Opzioni sul futuro

Posted on Marzo 1st, 2010 in Fantascienza, Futuro, ROSTA | No Comments »

Come avrete sicuramente già notato, oggi è online uno speciale a cura di Emanuele Manco, curatore di Fantasy Magazine, sul rapporto tra i generi e il futuro. Il dossier raccoglie le opinione dei redattori del network Delos e per questo, primo caso che io ricordi, è stato pubblicato praticamente “a reti unificate”, come dice Emanuele: su Fantasy Magazine, Fantascienza.com e Horror Magazine. Prendendo le mosse da una provocazione riportata dal sito io9, l’approfondimento ha provato a indagare dal punto di vista degli italiani l’interrogativo se il futuro appartenga davvero al fantasy.

Il mio intervento comincia qua e si conclude nella pagina successiva.

Ciao, Ernesto

Posted on Gennaio 17th, 2010 in Fantascienza, ROSTA | 15 Comments »

Quod non est in Catalogo non est in mundo“, era la sua firma sulla FML di Yahoo! di cui da qualche anno era anche moderatore. Stanotte Ernesto Vegetti ci ha lasciati, ho appreso dalla stessa lista. Era stato operato di calcoli biliari pochi giorni fa e ne aveva dato lui stesso la notizia, al ritorno a casa. Il Gran Maestro dell’Ordine del Catalogo, come lo punzecchiavo per via del suo rigore, della sua precisione inscalfibile, aveva 66 anni ed era presidente della World SF Italia.

Il suo apporto è stato fondamentale per introdurmi alle dinamiche della scena del fantastico italiano, per orientarmi nella giungla delle edizioni dei libri che sono stati la sua vita, per carpire frammenti di una storia che vanno a comporsi nel racconto orale di un’epoca mitica: il fandom della fantascienza in Italia. All’ultima Italcon ci siamo intrattenuti fino a notte fonda parlando dei suoi anni da sindacalista, un racconto di stagioni passate, intriso di dolcezza e nostalgia. Sempre con quel suo sorriso contagioso, gli occhi vivaci dietro gli occhiali dalla montatura spessa. Tutti quelli che lo hanno visto in azione, lo ricorderanno per le esilaranti performance da anchorman in occasione delle attribuzioni dei premi Italia: un riconoscimento, per quel che mi riguarda, con un senso residuo solo in virtù della sua presenza. Perché al di là delle polemiche, continuo a credere che nessuno potesse mettere in discussione la sua onestà intellettuale.

Ci lascia il Catalogo, ma non è quello ad averne fissato la presenza su questo granello di polvere alla deriva nell’universo. La simpatia, l’estro, la disponibilità assoluta e la dedizione totale al mondo della fantascienza ne rendono indelebile il ricordo. Grazie di tutto, Ernesto… Felice viaggio!

Ernesto Vegetti [foto di Sheldon Pax, via Flickr].

Fumetti: shortlist 2009

Posted on Gennaio 11th, 2010 in Graffiti, Nova x-Press | 10 Comments »

Pur essendo un lettore di fumetti da quasi vent’anni, mi rendo conto di non averne mai letti tanti prima come mi è successo nel 2009. Effetto di un interesse crescente, della curiosità indotta di riflesso da alcune uscite cinematografiche, ma anche di un’accresciuta capacità di orientamento (resto per molti versi un neofita, ma una fortunata serie di scelte indovinate e il mentoring di appassionati più esperti mi hanno regalato una maggiore sicurezza in materia). Mi sembra quindi giusto partire da qui per elencare le cose di maggiore interesse che mi è capitato di leggere nel corso dell’anno appena concluso.

AVVERTENZA: Questa non è una lista del meglio del 2009, né di quello che secondo me sarebbe stato il meglio del 2009. In molti casi si tratta di titoli storici. Rifiuto inoltre l’approccio classico - che io stesso ho adottato in passato - di organizzare i titoli in una classifica: stilare graduatorie ha perso senso per quel che mi riguarda, e non provo più il divertimento che un tempo avrei potuto pure associare a questa pratica. Trovo quindi preferibile fermarmi a una semplice compilazione di indicazioni utili. Ha senso un’operazione del genere? Per me ne ha, permettendomi di fissare le idee e fornirmi punti fermi su cui magari tornare un giorno con maggiore calma e dettaglio. Per chi legge, forse: siccome piccoli tesori si nascondono spesso sotto i nostri occhi, anche una banale segnalazione potrebbe tornare utile per scoperte interessanti.

