Attraverso il continuum Murakami-Miéville

Posted on Dicembre 13th, 2010 in Connettivismo, Transizioni | 16 Comments »

La nozione di genere è definitivamente sorpassata? Ne sono stato a lungo convinto, sull’onda emotiva di scorpacciate postmoderne, prima di riprendermi una cotta per la science fiction e la crime fiction. Chiamo la fantascienza e il poliziesco con i nomi con cui sono conosciuti nel mondo anglosassone per una ragione precisa: gli anglo, e gli am-anglo in particolare, hanno un vero fiuto per le etichette, c’è poco da fare. Lo dimostra Eric Rosenfield, che riprendendo il manifesto redatto da Bruce Sterling per la letteratura Slipstream, con cui il nostro cowboy dell’oltrespazio si proponeva di scavalcare i generi e motivare criticamente la vicinanza tra i lavori degli scrittori in orbita cyberpunk (da Gibson a Lethem passando per Womack) e autori mainstream che avevano usato i moduli di genere nelle loro opere (da DeLillo alla Atwood, che a quanto mi risulta ha sempre disdegnato l’accostamento alla fantascienza), va ben oltre la sterile chiacchiera letteraria da salotto.

Rosenfield propone la sua lettura dell’annoso quesito con cui ho aperto questo post guardando il fenomeno da un’angolazione particolarissima e decisamente interessante, arrivando a definire quello che lui immaginificamente chiama un continuum Murakami-Miéville. E’ una di quelle idee talmente folgoranti da lasciare a bocca aperta, a rodersi il fegato per non esser stati capaci di farsela venire da sé (e ringrazio Granieri per averla segnalata su 40k Blog). Come fa notare lo stesso blogger newyorkese, è una etichetta senza alcuna valenza commerciale, che si propone tuttavia di scavalcare le distinzioni convenzionali che pongono un libro di Miéville sullo stesso scaffale di Heinlein, e uno di Murakami sullo stesso scaffale di Updike, nelle librerie di ogni parte del mondo.

Non è solo rebranding, come potrebbero essere stati in qualche modo il cyberpunk o soprattutto lo Slipstream. E’ un tentativo di ri-classificazione del mondo (uno “strumento di contestualizzazione”, come lo definisce Rosenfield), alla luce dei cambiamenti che lo stravolgono e della velocità con cui lo fanno, rendendolo a tutti gli effetti un’entità liquida e sfuggente. Per me il connettivismo avrebbe dovuto essere soprattutto questo, fin dai suoi primissimi passi. E in qualche modo mi sembra che, arricchendo la propria personalità negli anni, il nucleo del suo carattere sia rimasto abbastanza legato all’idea di partenza. Ma volete mettere le suggestioni tutte endogene e autoreferenziali della parola “connettivismo” con l’ampiezza di orizzonti abbracciata dal “continuum Murakami-Miéville”? Non c’è partita.

In effetti, mentre in questi giorni vado ultimando la lettura del notevolissimo Il mistero dell’Inquisitore Eymerich (e, a proposito, Evangelisti non sfigurerebbe affatto nel novero degli scrittori del continuum), mi è venuta quest’idea che la fantascienza, col tempo, si sia trasformata un po’ nell’etere della letteratura: un’entità inclassificabile e ormai difficilissima, se non impossibile, da isolare. Ma a tutti gli effetti onnipervasiva e inscindibile dai territori dell’immaginario.

Million Dollar Baby

Posted on Dicembre 3rd, 2010 in On air, Proiezioni | No Comments »

Ieri sera c’era Million Dollar Baby, su RaiTre. La prima volta che lo vidi, fu in un cinema di Grenoble, in versione originale con sottotitoli (francesi). Era il 2005 e da allora ogni volta che me lo sono trovato in TV, non ho saputo resistere, così come mi è sempre accaduto con gli spaghetti western di Sergio Leone. Clint Eastwood, che di Leone è stato allievo e non cerca di nasconderlo, ha imbastito con questo film una tragedia contemporanea e ha saputo raccontarla con il garbo di una fiaba. Una favola nera, anzi nerissima, ma densa di una carica empatica che le consente di brillare al buio come lo schermo di un vecchio tubo catodico appena spento.

