I giorni oscuri della Pi-Quadro

Posted on Gennaio 25th, 2010 in Sezione π² | 1 Comment »

Omaggio di 3pad.

Underworld: alle Watts Towers

Posted on Giugno 22nd, 2009 in Connettivismo, Graffiti, Kipple, Letture | 3 Comments »

Una delle escursioni geografiche e immaginifiche più intriganti di Underworld è dedicata alle Watts Towers, “una stramberia nata dalle innocenti visioni anarchiche di qualcuno” in un sobborgo di Los Angeles.

Sabato Rodia, anche noto come “Simon”, conosciuto anche come “Sam”, un muratore ed emigrante italiano nato nel 1879, concepì questo sogno essenziale di metallo e vetro, di conchiglie e terracotta, nei primi anni ‘20, appena giunto a Los Angeles in fuga da una vita precedente. Si dedicò alla sua costruzione dal 1921 al 1954, quindi lasciò Watts e, a quanto si dice, non vi mise più piede. La sua storia filtrata dal racconto di Nick Shay/DeLillo assume sfumature tra la fiaba e l’elegia.

Le torri, le vasche per gli uccelli, le fontane, i pali decorati, i cocci vivaci, i colori familiari, il verde delle bottiglie di 7-Up e il blu del Milk of Magnesia, tutte le vivaci maioliche incastonate nel cemento, insomma tutto quel complesso di strutture, porte e pannelli costruito a mano, da un solo uomo, un immigrante di un posto vicino a Napoli, probabilmente analfabeta, che aveva lasciato moglie e famiglia, o forse erano stati loro a lasciare lui, non ricordavo bene, un uomo la cui storia era piena di lacune, la data di nascita incerta, eSabato che aveva finito per impiegare trentatre anni della sua vita a costruire quel colosso con verghe di ferro, cocci di terracotta, ciotoli, conchiglie, bottiglie di vetro e rete metallica, impastando il tutto con la malta, tremila sacchi di sabbia e cemento, un uomo che aveva trascorso tutti quegli anni con le mani e le braccia incrostate di scaglie di vetro e gli occhi infiammati dal pulviscolo di vetro, appeso a una cintura da lavavetri, penzolante dall’alto delle torri, con la tuta strappata e il cappello di panno polveroso, la faccia bruciata dal sole, e le lampadine appese ai raggi di ruota per poter lavorare di notte, a circa trenta metri di altezza, con Caruso di sotto sul grammofono.

Le torri di Watts sono un complesso di 17 strutture interconnesse, delle quali due raggiungono l’altezza di quasi 99 piedi (rispettivamente 30 e 29,5 metri) e una terza arriva a 16,76 metri. Un capolavoro di arte di strada che richiama esteticamente le più celebri forme della Sagrada Familia di Barcellona.

Camminai tra quelle torri che sembravano lavorate al traforo, tre alte, quattro più piccole, e vidi le maioliche che aveva inserito nell’intonaco sotto una volta, e il vetro fuso e la madreperla schiacciata sulla superficie dei mattoni cotti al sole. Nonostante la natura di scarto dei materiali, l’apparente improvvisazione, e nonostante il predominio dell’intuizione pura, l’uomo era sicuramente un grande costruttore. Il posto aveva una sua unità strutturale, dava l’impressione di temi ripetuti, di un abile lavoro d’ingegneria.

In quell’opera, Nick si convince di riconoscere l’opera di suo padre, scomparso anni addietro nel nulla. E la geometria delle torri, la squisitezza del lavoro artigianale in muratura, gli richiama alla mente un episodio sepolto nella sua memoria di bambino. Quanto al vero artefice dell’opera d’arte, questo Gaudì minore ingoiato nelle pieghe del Novecento…

Una volta finite le torri, Sabato Rodia diede via la terra e tutto il lavoro che c’era sopra. Lasciò Watts e andò lontano, disse, a morire. La sua opera è una specie di vortice spensierato di rumore, una cattedrale del jazz, e ciò che mi colpiva tanto, che mi turbava, era che mio padre, il padre-fantasma, viveva tra quei muri.