Ciò detto, si parte…

Terminal City, miniserie Vertigo scritta da Dean Motter per i disegni di Michael Lark. Il volume uscito a settembre per la Planeta DeAgostini raccoglie i 12 episodi della “prima stagione” (1996-1997), a cui ne ha fatto seguito nel 1998 una seconda in 5 albi che non mi risulta sia stata ancora pubblicata in Italia. Le matite di Lark ci proiettano in una città decadente sospesa sull’orlo del tempo, una metropoli degli anni ‘90 del secolo scorso in cui la tecnologia o è rimasta ferma agli anni ‘50 oppure ha subito un’evoluzione atipica. Robot e aeronavi convivono a Terminal City, mentre non si vede ombra di un cellulare o di un computer. Il risultato è un effetto retrofuturistico alienante, ben reso dai colori primari di Lark nelle atmosfere urbane che devono molto tanto alla Gotham City del Cavaliere Oscuro quanto alla Metropolis di Fritz Lang. La trama è tenuta in piedi da un solido intreccio hard-boiled in cui Motter fa interagire spericolatamente una galleria di personaggi stereotipati al punto giusto: gangster spietati, politici corrotti (paradossalmente il sindaco di Terminal City si chiama Huxley, il suo predecessore Orwell), immigrati sprovveduti, temerari caduti in disgrazia e in cerca di riscatto. Le strizzate d’occhio al genere dei supereroi regalano gustose chicche a un’operazione nostalgia che non lesina tuttavia sulle trovate originali, anche se purtroppo le più promettenti restano relegate sullo sfondo. Due per tutte: l’elettrocaina (una nuova, potentissima droga capace di garantire una vera e propria scarica di piacere) e la sindrome di Escher (che porta i sonnambuli che ne soffrono a camminare in bilico sulle superfici esterne dei grattacieli di Terminal City). Una scelta sicuramente voluta da parte dei creatori, forse per non penalizzare la storia con un sovraccarico di elementi, che permette così di apprezzare ancora meglio la profondità del loro universo.

Hellboy: Il seme della distruzione. Il 2009 ha segnato il mio incontro con il personaggio creato nel 1994 dal grande Mike Mignola. Ed è stata una folgorazione immediata. Il demonio rosso partorito dall’inferno che si nasconde al di là delle dimensioni conosciute, evocato nel corso di un folle esperimento nazista nella Seconda guerra mondiale, è in assoluto il personaggio più intrigante in cui mi sia capitato di imbattermi sulle tavole di un fumetto (okay, Cap… perdonami, ma contro l’inferno nemmeno l’America può niente…). Suggestioni lovecraftiane, pseudoscienze, esoterismo e un’ironia costante convivono nelle avventure del BPRD (il Bureau for Paranormal Research and Defense, di cui Hellboy fa parte insieme al centenario anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirocinetica Liz Sherman). I chiaroscuri di Mignola fotografano l’azione in negativo, mentre Hellboy sventa a suon di cazzotti le minacce sovrannaturali che di volta in volta mettono in pericolo il destino del pianeta. Oltre alla storia di esordio, segnalo entrambi gli altri volumi che ho letto: Il risveglio del demone (che ne rappresenta l’ideale continuazione) e Il verme conquistatore. Elementi di tutte queste storie sono stati fusi nel primo ottimo film in cui Guillermo Del Toro ha adattato l’opera di Mignola.

