Dario Tonani: L’algoritmo bianco

Posted on Aprile 6th, 2009 in Fantascienza, Letture | 8 Comments »

Sta facendo molto discutere l’ultimo libro di Dario Tonani, un dittico di romanzi brevi raccolti da “Urania” sotto il titolo del primo dei due: L’algoritmo bianco (qui accanto potete vederne la fantastica copertina di Franco Brambilla). Due critici affilati si sono pronunciati sull’opera anticipando questo mio intervento. Dapprima Emanuele Manco, che dalle pagine di Fantascienza.com ne ha esaltato le qualità di scrittura e composizione, in una recensione entusiasta il cui tono non trova pieno riscontro nell’attribuzione delle famigerate stelline (ma saranno poi davvero così importanti queste stelle?). E a seguire Giorgio Raffaelli, che io considero il mio modello ideale di lettore (curioso, colto, attento, enciclopedico e minuzioso, senza preconcetti e ancor meno peli sulla lingua), il quale ha tenuto fede alla sua fama portando alla luce quelli che ha ritenuto - da lettore e il lettore, si sa, ha sempre ragione - i difetti del libro. Giorgio intercala nella sua recensione anche un’attenta analisi dei meccanismi della fantascienza e delle prerogative del genere:

ciò che caratterizza la fantascienza, almeno quella che preferisco, è la sua straordinaria capacità di coniugare storie avvincenti, divertenti, emozionanti con una profonda riflessione su un qualche aspetto del reale (che si tratti di scienza o di politica piuttosto che di tecnologia o di etica, beh… è solo un dettaglio: sono le potenzialità della speculazione che fanno la differenza).

Che poi, per rispondere al suo interrogativo sul perché ci si ostini a leggere fantascienza, riassume alla perfezione le mie ragioni. Il mio giudizio complessivo su L’algoritmo bianco, tuttavia, si discosta di molto dal suo. Quando questo accade, non posso fare a meno di pensare alle leggi del caos, a come, spostando anche di poco i parametri di partenza, si possa arrivare al termine del processo a esiti completamente diversi. La sensibilità delle condizioni iniziali fa sentire il suo effetto anche nella fruizione di un prodotto letterario. Read the rest of this entry »

Heaviside Layer Blues

Posted on Febbraio 16th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Futuro, Kipple, Letture, Transizioni | 8 Comments »

C’è poco da dire, il sito English Russia continua a rivelarsi una miniera di diamanti per tutti gli amanti come me delle linee evolutive interrotte e abbandonate della tecnologia del XX secolo. Già la storia dei fari nucleari dismessi sulla Northern Sea Route e caduti preda di saccheggiatori di RTG ci aveva regalato manciate di sense of wonder e più moderni brividi di inquietudine. Be’, siete pronti per un nuovo giro sulla giostra dell’immaginario? E allora torniamo in Siberia, per scoprire l’altrettanto suggestiva storia dei collegamenti ionosferici e delle radiostazioni a onde medie.

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo a un’epoca antecedente alle comunicazioni satellitari. Gli ingegneri sovietici furono tra i primi a doversi confrontare con il problema delle comunicazioni su un territorio vasto e quasi completamente spopolato, con rarissimi avamposti umani (spesso militarizzati) sperduti a migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Come metterli in comunicazione senza dover disseminare migliaia di ripetitori radio? Per una volta la risposta dell’ingegnere equivale a quella dell’uomo di Dio: semplice, chiedendo una mano al cielo!

Tra 90 e 150 km di quota sul livello del mare si estende uno strato atmosferico di gas ionizzati, la cui esistenza venne ipotizzata separatamente agli inizi del Novecento dall’ingegnere elettrico americano Arthur E. Kennelly (un collaboratore di Thomas Edison) e dal fisico britannico Oliver Heaviside (la cui attività spaziò senza limiti attraverso i campi elettromagnetici e l’elettrotecnica, ed è a lui che dobbiamo la coniazione di termini oggi familiari agli addetti ai lavori come: conduttanza, permeabilità, impedenza, induttanza, ammettenza ). Ma già nel 1899 Nikola Tesla (probabilmente il più sfortunato titano che la scienza abbia mai avuto, molto bello il ritratto fantascientifico trasmessoci dal film The Prestige, dove a prestargli le sue luciferine sembianze è nientepopodimenoché David Bowie), nel corso dei suoi leggendari esperimenti a Colorado Springs, si era accorto di qualche particolarissima peculiarità di questa regione della nostra atmosfera che verrà poi definitivamente rilevata solo nel 1924 dal fisico britannico Edward V. Appleton. I gas ionizzati di quello che verrà poi battezzato strato di Kennelly-Heaviside hanno una frequenza di risonanza che gli permette di riflettere le onde elettromagnetiche incluse in un determinato range di frequenze. Nella fattispecie, le comunicazioni radio in onde medie (usate per esempio nelle familiari trasmissioni AM) possono sfruttare questa proprietà per scavalcare l’orizzonte, utilizzando in pratica la ionosfera come uno specchio. Che è esattamente quanto fece Guglielmo Marconi (al pari di Tesla ignaro dell’esistenza dello strato di Heaviside) nel 1901, quando effettuò la prima comunicazione radio transoceanica dalla Cornovaglia a Terranova, coprendo un tragitto di 3.000 km (per cui ebbe bisogno di un doppio rimbalzo sulla ionosfera, a riprova del fatto che la classe non è acqua…).

