastrofe inesorabile, della distruzione che domina nell’apocalittico Ciclo degli Elementi che proprio in quegli anni andava prendendo forma: Il vento dal nulla (1961), Il mondo sommerso (1962), Terra bruciata (1964) e Foresta di cristallo (1966). L’isola è un “paesaggio sintetico“, “una Auschwitz dell’anima nei cui mausolei si trovano le sepolture in massa dei non ancora morti” (e in una traduzione aggiornata la locuzione verrebbe forse resa con la scelta più scomoda di “fosse comuni”).

Traven, che muterà nome e storia una molteplicità di volte ne La Mostra delle Atrocità, è il prototipo dell’antieroe ballardiano, nonché il suo alter-ego. Dopo avere perso moglie e bambino in un incidente d’auto finisce, dopo una traversata del Pacifico durata sei mesi, su quest’isola alla fine del mondo. “Era arrivato a mezzanotte, dopo un’avventurosa ricerca di un varco nella scogliere corallina. La piccola imbarcazione a motore che aveva noleggiato da un pescatore di perle australiano nell’Isola Charlotte era colata a picco sui fondali bassi, lo scafo lacerato dal corallo tagliente“. Un punto di non-ritorno. Nei bunker e nel sistema di casematte che formano il labirinto del poligono nucleare, Traven si smarrisce nella contemplazione del disastro imminente, colpito dai parallelismi dell’architettura militare ”funzionale, megalitica, grigia e minacciosa (e in apparenza altrettanto antica nella sua proiezione dal e nel futuro) come quella assira o babilonese“, con un “ampio sistema di autostrade abbandonate“, “dove tutte le mattine andavano incontro alla morte, avanguardia verso la distruzione“. Su quest’isola, alla sovversione dello spazio si aggiunge un nuovo livello, il capovolgimento del tempo:

“L’isola era un tipico esempio del contrario di quanto afferma la massima dei geologi: “La chiave del passato si trova nel presente”. Qui, la chiave del presente si trovava nel futuro. L’isola era un fossile dell’avvenire; i suoi bunker e le sue casematte erano la dimostrazione del principio che il reperto fossile della vita era una corazza e un esoscheletro.”

Anche la connessione tra interno ed esterno, il ribaltamento dell’interiorità sul panorama tocca in questo racconto vette cosmiche: “Traven sentiva che se il sistema autonomo era dominato dal passato, quello cerebro-spinale si protendeva nel futuro“. L’immagine conclusiva, terminale, dei bombardieri che precipitano in fiamme nei sogni del protagonista è di quelle capaci di regalare una vertigine alla prospettiva della narrazione.

La Terza Guerra Mondiale, ci avvisa Ballard, si combatterà sul campo di battaglia dei nostri sensi e del nostro immaginario. Le prove sono intorno a noi. Forse avvisaglie della psicoguerra sono già in atto, come testimoniano i segnali confusi che emergono dal rumore di fondo, all’intersezione tra “il sistema dei media e il nostro sistema nervoso“. Leggere questi racconti potrà aiutarci a farci trovare preparati.

Semantica delle immagini

Posted on Ottobre 13th, 2008 in Connettivismo, Futuro, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Cyberspazio. Un’allucinazione consensuale condivisa ogni giorno da miliardi di operatori legittimi, in ogni nazione, insegnando ai bambini concetti matematici [...] Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di qualsiasi computer e inviata al “sistema uomo”. Impensabile complessità. Linee di luce distribuite nel non-spazio della mente, ammassi stellari e costellazioni di dati. Come luci di città che si allontanano.

William Gibson - Neuromante,
(Neuromancer, 1984)

 

Una delle applicazioni più interessanti e utili del Web Semantico promette di essere la facilitazione delle ricerche in rete. Oggi i motori di ricerca si basano sull’esplorazione degli URI (Universal Resource Identifier) indicizzati in un database (e degli URI a loro volta contenuti in questi documenti) da parte di agenti (crawler, o spider, o bot) e sulla catalogazione dei risultati. Il meccanismo, come tutti avremo imparato a nostre spese, non sempre fornisce i risultati sperati, nel senso che molto spesso si rende necessario un affinamento (automatico o manuale) da parte dell’utente per scovare nell’elenco dei risultati l’informazione a cui si è effettivamente interessati.