Le Watts Towers hanno tenuto al terremoto del 1994 e a una tempesta lo scorso anno. Anche se temporaneamente chiuse al pubblico, sono ancora in piedi dopo 55 anni e sovrastano lo sprawl circostante. E il fatto che a costruirle sia stato un manovale italo-americano, un emigrante nato nei dintorni di Napoli, è sicuramente un’altra bella connessione che potrebbe affascinare DeLillo con il suo sogno di transustanziazione del kipple in arte.

Il nemico immaginario

Posted on Maggio 30th, 2009 in Agitprop, False Memorie, Nova x-Press | 6 Comments »

Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

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Roberto Saviano Redux

Posted on Maggio 28th, 2009 in ROSTA, Stigmatikos Logos | No Comments »

Sta per uscire il nuovo libro di Saviano e già montano le polemiche. Oserei quasi dire: ”polemiche preventive”.

Ormai ho smesso di domandarmi perché questo Paese sta andando a puttane.

Ancora su “Logica del dominio”

Posted on Gennaio 17th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Kipple, ROSTA | 1 Comment »

Tra i feedback al racconto, due sono di amici, per cui da prendere con le molle (siete avvertiti): Carmine Treanni (direttore di Delos SF) ha pubblicato delle considerazioni fin troppo lusinghiere nei riguardi dell’opera e miei sul suo blog; Thriller Magazine ospita oggi invece uno scambio di punti di vista con il compagno Fernosky, raccolto nella cornice di un’intervista. Tra l’altro, mi sono accorto che si tratta del mio primo intervento “pubblico” sul lavoro di Saviano e parlare di un libro di ormai 3 anni fa per la sua attualità un po’ inquieta, ma rappresenta la risposta migliore a quanti premono per la dimenticanza. Ma la chiacchierata è stata anche l’opportunità per un discorso che abbraccia i generi e la loro valenza nel panorama attuale delle lettere. Dal mio punto di vista personale, naturalmente.

Eventuali ulteriori feedback da parte vostra saranno come sempre graditi.

[Foto di Luigi Caterino.]

American Acropolis

Posted on Gennaio 12th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Kipple, Transizioni | 6 Comments »

Detroit, Las Vegas: Poleis decadute. Se la capitale dell’auto è ormai in tendenza negativa da decenni, tornata ai livelli demografici di 90 anni fa e afflitta da tassi di disoccupazione sulla soglia del 10%, adesso anche la capitale del gioco d’azzardo comincia a risentire della crisi. La recessione deve avere ispirato prudenza ai giocatori americani, dopo che tanti lavoratori erano già finiti in strada. Dopo gli anni rampanti dell’edonismo reaganiano, le magagne di decenni di capricci conditi di recente col pepe della finanza creativa hanno portato alla situazione oggi sotto gli occhi di tutti. La parabola discendente di Flint, uno dei sobborghi di Detroit, è stata narrata da Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11. Se non lo avete ancora fatto, consultate anche il quadro impietoso tracciato da Mr. Alan D. Altieri su Carmilla (dal fondo del barile al meltdown), e capirete come è stato possibile arrivare a questo punto.


Detroit al tramonto.

La crisi demografica e sociale delle città è sintomatica dello stato delle cose. Dopotutto è un dato di fatto che a partire dalla Rivoluzione Industriale il capitalismo ha intrecciato in maniera inestricabile le sue sorti al destino delle città. Le città sono diventate i gangli vitali nell’attività economica delle nazioni, ruolo che hanno mantenuto anche con la transizione dalla produzione di beni alla fornitura di servizi. Questa logica ha portato naturalmente alla marginalizzazione delle periferie, dedicate - come nelle peggiori visioni distopiche - al parcheggio del proletariato, secondo un gradiente sociale sempre più difficile da scalare, complice anche il progressivo impoverimento del proletariato stesso e il suo assorbimento nel sottoproletariato. E non perché agli uomini la natura abbia negato l’audacia dei salmoni, ma semplicemente perché secoli di esercizio e consuetudini hanno agevolato il radicamento nel nostro codice comportamentale della routine homoHominiLupus.