Il principio adottato dai tecnici russi è lo stesso e le foto che ho ripreso da English Russia (che a sua volta le ha riprese dalla fonte russa tllrsever.org, per chi masticasse il cirillico) sono indicative del loro lavoro. L’Armata Rossa implementò questo network di antenne per link ionosferici in modo da comunicare pressoché istantaneamente su distanze fino a 10.000 km. All’epoca i giovani venivano mandati presso queste stazioni radio disperse nel nulla per il loro servizio di leva: due anni tra i boschi o nella steppa, a tenere d’occhio queste gigantesche antenne dalla forma bizzarra. Qualcuno oggi ricorda quei giorni con nostalgia, altri ringraziano che il tempo delle stazioni radio MW si sia compiuto. Alcune di esse sono state dismesse dopo l’avvento delle comunicazioni satellitari, altre sono state convertite alla nuova tecnologia.

Ma lo strato di Heaviside non è scomparso con queste stazioni. E’ ancora lì, a un’altezza compresa tra 90 km (quando, di giorno, la pressione del vento solare lo comprime sugli strati atmosferici inferiori) e i 150 km (quando, di notte, guadagna quota e permette alle trasmissioni notturne di sfruttare rimbalzi più lunghi e nella campagna del Maryland può capitare di cogliere una emittente di base a Città del Messico). Ma la sua posizione risente anche dell’attività solare e del ciclo delle stagioni.

Sullo strato di Heaviside la letteratura contiene pagine molto interessanti. Wikipedia cita il musical Cats (dove rappresenta una sorta di paradiso dei gatti… non chiedetemi di più) e i suoi nobili natali: il poeta e drammaturgo T.S. Eliot, che ne parlò anche in un suo copione sulla vita dopo la morte, The Family Reunion. Ed è possibile che, come altre cose, Thomas Pynchon abbia ripreso anche questa da Eliot. Quale modo migliore di salutarci che rileggere una delle sue pagine, non meno densa di dettagli e ricca di bellezza di migliaia di altre sue pagine? Il brano che segue è tratto dal racconto L’integrazione segreta (The Secret Integration, 1964, qui nella traduzione di Roberto Cagliero per l’edizione tascabile e/o del 2002 di Entropia, terza ristampa), l’unico racconto di Pynchon che abbia per protagonisti dei ragazzini, che per altro dimostrano di essere molto più intelligenti, razionali ed empatici dei loro genitori. Forse perché i fumetti e i tascabili di fantascienza che insieme ai film di serie B costituiscono la loro dieta sono molto più utili delle fatture e delle buste paga per conservare la presa sul senso del futuro…

[...] Grover era radioamatore. La ricetrasmittente e il pannello di controllo se li era montati da solo. Per via del cielo, e anche delle montagne, i segnali in arrivo erano capricciosi. Certe notti, quando Tim si fermava lì a dormire, la stanza di Grover col passare delle ore si riempiva di voci incorporee, che a volte arrivavano persino dal mare. A Grover piaceva ascoltare, lui però trasmetteva di rado. Teneva appese al muro delle cartine stradali, e ci faceva un segno ogni volta che sentiva una voce nuova, riportando anche la frequenza. Tim non l’aveva mai visto dormire. Poteva farsi vivo a qualsiasi ora, sicuro di trovarlo in piedi, a manovrare le sue manopole tenendosi schiacciata sulle orecchie un’enorme cuffia di gomma. C’era anche un altoparlante; a volte era acceso pure quello. Scivolando dentro e fuori dal sonno, Tim sentiva mescolarsi ai propri sogni poliziotti chiamati per incidenti d’auto, oppure semplici rumori, ombre che si muovevano là dove tutto avrebbe dovuto essere immobile, tassisti che aspettavano i treni notturni lagnandosi del caffè o facendo battute caustiche al centralinista del radio-taxi, un pezzo di una partita a scacchi, rimorchiatori che trascinavano una fila di chiatte cariche di ghiaia lungo l’Hudson, operai della manutenzione stradale che d’autunno e d’inverno lavoravano fino a tardi per sistemare barriere o per spalare la neve, e poi di tanto in tanto un cargo in mare, quando quella roba su nel cielo, lo strato di Heaviside, era favorevole - queste cose scendevano e filtravano tutte insieme a popolare i suoi sogni, così che al mattino non sapeva mai quali erano vere e quali il frutto di allucinazioni. Grover non gli era mai stato d’aiuto. Appena sveglio, mentre era ancora un po’ nel mondo dei sogni, Tim chiedeva: «Groovie, e il procione perduto? La polizia l’ha trovato?», oppure: «E quel boscaiolo canadese che risaliva il fiume su una casa galleggiante?». Grover rispondeva sempre: «Non mi ricordo». Etienne Cherdlu, quando si fermava anche lui a dormire, ricordava cose diverse da quelle di Tim: canzoni, gente con l’hobby di osservare i tassi, che faceva rapporto a una specie di quartier generale, oppure accese discussioni di football, mezze in italiano.

Due anni più tardi Pynchon riprenderà un’immagine simile ne L’incanto del lotto 49 (The Crying of Lot 49, 1966: “Solo dopo tre chilometri di strada si rese conto che i capricci della ricezione notturna avevano incanalato KCUF da Kinneset”), dove assisteremo a nuovi casi di compenetrazione con i sogni delle allucinazioni mediatiche (non più radiofoniche, ma televisive). E, naturalmente, torneranno anche i tassi. Ma questa è un’altra storia.

Singolarità Universali

Posted on Febbraio 5th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

L’annuncio della fondazione della prima università dedicata alla Singolarità, sovvenzionata addirittura con i fondi di Google e NASA, ha acceso reazioni in fin dei conti prevedibili, come accade ogni volta che questo meme viene tirato in ballo. In effetti, di questi tempi, negli ambienti di discussione on-line il concetto di Singolarità risulta tra i più opportuni per innescare polemiche durature: ha un potenziale in apparenza inesauribile.

