Nel segno del dominio

Posted on Luglio 10th, 2009 in Agitprop, Kipple, Stigmatikos Logos | No Comments »

Mai eccedere con il buonumore… La triste realtà ci riporta con i piedi per terra senza farsi pregare. Apprendo da Spreconi.it che tutti gli imputati coinvolti nel processo per le tangenti della Ricostruzione post-terremoto 1980 sono stati assolti per prescrizione.

Dicono che quel terremoto permise di costruire il potere di una nuova classe politica, garantendo carriere e fondi grazie alle tangenti della ricostruzione. Dicono che grazie agli oltre tremila morti provocati dalla scossa che il 23 novembre 1980 devastò Campania e Basilicata aprendo ferite sociali e urbanistiche mai risanate una nuova leva di uomini di partito si arricchì. Dicono che tutto venne deciso in base a mazzette e quote di partito, perchè non ci sarà mai una sentenza. Ventinove anni dopo quel sisma terribile, politici e imprenditori sono stati tutti assolti. E questo non perchè la corte li ha riconosciuti innocenti, accogliendo la loro difesa. No, l’assoluzione è scattata per prescrizione: è passato troppo tempo per giudicarli.

Frutto della logica del dominio che imperversa in questo Paese, tutto tagliato su misura per le zanne e gli artigli dei lupi pronti a sbranarne la carcassa. La notte della democrazia non è ancora passata. Benvenuti in Bassitalia!

Fare i conti con la terra e con la storia

Posted on Maggio 3rd, 2009 in Agitprop | No Comments »

Ho ripetutamente rimandato l’appuntamento con questo post in attesa che le acque si calmassero e il superamento del primo impatto emotivo agevolasse la lucidità dei pensieri. Ora che altri drammi e paure hanno guadagnato l’attenzione degli organi d’informazione, a quasi un mese di distanza dalla tragica notte del 6 aprile, credo che sia giunto anche per me il momento di fare i conti con il terremoto. Non per una questione di opportunità o perché ne senta il bisogno: semplicemente, perché ci sono delle cose (poche, a dire il vero, sicuramente meno del solito e probabilmente pure meno profonde o interessanti, oppure solo altrettanto scontate delle altre finora espresse - sulla questione decida pure l’internauta approdato su questi lidi) che vorrei dire e questo blog, che per il sottoscritto è un po’ cassa di risonanza, un po’ finestra sul mondo e un po’ semplice blocco di appunti ipertestuali, è il luogo adatto per farlo. Quello che ho da dire parla di futuro, ma parla anche di passato.


Panorama di Onna (foto ANSA).

Quello che penso deriva dalla mia esperienza con il sisma. Mi ritengo, senza mezzi termini, figlio del terremoto io stesso, essendo nato nemmeno 2 mesi dopo che l’Irpinia era stata travolta dalla catastrofe: interi paesi, incluso Castelnuovo, cancellati via dalle mappe nel giro di una manciata di secondi. I soccorsi, quella volta, impiegarono giorni per raggiungere i comuni colpiti. Ma ci fu subito una generale e concreta dimostrazione di generosità da parte dell’Italia intera, per non parlare del resto del mondo (non dimentico di avere studiato in un liceo ricostruito - anni dopo - con fondi americani). Ci furono Pertini e Montanelli che diedero conforto a un popolo che aveva perso la luce e che per questo, da allora, tiene le loro foto appese in casa, come se fossero parte della famiglia: degli zii illustri, di cui è importante tenere in vita il ricordo ancora adesso - o proprio adesso - che l’Italia e la politica sono diventate quello che noi tutti sappiamo.

Il baraccone mediatico ha battuto il ferro caldo e tutto quello che per il momento ne abbiamo ricavato sono state le statistiche di popolarità del premier snocciolate dal diretto interessato, salvo poi incorrere nella dura realtà della contestazione del suo operato. Eventi come questo amplificano la portata delle reazioni e non ci sarebbe quindi da sorprendersi del teatrino tragicomico inscenato a uso e consumo dell’elettorato. Che la leva psicologica fosse l’unico strumento nelle mani del Presidente del Consiglio (uno strumento universale, buono per le elezioni come per il governo) era risaputo. Ma l’indifferenza con cui tutti noi stiamo reagendo a una simile esibizione di cinismo è deplorevole.

Per questo diffido dagli annunci. Per credere al programma di Ricostruzione propagandato nei giorni scorsi vorrei vedere l’Imperatore e la sua corte trasferirsi nei campi di accoglienza per tutta la durata dei lavori: è l’unica garanzia che sarei disposto ad accettare sulla celerità degli interventi. Tra le luci e le ombre a cui siamo ormai abituati, dovrebbe essere chiaro a tutti che questo non è ancora il momento di spegnere i riflettori sull’Abruzzo. Il terremoto non è circoscritto alla catastrofe che porta la morte e semina distruzione. Il terremoto è un evento destinato a protrarsi nel tempo, anche per trent’anni come dimostra il caso dell’Irpinia.

La minaccia è che anche le terre colpite dal sisma del 6 aprile scorso si ritrovino tra qualche anno con il futuro azzerato. Se c’è una cosa che l’Abruzzo e la sua gente devono fare in questo momento, è quindi assumersi il carico di una responsabilità ulteriore, aggiungere quest’altro onere al loro orgoglio e imparare la dura lezione che altrove ha lasciato cicatrici ancora aperte. Per questo sono importanti i provvedimenti annunciati per tutelare la ricostruzione. Forse non è la cosa più appropriata da dire in questo momento, ma il peggio non è passato. La parte più difficile viene adesso ed è adesso che l’attenzione dei media si è spostata altrove che gli italiani dovrebbero far sentire ancora più forte il loro sostegno ai terremotati. In ultima istanza, al di là di tutti gli strumenti che le istituzioni competenti possono predisporre, devono essere i cittadini a vigilare su quanto verrà fatto, perché la Ricostruzione non si ferma ai muri, alle case e alle strade, ma interessa il futuro loro e delle generazioni che li seguiranno.