Sembrerà banale, ma questo è davvero uno di quei film che regala un livello di lettura a ogni nuova visione. Ieri sera, per esempio, non ho potuto fare a meno di vederlo con gli occhi curiosi di chi vuole mettere a nudo gli ingranaggi di una storia. Spiegare cosa non va in un racconto non è in genere così difficile. Più complesso è giustificare criticamente il senso di soddisfazione che ci regala un’opera che funziona in ogni sua minima parte. Estraendo le singole scene dal corpo del film, Million Dollar Baby non perde potenza o efficacia, ma la forza della storia che racconta riesce a riverberare in ogni dettaglio con la medesima efficacia miracolosa di una rosa olografica ridotta in frammenti, per riprendere la stupenda immagine di uno dei più malinconici racconti di William Gibson.

Prendiamo per esempio la scena dell’incidente sul ring: viene subito dopo che Scrap (Morgan Freeman, titanico) – ex-pugile che ormai vive e sopravvive nella modestissima palestra di Frankie Dunn (Eastwood medesimo) e che ha convinto quest’ultimo, sulle prime molto scettico, ad allenare Maggie Fitzgerald (Hilary Swank, granitica nella volontà e nel fisico), cameriera con il sogno della boxe, portandola alla finale del titolo dei pesi Welter — ha impartito una lezione di vita al classico guappo di quartiere, smorzandogli a suon di ganci, diretti e montanti la voglia di imporre sul ring la stessa logica di sopraffazione che ne determina la condotta in mezzo alla strada. Scrap fa in tempo a sedersi davanti alla televisione per assistere alla finale in cui la ragazza che ha scoperto sta per contendere il titolo alla campionessa del mondo, nota per la sua slealtà. Dal ring della palestra di Frankie saltiamo al ring di Las Vegas per assistere in mondovisione alla parabola dell’astro nascente di Maggie, soprannominata da Frankie Mo Cùishle, in tempo per vederla estinguersi in un lampo lungo la traiettoria di rientro dall’orbita in cui ha sfiorato il coronamento del sogno. Il riscatto di una vita intera si trova lì a un soffio, un attimo prima; e l’attimo dopo si spegne insieme ai sensi a seguito di una delle tante scorrettezze di cui la vita non è avara e da cui nemmeno il ring - che della vita rappresenta, nella tradizione letteraria ormai assurta a paradigma narrativo, la metafora - è immune.

Eastwood è spietato. Con questa contrapposizione ci regala, nel cuore della pellicola, l’essenza della vita. A volte i nostri errori ci insegnano qualcosa di cui far bagaglio, altre volte le lezioni che siamo costretti a subire sono definitive e non potranno tornarci utili, mai più. E la rottura dell’equilibrio non è per nulla manichea, nelle mani di un regista come lui: l’incidente di cui l’eroina resta vittima succede pochi fotogrammi dopo che il suo stesso allenatore l’ha convinta, per la prima volta, a violare le regole, a omologarsi ai principi non scritti di un gioco di sopraffazione. E’ crudele, ma anche tracce di questi ingredienti si trovano nel succo della vita: a volte paghiamo un conto salato per i nostri errori, in accordo una logica del contrappasso che sembra tagliata apposta per noi, ma quanto ci risulta amaro quel conto quando l’errore viene commesso discontandoci dalle nostre convinzioni? Dopo questo, Mo Cùishle Maggie, che finora ha appreso gli insegnamenti di Frankie Dunn con la dedizione di una discepola scrupolosa, non ha più niente da imparare. Ridotta in un letto d’ospedale, il suo corpo - veicolo della forza che la ha portata a un soffio dall’immortalità - è condannato a una violazione dietro l’altra. Dopo la paralisi, arrivano le piaghe da decubito, e infine l’amputazione degli arti in cancrena. E’ una via crucis a cui la protagonista non si rassegna ad assistere da spettatrice, e ormai “capitano della propria anima” - parafrasando il poeta inglese William Ernest Henley citato dal regista nel titolo stesso del suo ultimo, quasi altrettanto meraviglioso, Invictus - rivendica il dominio sul proprio destino. Chiamando lo stesso Dunn, già perseguitato da un senso di perdizione e di colpa, a una scelta morale altrettanto definitiva dell’ultimo match di Mo Cùishle.