La Singolarità è ormai peggio del Comunismo. Ovunque se ne parli, gli animi s’infuocano. Non sorprende, considerando che i due concetti hanno imboccato traiettorie fin troppo simili. Con l’unica differenza che, in maniera bizzarramente pertinente con l’idea di sviluppo che prospetta, la nozione di Singolarità ha ripercorso la parabola utopica/distopica del Comunismo in tempi decisamente più “accelerati”.

A partire dalla sua elaborazione a opera di Vernor Vinge, abbiamo assistito a un numero ormai incalcolabile di riletture del concetto, che hanno portato a nuove versioni alternative, varianti di successo ed estremizzazioni di convenienza. Mutuando dal lessico della memetica, potremmo parlare di un’idea a bassissima inerzia e a elevatissimo potenziale di deriva. Se da un lato questa molteplicità di interpretazioni è il chiaro e inequivocabile segnale della mancanza di uno stampo dogmatico, dall’altro le continue rielaborazioni hanno alimentato un’impressione sempre più magmatica della Singolarità, qualcosa in corso di continua ridefinizione. E una conseguenza di queste condizioni è stata la progressiva affermazione di un approccio metafisico, un’ansia quasi messianica.

La cosa non deve essere piaciuta allo stesso Vinge se nel 2007 (a circa quindici anni di distanza dal suo storico articolo) decise di mettere in discussione la prospettiva della Singolarità Tecnologica delineando tre scenari alternativi. Il contenuto del suo discorso sul Long-Term Thinking (15 febbraio 2007, da cui sono ripresi i grafici che accompagnano questo articolo) sembra studiato apposta per demistificare l’attesa acritica e quasi religiosa di un evento da lui evocato come una semplice – per quanto promettente – ipotesi sul futuro della nostra società (e civiltà). Le tre opzioni alternative alla Singolarità a cui si richiama lo scrittore americano sono: il ritorno alla follia (con la regressione dell’umanità a uno stadio a bassa tecnologia per effetto di una catastrofe globale), un’età dell’oro decisamente più rassicurante (una sorta di surrogato di Singolarità) e, per finire, una ciclica alternanza tra periodi di splendore e intervalli di oscurantismo (il modello della ruota del tempo). Un tentativo, questo di Vinge, finalizzato a ricondurre la teoria nel solco originario dell’estrapolazione.

Ho già accennato alla volatilità delle sue implicazioni. Vinge ipotizzava in origine due possibili scenari principali come punti di transizione verso il postumano, che prospettavano un’esplosione di intelligenza artificiale (IA) o, alternativamente, un incremento esponenziale delle facoltà cognitive umane ottenuto mediante manipolazioni tecnologiche (dall’intelligence amplification all’augmented intelligence). Ripresa di volta in volta, la Singolarità ha assunto forme molteplici: l’emergere di autocoscienza dai programmi (Ricambi di Michael Marshall Smith), dalla Rete (Terminator nei suoi recenti sviluppi televisivi e cinematografici, ma l’intuizione viene già accennata da William Gibson en passant – praticamente buttata lì, come per caso – in Aidoru) o dalla materia stessa (il computronium di Stross in Accelerando, dove per altro l’esplosione di intelligenza e potenza di calcolo coinvolge l’intero pianeta). La Singolarità Universale è un miraggio. Ogni autore che ne ha scritto ha avuto le proprie idee e convinzioni sulla Singolarità Tecnologica. In Sezione π² immagino per esempio qualcosa di analogo a una Convergenza NGR, la cooperazione dello sviluppo integrato di nanotecnologie, genetica, intelligenza artificiale, computazione quantistica e cibernetica a delineare un panorama tecnologico profondamente integrato e soggetto a una continua evoluzione (in grado di rendere obsoleti strumenti che solo il giorno prima rappresentavano lo stato dell’arte).

Ma è bene ricordare che si tratta sempre di scenari virtuali. Per quello che mi riguarda, la Singolarità è una metafora tra le più potenti oggi a disposizione di chi scrive fantascienza. È un orizzonte degli eventi storico, al di là del quale possiamo concederci una o due licenze in più per guadagnare qualche metro utile nel punto di vista sul reale. E incarna meglio di qualunque altro concetto forte in circolazione l’idea della rivoluzione, dello stravolgimento dell’ordine costituito, del superamento di un certo immobilismo ormai consolidato al di fuori della sfera della tecnologia e della conoscenza. La Singolarità, insomma, è uno strumento: estremamente utile per vettoriare la densità di informazione che può associarsi a un punto di rottura e di non ritorno. Ma come tutti gli strumenti di potenza analoga, il suo uso non è esente da rischi.

Personalmente non so se nel futuro dell’uomo c’è una Singolarità, né quale aspetto assumerà eventualmente. Le IA sembrano ancora piuttosto lontane, sui nostri radar, ma l’incombente ubiquità della Rete potrebbe portare a effetti anche più radicali sulle nostre vite, andando a considerare lo sviluppo parallelo delle interfacce elettroniche e neurali, come prospettato da Gary Stix nel suo articolo “Il download della mente” (titolo molto morganiano), sullo scorso numero de Le Scienze. E sono certo che il futuro saprà essere tremendamente più strano di quanto oggi possiamo immaginarlo.

La Singolarità, in quest’ottica, assume una sua valenza metaletteraria che trascende il semplice contesto diegetico. L’estasi per i postmoderni che amano la fantascienza, verrebbe da dire, parafrasando Ken MacLeod. Che poi ci siano anche enti come la NASA e imprese come Google pronte a finanziare corsi di studio sulle sue implicazioni, come dice il compagno Fernosky, non può far altro che darci da pensare.