Per ricordare come sono cambiati i costumi, linko solo quest’altro documento d’epoca. Nel 1980 c’era un Presidente della Repubblica che si aggirava tra gli sfollati e ascoltava le loro richieste, le loro lamentele, le loro critiche. E ne faceva tesoro, riversandole sul pessimo operato del governo.

Altri tempi… Complici il malaffare dei feudi e la consuetudine alla rassegnazione, le cose non sono poi migliorate molto. Ma avercelo nei paraggi, oggi, un altro Pertini.

Sergio Leone: ancora un altro West

Posted on Aprile 30th, 2009 in Graffiti, Proiezioni | 4 Comments »

Oggi cade il ventennale della scomparsa di Sergio Leone. Quello che ha significato per me il suo cinema mi crea difficoltà ridurlo a parole. Se potessi esprimerlo in forma visuale, girerei un campo lungo di un angolo deserto di Bassitalia, nel cuore della Basilicata o dell’Irpinia o del Tavoliere, solo il soffio del vento a muovere la natura mentre il sole stanco si consegna all’abbraccio dell’orizzonte, e l’esito sarebbe quanto di più vicino all’espressione (duplicazione, simulazione?) della traccia emotiva lasciatami dai suoi film. L’imprinting iconografico che produce la visione in giovanissima età dei suoi western (anzi, senza complessi: spaghetti western) è di quelli che non lasciano scampo. E tutto sommato lo dimostra il fatto che poi uno finisca a scrivere fantascienza (o almeno provarci), che oltre al western è l’unico altro genere narrativo plasmato a immagine e somiglianza della cultura U.S.A. (e non è un caso che in entrambi sia la Frontiera a giocare un ruolo cruciale).

Poco più di un anno fa, reduce da una mostra alla Cineteca di Bologna, scrivevo questo post e trafugavo un po’ di istantanee. Nel frattempo, come ogni anno, non è mancata l’occasione di rivedere ancora qualche volta qualcuna delle pellicole che hanno fatto la storia del cinema (Rai 3 e Rete 4, ciclicamente e con una certa disinvoltura, provvedono a propinarcene la dose sufficiente a mantenere elevato il livello di assuefazione). Ma Leone è uno di quegli autori che non stancano mai, totalizzante senza mai perdere la sua vocazione popolare (sarà stato lui il Pynchon del cinema?), dall’influenza infinita come provano la riconoscenza di Stanley Kubrick e - sì - di William Gibson e gli omaggi di Quentin Tarantino. La freschezza immutata a distanza di quasi mezzo secolo lo dimostra di volta in volta.

La tecnica sopraffina delle sue riprese, le intuizioni di scena e di regia, l’equilibrio ineccepibile tra la musica (Sergio Leone, non lo si può scordare, è anche Ennio Morricone) e il silenzio, tra i primissimi piani e i campi lunghissimi, la ricorrenza di simboli e oggetti, sono tutti elementi da dare in pasto ai cinefili e ai critici. Mi limito pertanto a registrarne l’unicità e a testimoniare una volta ancora la mia profonda ammirazione per un cinema che non ha paura di osare, di costruire, di provocare, di rincorrere e di rincorrersi.

Tra gli appassionati di Leone, ognuno ha il proprio film, il proprio duello, il proprio rosario di battute memorabili. Da Ramòn alla madre del Biondo, passando per il gioco dell’Indio e gli aneddoti sulle pistole e i fucili. Nell’impossibilità di scegliere una scena rappresentativa, ne riporto un campione di scene cruciali (quasi sempre finali, tra i più belli che la settima arte ci abbia regalato). Mi dispiace solo non avere trovato il finale ampliato di Giù la testa, l’opera più politicizzata e controversa (ma nei tempi dilatati del director’s cut si respira un tocco poetico che ”ingentilisce” l’ideologia e la restituisce alla sfera dell’idealismo più romantico). Per la sua filmografia, le voci di Wikipedia che ho consultato mi sono sembrate molto ben fatte. Anche se parlarne o leggerne, con Leone più che mai, non riesce bello quanto gustarsi lo spettacolo.

I video originariamente inclusi in questo articolo sono stati rimossi in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-11-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi.

Pancake: una riflessione sul tempo

Posted on Aprile 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Letture, Nova x-Press | 6 Comments »

L’opera di Breece D’J Pancake include una riflessione sul tempo che non può risparmiare il lettore nell’atto della scoperta del suo micromondo narrativo. L’intero universo di Pancake si trova compiutamente espresso in 12 racconti, che ne costituiscono l’intera produzione letteraria e ne condensano l’essenza in un barlume di eternità.

Il tempo di cui si parla in questi quadri della provincia profonda, istantanee delle zone più depresse delle colline appalachiane del West Virginia, è una spirale di pietre semipreziose, parafrasando il grande Samuel R. Delany, un vortice destinato a risucchiare qualsiasi prospettiva di redenzione. Il risultato è la percezione di un panorama immobile, cristallizzato al di fuori di ogni logica evolutiva. Perfino i trilobiti che il protagonista dell’omonimo racconto colleziona e regala agli amici non servono a dispiegare una vera prospettiva temporale, ma semplicemente a confermare la chiusura di qualsiasi possibilità di fuga. La stessa sorte, un giorno, accomunerà questi animali trasformati in pietra agli uomini che adesso costruiscono autostrade e ponti sui fiumi che cinquecento milioni di anni fa ospitavano queste forme di vita enigmatiche. I desideri e le passioni, salvo rari momenti di slancio subito riassorbiti nell’ordinario non-fluire che è lo stato delle cose, sono già relegati alla stessa dimensione.