Bastano poche righe, se non vi fosse ancora capitato di guardare questo capolavoro, per dare un senso della sua complessità. La bravura di Eastwood riesce tuttavia a non farla gravare sullo spettatore, intrecciandone i molteplici fili in un percorso lineare (come spesso accade nella sua cinematografia) che costruisce una progressione drammatica infallibile. La sua compostezza estetica si concede eccezioni solo nelle battute dei personaggi, che costruiscono uno spazio narrativo parallelo, in cui riverberano di continuo i rispettivi caratteri, sganciandoli efficacemente dalla trappola degli stereotipi e regalando nuove dimensioni di libertà al tempo del racconto. E quante dimensioni attribuireste voi alla figura di un allenatore di pugilato che nel tempo libero si diletta con le poesie di Yeats e che non salta una sola messa domenicale da ormai svariati decenni?

Con Clint Eastwood e con questo capolavoro in cui il cinema tocca una delle vette più alte della sua storia, la riflessione sull’eutanasia e il diritto alla scelta si smarca dalla tribuna politica e dal dibattito televisivo e viene restituita alla sfera più nobile del pensiero. Filosofia. Arte. Come dovrebbe essere. Sulla soglia degli ottant’anni, Eastwood ha ancora un bel po’ di cose da insegnarci. Continuiamo a studiare i suoi saggi di cinema per farne tesoro.

Is it ok to be a cyberpunk in 2010?

Posted on Novembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Nova x-Press | 5 Comments »

Per ragioni anagrafiche, ho scoperto il cyberpunk quando i suoi fondatori avevano già deciso che l’intera corrente (loro, a onor del vero, non hanno mai voluto definirlo “movimento”) era da considerarsi lettera morta. Dimostrando forse poco rispetto per le loro opinioni, ho abbracciato incondizionatamente la visione della vita e del mondo che emergeva dalle loro opere, una Weltanschauung (termine che andava per la maggiore nelle lezioni di filosofia al liceo, negli stessi anni in cui condivo il mio pendolarismo scolastico con la lettura di Gibson, Sterling & soci) che si andava consolidando man mano che progredivo nell’esplorazione di questo territorio per me nuovo e straordinario. Il cyberpunk era esploso e si era esaurito nella decade precedente e io mi sentivo un po’ come uno straniero giunto in città senza soldi e conoscenze. Potevo contare sull’unico aiuto rappresentato da una mappa letteraria: quella tracciata nella fondamentale antologia dedicata al filone da Piergiorgio Nicolazzini, Cyberpunk (Edizioni Nord).

Lo spirito anarcoide, l’idealismo di fondo che spesso bilanciava le istanze nichiliste, l’istinto di ribellione e la forza di resistenza (oggi, dopo aver letto qualche saggio sull’argomento, parlerei di endurance), erano questi i caratteri che davano vita alle istantanee di un mondo in degrado e allo sbando, campo di battaglia e terreno di conquista per individui senza scrupoli ed entità onnipotenti e inafferrabili, in cui già quindici anni fa si potevano avvertire i prodromi del nostro presente. Oggi, nel 2010, mi ritengo a mio modo ancora un cyberpunk: la mia visione del mondo continua a essere profondamente intrisa di quella filosofia di strada, per quanto risulti declinata secondo moduli e schemi che nel tempo si sono stratificati attraverso l’esperienza. Senza il cyberpunk, non sarei la persona che sono oggi.

La notizia che sta tenendo banco in questi giorni sulla stampa del mondo intero è legata all’imminente apertura degli archivi di Wikileaks. Dopo i ripetuti annunci di Julian Assange che si sono succeduti nei mesi scorsi, sembra ormai arrivato il momento e, anche se - a giudicare da quanto trapelato - prima di stasera difficilmente verrà pubblicato qualcosa, i mirini sono da ore puntate sul sito, proiettandolo ai vertici delle graduatorie degli hot spot  della rete. Quindici anni fa, ma anche cinque anni fa, avrei vissuto queste ore in uno stato di trepidante e frenetica attesa, aspettando di mettere gli occhi sui cablogrammi diplomatici delle ambasciate. Oggi alla frenesia sento però mischiarsi un senso crescente di angoscia.