DMZ: Sulla Terra è il primo volume (2005) di una serie Vertigo giunta all’ottavo albo in America, con un nono annunciato e un decimo previsto dal creatore Brian Wood per concludere definitivamente il ciclo. DMZ è la sigla che in gergo militare indica una Zona Demilitarizzata. La DMZ del fumetto è Manhattan, il cuore della Grande Mela, sprofondata nell’incubo della guerra civile, con enclave in lotta tra di loro per accaparrarsi gli aiuti umanitari delle UN, l’acqua pulita più preziosa del petrolio, cecchini appostati ad ogni angolo di strada e l’esercito degli Stati Liberi schierato sulla sponda meridionale del fiume Hudson. 5 anni dopo lo scoppio delle ostilità, Matty Roth è un fotoreporter che giunge sull’isola al seguito di una troupe della Liberty News Network che viene presto sterminata con tutti i soldati della scorta. Da quel momento in poi è solo e dovrà barcamenarsi nella difficile realtà di Manhattan, alle prese con le più banali questioni di sopravvivenza, ma sempre più intenzionato a fornire all’esterno un punto di vista embedded della situazione. Wood ha spiegato il background storico della sua opera parlando di un’insurrezione da parte di gruppi militari del Midwest contro i rispettivi governi statali, che ha potuto avere successo grazie all’assenza dei corpi di Guardia Nazionale impegnati nelle guerre preventive in Afghanistan e Medio Oriente. Gli Stati Liberi sarebbero il risultato di questa coalizione trasversale, che malgrado si sia data una sede governativa nel Montana manca tuttavia di una connotazione geografica ben precisa. Gli Stati Uniti e il governo federale centrale sono in difficoltà, dopo che il conflitto si è assestato in una posizione di stallo. Per descrivere lo scenario, magistralmente reso da Riccardo Burchielli con un senso per il dinamismo che in alcune sequenze sfiora il fotorealismo dei documentari di guerra, Wood suggerisce di pensare a “parti uguali di 1997: Fuga da New York, Fallujah e New Orleans dopo l’uragano Katrina”. Al modello di John Carpenter, mi sentirei di aggiungere il seminale Transmetropolitan di Warren Ellis. Impegno civile e spessore politico sono senz’altro i punti di forza di un’opera matura e imperdibile tanto per gli amanti del Day After, quanto per quelli della fantapolitica. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Ex Machina: Il marchio. Secondo volume delle avventure di Mitchell Hundred, l’ingegnere newyorchese vittima di un incidente che gli conferisce il controllo su ogni apparato elettronico, rendendolo di fatto il solo e unico supereroe del pianeta. Dopo l’11 settembre, mosso dalla volontà di mettere i suoi poteri al servizio del mondo, scende in campo e diventa sindaco di New York, dividendosi tra l’attività politica di giorno e i congegni della Grande Macchina di notte. Meno apocalittico di Wood, ma altrettanto impegnato nel trasfigurare con efficacia la situazione reale in un’opera di fantasia, Brian K. Vaughan realizza una miniserie avvincente e ricca di spunti inquietanti, di cui Il marchio rappresenta il 2° volume. Le matite di Tony Harris e le chine di Tom Feister sono al servizio della storia: tavole pulite, scansione dettagliata. Se DMZ è Black Hawk Down su carta, Ex Machina ha un taglio più convenzionale, quasi televisivo nel seguire i retroscena della politica (e il parallelo con la sitcom Spin City, portata al successo da Michael J. Fox, non mi sembra del tutto inappropriato). Una citazione per rendere al meglio il carattere del protagonista: “Quando ti ho chiesto di essere il mio vicesindaco, ti ho avvisato che non ero un liberale né un conservatore. Sono un realista. Agli ingegneri insegnano a pensare ai fatti, non all’ideologia”. Condivisibile o meno, un punto di forza della caratterizzazione.

Iron Man: Extremis. Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, Extremis è la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità. In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Santuario. Grande sorpresa macchiata da una piccola delusione, questa miniserie del duo francese Dorison/Bec. L’elegante volume della Planeta DeAgostini, copertina rigida, formato medio e carta lucida, raccoglie l’intera storia in tre episodi usciti sul mercato americano nel 2007 e la impreziosisce con una confezione capace di mandare in sollucchero i feticisti del libro. La storia intreccia un mistero sottomarino con un’antica maledizione mesopotamica legata alla città di Ugarit, e già solo questo basta a spingere i cultori del Solitario di Providence verso l’altare per immolare il giusto tributo al grande Cthulhu. Gli elementi per un’esperienza memorabile ci sarebbero in teoria tutti, peccato che alcune inesattezze tecniche rovinino un po’ il godimento al lettore più smaliziato (o spacca-maroni, se vogliamo, come può essere il sottoscritto). Le colpe come i meriti vanno equamente ripartite tra lo sceneggiatore e l’illustratore. Se Christophe Bec pecca di generosità nella resa degli ambienti claustrofobici del sottomarino USS Nebraska, i cui interni troppo spesso somigliano a una base militare terrestre con conseguente calo nella resa dell’atmosfera, d’altro canto Xavier Dorison risolve precipitosamente la fuga del sommergibile verso la salvezza con un espediente non del tutto convincente (al di là delle atomiche, come possano le eliche spingere un colosso da 10.000 tonnellate e più attraverso un muro di sabbia resta un quesito senza risposta). Peccati comunque minori, se confrontati alle atmosfere suggestive di una storia capace di proiettarci nelle spire di un orrore millenario, verso un epilogo apocalittico. Ma posso comunque lamentare la scarsa precisione come il difetto che pregiudica all’opera il rango di capolavoro e rimandare Bec alla scuola di Giménez (vedere scheda di Asso di picche, più in basso) per limare le proprie lacune e affinare una tecnica in grado di nobilitare un talento fuori discussione. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Secolo XX. Due storie scritte da Pierre Christin e disegnate dall’immenso Enki Bilal. Due diversi punti di vista sui totalitarismi del Novecento: da una parte Le Falangi dell’Ordine Nero (1979) che riemergono come un incubo dai giorni della guerra civile spagnola; dall’altra, in una Battuta di caccia (1983) riemergono gli spettri delle lotte di potere nell’Unione Sovietica. La forza degli ideali contro la crisi degli ideali, il realismo sostenuto dallo slancio romantico contro il prammatismo che giustifica compromessi e corruzione.