Cosa possano percepire i cuori di pietra di questa gente, cosa possano vedere i loro occhi fossili, Pancake ce lo mostra con una chiarezza lancinante. Le sue parole evocano immagini dal profondo, irretendo il lettore in una trama di odori, fremiti, visioni, che lo precipitano nel cupo anonimato di una terra tagliata fuori dal cammino del progresso, lasciata indietro, abbandonata a se stessa.

Non c’è riscatto, nelle storie che Pancake racconta. La redenzione non è contemplata quasi nemmeno come possibilità. Anche quando i rapporti sembrano mettersi per il verso giusto o, per lo meno, una speranza si profila all’orizzonte, qualcosa irrompe a incrinare definitivamente il tessuto del quadro. Qualcosa va sempre storto e così ci riporta allo status quo di partenza. La situazione si ricompone, nel significato più letterale e nel verso meno consolatorio immaginabile.

Non c’è uscita, da questo mondo.

Non sorprende che - volendo prestare fede alla ricostruzione della polizia - Pancake si sparasse un colpo alla testa, la notte di Domenica delle Pasque dell’anno 1979. Non aveva nemmeno 27 anni, ma doveva avere ormai interiorizzato dalla terra e dalle persone una tale consapevolezza da lasciarlo senza via di fuga. In fondo è questo che traspare dalle sue storie. Una coscienza decisamente più vecchia di quanto la sua età anagrafica potesse suggerire. Una coscienza che è anziana e antica allo stesso tempo. Una consapevolezza che a volte illumina i suoi personaggi consolandoli con la ricompensa della comprensione (emblematica la chiusura di Colly nello stupendo “Trilobiti”, come pure del protagonista di “Onore ai morti”), altre li soffoca semplicemente in un’ombra di condanna (”Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli da tutto” leggiamo nell’epilogo del fulminante “Una stanza per sempre”). Sempre, in ogni caso, sullo sfondo di pessimi presagi, segnali di annientamento, presentimenti di disfatta.

La percezione del tempo e dei suoi effetti è un elemento ricorrente. “Mi sento vecchissimo” afferma Colly in “Trilobiti”. Poi, nel successivo “La cava”, assistiamo alla seguente scena che riecheggia fortemente, in un gioco di specchi e rimandi, le sue ossessioni.

Ai piedi della discarica fumante, dove erano stati rovesciati i resti d’argilla, il bambino di Estep girovagava, cercando qualcosa.
«Che fai lì, Andy?»
«Rocce» disse il ragazzo. «Ci sono dei disegni sopra». Porse a Buddy un pezzo d’argilla.
«Fossili. Vecchia roba morta.»
«Li sto collezionando.»
«Perché vuoi tenere della vecchia roba morta?» chiese, restituendogli l’argilla.
Il ragazzo abbassò lo sguardo e scrollò le spalle.
«Vai a casa, capito?» disse Buddy, osservando Andy mentre spariva giù per la strada secondaria, lasciandolo al ronzio del trasformatore. Si chiese perché il bambino sembrasse così vecchio.

Il lessico emotivo di questi personaggi riproduce la desolazione della natura. La violenza la fa da padrona, anche - o forse soprattutto - nelle storie più toccanti. Una reazione istintiva all’ostilità dell’ambiente, si potrebbe pensare. Ma forse c’è anche di più, forse persiste una speranza remota di infrangere il velo della quotidianità più triste e disperata attraverso un gesto a sua volta disperato, e così la violenza diviene espressione fisica di un impulso interiore. Un moto inconsulto dell’anima. L’equilibrio di Pancake è tale da non renderla mai una consuetudine e l’autore si limita a ritrarla senza suggerirne la necessità né tanto meno l’opportunità. Pur in assenza di un vero distacco dalla materia narrata, il suo tono non diventa mai assolutorio. E questo elemento consolida la sensazione di un lungo, forse non del tutto volontario ma inevitabile, processo di assimilazione da parte di Pancake.

Questi racconti ne sono un concentrato. Perché, come opportunamente fa notare Giacomo Papi nella sua introduzione alla prima edizione italiana, “nella prosa di Breece D’J Pancake tutto persiste”. A lettura ultimata, non si hanno dubbi che le stesse emozioni fissate nelle parole perdureranno anche nella memoria.

[Tutte le foto che accompagnano questo post sono di Dizzy Girl, prese dal suo set West Virginia.]

L’isola ripristinata contro le insidie del Kipple

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Kipple | 1 Comment »

Nel mio piccolo reportage uscito lo scorso ottobre sullo Strano Attrattore e simultaneamente sul blog della Comunità Provvisoria dell’Alta Irpinia fotografavo lo stato di salute di un angolo di Bassitalia che, ipoteticamente, avrebbe dovuto essere destinato alla raccolta dei rifiuti speciali. A volte succede che le parole non cadano nell’indifferenza.

La scorsa settimana ho avuto modo di constatare di persona come l’isola ecologica di Calabritto sia stata riaperta, l’area immediatamente circostante sia stata bonificata e semplici (ma per il momento direi efficaci) contromisure siano state adottate per impedire il ritorno allo sversatoio e al degrado che denunciavo solo tre mesi fa. Il ritorno alla normalità mi era stato segnalato già da dicembre. Il luogo è ora presidiato da personale autorizzato (e, credo di poterlo dire sulla base della chiacchierata scambiata sul posto, preparato, attento e disponibile) tre giorni a settimana. Una nuova isola ecologica al servizio dei comuni limitrofi della provincia di Salerno è attualmente in fase di studio.