DDR Simmons: requiem for a sci-fi dream

Posted on Gennaio 24th, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop, Fantascienza | 3 Comments »

Sono sempre stato convinto che uno dei pregi fondamentali della fantascienza risieda nella sua ampiezza di vedute, qualità esaltata dalla prospettiva che ogni vera storia di fantascienza può concedersi, staccandosi dalla soggettività e dal momento contingente per aspirare - senza che questo ne implichi forzatamente il raggiungimento - a un’oggettività quanto mai distante dal nostro vissuto quotidiano. La fantascienza NON è questo, siamo intesi, ma possiede QUESTA facoltà tra le sue prerogative. Può farlo, insomma, e quando ci riesce esercita anche un’utile funzione pedagogica: la tolleranza, il rispetto, l’umanità, escono rinvigorite da quel punto di vista altro che la fantascienza può concedersi. Il che forse potrebbe essere addotto anche come causa concorrente nella mancanza di popolarità che ha sempre contraddistinto la fantascienza scritta.

Non voglio farla troppo retorica, ma per me la fantascienza ha sempre incarnato un sogno di libertà e uguaglianza. Per questo ieri mattina sono rimasto sbigottito davanti alla home page di Carmilla, che si apriva con l’intervento di Jean-Daniel Brèque, traduttore francese di Dan Simmons, su un increscioso episodio verificatosi sul forum dell’autore americano. Estrapolo un brano dal suo articolo:

Negli ultimi tempi sono stato turbato, rivoltato e anche depresso dai commenti dei partecipanti al forum del sito, e dall’autore stesso, che vomitavano fiumi di odio contro i democratici, gli arabi, gli omosessuali, gli ecologisti ecc.
L’11 gennaio scorso, la goccia che ha fatto traboccare il vaso: Dan Simmons ha incitato un internauta a denunciare alla FBI una giovane palestinese che studia negli Stati Uniti, che gli aveva confidato la sua collera davanti ai massacri di Gaza e il suo desiderio di vendetta.

La prova di quanto afferma Brèque è sotto gli occhi di tutti, sul forum ufficiale di Simmons. Vicenda paradossale, assurda, che sconfinerebbe nel grottesco se non fosse per il risvolto orrido di bieco opportunismo che nasconde. Uno dei massimi autori viventi di genere (attivo sui fronti più disparati, dalla fantascienza all’horror, dal thriller al giallo) invita un suo lettore a denunciare all’FBI una sua collega per le frasi buttate lì nel corso di una conversazione. Roba da DDR ai tempi ingloriosi della temutissima Stasi.

La discussione è andata amabilmente avanti per qualche giorno, tra offese gratuite un po’ a tutti, dai democratici ai palestinesi (secondo l’ormai consueta logica Palestina = Jihad), fino agli europei che invocavano la sospensione dei raid israeliani e dell’Operazione “Piombo Fuso”. Finché oggi - probabilmente per la risonanza suscitata dalla vicenda dopo il “licenziamento” di Brèque e la solidarietà testimoniatagli dai colleghi - Dan Simmons ha deciso di chiudere a tempo indeterminato il suo forum. Curiosamente, adducendo le motivazioni che lo hanno spinto a questa decisione, Simmons dimostra di non rendersi conto bene della gravità delle sue stesse affermazioni, assumendosi invece la responsabilità degli altri in un cortocircuito espiatorio che è un esercizio brillante di equilibrismo.

Probabile che l’agente gli abbia fatto notare  un paio di punti in cui la condotta civile era stata trasgredita, elementi che avrebbero potuto indisporre il meglio disposto degli editori. Cosa ancor più deplorevole, a pensarci bene, con un libro in uscita (Drood, annunciato per il prossimo febbraio) e il sito che ormai cominciava a essere inquadrato negli ecoscandagliometri di idiozia di mezza rete. [Mi piace credere che la Rete abbia giocato un ruolo di primo piano nella vicenda, fungendo prima da ripetitore per i rancori repressi di Simmons e dei suoi compagni di merende, e susseguentemente da cassa di risonanza e amplificatore di tali insulsaggini.]

In definitiva, Simmons ha deciso di chiudere il suo bar elettronico, almeno per il momento. Così anche il sito segnerà l’EEG flatline, come è capitato negli ultimi giorni al suo amministratore.

Postilla personale: Sono reduce dalla lettura dell’impegnativo ma toccante Gli uomini vuoti (The Hollow Man, 1992), ristampato da ”Urania” a fine 2007, che non faticherei a citare tra le migliori letture dell’anno appena concluso. In esso Simmons imbastiva - tra le esplosioni di rabbia e nichilismo che condiscono la discesa agli inferi del protagonista - anche una riflessione sull’umanità che solo adesso mi accorgo quanto fosse in realtà ambigua: dopo averlo letto come un apologo sull’empatia come facoltà fondante di ogni rapporto umano, mi trovo costretto a rileggerlo alla luce dei recenti sviluppi come un requiem per il mio sogno personale sulla fantascienza. Da un po’ di tempo ho tra le letture di scorta che mi accompagnano di mese in mese (potrei parlare di slow reading o long reading, a seconda dei punti di vista) anche Il canto di Kalì. Non so davvero se a questo punto lo riprenderò in mano. Dopo questa storia assurda, concedere a Simmons la sospensione dell’incredulità sarebbe un po’ come invitare a cena un cannibale.

Radio Gaza Libera

Posted on Dicembre 30th, 2008 in Agitprop | 4 Comments »

Apriamo le trasmissioni pre-REM sulle frequenze di 7,1 Hz in onde-psi. Benvenuti a Radio Karma, dove quello che sembra impossibile diventa realtà.