[A quanto pare, ci è andato sempre bene e fino ad oggi nessuno si è lamentato più di tanto. A NOI che leggiamo i giornali, discutiamo di politica, ci interroghiamo sulla rilevanza sociale delle decisioni del governo e via dicendo... che attorno al centro di Napoli fossero alloggiati un numero ancora imprecisato di persone - due milioni, tre milioni? - invisibili ad ogni censimento, non ha mai recato disturbo più di tanto. Con l'esplosione della crisi dei rifiuti la loro invisibilità però è venuta meno e, se fino a ieri non ci preoccupavamo che questa gente avesse fognature, acqua potabile, elettricità e una istruzione da paese civile, la nostra coscienza si è trovata costretta a farne i conti. I blocchi stradali, le occupazioni, le proteste. Tutto questo porta a un'altra storia, che non voglio riprendere adesso, ma dimostra che la crisi delle città, a Napoli, ma anche a Roma, Milano o Parigi, stava covando già da un bel po', ci ha solo impiegato il tempo fisiologico necessario per raggiungere la nostra soglia di percezione pubblica.]

Senza dati alla mano ma per una volta senza timore di essere smentito, posso affermare che le metropoli odierne versano tutte, indifferentemente, nello stesso stato di precarietà. Crisi di fiducia, disagi crescenti al crescere della distanza dal centro, disoccupazione, marginalità dilagante.


Detroit, Bellevue Avenue. Dalla galleria del Time Magazine.

Detroit, oggi, è la proiezione futura delle città in cui viviamo. Cities on the edge of the Abyss. Fatevi un giro nella galleria del Time per avere percezione delle rovine dell’America: stazioni abbandonate, teatri convertiti in garage, stabilimenti trasformati in rifugi per senzatetto. Il futuro è passato di qui e ha lasciato solo macerie. Reperti di archeologia post-industriale. American Acropolis, per dirla con William Gibson: da nucleo senziente a metastasi incontrollata e incontrollabile, quintessenza dello sfacelo e della disintegrazione. Decadenza, è questo il nome scritto nel futuro delle città, a meno di un drastico cambio di rotta. E per molte di esse non sarà necessario aspettare il corso della natura, come prospettava Forbes qualche anno fa. Big One e Vesuvio potranno essere facilmente anticipati dall’uomo, come dimostra l’esperienza con il Kipple partenopeo, altra emblematica vetrina delle potenzialità della legione.


Ancora Detroit, fotografata da Graham Davis.

La tendenza può essere invertita, ovvio. Ma occorre lavorarci. Di certo, allo stato attuale delle cose, visioni di qualche anno fa come la Victory City, la “Città del Futuro” di Orville Simpson II richiamata proprio da Gibson sul suo blog il mese scorso, sono quanto di più vicino all’utopia si possa trovare in circolazione.


Victory City, nel progetto di Orville Simpson II.

Il 23 novembre e il miraggio della Ricostruzione

Posted on Novembre 23rd, 2008 in Nova x-Press | 4 Comments »

Il 23 novembre 1980 una scossa di terremoto di magnitudo 6.9 devastava il cuore di Bassitalia. Il terremoto sprigionò in pochi secondi un’energia stimata in circa 500 kilotoni, l’equivalente di 42 bombe di Hiroshima, e investì 17.000 kmq, radendo al suolo l’Irpinia e le province di Salerno e Potenza e traducendosi per via delle caratteristiche geomorfologiche del territorio e della debolezza strutturale dell’edilizia di inizio secolo in un’intensità di distruzione stimata all’XI grado della scala Mercalli. I numeri dell’evento che sarebbe passato alla storia come il terremoto dell’Irpinia, presi in sè, non possono dare un’idea di quello che significò il sisma, né alle ore 19.34 di quella domenica di 28 anni fa, né nei mesi e negli anni che seguirono: una scossa percepita dalla Pianura Padana alla Calabria, soccorsi ritardati dall’inaccessibilità dei territori colpiti, famiglie dilaniate, disagi che si protraggono ancora oggi e un piano di ricostruzione (la famigerata Ricostruzione di cui si è parlato per anni e che oggi si staglia nel firmamento delle idee come un titano della mitologia, un prodigio che nessuno ha ancora avuto il privilegio di toccare davvero con mano) che sembra ormai eterno, con la Finanziaria 2006 che ancora stanziava 100 milioni di euro per le opere della Ricostruzione.