Dalle nostre parti si direbbe che parlare sposta. Cambiare lo stato delle cose non è una chimera. Basta partire da quelle piccole, utilizzando quello che si ha a disposizione. Ancora una volta, dipende solo da noi.

Propositi per il 2009

Posted on Dicembre 31st, 2008 in Connettivismo, Futuro, Sezione π² | 3 Comments »


Cartolina da Cairano (AV)

Lista dei desideri per il nuovo anno (*).

1. Scrivere un seguito per la Pi-Quadro e Briganti.
2. Chiudere almeno 2 o 3 delle cose in attesa da troppo tempo nel limbo del mio hard-disk.
3. Scrivere 211 articoli e/o post (a proposito, per lo Strano Attrattore il 2008 si chiude a quota: 193. Numero primo.).
4. Trovare un argomento che convinca il mondo sulla non necessità del capitale e delle discariche (e di quelle discariche di capitale comunemente note come “banche”).
5. Dimostrare al mondo l’esistenza di una SF italiana.
6. Leggere Against the Day di Thomas Pynchon.
7. Imparare a scattare fotografie decenti.

(*) Il tutto senza ridurre di un’ora il mio fabbisogno medio di sonno.

Il 23 novembre e il miraggio della Ricostruzione

Posted on Novembre 23rd, 2008 in Nova x-Press | 4 Comments »

Il 23 novembre 1980 una scossa di terremoto di magnitudo 6.9 devastava il cuore di Bassitalia. Il terremoto sprigionò in pochi secondi un’energia stimata in circa 500 kilotoni, l’equivalente di 42 bombe di Hiroshima, e investì 17.000 kmq, radendo al suolo l’Irpinia e le province di Salerno e Potenza e traducendosi per via delle caratteristiche geomorfologiche del territorio e della debolezza strutturale dell’edilizia di inizio secolo in un’intensità di distruzione stimata all’XI grado della scala Mercalli. I numeri dell’evento che sarebbe passato alla storia come il terremoto dell’Irpinia, presi in sè, non possono dare un’idea di quello che significò il sisma, né alle ore 19.34 di quella domenica di 28 anni fa, né nei mesi e negli anni che seguirono: una scossa percepita dalla Pianura Padana alla Calabria, soccorsi ritardati dall’inaccessibilità dei territori colpiti, famiglie dilaniate, disagi che si protraggono ancora oggi e un piano di ricostruzione (la famigerata Ricostruzione di cui si è parlato per anni e che oggi si staglia nel firmamento delle idee come un titano della mitologia, un prodigio che nessuno ha ancora avuto il privilegio di toccare davvero con mano) che sembra ormai eterno, con la Finanziaria 2006 che ancora stanziava 100 milioni di euro per le opere della Ricostruzione.

La Ricostruzione ha richiamato sull’Irpinia una generosità di fondi per il cui finanziamento paghiamo ancora 75 lire (poco meno di 4 centesimi di euro) di accisa su ogni litro di carburante oggi acquistato. I contributi pubblici dello Stato ammontavano nel 2000 a 58.640 miliardi di lire, rivalutati ai prezzi del 2000 in 77.873 miliardi, pari a 40,218 miliardi di euro. Il dopoterremoto è diventato così una bolla economica a livello locale che non ha precedenti nella storia d’Italia: un banchetto a cui tutti si sono serviti con ingordigia, dai politicanti della zona agli imprenditori del Nord che qui sono venuti a delocalizzare (si dice così oggi, no?) i loro stabilimenti immancabilmente destinati alla chiusura allo scadere dei meccanismi di incentivazione. Il tutto orchestrato dalla Banca Popolare dell’Irpinia (tra i cui azionisti poteva vantare il nome dell’on. Ciriaco De Mita, acquistata nel 2000 dal Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna e fusa nel 2003 con la Banca Popolare di Salerno nella Banca della Campania) e, ove possibile, dalla mediazione della Camorra.

Il dopoterremoto è stato infatti attraversato da onde altrettanto convulse del moto sismico, rivelando paradossalmente una mobilità e una fluidità di movimenti superiore agli strati geologici che ne avevano determinato la causa scatenante. Dai 70 comuni disastrati e circa 200 danneggiati che erano stati censiti inizialmente, si passò col tempo a 687: una escalation che andò ad abbracciare praticamente tutta la Campania (542 comuni su 551), la Basilicata intera e 14 comuni pugliesi. Questa estensione finanziaria del Cratere, com’è ovvio, diluì i finanziamenti destinati alla ricostruzione dirottandone porzioni cospicue verso Napoli e il suo hinterland. Mentre i signori di Gomorra investivano quei fondi in imprese criminali di respiro nazionale (lo smaltimento clandestino dei rifiuti sarebbe esploso sulla fine del decennio) e internazionali (imprese edili che sarebbero sbarcate presto all’estero), i signorotti locali si accontentavano della loro fetta, spargendo le briciole intorno al tavolo. Chiunque sia stato scaltro abbastanza da tenere il passo degli squali è stato ricompensato con l’inquadramento in una classe media che ha tratto beneficio dal sisma, in un miracolo di transustanziazione che ha trasformato la disgrazia di molti nella fortuna di una minoranza.

E’ stato tuttavia un miracolo effimero, che si è sgonfiato nel giro di pochi anni, com’era inevitabile per una ricchezza generata con giochi di prestigio e “sganciata dal territorio“. Finita la cuccagna, i posti di lavoro promessi dai signorotti locali si sono rivelati fasulli, la disoccupazione ha alimentato nuovi flussi migratori verso il Norditalia e l’estero, i paesi sono tornati a svuotarsi (basta guardare gli andamenti demografici dei singoli comuni su Wikipedia: a una ripresa intorno al 1990 segue pressoché sempre un calo nel decennio successivo). L’ondata umanitaria e la generosità piovute sull’Irpinia e le zone terremotate da tutta Italia e dalle comunità italiane all’estero, sensibilizzate anche dall’instancabile opera d’informazione condotta dal compianto Indro Montanelli, si è mutata in una sottile diffidenza, il sospetto di chi si domanda: “com’è possibile che tutti i fondi raccolti per l’Irpinia non si siano tradotti in una rinascita del territorio?”.

