L’audacia del futuro

Posted on Dicembre 21st, 2009 in Connettivismo, ROSTA, Transizioni | 5 Comments »

5 years. & Beyond.

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!

Un punto di vista sul futuro

Posted on Settembre 8th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Sul blog di Paolo Marzola, che ringrazio pubblicamente per lo spazio e per l’interessante occasione di confronto su questo tema. E sulla fantascienza.

Uomini di paglia

Posted on Settembre 3rd, 2009 in False Memorie, Letture, Transizioni | 1 Comment »

Da Uomini di paglia (The Straw Men, 2002) di Michael Marshall (Smith), traduzione di Rino Serù (sottolineature mie):

“A volte penso agli Uomini di paglia cercando di non indagare su cosa ci sia di vero o di falso, voglio credere che ciò che sta alla base di tutto questo sia qualcosa di più profondo del Manifesto dell’Uomo: che le idee in esso espresse siano solamente un modo da psicotico per giustificare le differenze che ci caratterizzano. Ma poi mi viene in mente che il libro che molti ritengono essere il primo romanzo della storia della letteratura, La Peste di Londra di Daniel Defoe, fu scritto all’indomani di un’epidemia che dilagò in tutta Europa, e che poteva essere imputata al nostro sistema di vita in comune, gomito a gomito; e che entrambe le nostre maggiori forme di intrattenimento, film e televisione, ebbero un reale sviluppo dopo le guerre mondiali. Mi domando se i paesaggi immaginari e le utopie siano diventati importanti non appena abbiamo cominciato a vivere insieme nei villaggi e nelle città, e se questo non spieghi la quasi contemporanea nascita delle religioni. Più la nostra vita è affollata, più siamo interdipendenti, e più i nostri sogni sono diventati fondamentali – come se tutto questo costituisse un vincolo, un aiuto per aspirare a ciò che ci manca, per condurci verso un’umanità che va ben oltre l’essere semplicemente umani. Oggi Internet connette il mondo intero, cercando di ridurre ancora di più le distanze, e mi chiedo se non sia una coincidenza che questo accada proprio quando abbiamo decifrato il nostro codice genetico, e cominciamo a manipolarlo. Più ci avviciniamo gli uni agli altri e più sembriamo aver bisogno di capire cosa siamo. Spero vivamente che sappiamo cosa stiamo facendo con i nostri geni e che nel momento in cui cominceremo a eliminare le parti che sembrano degli errori, delle imperfezioni, non distruggeremo anche le cose che ci rendono vitali. Spero sia il nostro futuro, e non il nostro passato, a determinare le nostre decisioni. E spero che adesso, quando mi accorgerò che manca qualcosa nella mia vita, continuerò a cercarla; anche se so che potrebbe essere solo una speranza, e non essere affatto lì pronta per realizzarsi. Altrimenti diventiamo tutti uomini di paglia, donne ombra, piantati in mezzo a campi desolati dove non vengono nemmeno gli uccelli; in attesa di un’estate senza fine, quando l’inverno è già arrivato. Visto come viviamo, così lontani da ciò che una volta era autentico, è sconcertante che riusciamo a cavarcela. Sogniamo i nostri sogni per rimanere sani di mente e anche per tenerci in vita. Come disse mio padre una volta, non si tratta di vincere, ma di credere che esista qualcosa per cui vincere.”

Malgrado la confusione tra la Grande Peste (che portò alla morte di un numero di persone compreso tra 75.000 e 100.000 tra Londra e il resto dell’Inghilterra nel biennio 1665-1666) e la Peste Nera che tra il 1347 e il 1352 imperversò in Europa uccidendo almeno un terzo della popolazione dell’intero continente (stimata all’epoca in circa 100 milioni di abitanti), si tratta di una pagina dall’impatto notevole. Di un romanzo che vi consiglio caldamente di leggere.