Personalmente, continuo a pensarla come William S. Burroughs: non esiste mondo più sicuro di un mondo senza segreti. Tuttavia, non sono più tanto ingenuo da credere che la pubblicazione di una valanga di documenti diplomatici classificati a vari livelli di riservatezza possa cambiare in meglio il mondo, soprattutto dall’oggi al domani. La scelta dei tempi mi sembra in particolare alquanto inopportuna, anche se per ragioni che trascendono in parte la volontà degli artefici di Wikileaks. E la mia inquietudine nasce da un paio di valutazioni immediate. Su un piano più generale, mi sembra che una mossa simile, proprio adesso che, a costo di duri sacrifici, dopo gli anni bui dei falchi di Washington un’amministrazione progressista ha fatto della diplomazia il proprio punto di forza nei rapporti internazionali, lungi dall’indebolire gli USA quale fulcro degli equilibri geopolitici planetari e dal ridefinire l’assetto mondiale delle alleanze, finirà solo per arrecare un’ulteriore colpo all’azione politica di Barrack Obama. Su un piano più contingente, con le crisi economiche, finanziarie e politiche in corso in Europa e gli attriti tra le Coree a tenere in scacco l’Estremo Oriente ma non solo, alcune rivelazioni - magari nemmeno direttamente riconducibili all’amministrazione USA in carica - potrebbero produrre effetti deflagranti e difficilmente controllabili.

Ancora una volta, insomma, ho il sospetto che le ragioni di principio entrino in forte contrasto con le più semplici e banali questioni di opportunità. Nelle prossime ore sapremo quale decisione avrebbe potuto garantirci una soluzione migliore.

Tutti i livelli del sogno

Posted on Ottobre 4th, 2010 in Fantascienza, Micro, Proiezioni | 3 Comments »

Posso finalmente dirlo: Inception è il film che mi aspettavo. D’altro canto, come potrebbe deludere un racconto senza un antagonista, in cui i protagonisti sono molto meno buoni del loro avversario (che dopotutto è solo una vittima) e la lotta è contro le trappole e i tranelli tesi dalla mente umana, reso per di più in maniera altamente spettacolare? Non può, semplicemente.

Se poi ci aggiungete che c’è anche Peter Riviera, anche se qui si chiama Eames e opera all’interno delle dinamiche oniriche come falsario, e che nella scena in cui Parigi si ripiega su se stessa sembra di vedere finalmente al cinema uno scorcio di Freeside, il conto è presto fatto e il biglietto ampiamente ripagato. Nolan dimostra di aver letto (e compreso) molta più fantascienza di quanta ne serva solitamente per farsi venire in mente di scrivere o dirigere un blockbuster. E trovo davvero plausibile che tra le sue letture propedeutiche possano essere capitati Ballard, Dick e Zelazny, e magari anche dosi di Galouye assimilate indirettamente attraverso Il tredicesimo piano.

Apprendo con gioia che anche a Gibson è piaciuto. Sebbene il mio caper movie preferito di tutti i tempi resti Heat - La sfida, Inception si candida seriamente a imporsi come pietra miliare per la fantascienza cinematografica d’idee del prossimo decennio. Ma magari ne parliamo in maniera più circostanziata su Delos. Così, chi non l’ha ancora fatto, ha il tempo di recuperarlo finché lo trova ancora nelle sale, perché temo che come già accadeva per Cloverfield una visione in home video possa solo penalizzare il gradimento finale.

Applicare il kit della fantascienza al mondo in cui viviamo

Posted on Settembre 17th, 2010 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Mi rendo conto di cominciare seriamente ad aspettare ogni volta l’uscita del nuovo romanzo di William Gibson per il piacere di leggere le riflessioni critiche con cui arricchisce tutte le interviste previste dal tour promozionale, e forse non solo quelle. Come nel caso di Guerreros un paio d’anni fa, dell’intervento al Festival delle Letterature di Roma e dell’intervista a Sterling che segnalavo sul vecchio Strano Attrattore, anche Zero History - il volume che conclude la trilogia della Blue Ant che il padre del cyberpunk ha dedicato al potere del logo e alle strategie di marketing come forma di controllo sociale - ha fornito a giornalisti e autore l’occasione per scavare un po’ sotto la superficie della realtà.