Dei fondi che sarebbero dovuti servire per dotare il territorio di infrastrutture adeguate a favorirne uno sviluppo concreto e duraturo, non resta ormai che il ricordo, pronto a tramutarsi in stupore e meraviglia ogni volta che capita di vedere le cifre snocciolate in qualche tabella ministeriale o nelle periodiche inchieste che cercano di portare un barlume di luce nei meandri della storia. Il bandolo della matassa resta ingarbugliato. Invece che investire nelle attività agricole sul territorio che è il granaio della Campania, paradossalmente beneficiato da premi di indennità volti a normalizzarne la sovrapproduzione, così come nel settore delle rinnovabili, che da queste parti potrebbe produrre sostanziali sbocchi occupazionali, vi si decide di farne la sede per una piattaforma polifunzionale per lo smaltimento di rifiuti tra le più grandi d’Europa, mettendone a rischio anche l’integrità del bacino imbrifero.

La storia di Bassitalia resta costellata di sventure e zone d’ombra. In attesa che la prossima inchiesta venga a scoprirne gli altarini, la gente del posto continua a masticare offese e rancori, con la pazienza rassegnata che chi è di queste parti conosce bene. Questi monti sono fortunatamente immuni all’omertà: tutti sanno come vanno le cose e se ne lamentano, manca semmai quel minimo di intraprendenza che servirebbe a cambiarle, le cose. Oggi come ogni anno, noi che in Irpinia ci siamo nati e cresciuti torniamo a commemorare i morti e mi rendo conto che da quella domenica sera di 28 anni fa (ricordi di seconda mano di messe, caminetti accesi contro il freddo, sintesi delle partite a 90° minuto e poi, d’improvviso, la distruzione che spazza tutto, la fuga lungo i vicoli, le urla, il silenzio e la notte ad avvolgere il mondo dietro una tenda impenetrabile), da quel 23 novembre ci sembra separarci ormai l’abisso del tempo, una distanza siderale e incolmabile, dilatata dalle mille piccole, ingannevoli conquiste che ci sono state regalate per alimentare la nostra illusione che dal 1980, grazie alla fantomatica Ricostruzione, l’Irpinia sia entrata davvero nel circolo virtuoso del progresso (fatto di TV digitale, copertura totale delle reti di telefonia mobile e fuoristrada, ma non - per carità di Dio! - di diritto all’istruzione, banda larga o trasporti pubblici).

Oggi, ricordiamo. Poi, come ogni anno, torneremo ad aspettare la prossima ricorrenza. Con un ultimo occhio ancora ai numeri, per quanto insufficienti ad abbracciare la dimensione della tragedia: 2.735 vittime, 8.848 feriti, 280.000 sfollati. Una Ricostruzione mai ultimata, con insediamenti provvisori tuttora occupati. Benvenuti in Bassitalia. XXI secolo, ma non per tutti.

[La foto di apertura è tratta dalla Galleria del dossier di Repubblica, Irpinia: venti anni dopo. In chiusura: Castelnuovo di Conza (SA), foto di Antonio Melillo.]

L’isola ecologica in mezzo al Kipple

Posted on Ottobre 8th, 2008 in Kipple | 3 Comments »

Oggi è apparso questo mio articolo sul blog della Comunità Provvisoria, diventato da qualche mese il centro del coordinamento on-line del movimento di difesa del Formicoso dallo scempio che stanno meditando Governo e Commissariato per l’Emergenza Rifiuti. Lo riprendo anche qui e con l’occasione ne riporto a corredo la documentazione fotografica raccolta in situ. A dimostrazione che anche le opere partite con le migliori intenzioni possono produrre conseguenze spiacevoli, risolvendosi in minacce per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Il kipple è fatto di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicità che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a controllarlo, il kipple si riproduce. Per esempio, se quando si va a letto si lascia un po’ di kipple in giro per l’appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne trova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai.

Philip K. Dick - Il cacciatore di androidi
(Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968)

Calabritto, sulle propaggini orientali del Monte Cervialto, è un paese in costante declino. Come in tanti altri centri dell’Irpinia, il terremoto del 1980 ha solo assestato il colpo definitivo a una parabola già in discesa dopo avere superato da decenni il suo culmine. In poco più di mezzo secolo il comune ha visto la sua popolazione quasi dimezzarsi per via dei flussi migratori che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno alimentato la diaspora irpina, disperdendone gli abitanti su quattro continenti.

Oggi Calabritto conta poco più di 2.600 abitanti divisi tra il borgo capoluogo e la suggestiva frazione di Quaglietta, con il suo abitato aggrappato a uno sperone roccioso intorno alla possente rocca longobarda, ormai ridotta a rudere. Dai suoi 480 metri sul livello del mare, il centro storico domina l’Alta Valle del Sele e si ritrova circondato da una varietà di scenari ed ecosistemi invidiabile, dalle colline ricoperte di ulivi ai boschi di castagni, da cui si raccoglie il frutto della qualità doc di Montella rinomata in tutta Italia.

I dintorni possono vantare una storia antica quanto quella dell’Italia che leggiamo nei libri di storia: nel 71 a.C. le sorgenti del fiume Sele furono teatro della sanguinosa disfatta di Spartaco, che pose fine alle guerre servili e al sogno di libertà delle sue armate di schiavi ribelli. Quasi come un riflesso storico di quell’impresa gloriosa, dopo l’unità d’Italia i monti tra l’Irpinia e la Lucania furono percorsi dall’agitazione popolare che culminò nella stagione delle insurrezioni brigantesche.