Un messaggio dal passato

Posted on Luglio 10th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Sezione π² | 4 Comments »

Non posso dimenticare come venni a sapere di avere vinto il premio Urania. Il giorno era l’11 luglio 2007. Ricordo la chiamata persa sul display del cellulare in modalità silenziosa, mentre mi trovavo in ufficio, nella sede del mio primo lavoro da neo-laureato, giù nell’amena Pomezia - periferia di Pomezia, per la verità, al contempo provincia profonda e far west alle porte della Capitale.

Ricordo il numero, monco perché di un centralino di Milano, e la ricerca in rete del suo proprietario, senza esiti. Ricordo la consulenza di Aldo, vecchio compagno di peripezie transalpine, che ne scovò il proprietario nel luogo più intuitivo: il sito delle Pagine Bianche. Il suo messaggio lo conservo ancora nella memoria della mia vecchia SIM da 32 kB: era della Mondadori e l’unico legame che avevo con la casa di Segrate era il romanzo spedito al concorso 2006.

Ricordo che, nel timore di perdere l’eventuale seconda chiamata (e io sono sempre stato un sostenitore delle seconde occasioni, ma chi sarebbe disposto a concederti una terza?), affrontai tutto il viaggio in navetta da Pomezia a Roma, fermata Eur Palasport della Metro B, con il Nokia 3330 in mano, scrupolosamente in vista, scrutandone ossessivamente il display. E la chiamata giunse in effetti appena sbarcato sul marciapiede di viale America, con la voce di Sergio Altieri che si presentava dall’altro capo della linea e mi chiedeva di mettermi comodo perché aveva una notizia da darmi… Un mesetto prima, nei tempi morti della mia vita da pendolare, leggevo Piombo e sangue su quel marciapiede, e adesso mi trovavo al telefono con il traduttore di Hammett.

Un salto indietro nel tempo, a cui stasera mi ha riportato un’e-mail di Zoon. La sua era la risposta a una mia e-mail vecchia di 2 anni. Solo due giorni prima di quella chiamata, infatti, avevo scoperto il servizio fantascientifico di Mail nel Futuro:

mail nel futuro fa esattamente quello che dice: spedisce una email nel futuro, ad una data da te scelta. puoi usarlo come preferisci, per ricordare un appuntamento, per mandarti un messaggio a quando sarai più grande o per dire qualcosa a qualcuno in qualche luogo, in qualche tempo nel futuro…

Il perché ce lo spiega l’anonimo autore di questo singolare servizio:

perchè è la cosa più vicina al viaggio nel tempo che sono riuscito a fare…

E l’utilità è garantita. Perché la risposta di Sandro, in questa notte di mezza estate, mi ha messo proprio di buon umore. Mentre scrivevo quell’e-mail Next International era ancora un progetto che si chiamava Next Special Edition, ed esisteva solo nelle nostre teste. Grazie a numerosi amici, ma soprattutto all’interessamento-chiave di Salvatore Proietti, Next International si è tramutato in realtà la scorsa primavera. E nel frattempo, devo dire, ho fatto cose che 2 anni fa non avrei potuto immaginare. Neanche questo nuovo blog con i suoi 250 contatti giornalieri era in previsione, all’epoca. E molti dei cambiamenti più importanti della mia vita personale non potevo di certo prevederli, mentre scrivevo quella e-mail. E mi diverte pensare alle faccie di Sandro e Marco, che si sono visti recapitare oggi un messaggio vecchio di 2 anni.

E’ per questo forse che adesso mi sento particolarmente fiducioso. L’effetto capsula del tempo: la prospettiva del futuro illumina quei giorni e mi riempie di ottimismo. Ottimismo, già. Questa è la seconda volta nel giro di una manciata di giorni che me ne sentite parlare, ma non fateci troppo l’abitudine. Quello che ho capito, suggestioni wells/eganiane a parte (Egan è stato solo uno dei tanti autori che hanno affrontato la tematica delle comunicazioni attraverso il tempo, ma forse è quello a cui resto più legato), è che serve poco per ripagarsi il lavoro di anni. I risultati non si misurano in soldi o in gloria, quelli sono termometri volubili. Il metro più affidabile è la soddisfazione personale. In questo caso, per farmelo capire, è bastato un semplice messaggio scritto da una versione-precedente-di-me, abbandonato alle correnti del tempo.