La Ricostruzione ha richiamato sull’Irpinia una generosità di fondi per il cui finanziamento paghiamo ancora 75 lire (poco meno di 4 centesimi di euro) di accisa su ogni litro di carburante oggi acquistato. I contributi pubblici dello Stato ammontavano nel 2000 a 58.640 miliardi di lire, rivalutati ai prezzi del 2000 in 77.873 miliardi, pari a 40,218 miliardi di euro. Il dopoterremoto è diventato così una bolla economica a livello locale che non ha precedenti nella storia d’Italia: un banchetto a cui tutti si sono serviti con ingordigia, dai politicanti della zona agli imprenditori del Nord che qui sono venuti a delocalizzare (si dice così oggi, no?) i loro stabilimenti immancabilmente destinati alla chiusura allo scadere dei meccanismi di incentivazione. Il tutto orchestrato dalla Banca Popolare dell’Irpinia (tra i cui azionisti poteva vantare il nome dell’on. Ciriaco De Mita, acquistata nel 2000 dal Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna e fusa nel 2003 con la Banca Popolare di Salerno nella Banca della Campania) e, ove possibile, dalla mediazione della Camorra.

Il dopoterremoto è stato infatti attraversato da onde altrettanto convulse del moto sismico, rivelando paradossalmente una mobilità e una fluidità di movimenti superiore agli strati geologici che ne avevano determinato la causa scatenante. Dai 70 comuni disastrati e circa 200 danneggiati che erano stati censiti inizialmente, si passò col tempo a 687: una escalation che andò ad abbracciare praticamente tutta la Campania (542 comuni su 551), la Basilicata intera e 14 comuni pugliesi. Questa estensione finanziaria del Cratere, com’è ovvio, diluì i finanziamenti destinati alla ricostruzione dirottandone porzioni cospicue verso Napoli e il suo hinterland. Mentre i signori di Gomorra investivano quei fondi in imprese criminali di respiro nazionale (lo smaltimento clandestino dei rifiuti sarebbe esploso sulla fine del decennio) e internazionali (imprese edili che sarebbero sbarcate presto all’estero), i signorotti locali si accontentavano della loro fetta, spargendo le briciole intorno al tavolo. Chiunque sia stato scaltro abbastanza da tenere il passo degli squali è stato ricompensato con l’inquadramento in una classe media che ha tratto beneficio dal sisma, in un miracolo di transustanziazione che ha trasformato la disgrazia di molti nella fortuna di una minoranza.

E’ stato tuttavia un miracolo effimero, che si è sgonfiato nel giro di pochi anni, com’era inevitabile per una ricchezza generata con giochi di prestigio e “sganciata dal territorio“. Finita la cuccagna, i posti di lavoro promessi dai signorotti locali si sono rivelati fasulli, la disoccupazione ha alimentato nuovi flussi migratori verso il Norditalia e l’estero, i paesi sono tornati a svuotarsi (basta guardare gli andamenti demografici dei singoli comuni su Wikipedia: a una ripresa intorno al 1990 segue pressoché sempre un calo nel decennio successivo). L’ondata umanitaria e la generosità piovute sull’Irpinia e le zone terremotate da tutta Italia e dalle comunità italiane all’estero, sensibilizzate anche dall’instancabile opera d’informazione condotta dal compianto Indro Montanelli, si è mutata in una sottile diffidenza, il sospetto di chi si domanda: “com’è possibile che tutti i fondi raccolti per l’Irpinia non si siano tradotti in una rinascita del territorio?”.