Il Web Semantico, ideato dall’inglese Tim Berners-Lee (uno dei fondatori del World Wide Web), prospetta un superamento dei limiti degli attuali meccanismi di ricerca, mettendo in campo degli agenti intelligenti in grado di contestualizzare l’informazione, rendendo quindi più attendibili e affidabili i risultati. Definito come “l’insieme di formati e linguaggli che trovano e analizzano dati sul Web, permettendo [agli utenti] di comprendere tutti i tipi di informazioni utili in rete” (citazione da: Il Web Semantico in azione, su Le Scienze n. 474, febbraio 2008), questa ridefinizione dell’architettura della rete basa il suo funzionamento “su alcuni blocchi costituiti, a loro volta, da numerosi formati e linguaggi che ampliano le analoghe tecnologie software che permettono al Web stesso di funzionare”.

Ne parlo perché ho voluto ritagliare al Web Semantico (o a qualche sua estensione futura) un piccolo ruolo in Radio Karma, sul quale mi accingo a tornare al lavoro per una nuova revisione, e mi ha quindi colpito questa notizia apparsa proprio sul sito web delle Scienze, su un nuovo approccio statistico messo a punto dai ricercatori della Penn State University (chiamato ALIPR, da Automatic Linguistic Indexing of Pictures in Real-Time) che promette di rivoluzionare la ricerca di immagini. ALIPR si basa sull’apprendimento del software a riconoscere le informazioni utili ricavandole direttamente dalle immagini, partendo da un set di addestramento. Un meccanismo molto simile a quello adottato dalle reti neurali nell’ambito del riconoscimento (la cosiddetta pattern recognition), che potrebbe stravolgere il nostro utilizzo della rete.

Ho fatto un sogno riguardante il Web… ed è un sogno diviso in due parti. Nella prima parte, il Web diventa un mezzo di gran lunga più potente per favorire la collaborazione tra i popoli. Ho sempre immaginato lo spazio dell’informazione come una cosa a cui tutti abbiano accesso immediato e intuitivo, non solo per navigare ma anche per creare. [...] Inoltre, il sogno della comunicazione diretta attraverso il sapere condiviso dev’essere possibile per gruppi di qualsiasi dimensione, gruppi che potranno interagire elettronicamente con la medesima facilità che facendolo di persona. Nella seconda parte del sogno, la collaborazione si allarga ai computer. Le macchine diventano capaci di analizzare tutti i dati sul Web, il contenuto, i link e le transazioni tra persone e computer. La “Rete Semantica” che dovrebbe renderlo possibile deve ancora nascere, ma quando l’avremo i meccanismi quotidiani di commercio, burocrazia e vita saranno gestiti da macchine che parleranno a macchine, lasciando che gli uomini pensino soltanto a fornire l’ispirazione e l’intuito. Finalmente, si materializzeranno quegli “agenti” intelligenti sognati per decenni. Questo Web comprensibile alle macchine si concretizzerà introducendo una serie di progressi tecnici e di adeguamenti sociali attualmente in fase di sviluppo.

Tim Berners-Lee - L’architettura del nuovo Web,
(2001, pp. 139-140)

Risorse web correlate:
Oz Blog sul web 3.0 (dalla stessa fonte arriva lo schema rappresentativo del funzionamento del Web Semantico)
• Una serie di slide di Wayne MacPhail, per illustrare i principali tools e concetti del web 2.0 (via SegnaleZero).
La Rete, il futuro (28-10-2008)
Anytime, Anywhere (25-06-2008)

[L'immagine di apertura è tratta da Ghost in the Shell - Stand Alone Complex (2002).]

Let’s talk about sex: quattro integrazioni

Posted on Ottobre 1st, 2008 in Fantascienza, Letture | 3 Comments »

Mi sono reso conto di avere lasciato fuori dall’articolo sul sesso nella fantascienza almeno quattro autori che potevano vantare tutti i diritti di essere tirati in ballo. Si tratta di quattro vecchie conoscenze cyberpunk e post-cyberpunk. In effetti, il movimento degli anni ‘80 sembrava poco rappresentato dai titoli passati in rassegna. Ma anche gli autori che si sono nutriti della sua sensibilità hanno prodotto validissime visioni nel campo, magari un po’ cupe e ossessive, ma comunque dignitose di essere ricordate.