“Lascia dormire il futuro come merita.
Se lo si sveglia prima del tempo,
si ottiene un presente assonnato …”

Franz Kafka

Quel brivido inconfessabile del pregiudizio

Posted on Maggio 6th, 2009 in Connettivismo | 3 Comments »

La scomparsa di J.G. Ballard non è passata inosservata. Ne hanno parlato diffusamente quotidiani, radio, siti web. La copertura mediatica è stata ampia e, tutto sommato, all’altezza dell’importanza dell’Autore, del suo ruolo nella Letteratura del Novecento, nel nostro immaginario e, direttamente o indirettamente, nella nostra percezione del mondo e delle psicopatologie contemporanee. Se c’è qualcosa da recriminare, probabilmente è solo l’eccessiva prudenza con cui il suo nome è stato associato alla fantascienza.

Non potendo occultare la stagione più prolifica della sua produzione - e forse anche la più significativa, dalla tetralogia degli elementi alla Mostra delle Atrocità e oltre, con tutta la narrativa breve in cui l’immaginario fantascientifico ha continuato a rivestire, fino a pochi anni fa, un ruolo predominante - i commentatori degli organi di informazione sono ricorsi all’escamotage di affiancare al nome di Ballard l’etichetta del cyberpunk. E questa cosa mi ha dato un po’ da pensare.

L’infatuazione per il cyberpunk non sono ancora riuscito a lasciarmela alle spalle. Sono ancora dipendente dalla SF di Gibson e soci: come risulterebbe da un semplice esame del sangue, ho un tasso di nanosomi e neurochim ancora oltre il livello di guardia. Ma comincio a capire un po’ meglio, adesso, una certa resistenza che s’incontra al Movimento degli anni ‘80 nel mondo - sempre più striminzito, a onor del vero - della fantascienza italiana. Credo che sia un effetto di questa celebrazione acritica, in cui occasionalmente capita di imbattersi nelle dichiarazioni di chi si muove ai margini dell’immaginario fantascientifico, cullandosi nel sufficiente privilegio di ignorarlo a oltranza fino a quando, per esigenze di interpretazione o di comprensione, non diventa inevitabile farne riferimento. A quel punto risulta senz’altro più facile riferirsi al cyberpunk (che, come dice Iguana Jo, fa molto più cool e probabilmente aiuta a darsi un tono), piuttosto che al genere di cui il cyberpunk è una diretta evoluzione (e che evidentemente i più continuano ad associare nelle loro percezioni - come le vogliamo definire? infantili, semplicistiche, schematiche? - a un universo fatto di fantasie adolescenziali, di razzi, di omini verdi o al massimo - se si sono tenuti al passo con l’aggiornamento delle mode - grigi, e di pistole laser). Il cyberpunk, insomma, due volte vittima: degli abusi da parte di chi la fantascienza non la conosce o non la ama, della diffidenza da parte di chi per la fantascienza nutre una passione che si estende al di là dei confini temporali delle mode.

Ciò non toglie che gli esiti rasentino il grottesco. I risvolti di una disinformazione involontaria possono essere imprevedibili e paradossali. Piangere Ballard come “il padre del cyberpunk” imporrà forse agli stessi detrattori del genere di etichettare un giorno - spero remoto - Gibson e Sterling come ”figli della New Wave”? Potrebbe essere comunque un atto di giustizia soprattutto nei confronti dei lettori, visto che la definizione presupporrebbe un certo lavoro di studio e di documentazione da parte del giornalista.

Una misera speranza?