Ultimo fronte dello psico-terrore. Da giorni prosegue senza sosta l’attacco missilistico sferrato da Israele ad Hamas. Qualcosa deve avere spinto gli implacabili strateghi israeliani a dare per scontata l’equivalenza Hamas = Gaza, visto che nell’aggiornamento del bilancio dato ieri mattina si parlava di 7 nuove vittime, di cui 6 bambini. Siccome il ministro della Difesa Ehud Barak, in un dibattito alla Knesset convocata in seduta straordinaria, ha dichiarato che Israele “ha lanciato una guerra a oltranza contro Hamas e i suoi simili” e il vicecapo di Stato Maggiore Dan Harel ha detto che alla conclusione dell’offensiva “non resterà in piedi nemmeno un edificio di Hamas”, corrono i brividi. Anche perché nel frattempo l’Operazione “Piombo Fuso” è andata avanti e i morti sono arrivati a 343 di cui almeno una cinquantina di civili. I feriti sarebbero un migliaio.

I raid vanno avanti. Brividi da guerra totale percorrono un’altra notte ed è più forte di me: non riesco a rappresentarmi Israele - espressione di una cultura che per molti versi mi affascina - come la degenerazione di un incubo di totalitarismo nazista. Il perseguimento dell’egemonia psichica attraverso l’annichilimento del nemico più debole. L’ennesimo fronte spazio-temporale della Terza Guerra Mondiale.


Foto ANSA.

C’è da provare una vergogna collettiva di fronte alla rapacità della politica. All’inutilità della storia. Alla debolezza degli uomini. Ma questa convinzione non basta a togliermi di dosso la sensazione riacuita di un disagio mai rimosso.

[Per seguire la situazione in presa diretta, vi rimando al blog di Guerrilla Radio, segnalatomi dal sempre attento compagno Fernosky. Le televisioni e i giornali, ancora una volta, in questi giorni hanno testimoniato del pessimo stato di salute in cui versa l'informazione.]

Is it O.K. to be a Quellist?

Posted on Dicembre 10th, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, Connettivismo, Fantascienza, Letture, Transizioni | No Comments »

La tecnologia ci ha dato accesso a scansioni temporali che i nostri antenati potevano solo sognare. Dobbiamo essere pronti a usare quelle scansioni, a vivere in quelle scansioni, se vogliamo realizzare i nostri sogni.

Quellcrist Falconer

Le citazioni di Quellcrist Falconer che arricchiscono ogni nuova impresa letteraria di Takeshi Kovacs sono memorabili e rappresentano forse l’elemento più prezioso e ricercato dell’opera di Richard K. Morgan. Attraverso questi continui rimandi alla sua teoria e prassi rivoluzionaria, la figura di Quellcrist aveva assunto statura di personaggio autonomo ben prima di tornare sulla scena con l’ultimo capitolo della serie (a detta dell’autore, forse per sempre): Il ritorno delle furie. Un mio piccolo sogno è che queste citazioni vengano un giorno raccolte in volume, a comporre un manuale di resistenza civile e di disciplina rivoluzionaria, al giorno d’oggi ne avremmo bisogno. Ma è proprio questo che, sulla scia del venerando Thomas Pynchon, mi induce a domandarmi: possiamo dirci quellisti? E quanto è giusto, in questo tempo desolato e senza speranze (né vere, né false), sentirsi quellisti e vivere nel quotidiano i dettami di Quellcrist Falconer, alias Nadia Makita?

La dottrina politica di Quellcrist, comunemente nota come Quellismo, è figlia del suo tempo: un’epoca in cui l’umanità ha conquistato le stelle, anche grazie all’archeo-tecnologia predata a un’antica civiltà aliena, forse estinta, forse addirittura trasferitasi su un altro piano di esistenza. E ha avuto modo di svilupparsi in un contesto ambientale ben preciso, ovvero Harlan’s World: un pianeta a 200 anni-luce dalla Terra, sottomesso alla famiglia dello “scopritore planetario” Conrad Harlan, usualmente raffigurato in oloscultura con “una mano levata, l’altra a proteggere il viso dal bagliore di un sole alieno”, e ai vassalli delle Prime Famiglie. Una sorta di neofeudalesimo intrecciato ad aristocrazia industriale, mascherato di legittimità attraverso le strutture istituzionali di un governo globale eletto a suffragio universale. Strani intrecci di politica e finanza si svolgono sotto la superficie, e le principali organizzazioni criminali riflettono la composizione etnica della prima onda migratoria: mafia haiduci dall’Europa dell’Est e yakuza dal Sol Levante si spartiscono il mercato nero a ogni livello, dal contrabbando al fiancheggiamento politico agli interessi corporativi. E su tutto si muovono minacciosi gli orbitali lasciati in funzione dagli alieni: micidiali strumenti di guerra capaci di atomizzare all’istante qualsiasi oggetto volante troppo veloce o tecnologicamente avanzato, ma forse in grado anche di assolvere a compiti ben più sofisticati.

In questo scenario si sono formati Takeshi Kovacs, ex-gangster, ex-marine, ex-soldato speciale del Corpo di Spedizione, e Quellcrist Falconer, già Nadia Makita, poetessa, studiosa di demodinamica (una sorta di teoria del caos applicata alla sociologia, sebbene l’Autore non si profonda in spiegazioni sulla natura dello studio), attivista politica, rivoluzionaria. Esperienze diversissime quelle conosciute dai due nei rispettivi percorsi esistenziali, e per questo sorprende la straordinaria vicinanza delle rispettive filosofie. Filosofia di strada, quella di Kovacs: individualismo spruzzato di cinismo, con un sottofondo di nichilismo. Filosofia idealista eppure profondamente prammatica, quella di Quellcrist: teorica della rivoluzione occasionale, una miscela di anarchismo e nichilismo.

Proprio il nichilismo, che fornisce il background comune ai due, è l’interfaccia tra le rispettive esperienze che consente un confronto reciproco, un incontro che porta al reciproco arricchimento.