Dei fondi che sarebbero dovuti servire per dotare il territorio di infrastrutture adeguate a favorirne uno sviluppo concreto e duraturo, non resta ormai che il ricordo, pronto a tramutarsi in stupore e meraviglia ogni volta che capita di vedere le cifre snocciolate in qualche tabella ministeriale o nelle periodiche inchieste che cercano di portare un barlume di luce nei meandri della storia. Il bandolo della matassa resta ingarbugliato. Invece che investire nelle attività agricole sul territorio che è il granaio della Campania, paradossalmente beneficiato da premi di indennità volti a normalizzarne la sovrapproduzione, così come nel settore delle rinnovabili, che da queste parti potrebbe produrre sostanziali sbocchi occupazionali, vi si decide di farne la sede per una piattaforma polifunzionale per lo smaltimento di rifiuti tra le più grandi d’Europa, mettendone a rischio anche l’integrità del bacino imbrifero.

La storia di Bassitalia resta costellata di sventure e zone d’ombra. In attesa che la prossima inchiesta venga a scoprirne gli altarini, la gente del posto continua a masticare offese e rancori, con la pazienza rassegnata che chi è di queste parti conosce bene. Questi monti sono fortunatamente immuni all’omertà: tutti sanno come vanno le cose e se ne lamentano, manca semmai quel minimo di intraprendenza che servirebbe a cambiarle, le cose. Oggi come ogni anno, noi che in Irpinia ci siamo nati e cresciuti torniamo a commemorare i morti e mi rendo conto che da quella domenica sera di 28 anni fa (ricordi di seconda mano di messe, caminetti accesi contro il freddo, sintesi delle partite a 90° minuto e poi, d’improvviso, la distruzione che spazza tutto, la fuga lungo i vicoli, le urla, il silenzio e la notte ad avvolgere il mondo dietro una tenda impenetrabile), da quel 23 novembre ci sembra separarci ormai l’abisso del tempo, una distanza siderale e incolmabile, dilatata dalle mille piccole, ingannevoli conquiste che ci sono state regalate per alimentare la nostra illusione che dal 1980, grazie alla fantomatica Ricostruzione, l’Irpinia sia entrata davvero nel circolo virtuoso del progresso (fatto di TV digitale, copertura totale delle reti di telefonia mobile e fuoristrada, ma non - per carità di Dio! - di diritto all’istruzione, banda larga o trasporti pubblici).

Oggi, ricordiamo. Poi, come ogni anno, torneremo ad aspettare la prossima ricorrenza. Con un ultimo occhio ancora ai numeri, per quanto insufficienti ad abbracciare la dimensione della tragedia: 2.735 vittime, 8.848 feriti, 280.000 sfollati. Una Ricostruzione mai ultimata, con insediamenti provvisori tuttora occupati. Benvenuti in Bassitalia. XXI secolo, ma non per tutti.

[La foto di apertura è tratta dalla Galleria del dossier di Repubblica, Irpinia: venti anni dopo. In chiusura: Castelnuovo di Conza (SA), foto di Antonio Melillo.]

Un «Pocho» a ciel sereno

Posted on Ottobre 18th, 2008 in Sezione π² | 5 Comments »

Signori, scusate, ma ci sono momenti da incorniciare. Per tutto il resto c’è tempo.

Garigliano Burning

Posted on Ottobre 3rd, 2008 in Graffiti, Kipple | No Comments »

Meglio di mille parole. By Makkox.

La carneficina: sangue per San Gennaro

Posted on Settembre 20th, 2008 in Agitprop, Kipple | 2 Comments »

L’altra sera, alla vigilia delle celebrazioni per il santo patrono della città più bistrattata al mondo, negli stessi minuti in cui il Napoli tornava in Europa dopo oltre un decennio di purgatorio, 25 km a nord-ovest del San Paolo una pioggia di piombo si abbatteva su sette extra-comunitari, davanti alla sartoria “Ob Ob exotic fashions” di Castel Volturno, al civico 1083 della statale Domitiana. 84 bossoli sono stati ritrovati sulla scena del crimine, e i corpi immersi in un lago di sangue. Una mattanza. La contrapposizione tra la festa della città e la violenza brutale dimostrata dai sicari è stridente.