Fantascienza.com sta dedicando in questi giorni un’interessante copertura al romanzo appena uscito sul mercato anglosassone. Dopo le considerazioni di Gibson sul futuro dell’editoria (argomento su cui mi piacerebbe tornare), ieri riprendeva un’intervista recentemente rilasciata a Viceland.com. E Salvatore Proietti mi ha segnalato quest’altra intervista apparsa sul prestigioso the Atlantic. Illuminante per le osservazioni di Gibson sulla nostra epoca post-geografica, sulla percezione del futuro e della storia da parte soprattutto delle giovani generazioni e dell’americano medio, e sul ruolo della fantascienza e le potenzialità dei suoi filtri applicati alla nostra realtà.

Douglas Gorney ha posto a Gibson la domanda fatidica, sollevando tra le righe la questione che ogni lettore appassionato del Gibson cyberpunk, neuromantico, fantascientifico, avrebbe voluto rivolgere all’autore. E’ bello sentirsi dare la risposta che da sempre speravamo di ottenere… no?

C’è questa indifferenziazione della novità - ovvero il fatto che la novità diventa disponibile al punto che per chiunque quella novità, di per se stessa, cessa di essere una novità a tutti gli effetti - dietro all’ambientazione più attuale dei tuoi romanzi più recenti?

Be’, quando ho iniziato a scrivere verso la fine dei miei vent’anni, sapevo di avere un’inclinazione naturale per la fantascienza. Era la cultura letteraria della mia formazione. Ma sapevo anche di aver conosciuto altri aspetti della letteratura diversi dalla fantascienza. Quando mi sono messo all’opera avevo a disposizione il toolkit speciale per lo scrittore di fantascienza. Lo usavo per la mia versione di quello per cui era stato messo a punto. Tuttavia man mano che lo usavo e man mano che il mondo attorno a me cambiava, per via dell’impatto delle tecnologie contemporanee più che per ogni altra cosa, mi sono ritrovato a guardare alla cassetta degli attrezzi e pensare che questi strumenti erano potenzialmente i migliori strumenti a nostra disposizione per descrivere il nostro presente intrinsecamente fantastico… per descriverlo ed esaminarlo, per smontarlo e rimetterlo insieme e maneggiarlo. Penso che senza questi strumenti sul sero non saprei cosa potremmo farne.

Ogni volta che leggo un romanzo contemporaneo che descrive il mondo in cui viviamo, mi aspetto che vengano fuori gli strumenti della fantascienza. E’ inevitabile - è la materia a richiederlo. Lo richiede il riscaldamento globale, la diffusione epidemica di AIDS, l’11 settembre e ogni altra cosa - tutto ciò che non esisteva 30 anni fa necessita di quel toolkit per essere maneggiato. E noi abbiamo bisogno dei guanti della fantascienza per maneggiare lo stufato bollente del 2010.

La fantascienza forse era davvero morta. Dopotutto si è già reincarnata.

Waiting for Inception

Posted on Luglio 20th, 2010 in Connettivismo, Micro, Proiezioni | 2 Comments »

Dalle notizie che stanno circolando in rete, parrebbero confermate le prime impressioni già indotte dalla visione dell’enigmatico trailer, e cioè che Inception possa davvero avere tutte le carte in regola per attestarsi come nuovo caposaldo fantascientifico del cinema e del nostro immaginario. Per esserne certi, in Italia ci toccherà aspettare il 3 settembre (e ho già annotato la data in agenda). In attesa della resa dei conti nelle sale, a giudicare da quanto visto e sentito direi però che nell’ultimo prodotto di Christopher Nolan le suggestioni cyberpunk si sprechino, con un occhio di particolare rispetto per gli intrighi megacorporativi di William Gibson (dal racconto New Rose Hotel fino a Giù nel cyberspazio… e oltre).