Anche se sul versante politico Bakunin sembra essere il modello di riferimento con la sua rivoluzione sociale e l’esaltazione della libertà (come si evince anche dalle interviste rilasciate da Morgan), molti sono i punti di contatto tra Quellcrist e Marx, a partire dalla impostazione della sua etica rivoluzionaria come esito di un processo di analisi critica delle precedenti posizioni rivoluzionarie. Ma fin dal titolo del suo lavoro di tesi, con l’esplicita miscela di motivi antropologici, elementi di psicologia e anticonformismo, Falle del ruolo sessuale e nuova mitologia, sono evidenti i richiami a Marcuse. Questa ideale costellazione di riferimenti derivata dalla nostra storia (o meglio dal fronte della resistenza alla disgregazione del tessuto sociale) ci consente di estrapolare la dottrina quellista, dispersa per bocconi nei romanzi della trilogia, e riconsiderarla nel contesto della nostra attualità.

Secondo Quellcrist Falconer:

i rivoluzionari moderni devono, se privati di nutrimento da forze oppressive, spandersi sulla terra come polvere di quellcrist, ubiqui e senza lasciare tracce ma portando in sé l’energia della rigenerazione rivoluzionaria dove e quando nuovo nutrimento possa crescere.

La quellcrist, nota anche come qualgrist, è una specie vegetale autoctona di Harlan’s World, “una specie d’erba acquatica da acque basse, di colore ocra, che si trova soprattutto nelle zone temperate”, e si distingue per un insolito ciclo vitale:

Se e quando si venga a trovare in zone prive d’acqua per lunghi periodi di tempo, i baccelli del vegetale si seccano, trasformandosi in una polvere nera che può essere trasportata dal vento per centinaia di chilometri. Il resto della pianta muore e imputridisce, ma la polvere, una volta tornata in contatto con l’acqua, si ricostituisce in microfronde dalle quali un’intera pianta può crescere nel giro di settimane.

E allora rileggiamo la citazione di apertura e proviamo a rispondere al quesito se ci si possa dire quellisti, qui e oggi. La tecnologia ci sta dando accesso a scansioni spaziali che i nostri antenati potevano solo sognare. Dobbiamo essere pronti a usare queste scansioni, a vivere in queste scansioni, se vogliamo realizzare i nostri sogni. Senza tradire l’energia della rigenerazione rivoluzionaria in noi, ma continuando ad alimentarla giorno dopo giorno, come si crescerebbe una pianta.

Su queste basi, nell’ambito del fronte più vasto dell’Accelerazionismo, da oggi si lavora a codificare l’ala quellista del Movimento. Come insegna Quellcrist, mettetela sul piano personale.

Get to the next screen…

Internet ai tempi della Frontiera Spaziale

Posted on Novembre 21st, 2008 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Abbiamo già affrontato l’argomento delle possibili evoluzioni future della rete, presentando gli studi che ne interessano funzionalità, organizzazione e modalità di accesso e recupero delle informazioni (in Semantica delle immagini) e l’interazione con l’utente e l’ambiente (Anytime, Anywhere e La Rete, il futuro). Ma cosa possiamo dire sulla sua infrastruttura?

Di sicuro la transizione che tutti noi auspichiamo verso la frontiera spaziale, che se si compirà non potrà prescindere da un utilizzo pervasivo della tecnologia (e per pervasivo intendo tanto al livello della manipolazione biologica quanto dell’integrazione cibernetica), porterà a ricadute non trascurabili sulla concezione stessa della rete. Assodato che il vincolo ultimo alla trasmissione dei dati è rappresentato dalla velocità di propagazione delle onde elettromagnetiche (la luce nel vuoto viaggia a poco meno di 300.000 km/s), la sensazione di istantaneità che oggi sperimentiamo in un qualsiasi collegamento (connessione permettendo) non sarà più replicabile sulla scala dei link interplanetari o comunque spaziali: per colmare la distanza che separa la Terra dalla Luna ci vorrà come minimo un po’ più di un secondo, per trasmettere un’e-mail da Marte alla Terra si andrebbe - in caso di collegamento diretto - da un minimo di 3 minuti e qualche secondo fino anche a più di 20 minuti nei casi di massima divergenza orbitale.

Lo spazio solleva problematiche anche (anzi, soprattutto) dal punto di vista della trasmissione delle informazioni, non solo delle attività commerciali. Citando il professor Ronald N. Bracewell da una epigrafe de Gli Ascoltatori di James E. Gunn, “gli articoli più interessanti che si possono trasferire da stella a stella sono le informazioni e un tale scambio si può realizzare attraverso le onde radio“. E la ricerca sembra che si stia orientando verso soluzioni che richiamano alla mente scenari non alieni all’appassionato di fantascienza: la cosiddetta Internet Interplanetaria, una rete di internet basata su connessioni wireless e modalità store and forward nell’invio dei dati. Qualcuno ricorderà le sfere-dati planetarie ideate da Dan Simmons nei suoi Hyperion Cantos: nodi di una rete policentrica che abbraccia tutti i mondi dell’uomo. Ma i precedenti, è il caso di dirlo, si sprecano. Un progetto congiunto della NASA e di Google, con una partecipazione della famigerata DARPA, ha dato ieri i suoi primi frutti. L’approccio fa capo alle cosiddette Delay Tolerant Network (o Disruption-Tolerant Network), reti concepite per tollerare i ritardi nella trasmissione dell’informazione e interruzioni dell’ordine di diversi minuti dovute alle cause più disparate: rumore, occultamento dei nodi, interferenze.