Be’, in tre miliardi di anni siamo passati dal brodo primordiale alla consuetudine di comunicare in uno spazio che fisicamente non esiste in nessun luogo, senza porci troppe domande (e forse questo è uno dei problemi, se non il problema, al cuore di tutto), passando per il fuoco, la ruota, la stampa di Gutenberg e il tressette: basta solo un piccolo sforzo ancora e tra qualche anno tutti potremo concepire l’idea di una letteratura scritta per parlare del presente dalla prospettiva del futuro. Ce la possiamo fare?

Con le lenti del futuro

Posted on Maggio 5th, 2009 in Connettivismo, Futuro, Transizioni | 7 Comments »

Si chiamano head-up display (in breve HUD, letteralmente: “visori a testa alta” e, per estensione, “visori a sovrimpressione”, qui la voce Wikipedia) e, sono pronto a scommetterci, entreranno nelle nostre vite rivoluzionandole come è successo per la musica tascabile e i dispositivi cellulari. E sapranno rivelarsi forse ancora più rivoluzionari, perché potrebbero schiuderci una nuova prospettiva sul mondo, vincendo la resistenza alle modifiche fisiche (come l’integrazione di chip o innesti elettronici) che potrebbero trattenerci dallo spiaccare il Grande Balzo. Con queste lenti “olografiche” le reti ubique che si apprestano a prendere il sopravvento della nostra gestione/percezione dello spazio antropico nei prossimi dieci anni riusciranno a essere decisamente più immediate e interattive, senza il bisogno di includere parti estranee nei nostri corpi.

L’argomento dell’augmented reality mi sta particolarmente a cuore avendone affrontato le potenzialità in più di un’occasione (per esempio nel racconto Orfani della connessione, tradotto anche in inglese per Next International). Altrove, in qualcosa in corso di stesura, mi ero spinto ad affibbiare un nome alla tecnologia: ricorrendo alle tecniche di contrazione pseudo-commerciale messe in atto, tra gli altri, da Michael Marshall Smith, li avevo battezzati videoSpex. Niente di particolarmente innovativo, comunque, essendo questi simpatici ammennicoli già prospettati - in maniera comunque molto personale - da Luce Virtuale di William Gibson (1994) e inoltre presenti, come un sacco di altre sciccherie avveniristiche, in Ghost in the Shell.

Solo, ora come ora, mi sembra impossibile immaginare un futuro in cui la nostra interazione con la Rete non sia più immediata, interattiva e ubiqua di quanto non sia già oggi. E questi display indossabili mi sembrano metterci sulla strada più agevole verso quel futuro.

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

J.G. Ballard (1930-2009)

Posted on Aprile 19th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza | 7 Comments »

Questa mattina, all’età di 78 anni, J.G. Ballard è passato - come si dice in queste circostanze - a miglior vita. Non credo di avere mai avuto tante difficoltà con un necrologio come in questo caso. Ballard ha segnato la mia scoperta di così tanti aspetti della fantascienza che prima non avrei nemmeno saputo come immaginarli. Il suo impatto sull’immaginario - mio, ma non solo - resterà indelebile. E proprio per questo qualsiasi ulteriore parola rischia di essere inutile e di suonare retorica.

Con l’irriverenza che da sempre lo ha contraddistinto, all’uscita della sua autobiografia Miracles of Life, lo scorso maggio, Ballard aveva annunciato di essere affetto fin dal 2006 da un cancro alla prostata, ormai in fase terminale. La malattia ha fatto il suo corso e stasera mi sento un po’ come i suoi personaggi alienati, sopraffatti da un asservimento psicologico in grado di proiettare nella sfera della mitologia - un olimpo postmoderno, affollato di celebrità e icone della società dello spettacolo - l’oggetto delle proprie ossessioni.

Oggi abbiamo perso un pezzo di storia vivente. Anche se da tempo Ballard aveva preso le distanze dal mondo della fantascienza.