Nella stessa serata, pochi minuti prima, un pregiudicato della zona era stato ucciso con la stessa ferocia a pochi chilometri di distanza, nella sala giochi che gestiva. Le autorità non ci hanno messo poi molto a collegare i due episodi. Ma a ben guardare i passi falsi commessi in poche ore non sono stati pochi. La stessa confusione che sembra regnare intorno alla vicenda nelle sedi della stampa è emblematica di una incertezza di fondo, mal dissimulata nell’eccesso di convinzione dimostrato fin dal primo momento. Basta leggere i due pur importanti servizi dedicati dal Corriere della Sera per farsene un’idea: mentre Far West tra Napoli e Caserta, 7 morti, uscito già nella tarda serata del 18 settembre con un titolo alquanto approssimativo dal punto di vista geografico, veniva rivisto nel corso del 19, veniva pubblicato un articolo che cominciava a rendere conto anche delle proteste degli extracomunitari della zona, Castelvolturno, rivolta degli immigrati dopo la strage di camorra. Il secondo pezzo corregge il tiro, ma restano imbarazzanti le discordanze interne al primo dei due articoli, in cui prima si colloca la sparatoria in una trattoria (noto “luogo di ritrovo per gli extracomunitari della zona”) e poi la si sposta nella sartoria di una delle vittime.

La spiegazione più attendibile (suggerita dall’assenza di firme a corredo dei pezzi) è che il Corriere non avesse nessuno in zona a rendere conto della strage e per questo in redazione si siano affidati ai dispacci delle agenzie stampa. Come è interessante notare dagli archivi dell’ANSA, fino alla tarda mattinata del 19 non erano in molti ad avere le idee chiare. Questa agenzia delle 00.30 del 19/9, per esempio, è emblematica: vi si parla di sette vittime, tutte nigeriane, mentre poi diverrà chiaro che tra le vittime nessuna era di nazionalità nigeriana, e che la settima fosse in realtà un italiano con precedenti per furto e rapina. Niente è invece emerso sui precedenti penali dei sei extracomunitari ammazzati. Converrete anche voi che un extracomunitario dalla fedina pulita ammazzato come un cane è cosa ben diversa da un delinquente extracomunitario fatto fuori in un regolamento di conti, ma il primo non serve agli scopi psico-terroristici di nessuno, mentre il secondo troverà sempre accoglienza come mostro in prima pagina. Gli errori capitano, per carità, ma quando vanno a costruire un quadro che avvalora l’ipotesi di ricostruzione avanzata senza esitazioni dagli inquirenti, qualche sospetto sulla buona fede degli organi di informazione diventa legittimo.

Dal pezzo del Corriere del 18/9, aggiornato il giorno dopo: “[...] la firma della camorra, nella terra dei Casalesi, è praticamente evidente, per gli inquirenti. Cento metri più in là inizia il comune di Napoli (Non proprio… NdR): la strage è avvenuta in un territorio popolato da extracomunitari - per lo più nigeriani e ghanesi - che portano avanti una fiorente attività di spaccio. Un rifiuto alla camorra, magari di fronte alla pretesa di una tangente supplementare, potrebbe aver innescato l’attrito fra extracomunitari e criminalità organizzata“.

La sartoria sarebbe così al centro di un “traffico di stupefacenti” (dal pezzo del 19/9), che giustificherebbe pertanto la relazione tra i due diversi agguati. Il 19/9 c’era stato senz’altro il tempo di effettuare i rilievi del caso sulle scene del crimine, come dimostrano i sigilli affissi dai magistrati sulla saracinesca sbarrata della “Ob Ob exotic fashions” mostrata in TV, e se l’ipotesi del traffico di droga fosse stata avvalorata dal riscontro delle perquisizioni, la ricostruzione operata dai giornali avrebbe avuto senza dubbio un altro senso. Invece non mi risulta ancora niente in questa direzione.