Spionaggio, doppio gioco, mind control, false memorie: gli ingredienti migliori per un techno-thriller con i fiocchi. Intanto godiamoci il nuovo trailer

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Inception - Trailer 2 HD

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]

Un matrimonio d’amore

Posted on Maggio 22nd, 2010 in Letture | 5 Comments »

Mi sta capitando di leggere molto hard-boiled e molto noir, in questo 2010. Nelle mie letture dell’anno in corso, un ruolo preponderante è giocato da Dashiell Hammett. Dopo avere solo parzialmente apprezzato il celebrato Falcone maltese, confesso di averne fatto una questione di principio: leggerne e leggerne ancora per indagare le ragioni del suo successo e della sua popolarità. Mi sono bastati due titoli, inanellati di fila nel breve volgere di un paio di mesi, per riappacificarmi con la sua fama. Il primo, La maledizione dei Dain (già noto come Il bacio della violenza, ripubblicato di recente da Mondadori nella traduzione sontuosa di Sergio Altieri), ripropone l’anonimo detective dell’Agenzia di Investigazioni Continental Op già visto all’opera in Piombo e sangue e, per la solidità del plot se non per la ricostruzione d’atmosfera, eguaglia e a più riprese supera il prototipo di una buona misura. Il secondo, Un matrimonio d’amore, è invece una novella che brilla per scorrevolezza e realismo.

Riscoperto da Andrea Carlo Cappi, che ne ha curato anche l’adattamento per la compianta M - Rivista del Mistero oltre che la riedizione per i tipi di Sellerio, Un matrimonio d’amore (in origine First aide to murder) è una storia di inganni e scoperte in cui si esprime al meglio la scrittura di Hammett, cinica, ironica, essenziale. La stessa scrittura che, penalizzata forse da una traduzione invecchiata male, mi aveva lasciato interdetto nell’impatto con Il falcone maltese (che si segnalava comunque anche per la natura artificiosa della vicenda trattata, gestita con un piglio leggermente macchinoso), qui riesce a coniugare la ricchezza vibrante de La maledizione dei Dain con l’agilità scattante di Piombo e sangue. Un plauso al traduttore, che a una superficiale impressione di lettura sembrerebbe essere stato capace di rendere al meglio le sfumature della lingua di Hammett.

Siamo a Baltimora e il detective Alec Rush, ex agente di polizia, ex pugile, rinomato per un aspetto tutt’altro che gradevole, viene ingaggiato da un anonimo cliente per occuparsi di una giovane donna, sulla quale sembrerebbe gravare una minaccia non meglio precisata. Tra scheletri nell’armadio, vendette innescate dal bisogno, truffe e scoperte, si arriva a un finale amaro dal sapore di redenzione, che produce un effetto davvero singolare in un autore solitamente ironico e disincantato. Nella descrizione dettagliata dei pedinamenti per le strade di Baltimora e nella precisione particolareggiata della messa in scena, Un matrimonio d’amore mi ha inoltre richiamato le parole di William Gibson sull’iperspecificità di Dashiell Hammett e sul ruolo che questa giocò nella sua formazione di autore: “Sono passati forse quindici anni da quando ho letto Hammett, ma ricordo che ne ero affascinato per il modo in cui mischiava tutti questi elementi di ordinaria amministrazione fino a trasformarli in qualcosa di diverso - simile al naturalismo americano, ma strambo intensissimo, quasi surreale. [...] Hammett è stato probabilmente l’autore che mi ha avvicinato all’idea della iperspecificità, estremamente carente nella maggior parte delle descrizioni di fantascienza” [da "Una mistica danza di dati", intervista di Larry McCaffery a William Gibson, 1986, in Parco giochi con pena di morte, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2001].

Un’ulteriore dimostrazione - se mai ve ne fosse bisogno - del regime di interscambi, di influenze reciproche e di mutua contaminazione in cui è maturata la letteratura di genere, fino a diventare quella che oggi conosciamo. Libro consigliatissimo anche a chi abbia deciso di avvicinarsi al fondatore della letteratura hard-boiled e non se la senta ancora di cimentarsi con uno dei suoi 5 romanzi. In un mio personale percorso di scoperta dell’autore, come si sarà capito consiglio a seguire Piombo e sangue e La maledizione dei Dain, lasciando agli irriducibili il decantato Falcone maltese.