Partiamo con un romanzo breve recentissimo, La moglie del Djinn di Ian McDonald (Djinn’s Wife, disponibile anche on-line sul sito della Asimov’s SF), premio Hugo 2007, pubblicato in Italia sul numero 53 di Robot. Una storia d’amore dalla Singolarità, che trasfigura su uno sfondo vivido e accattivante conflitti culturali purtroppo sempre attuali, denunciando l’ottusità dei governanti che non esitano a trasformarsi in terroristi e regalandoci un’immagine dal fortissimo impatto emotivo, nell’accostamento delle IA (aeai, come vengono chiamate da McDonald) della nuova era alle divinità della tradizione hindu, schierate in assetto di guerra nel cielo di Delhi. L’India di McDonald è frammentata, diremmo balcanizzata, e le avvisaglie di una Guerra dell’Acqua minacciano di incrinare i rapporti tra lo stato di Bharat (ciò che resta dell’antica Unione Indiana) e Awadh, che si affaccia sulle rive settentrionali del sacro fiume Gange. Nel corso delle trattative per scongiurare il conflitto, una aeai del corpo diplomatico di Bharat inviato a Delhi, A.J. Rao, si innamora della leggendaria danzatrice Esha Rathore. Quello che potrebbe risolversi nel più astratto degli amori platonici, nel mondo di McDonald si trasforma in una passione sfrenata in cui anche la carne riceve l’opportuno ristoro. Perché i dispositivi di augmented reality indossati dai suoi abitanti consentono di amplificare lo spettro degli stimoli ambientali, e questo spettro nelle “mani” di un’aeai può produrre esiti sorprendenti. Se poi consideriamo che l’aeai in questione non si accontenta di dispensare l’estasi cibernetica alla sua compagna ma azzarda anche qualche ardita manipolazione sulla scala delle nanotecnologie, ecco che il suo intento di procurarsi una discendenza appare un po’ meno folle di quanto poteva sembrare in un primo momento.

Il tema dell’amore tra costrutti artificiali ed esseri umani non è inedito. I primi fuochi dei nuovi amori del XXI secolo avevano già brillato in Aidoru (in originale Idoru), romanzo del 1996 firmato da William Gibson, in cui il leader di una rock-band annuncia al mondo le sue nozze con Rei Toei, l’aidoru del titolo. Ne ho parlato nel doppio articolo monografico dedicato al grande autore americano, dove scrivevo:

Aidoru” è l’adattamento nipponico del termine inglese ”idol” e Rei Toei, in effetti, è una popstar programmata per far leva sul desiderio di immedesimazione di teenager e otaku: “un costrutto di simulazione, un insieme di componenti software, la creazione di progettisti informatici” che hanno distillato le acquisizioni della fisica e della matematica per sintetizzare la formula del successo assicurato. Malgrado — o proprio in virtù di — questo, Rei Toei è anche una “architettura di desideri” che esercita con forza irresistibile il fascino della seduzione. L’immagine olografica venerata da milioni di fan sparsi in tutto il mondo non è che la proiezione di una struttura di dati, così nell’amore dichiarato per lei da Rez si può finire per leggere una parabola postmoderna sulla dicotomia illusione/realtà, possibilità/impossibilità, incentrata sulla frustrazione in cui si consuma il desiderio di possesso della rockstar.

Il più paranoico dei racconti di Gibson, New Rose Hotel (1981, incluso nella raccolta La notte che bruciammo Chrome e fonte di ispirazione per un notevole film di Abel Ferrara, memorabile anche per una delle rare interpretazioni decorose di Asia Argento), è incentrato sull’ossessione di uno specialista in defezioni aziendali per la prostituta che dovrebbe fungere da esca nel suo prossimo piano. Si tratta di sesso all’antica: tra uomo e donna, laddove la donna riesce a far valere tutti i propri punti di vantaggio. Facile intuire che qualcosa finisce per andare storto, ma nelle mani di Gibson la regressione psichica del protagonista si trasforma in un piccolo gioiello crepuscolare, una ballata per un cowboy postmoderno dal destino segnato.