Malgrado si avvii a divenire un territorio di città-fantasma, questa resta una terra di solide tradizioni popolari dalle forti radici religiose, come attestano i santuari dedicati alla Madonna della Neve e alla Madonna del Fiume siti proprio nel comune di Calabritto. Il matrimonio tra passato e paesaggio dovrebbe rendere questi luoghi un’amena attrazione per amanti della natura e della storia. Ma basta imboccare l’uscita della strada a scorrimento veloce della Fondo Valle Sele per rendersi conto di quanto sia vana questa aspettativa.

L’area dello svincolo, dominata dall’imponente struttura in cemento armato del raccordo stradale, è abbandonata all’incuria e disseminata dei residui di stagioni di gite, una stratificazione quasi geologica di malcostume italico che non risparmia nemmeno la piazzola di sosta solitamente scelta dai carabinieri della locale stazione per i loro appostamenti di routine. I venditori ambulanti della zona, che altrimenti sostano sotto i cerri e le querce, non esitano ad abbandonare lungo la strada, a commercio concluso, materiali da imballaggio e prodotti deteriorati non più vendibili. A proseguire sulla storica Statale 91 in direzione della Sella di Conza, occorre percorrere appena qualche centinaio di metri per imbattersi in un tipico monumento alla brillante soluzione dell’emergenza rifiuti.

In Contrada Molinelle il Commissariato di Governo per l’emergenza Rifiuti, Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania ha disposto un progetto di isola ecologica al servizio dei comuni di Calabritto, Senerchia e Monteverde. Il Consorzio Smaltimento Rifiuti Avellino 2 si è così ritrovato a beneficiare di fondi comunitari e ampi margini di manovra per fronteggiare, in collaborazione con altri siti strategici, la crisi che da anni affligge la regione. I lavori furono affidati alla Edil Mora di Quarto (NA), una “Cooperativa di Produzione e Lavoro a Responsabilità Limitata” che non ha un sito internet e le cui uniche tracce in rete sono reperibili negli avvisi di gare pubbliche d’appalto. L’importo complessivo, dichiarato sul cartello posto in bella vista e nel pieno rispetto della normativa, ammontava a euro 316.887,28.

La normativa purtroppo nulla ha potuto contro le fiamme: il cartello si presenta oggi annerito dagli incendi che periodicamente sono stati appiccati ai cumuli di rifiuti scaricati ai suoi piedi. Una storia che va avanti da un anno a questa parte, esplosa con il riaccendersi della crisi a Napoli: praticamente uno strascico altrettanto paradossale dello stato di cose in cui versa la Campania dall’inizio degli anni Novanta. Mentre l’area adibita a isola ecologica si mostra tenuta in un discreto stato di cura, con i suoi cassoni blu allineati con meticolosità marziale, il piazzale antistante è invece sommerso di spazzatura: elettrodomestici dagli usi più svariati, interi pezzi d’arredamento, bottiglie e confezioni di plastica, vuoti di vetro, pneumatici, materassi e classiche buste di scarti domestici. Vi finisce praticamente di tutto, in questo posto che, davanti al cancello chiuso con un lucchetto, finisce per offrire dimora a tutto. Almeno fino al successivo rogo abusivo, appiccato per creare nuovo spazio ad altra monnezza.

Il suolo e il muro di confine del sito recano le tracce palesi di questa evidenza. Le fiamme avranno intaccato anche la rete, che però è stata funzionalmente ripristinata. Il container all’interno dell’isola ecologica espone ancora i segni degli atti di vandalismo che ne hanno mandato in frantumi le finestre. La diossina sprigionata dagli incendi si sarà riversata sugli ulivi e nei campi dei contadini ignari che si estendono dall’altra parte del nastro d’asfalto della SS 91, il cui percorso delimita di fatto l’area dello sversatoio clandestino.

Le dimensioni dell’area non giustificano certo il sospetto di un traffico di grande scala, ma se possibile rappresentano una testimonianza ancora più impietosa dello stato di dissoluzione in cui sembra essere sprofondato questo angolo di Bassitalia. I comuni della provincia di Avellino sono statisticamente i più virtuosi della Campania nell’incidenza della raccolta differenziata, con una media provinciale valutata nel 2007 pari al 26,2%. I numeri, come spesso accade, possono ingannare. Ma di fronte alle condizioni in cui versa l’area in esame, possiamo trarre due conclusioni: la prima è che la longa manus di Gomorra, per una volta, sembrerebbe da escludersi: manca quella massa critica sufficiente a innescare e a sostenere un mercato nero; la seconda è che la sensibilizzazione a un tema così delicato non avrebbe coinvolto, malgrado i proclami politici e le campagne pseudo-informative, tutti i cittadini e tutte le amministrazioni. Due fattori che, combinati tra loro, danno vita a un potenziale esplosivo.

Tirando le somme, il quadro che ne risulta riesce così a essere ancora più preoccupante che in presenza di un preciso piano criminale. Anche perché l’indifferenza tradita dal cittadino a un problema non fa altro che fertilizzare quello stesso suolo che in futuro potrà nutrire l’iniziativa della malavita organizzata. Non dimentichiamo che le rotte dello smaltimento abusivo passano proprio da queste zone. 70 mila metri cubi di rifiuti pericolosi sono stati sequestrati in Campania negli ultimi mesi. Una guerra senza quartiere, combattuta ogni giorno: le sconfitte dell’autorità si compiono nel silenzio della clandestinità e aggiungono un’ipoteca sul destino di questa terra; i successi dovrebbero mantenere in allerta le difese immunitarie, ma come dimostra il caso di Molinelle non sempre è così.