Il primo servizio utile è arrivato solo oggi, grazie a Marco Imarisio, autore sempre per le pagine del Corriere on line de Il clan dei giovani «impazziti»: l’eccidio, poi spari per fare festa, che oltre a contestualizzare storicamente l’episodio ne svela anche gli inquietanti retroscena (la reazione dei guappi locali, gli spari al cielo). Le indagini si stanno orientando verso una banda di reduci del clan Bidognetti (pionieri del business dei rifiuti come rivela il pentito Vassallo e affiliati con i famigerati Schiavone nella Confederazione dei Casalesi),  ansiosi di imporre la loro legge sul territorio dopo la decapitazione dei vertici. Ma viene comunque trascurato un elemento: la probabile - plausibile verrebbe da dire, considerate le circostanze - estraneità al crimine organizzato di 6 delle 7 vittime. Sei extracomunitari (di cui le grandi testate non hanno ancora onorato il nome), colpiti solo per il colore della loro pelle, forse per impartire una lezione alle organizzazioni nigeriane che contendono la zona ai Casalesi.

E viene allora da chiedersi perché non si sia scatenata una tempesta mediatica a copertura della veemente protesta degli extracomunitari della Piana del Volturno, umiliati dal caporalato e dagli abusi, stretti tra i due fuochi della mafia nigeriana (che magari starà anche cavalcando l’onda della protesta, questo paese dopotutto ha una lunga tradizione di infiltrazioni volte a pilotare i movimenti di massa) e dei signori di Gomorra. Il commento più arguto su quanto è successo e sta succedendo arriva ancora una volta da Giuseppe D’Avanzo, uno dei rari nomi capaci di nobilitare l’informazione qui da noi. Su Repubblica.it è uscito oggi il suo commento Il valore di quelle vite, che vi invito caldamente a leggere.

Castel Volturno è una città travolta dallo sviluppo dissennato che ha prodotto la fortuna dei Casalesi. In meno di quarant’anni ha più che decuplicato la sua popolazione, passando dai 3.661 abitanti del 1971 agli oltre quarantamila che oggi vivrebbero sul suo territorio comunale, tra costruzioni abusive e baraccopoli. Di questi la metà sarebbero clandestini e comunque non risultano censiti.

Scrive Imarisio nel pezzo citato: “La città conta ufficialmente 21 mila abitanti, ma accanto ad essi è come se fosse sorta una città gemella popolata solo da clandestini. Lo dice chiaro l’ammontare pro capite della tassa sui rifiuti. Il Comune paga esattamente il doppio di quello che dovrebbe produrre in base ai residenti registrati all’anagrafe. Ma Castelvolturno è soprattutto la città dei Casalesi. Il posto che contiene gli investimenti immobiliari a cinque stelle e i tuguri dei disperati nei quali pescare reclute a basso costo, i grandi progetti e i boschi dove si nascondono gli eroinomani da rifornire con la dose quotidiana. L’Alfa e l’Omega del loro atlante criminale, dentro al quale adesso si agita una scheggia impazzita. Un piccolo gruppo di camorristi giovani e imbottiti di cocaina, stanchi del limbo nel quale il clan dei Bidognetti è stato costretto da arresti e condanne, che ha deciso di rinegoziare ogni alleanza, e di alzare il prezzo con gli stranieri, per rivendicare il primato della camorra. Negli ultimi dieci mesi hanno firmato 16 omicidi. All’inizio erano 4-5 elementi, adesso sono già una dozzina. La violenza paga, fa proseliti. In questa Babele, è l’unico linguaggio riconosciuto“.

Navigando con Google Map si ha la possibilità di esplorare dall’alto la città e i suoi dintorni. Il sito indicato come Villaggio Coppola, fino a poco tempo fa, non risultava in nessun documento catastale. Ufficialmente al suo posto si trovava ancora una pineta, distrutta a partire dagli anni Settanta. Magari chi ha visto il film vi riconoscerà i luoghi di Gomorra, il film di Matteo Garrone tratto dal bestseller di Saviano, che avrebbe meritato di essere proiettato in tutte le scuole di Bassitalia a inaugurazione del nuovo anno scolastico.

[Le foto a corredo di questo articolo sono ANSA, tranne l'ultima che è opera di Luigi Caterino e ritrae Villaggio Coppola, a Castel Volturno (CE). Fate un salto sul suo blog e sul suo album Flickr. Meritano attenzione.]