Ma di poco raccomandabili prostitute, le opere di Gibson sono zeppe. Dal racconto che dà il nome alla raccolta, fino a Neuromante (Neuromancer, 1984) in cui Molly Millions rivela a Case i suoi trascorsi da meat puppet (letteralmente: “bambola di carne”) tossicomane, un tempo intrappolata nel giro degli snuff movie.

Ancora di bambole si parla in Fairyland dell’inglese Paul J. McAuley (1995). Le Bambole sono qui dei surrogati sintetici, costrette a ingegnose forme moderne di schiavismo, ma presto al centro di una cospirazione per sovvertire l’ordine mondiale.

Altri simulacri destinati al mercato degli appetiti sessuali sono le ginoidi al centro dell’acclamata trilogia dei Morti di Richard Calder. Dei titoli che la compongono, Dead Girls (1992), Dead Boys (1994) e Dead Things (1996), solo il primo è approdato in Italia, pubblicato dalla Nord con il titolo di Virus Ginoide nel 1996. Il ciclo si dipana a partire dal 2071, dopo che un contagio virale trasmesso per via sessuale ha infettato strati sempre più vasti della popolazione maschile e gli effetti si sono ripercossi sulla loro prole femminile. Le ragazze nate da genitori infetti, all’ingresso nella pubertà, sperimentano la metamorfosi in bambole ginoidi, chiamate Lilim. Mercificazione della natura femminile, espropriazione dell’identità sessuale e conflitto tra finzione e autenticità sono i temi portanti dell’opera di Calder, tra i più apprezzati autori della marea post-cyberpunk. Citando Piergiorgio Nicolazzini nell’introduzione allo straordinario Mosquito (racconto del 1994 e tassello cruciale della trilogia, incluso nella Grande Opera Nord dedicata al Cyberpunk), “lateralmente rispetto all’ambita terra di mezzo che è il cyberspazio gibsoniano, il nanospazio di Calder sembra situarsi sul confine incerto tra robotica quantistica e cosmologia ginoide, per meglio rappresentare la sua visione antitetica del mondo postmoderno nel quale viviamo”.

Neuromancer: il primo poster ufficiale

Posted on Settembre 12th, 2008 in Fantascienza, Proiezioni, ROSTA | 6 Comments »

Ho già affrontato in passato il tema dell’adattamento cinematografico del più importante romanzo di fantascienza di sempre (e uno dei più importanti romanzi del Novecento). Chi volesse potrà recuperare le puntate precedenti su Fantascienza.com: Neuromancer: lo Sprawl presto sui nostri schermiBay City e le visioni cyberpunk del 2009. Toni non proprio entusiastici, i miei, lo ammetto. Adesso la Seven Arts ha diffuso anche una prima locandina del film, che devo riconoscere con altrettanta sincerità di aver trovato a dir poco stupenda.

E’ ancora presto per tirare un sospiro di sollievo, ma questo poster, accoppiato con la recente resurrezione quasi fuori tempo limite di Britney Spears (*), potrebbe essere un segno. Forse non è così scontato che il risultato finale sarà un disastro. Staremo a vedere…

(*) Se la profezia di Salvatore Proietti sulla connessione segreta che dal South Carolina dell’infanzia di Gibson, passando per le meat puppet e Molly Millions, arriva fino alla lolita pop del Sud, diretta nei suoi video proprio da Joseph Kahn (**), dovesse rivelarsi esatta, questa constatazione non sarà affatto irrilevante. Sperando che sia solo fantascienza…

(**) Che poi, passando in rassegna la videografia del regista texano, si scopre pure che qualche azzeccata intuizione fantascientifica di tanto in tanto nei suoi videoclip ce l’ha infilata. In ordine cronologico, e con un occhio di riguardo per Moby, date per esempio uno sguardo a:

Moby, We are all made of stars (2002)

Muse, Knights of Cydonia (2006)

50 Cent feat. Justin Timberlake and Timbaland, Ayo Technology (2007)

Ninsei by night

Posted on Agosto 4th, 2008 in Fantascienza, Futuro, Psicogrammi | No Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 23-02-2006. Si rimanda al post originale per l'interessante dibattito che ne seguì, uno dei momenti più vivaci di quella prima incarnazione del blog. Purtroppo ho perso il riferimento delle immagini, che dovevano provenire da qualche sito dedicato a Tokyo e da Wikipedia.]