Cosa resta di un paese quando i suoi cittadini abbandonano la loro terra alla devastazione o, peggio ancora, vi contribuiscono in prima persona? Quale futuro attende le generazioni a venire, se l’eredità che siamo capaci di lasciargli non esclude il fardello di un disastro diffuso, generalizzato e universalmente tollerato?
Interpellati in merito prima dell’estate, il carabinieri di Calabritto si sono trincerati dietro un laconico silenzio, dichiarando di avere altre priorità a cui dedicare le loro forze. Appare d’altro canto disarmante l’inezia dell’amministrazione comunale, difficilmente all’oscuro dei fatti considerata la prossimità del sito a un’arteria stradale di importanza regionale. Il quesito che sorge a questo punto apre nuovi sconfinati orizzonti alla preoccupazione: se una situazione simile ha avuto modo di consolidarsi sotto gli occhi di migliaia di persone, cosa può essere stato nascosto tra i boschi e nei campi che ancora in questo scampolo d’estate giacciono lontano dalle rotte degli uomini, nel silenzio spettrale delle ore assolate?

La megadiscarica di Andretta, prevista da un decreto governativo sul Formicoso, a pochi chilometri da qui nel cuore di un’area tra le più significative d’Italia per lo sviluppo di fonti rinnovabili, non cessa di infuocare gli animi dei residenti e dei conterranei. Se il suolo pubblico e trafficato di Molinelle è stato facilmente ridotto in queste condizioni, chi ci assicurerà che dietro i cancelli sorvegliati dalle guardie non si consumeranno più loschi traffici, più complete e mortali strategie di distruzione?

I media ci informano che la crisi dei rifiuti è stata risolta. Brillantemente, sembrerebbe, se neanche il “Newsweek” ha potuto esimersi dall’incensare la condotta del governo. Nuove discariche accoglieranno i rifiuti che si continuano a produrre, senza criterio. E la cosa mi richiama alla mente parole dei Wu Ming: “Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte. Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro”.

Tornando indietro verso lo svincolo, a una cinquantina di metri dalle rampe di accesso alla Fondo Valle Sele, sulla sinistra, uno sterrato in pessime condizioni porta alla riva sinistra del fiume che dà il nome alla vallata. Lo stato di mantenimento della campagna si mostra desolante già dopo pochi metri di marcia. Anche qui elettrodomestici dismessi, casse da imballo e pneumatici la fanno da padrone. Sulla breccia gli inconfondibili segni di altri roghi denunciano quanto sia impregnata di residui questa terra. Ci troviamo a meno di venti metri dalle acque del fiume, in questo punto, ben all’interno dei limiti dell’area regionale protetta della Riserva Naturale Foce Sele-Tanagro.

La stessa area è inoltre abbracciata dal Parco Regionale Monti Picentini che si estende a cavallo tra le province di Salerno e Avellino. Qui, qualcuno ha abbandonato una bottiglia di Martini a un passo da una roccia. Scruto il quadro valutandone l’estetica da natura morta, sotto gli occhi indifferenti di un cane da pastore randagio. Mi chiedo se abbiano trovato davvero qualcosa per cui festeggiare, o se abbiano voluto solo metterci sopra una pietra, scolandosi la bottiglia per dimenticare.

I 10.000 del Formicoso

Posted on Ottobre 4th, 2008 in Kipple | 1 Comment »

Il 2 ottobre scorso 10.000 persone si sono riunite sul Formicoso per protestare pacificamente contro i soprusi di uno Stato assente, che si propone da quelle parti solo quando c’è qualcosa da imporre. I mass media ovviamente se ne sono tenuti alla larga. L’attenzione che stanno dedicando all’intera vicenda è degna di quella riservata all’eccidio di Castel Volturno, ma da quelle parti manca un corrispondente che possa richiamare l’attenzione della stampa che conta (provare per credere). Non c’è da meravigliarsi: la demografia di queste terre non ha raggiunto la massa critica per imporle come bacino elettorale di qualche rilievo e il pacifismo a cui è stata improntata la protesta la rende decisamente poco mediatica, sicuramente meno appetibile delle molto più scenografiche proteste di Chiaiano.

Se invece di avere dei mass media avessimo avuto qualcosa di diverso a diffondere l’informazione, diciamo degli ipotetici interstitial media, probabilmente le cose sarebbero andate in maniera diversa. Ma noi abbiamo la rete e il web 2.0 può essere usato come un ripetitore virale, per dimostrare che esiste un angolo di Italia dimenticato, un lembo di terra abitato da gente che da decenni convive con la parola sacrificio e che a questa terra ha dedicato non solo il sudore ma anche il sangue e l’anima. Questo mi permette di riprendere su queste pagine l’appello della gente del Formicoso e rilanciare il grido a mia volta: giù-le-mani-dal-Formicoso.

Guardate i volti dei vecchi,
incrociate i loro occhi,
scrutate nell’ombra
come tra i rovi.

Nelle rughe profonde,
solchi tirati nei campi
prima di sera,
la forma dei luoghi.

E’ la terra che lascia i suoi segni
nella pelle, li imprime
col tocco del sole e del vento,
per non lasciarsi scordare.

Qui sotto un video del discorso di Vinicio Capossela (filmato da DavidIrpino). Sul blog della Comunità Provvisoria invece un vasto reportage di Angelo Verderosa.

Appunti sul futuro di una terra marginale

Posted on Maggio 31st, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Kipple | 2 Comments »

Il futuro è il territorio delle potenzialità e le possibilità che potrebbero diventare realtà domani sono i sogni di oggi. Nelle settimane scorse non mi sono risparmiato, parlando della mia terra e del suo presente, e quello che ne è venuto fuori è uno scenario senz’altro desolante, che offre ben pochi spiragli di miglioramento ora che il Governo ha deciso di fronteggiare la crisi che paralizza tutta la Campania facendo valere “la forza dello Stato”. La paventata svolta autoritaria delle istituzioni per ora ha sortito un unico effetto: inasprire l’opposizione e la resistenza dei territori interessati dal piano governativo. Quello che non mi convince di alcune strategie emergenti dal tessuto, per altro magmatico, del movimento di opposizione alle discariche è una certa mitizzazione del proprio territorio.