Finora le comunicazioni spaziali sono sempre state condotte nel protocollo ormai preistorico della linea diretta: ogni comunicazione costretta a transitare dal centro di controllo a Terra. Ma con l’aumento degli oggetti in orbita e del traffico già oggi stiamo avanzando verso uno scenario decisamente più complesso di quello per cui una simile soluzione si rivela accettabile. Satelliti, stazioni spaziali, sonde e, chissà, tra qualche anno forse anche presidi scientifici sulla Luna o su Marte. Un panorama del genere richiede un approccio che tenga conto della sua composizione e dei suoi già citati vincoli strutturali dovuti alle distanze. Ed è da questo ordine di considerazioni che è emerso il sistema Delay Tolerant Network a cui ha dato il suo contributo anche Vinton Cerf, uno dei pionieri di Internet.

Dell’esperimento hanno parlato sia il Corriere della Sera che Vittorio Zambardino sul suo blog. In estrema sintesi: sono stati scambiati file di immagini con una sonda in viaggio a 32 milioni di km dalla Terra verso la cometa Hartley-2, in un contesto di simulazione che comprendeva altri 9 nodi sul pianeta. L’esperimento ha verificato il meccanismo di archiviazione automatica dei dati da parte del trasmettitore (tx) in attesa della disponibilità del ricevitore (rx), dove tx e rx non sono necessariamente mittente e destinatario del messaggio ma due nodi qualsiasi della rete. L’esperimento è stato ripetuto per un mese, confermando la validità del DTN.

Un passo importante è stato compiuto verso la rete del futuro. Resta in sospeso il problema del limite fisico della velocità di trasmissione. Ma magari anche su questo fronte la fantascienza verrà in aiuto degli scienziati. Nel vertiginoso scenario cosmico de La Scala di Schild dipinto da Greg Egan, si immagina che interi pianeti si sottopongano a un processo di ibernazione di massa (rallentamento delle attività informatiche e cognitive fino quasi alla stasi) per ovviare ai ritardi delle comunicazioni interstellari. Ottenendo quindi dalla percezione soggettiva quello che oggettivamente ci è proibito.

[L'immagine riprodotta appartiene al Broadband Wireless Network Laboratory del Georgia Institute of Technology.]

Obama: il futuro, adesso

Posted on Novembre 6th, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | No Comments »

Un po’ di memoria, per ricordare come è cominciata…

Un po’ di speculazione, per pensare al futuro dopo la campagna elettorale più tecnologica mai disputata.

La lunga notte della democrazia

Posted on Ottobre 10th, 2008 in Accelerazionismo, Agitprop | 6 Comments »

Se un sottosegretario del Governo (con delega alla gestione di fondi ingenti) viene iscritto nel registro degli indagati di una Procura della Repubblica (Napoli), per la sua attività nel settore dei rifiuti che ha devastato una regione e per essere stato indicato sin dagli anni Ottanta come “candidato dei casalesi”; se il coordinatore regionale (della Campania) del principale partito di governo viene indicato come referente della famiglia Bidognetti (affiliata alla confederazione dei casalesi) in due grandi speculazioni edilizie; se un consigliere regionale inquadrato nello schieramento opposto, imprenditore del settore dei rifiuti, viene indicato come referente dei casalesi in attività illecite dopo essere già stato arrestato per altri reati; e l’unica reazione che si raccoglie dagli organi di informazione di massa riguarda il sequestro e le perquisizioni della redazione dell’unico giornale che ha avuto il coraggio di andare a fondo in questa storia (L’espresso), con una grezza strategia di intimidazione che non risparmia nemmeno firme estranee ai pezzi in questione; e il principale partito di opposizione se ne lava le mani nelle sue dichiarazioni, intenti come sono i suoi vertici a disquisire sui massimi sistemi, nella disputa tutta bizantina se Berlusconi sia o non sia un pericolo per la democrazia, a distanza di ormai 15 anni dalla prima volta che il suddetto Berlusconi, ora premier per la quarta volta, sale a palazzo Chigi dopo un governo di centrosinistra che ha fatto di tutto - intenzionalmente e incoscientemente - per propiziarne l’ascesa o il ritorno; allora, signori miei, mi sorge il dubbio che siamo davvero condannati.

L’ignavia, la stasi, l’indolenza, la sottomissione alla logica del dominio che richiamavo nel precedente op-ed, è a questo che ci condanna l’inedita Schatten Große Koalition (Grande Coalizione Ombra) regalataci dalle urne lo scorso aprile. Il problema è tutto italiano, ma è calato in una dimensione globale. Non voglio tornare su cose già espresse a raffica nelle ultime settimane, ma mi preme riprendere il discorso da un punto di vista nuovo - come indica la categorizzazione di questo post - accelerazionista.

Dopo il documento programmatico pubblicato a giugno non mi è stato possibile tenere queste pagine sintonizzate su quella frequenza come avrei voluto. Ma l’indignazione per quanto accade intorno, la rabbia davanti al rumore bianco che ci viene vomitato addosso dai media, mi spingono a tornare alla carica sul vasto fronte dei tempi che siamo condannati a vivere.

La vita repubblicana sta probabilmente toccando in questi mesi la gola più profonda della sua sinusoide irregolare. La coscienza civile è ridotta ai minimi termini e agglomerati di poteri e di valori che niente avrebbero a che spartire con la Costituzione impongono nel comportamento e nel pensiero dei cittadini alternative oscure, che mai avrebbero dovuto essere contemplate. Nella sua caccia al consenso perduto (illusoriamente perduto, aggiungerei, perché ingannevolmente guadagnato per pure ragioni di necessità pratica, in tempi di emergenza della democrazia) il principale partito d’opposizione che non affonda le stoccate semplici ma necessarie tradisce tutta la sua inconsistenza politica, alla mercé di una maggioranza che si dimostra ogni giorno più arrogante: sulla sicurezza, sulla gestione dei rifiuti, sul programma energetico, sull’integrazione.