La replica a questo post dell’Iguana esige un post dedicato. Qual è la faccia del cyberpunk? Domanda ardua, che temo si presti a una varietà di risposte illimitata proprio in virtù dell’essenza intrinseca del movimento. Niente, almeno nella storia della fantascienza, ma probabilmente anche nel panorama più ampio della letteratura contemporanea, deve essersi basato sull’apparato iconografico come il cyberpunk. Gibson, Sterling, Maddox, Kelly, Di Filippo, Shirley, Rucker, Banks, McDonald: leggendo le loro pagine, ho come la sensazione che ognuno di loro fondasse la propria scrittura sull’impatto dell’immagine. Lo stesso Gibson ha ammesso a più riprese i suoi debiti rispetto all’iperrealismo e alla cultura pop, che sull’immagine si fonda. E allora, per me, cyberpunk è una strada di notte…

Strida di clacson, vociare di passanti, volti anonimi confusi nella folla. E, a echeggiare sopra ogni cosa, il profumo della notte al neon del Sol Levante che si perde nell’impassibilità di un cielo vuoto. Come lo schermo di una TV sintonizzata su un canale morto.

Una notte accelerata, da vivere in preda a un delirio psicochimico, sulle ali di una melodia rock del secolo passato. Lou Reed, o David Bowie nel periodo berlinese.

Le note che si intrecciano in una nenia che sa di blues, le luci che perpetuano la danza antica della vita e della morte.

Fino al miraggio di una nuova alba.

Visioni Cyberpunk 2009

Posted on Giugno 2nd, 2008 in Fantascienza, Proiezioni | No Comments »

A quanto pare, i diritti di Bay City acquisiti da Joel Silver per la Warner porteranno finalmente a qualcosa di concreto. Che lo straordinario romanzo d’esordio di Richard K. Morgan si prestasse a un adattamento cinematografico, oltre ad averlo intuito il produttore più scaltro di Hollywood, lo ha potuto constatare chiunque se lo sia ritrovato per le mani. Azione incalzante, storia adrenalinica, soluzioni che saprebbero esaltare un regista di action movie made in Hong Kong. Rimasto congelato per più di 5 anni, il progetto sembra che si sia di recente sbloccato dallo stallo produttivo. Stando a quanto si apprende dai programmi 2009 delle major (fonte FilmJerk.com), Altered Carbon dovrebbe entrare in produzione proprio il prossimo anno. Dietro la macchina da presa James McTeigue, che spero riesca a riscattarsi da quell’obbrobrio di V per Vendetta, magari grazie a un supporto forte da parte della sceneggiatura (e per supporto forte intendo uno sceneggiatore non inferiore a David Webb Peoples, Dan O’Bannon o Jay Cocks, possibilmente riuniti insieme in un unico dream team, oppure, volendo, uno a scelta tra James Cameron e Hampton Fancher). Personalmente non mi sarebbe dispiaciuto un regista a caso tra David Fincher, Christopher Nolan o John Woo. Ma tra i fan sarà giustamente il toto-Kovacs a tenere banco. E allora chi secondo voi incarnerebbe meglio l’antieroe di Morgan, tra Vin Diesel, Christian Bale e Hugh Jackman?

Il 2009 presumibilmente sarà comunque non immune da delusioni grazie alla Seven Arts, che ha avuto la tenacia di confermare Joseph Kahn alla regia e Hayden Christensen nel ruolo del protagonista di Neuromancer, attualmente in pre-produzione. Sul sito della casa cinematografica è stata addirittura approntata una scheda del film, quindi sembrerebbe che siamo ormai spacciati. In attesa di scoprire quale sarà il volto di Molly, e quale altro nome da casting vampirizzerà un budget da 70 milioni di dollari…

Entro fine anno, intanto, dovremmo riuscire a vedere almeno le prime immagini di Pattern Recognition, il penultimo romanzo di Gibson portato sul grande schermo da Peter Weir. C’è ancora segretezza intorno al cast, ma il nome del regista, se non altro, ci permette di tirare il fiato.