Notizie sparse e senza ordine

Posted on Maggio 14th, 2010 in Fantascienza, Graffiti, ROSTA | 5 Comments »

Sto latitando, lo so. E sto latitando perché sto scrivendo e facendo cose. Tra le altre, grazie all’interessamente di Angela Ventrella e del compagno Fazarov che in entrambe le occasioni ha saggiamente tenuto le redini dell’incontro, un duplice incontro con i ragazzi del Pratello, vale a dire gli adolescenti «ospitati» dal carcere minorile di Bologna. Alla prima, va detto, abbiamo saputo prepararci con l’imprescindibile e generosissimo supporto di Andrea Jarok e del suo Bazaar del fantastico, che ci ha procurato libri e fumetti da donare alla struttura: un gesto che non ha bisogno di commenti, solo di ringraziamenti. Ospiti della seconda puntata sono stati invece il grande Loriano Macchiavelli e l’illustratore Otto Gabos, con Fernando e il sottoscritto a fare da cornice.

Belle giornate, indubbiamente. Come memorabile è stata la serata di mercoledì, dove con la banda Fazarov abbiamo accompagnato la carovana del Music Heaven Mad for Guitar, maratona di letture e di bevute associata al concorso letterario omonimo, alla cui premiazione - alle 2 della notte in un circolo esclusivissimo - il compagno Fazarov si è classificato secondo. Bella l’idea di un tour letterario per pub - una sorta di via crucis molto laica e altrettanto alcolica - e bravo compagno!

E per restare in tema letterario, avrete ormai appreso la notizia dell’ultimo vincitore del premio Urania. Per molto tempo Alberto Cola è stato un esempio e un modello per tanti giovani scrittori italiani di fantastico e il fatto che negli ultimi anni sembrava essersi allontanato dall’ambiente si avvertiva come una perdita per tutti. Questo per di più è un ritorno in grande stile, perché arriva nella scia dell’edizione Kipple del romanzo finalista al premio Urania 2006: Ultima pelle.

Per concludere, uno sguardo al mondo e al cinema. Purtroppo il grandissimo Frank Frazetta ci ha lasciati. Restano le sue illustrazioni, sulle copertine che hanno segnato una buona fetta del nostro immaginario fantastico.

Hanno annunciato il nuovo regista incaricato di trasporre Neuromante per il grande schermo. Ne ha dato notizia Fantascienza.com. Il nuovo prescelto è il canadese Vincenzo Natali, già artefice del sorprendente Cube e del promettente Cypher (con molti punti di contatto proprio con il cyberpunk di Gibson, ma purtroppo penalizzato dalla recitazione di un Jeremy Northam del tutto fuori ruolo, che vanifica la presenza di una letale Lucy Liu), e dopo aver avuto la sfortuna di vedere Torque non mi dispiace affatto che Joseph Kahn sia stato allontanato dal progetto. Anche se, va detto, fino a qualche mese fa il buon Kahn continuava a sparare post sul suo Twitter lanciando sibilline indiscrezioni sulla sceneggiatura del film.

Per la serie “non si vive di soli capolavori”, sembrerebbe ormai confermato anche il prossimo Riddick. Ci vuole poco per farmi felice.

[Dll'alto: una veduta di via del Pratello, da [noone], via Flickr. “Death Dealer” di Frank Frazetta, via 11 after 11 blog. Particolare della copertina di Neuromancer. via Only Dreamers blog.]

Zero History: il ritorno di Gibson

Posted on Aprile 11th, 2010 in Letture, Micro | No Comments »

William Gibson ha consegnato nei giorni scorsi il suo ultimo romanzo, che da quanto si era vociferato ai tempi dovrebbe proseguire la stessa linea drammatica iniziata con Pattern Recognition e continuata da Spook Country: grande attenzione per i cambiamenti in atto nel mondo contemporaneo e le sottoculture elettrizzate dalle nuove tecnologie, respiro globale, riflessione politica e trame spionistiche.

Zero History arriverà nelle librerie americane il 7 settembre prossimo e nel frattempo Gibson (che comunque è sempre rimasto molto attivo su Twitter) è tornato anche a bloggare, con una sessione di Q&A che ormai si dispiega da qualche giorno, da cui emergono molti aspetti interessanti. Per esempio:

Writing novels is a painful and anxiety-ridden process, for me. There are *moments* of enjoyment. I very much enjoy the state of having written.