Ai margini della mostra delle atrocità, vedo con la coda dell’occhio Ballard seduto al fianco di James Dean, sul sedile del passeggero della sua Porsche 550 Spyder. “Little Bastard” è tirata a lucido. L’asfalto è segnato dalle crepe aperte dal surriscaldamento termonucleare e la configurazione dei segni lascia presagire la forza psichica dell’impatto imminente. Nel cielo sopra di noi lo Space Shuttle Challenger esplode 73 secondi dopo il lancio, mentre a 46mila piedi di quota si avvicina a Mach 2. Siamo tutti naufraghi su una spiaggia terminale alle prese con le equazioni del futuro. Un po’ più soli nel deserto del reale.

Risorse in rete:
Qual è la strada per lo spazio interiore? Il manifesto dell’inner space con cui Ballard cambiò per sempre la storia della fantascienza (e la letteratura del Novecento)
James G. Ballard e l’algebra del cielo interno, una rilettura della Mostra delle Atrocità, scritta con Fernando Fazzari.
Let’s talk about… inner space (20-10-2008)

Meta-riflessi cyberpunk: la memoria del futuro

Posted on Febbraio 13th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Fantascienza | 2 Comments »

A volte ritornano. E’ impossibile tenere lontana la sensazione di trovarsi in un mondo cyberpunk, giorno dopo giorno. Il controllo delle menti esercitato attraverso i mass media, la politica sempre più invischiata con gli interessi dell’affarismo nazionale e internazionale, i teatri bellici in real-time, la prospettiva manomessa e schiacciata su una lunghezza da futuro zero, i tentativi di imbavagliare lo spirito critico anche nella dimensione della nuova frontiera digitale. Ma anche gli strumenti della Resistenza: campagne di marketing virale che esplodono lungo le direttrici neurali della Rete e, sull’orizzonte di pochi mesi, i primi passi concreti verso la rete ubiqua. Tra qualche anno, forse, nanotubi di carbonio interfacciati con i neuroni.

Era a questo che pensavo scrivendone qualche settimana fa (no, non sono in una bolla temporale, è solo che quell’articolo era pronto da un pezzo, prima della sua pubblicazione). E’ l’intero paesaggio tecnologico che sta ribollendo intorno a noi: i flussi di informazione tracciano scenari ogni giorno più simili alle pagine di Gibson, di John Shirley o di Tom Maddox. Poi, possiamo questionare quanto vogliamo sul merito intrinseco del cyberpunk nell’economia (pessima locuzione, ne convengo) della fantascienza e su quali e quanti autori abbiano esercitato la loro più o meno radicale influenza sui cyberpunk (Ballard, Disch, Delany e, andando un po’ più indietro, Dick, Bester e così via). Se la fantascienza è uscita dal ghetto e ha invaso il reale con immagini che l’uomo comune e profano non potesse ricondurre alla mitologia grottesca popolata di UFI e spade laser, lo dobbiamo al cyberpunk. E, volenti o nolenti, la sua estetica ha plasmato a sua immagine e somiglianza il mondo in cui viviamo.

Non stupisce quindi vedere di nuovo in libreria, a distanza di un decennio e più dalla sua uscita, un’antologia cult per la controcultura degli anni ‘80 e ‘90: Strani Attrattori (nessun conflitto di interessi). Come non stupisce l’uscita, a 14 anni dalla sua fantomatica apparizione (l’editore Synergon di Bologna chiuse proprio a ridosso dell’uscita del testo, lasciandolo praticamente orfano), di un libro divenuto una piccola leggenda metropolitana: La stanza mnemonica di Oscar Marchisio, che tornerà in libreria la settimana prossima grazie ai tipi di Socialmente con un titolo leggermente diverso, Meta-stanza, e un sottotitolo paradigmatico: La memoria del futuro.

Perché il cyberpunk ha svolto un suo ruolo non solo all’esterno, ma anche dentro la fantascienza. La consapevolezza della dimensione del futuro è passata per gli anni ‘80. Ed è da lì che muove i passi la fantascienza del nuovo millennio.