Sullo scorso numero de L’espresso sono usciti diversi pezzi che tracciano un quadro non proprio rassicurante della situazione. On-line sono riuscito a recuperare questi tre, che vi raccomando: Siamo tutti casalesi di Roberto Saviano, Apartheid a Castel Volturno di Fabrizio Gatti e Barbari in casa di Wlodek Goldkorn e Gigi Riva. In particolare, in quest’ultimo Predrag Matvejevic ricorre alla sua crasi fulminante per dipingere quello che l’Italia, sua terra d’adozione, si avvia ad essere: demokratura. Ecco, mentre i valori di ideologie che non dovrebbero trovare nessun albergo in un paese civile e nella sua popolazione tornano a farsi prepotentemente largo, anche per effetto dell’irresponsabile esempio fornito (quando non esplicitamente dettato) dai nostri rappresentati, la parola democrazia si svuota di significati. E quando vengono meno il senso della rappresentanza e la logica della dialettica tutto quello che resta è una legge della giungla istituzionalizzata per apparire meno brutale, formalizzata per riuscire più accettabile: una dittatura della maggioranza.

Basterebbe che chi si presume debba incarnare l’opposizione al regime in questa terra dei cachi sapesse almeno una volta usare parole chiare, senza indulgere nell’ambivalenza di atteggiamenti da Prima Repubblica e dottrina dorotea-andreottiana per farsi un po’ di coraggio. Ma mentre gli scandali regionali non accendono a spegnersi (Campania, Calabria e Abruzzo peseranno come croci sul centro-sinistra italiano per i prossimi anni), da quella parte solo parzialmente rappresentativa della molteplicità di posizioni di cui ha voluto eleggersi rappresentante, con analoga applicazione della logica del dominio portata allo stato dell’arte dalla sua controparte politica, il centro-sinistra italiano, parlamentare ed extra-parlamentare, tradisce tutti i suoi limiti di visione. Che sono quelli di un approccio legato al passato, scandito da ritmi burocratici che nulla hanno a che vedere con i tempi che viviamo e con la nuova scala delle priorità che l’Accelerazionismo, come movimenti analoghi che stanno fiorendo un po’ ovunque, nella clandestinità, ha voluto individuare nella loro trama.

Così facendo, con la stessa rapidità con cui avremmo potuto involarci verso il futuro, finiremo baldanzosamente per rovinare nella stagnazione di un presente privo di sbocchi e prospettive.

[Nell'immagine, un dettaglio della locandina di Land of the Dead.]

Ancora intorno al cyberpunk

Posted on Agosto 8th, 2008 in Fantascienza, Psicogrammi, ROSTA | No Comments »

[Pubblicato sullo Strano Attrattore 1.0 il 14-11-2006.]

Lo speciale sul cyberpunk di Fantascienza.pod ha originato un lungo e acceso dibattito su cosa sia cyberpunk e cosa sia davvero significativo all’interno della corrente. Se volete ripercorrere tutta la discussione, la trovate sul Ten Forward: si va avanti ormai da giorni, ma è bello trovare altri appassionati competenti in materia e curiosi con cui confrontarsi. Una delle questioni cruciali emerse dalla disputa è, per esempio, se Greg Egan possa essere considerato o meno cyberpunk, il che mi ha servito su un piatto d’argento l’occasione per dilungarmi un po’ sulla mia visione delle cose…

Dal mio intervento del 10 novembre 2006, ore 13:50:

Personalmente credo che al di là dei meriti estetici e delle peculiarità stilistiche di cui si è parlato nel podcast e in questo thread (l’affinità con lo sperimentalismo letterario di Burroughs, a cui possiamo aggiungere la libertà di registro di Pynchon), il cyberpunk abbia portato un rinnovamento nell’uso di modelli letterari abusati. Mi spiego meglio: la tecnologia è sembre stata al centro della fantascienza, fin dalla sua nascita sulle riviste pulp degli anni Venti (e se vogliamo lo era pure nel precursore storico, il Frankenstein di Mary Shelley). Però era una tecnologia da laboratorio, una tecnologia funzionale alle esigenze del protagonista della storia, una cosa pulita, insomma, anche quando serviva da bersaglio per un monito. Con il cyberpunk, invece, la tecnologia diventa un affare da strada, perché è sulla gente della strada che ricade dopo essere uscita dalle stanze asettiche della scienza, persone comuni che cercano di servirsene come possono e spesso devono soccombere all’uso che ne viene fatto da qualcuno più forte (che il burattinaio sia una multinazionale, un governo o una IA - “strumento senziente di se stesso”… mi sento molto Ghezzi - poco importa). Con il cyberpunk la tecnologia entra nei corpi e nel sangue, laddove il massimo della fantascienza pre-cyberpunk (escludendo appunto pochissimi nomi: Delany, soprattutto, e in una certa misura Ballard e Bester) ammetteva un condizionamento esterno, ma mai una vera e propria integrazione/fusione. E infatti l’icona del cyberpunk è il cyborg (organismo integrato con impianti tecnologici, funzionalità organiche estese da protesi cibernetiche) che si muove in un paesaggio elettronico mutante. La tecnologia diventa così strumento di oppressione e di ribellione, riacquista la sua neutralità rispetto alla fantascienza classica dove veniva considerata sempre come un bene (soprattutto le origini) oppure come un male (il filone distopico fiorito di seguito), ma il suo controllo assurge a un ruolo di primo piano, perché attraverso il controllo della tecnologia passa il controllo del mondo (il famoso know how nelle mani delle corporation, trafugato dagli hacker…).

Ricordo che un po’ di tempo fa se ne parlava anche da queste parti. E intanto torna anche John Shirley con il suo capolavoro: dopo la fugace apparizione in Urania, approderà presto nelle librerie Eclipse, selezionato come classico nella nuova collana di fantascienza della Hobby&Work. Se non è una notizia questa…

Lunga vita alla Nuova Carne!