Ne parlavo appena un mesetto fa sul vecchio blog. L’Alta Irpinia, che dei territori interessati è quello che conosco senz’altro meglio, è tutto fuorché un piccolo mondo antico da conservare intatto nella sua situazione attuale. L’Irpinia orientale, con le sue propaggini, solo erroneamente può essere identificata con la zona orientale della provincia di Avellino: raccoglie invece nel suo bacino comuni dalle limitrofe province di Foggia, Potenza e Salerno, ed è una rete - a maglie molto larghe - di comunità che quotidianamente si scambiano braccia e teste. La localizzazione degli istituti scolastici, delle aree industriali, delle zone commerciali, solo in parte coincide con i confini amministrativi ereditati dalla Prefettura. Non è una situazione anomala, questa, ma la accomuna a un po’ tutte le terre di confine in Italia.

Una trentina di comuni, nessuno dei quali con più di 8000 abitanti. Una densità demografica media di poco più di 50 abitanti per chilometro quadrato. 1500 kmq di boschi, altopiani e acque, che dai 500 metri della valle dell’Ofanto si inerpicano fino ai 1809 metri della vetta del Cervialto. Qui è dove la terra ha tremato il 23 novembre del 1980, lasciando ferite visibili ancora oggi. E questa è la terra del saldo demografico in netto passivo, di migliaia di emigranti partiti per il Nord, per l’Europa o per le Americhe, e mai tornati. Preservarla nel suo stato attuale significherebbe abbandonarla a se stessa, condannando il territorio e la sua gente a una lenta morte. Vogliamo contare i giovani che sono partiti per le università del Centro e del Nord che non faranno mai ritorno?

Emblematica dell’Irpinia è la sua ferrovia: la linea Avellino-Rocchetta. Una delle più antiche d’Italia, datata 1895. 119 km di serpentina lungo la valle dell’Ofanto, percorsi in 2h 23min (lo stesso tempo necessario per coprire i 258 km che separano Salerno da Roma, dati Trenitalia). 119 km, di cui 75 tra queste terre: da Montella a Rocchetta, 18 stazioni servite da un treno al giorno in ciascuna direzione. Una linea morta, o meglio suicidata, come testimoniano gli edifici abbandonati presso la stazione di Conza-Andretta-Cairano, concepita come scalo merci nel corso della ricostruzione post-Terremoto e mai aperta al traffico. Una cattedrale nel deserto, come tante altre da queste parti. Il movimento passeggeri è pressoché inesistente, a causa della collocazione delle corse praticamente inutile a sostenere o agevolare il pendolarismo su rotaia. Il treno da Avellino parte alle 6:40 per arrivare a Rocchetta alle 9:14, il treno di ritorno parte alle 9:25 per arrivare ad Avellino alle 11:53. Altre 4 corse collegano Lioni con Avellino, lasciando di fatto scoperti i restanti 55 km della tratta. La distanza media degli scali dai centri abitati di riferimento si aggira sui 5-10 km, i casi delle stazioni in paese sono episodi rarissimi, fortunati, forse fortuiti. Tutto il movimento della zona si ritrova così a essere scaricato sull’asfalto, su stradine dissestate che confluiscono nell’unica arteria stradale degna di questo nome, la Statale Ofantina Bis (SS 400), teatro in tutte le stagioni di incidenti, spesso disastrosi.

Ma questi 1500 kmq sono stati la culla dell’energia eolica in Italia. A Bisaccia e Andretta, nel 1991, la Regione mise in marcia i primi impianti, e da allora decine di società si sono riversate qui da tutta la penisola. L’Eden del Vento? Non proprio. La rete di trasmissione che serve la zona è ovviamente preistorica e congestionata: i suoi vincoli strutturali, inadeguati a sostenere la volubilità di una fonte non programmabile, rappresentano allo stato attuale il principale limite allo sviluppo ulteriore dell’eolico. In condizioni idonee, i 150 MW di potenza attualmente installata (sufficienti a coprire il fabbisogno di centomila famiglie) potrebbero diventare il nucleo di un distretto energetico basato sull’integrazione con il territorio, fonte di collocamento per la gente del luogo.

Il fotovoltaico potrebbe completare l’indipendenza energetica delle comunità locali. E una rete ferroviaria adeguata, insieme al superamento del digital divide, potrebbe forse risollevare le sorti delle iniziative industriali penalizzate da un posizionamento marginale. Ma al momento sembrano scontrarsi due visioni del domani: la prima vorrebbe fare dell’altopiano del Formicoso una discarica per la città di Napoli e provincia (l’Alta Irpinia è già autonoma nello smaltimento dei propri rifiuti); la seconda sembrerebbe volere opporre alla minaccia commissariale nient’altro che l’immobilismo. Dal canto mio, resto fermo nelle mie convinzioni: tutte le discariche esistenti in Campania dovrebbero offrire la propria disponibilità a smaltire i rifiuti accumulati, mentre in parallelo andrebbe incentivata in tempi rapidissimi la disciplina della raccolta differenziata e del recupero dei materiali. Il futuro non può che viaggiare sulle rotaie dello sviluppo, integrando risorse paesaggistiche, salvaguardia della natura e nuove tecnologie.

Quanto all’Irpinia, mantenere congelata una situazione già ferma a venti anni fa non è una soluzione e non rispecchia il futuro che questa terra meriterebbe.