Asso di picche. Ovvero, l’aviazione della Seconda guerra mondiale immaginata da Ricardo Barreiro e rappresentata con cura maniacale da Juan Giménez. Niente fantastico, in quest’opera realizzata da due maestri che hanno raggiunto i vertici delle loro carriere con la fantascienza. Un lavoro di grande precisione tecnica, che trova nella ricchezza delle tavole il valido contraltare per una storia di denuncia degli orrori della guerra. Le dinamiche personali tra i membri della squadriglia di un bombardiere alleato si intrecciano con la Storia, scandita dalle esplosioni dei raid sui cieli della Zona. Pynchon e Vonnegut sono lontani anni-luce dal crudo realismo di questa storia, eppure è a loro che viene da pensare vedendo l’Asso di picche in azione sopra Dresda e la soggettiva delle bombe sganciate sulla città dell’Elba. Il peccato è che dal 1977 quest’opera ha subito una pubblicazione sporadica e confusa in Italia e l’Eura Editoriale che ce l’ha in catalogo sembra intenzionata ad alimentare l’interesse degli appassionati sottraendola alla loro vista, tenendola segregata in quarantena nei suoi magazzini.

L’uomo di Tsushima. La storia della guerra russo-giapponese del 1904-05 vista attraverso gli occhi di Bonvi, che ideò questo racconto per la serie “Un uomo un’avventura” (1978), si tinge di sfumature comiche che rendono ancora più efficace l’impatto drammatico di quegli eventi. La sensibilità dell’artista emiliano confeziona una storia solida, affidando a Jack London - all’epoca corrispondente di guerra - il commento sulla tragica spedizione che vide le 50 sgangherate navi al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij mandate allo sbaraglio contro la flotta del Sol Levante dopo un viaggio “epico e pazzesco”. Jack London diventa un alter ego dell’autore, in un gioco di specchi molto postmoderno, e Bonvi diverte e fa pensare, come accade nelle opere migliori. L’epilogo nella notte carioca aggiunge un tocco fantastico a una storia cruda malgrado il tratto caricaturale di Bonvi.

E infine due sorprese da parte di un editore che aspira a ritagliarsi un ruolo di sicuro rilievo nel panorama indipendente. Parlo di Nicola Pesce Editore, che sotto le cure di Massimo Perissinotto ha avuto una stagione a dir poco prolifica. Tra i titoli dati alle stampe, ho avuto modo di apprezzare lo straniante Enigma del condominio, firmato dall’artista marchigiano Mauro Cicarè (illustratore, copertinista per Einaudi e Feltrinelli), storia lirica e delirante al contempo, un distillato di poesia nera che fonde millenarismo e allucinazioni, metafisica e surrealismo, in pagine ora sensuali, ora disperate, dal sapore di avanguardia; e Namtar Rising, nel volume che inaugura la collana in flip book Voodoo Studio, un mix dal sapore molto pulp di orrori di guerra e manipolazioni mentali, che richiama le suggestioni da sindrome del Vietnam affrontate nel film Allucinazione perversa dal controverso Adrian Lyne. Alessio Landi scandisce una storia adrenalinica con taglio cinematografico, reso con puntuale iperrealismo dalle matite di Elia Bonetti.

Nota di chiusura per due miniserie Bonelli: Caravan di Michele Medda (che ne gestisce anche il blog) e Greystorm di Antonio Serra e Gianmauro Cozzi. Sindrome da assedio ed echi di Jericho nella prima, giunta ormai all’ottavo numero; suggestioni steampunk e fantascienza à la Verne nella seconda, di cui è in uscita il quarto episodio. In entrambi i casi si tratta di ottimi esempi di fumetto popolare, letture da intrattenimento che talvolta possono regalare anche un qualcosa di più. Quel qualcosa non sempre arriva. Ma l’intervallo di 12 numeri riservato a questi progetti garantisce uno spazio ottimale per sviluppare al meglio un arco narrativo lontano dai vincoli dell’uscita unica o della serie infinita, risparmiandoci così la lunga morte che sta affliggendo la serialità del loro Nathan Never.

Megalopolisomanzia: la scienza segreta di Fritz Leiber

Posted on Dicembre 20th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Letture | 5 Comments »

Primo vero giorno di ferie da molti mesi a questa parte e la lettura di Fritz Leiber mi ha tenuto compagnia. Il libro è Nostra Signora delle Tenebre (1978), che aspettavo di leggere da un pezzo: un libro che è un mystery dai risvolti sovrannaturali e non a caso, secondo pareri illustri, merita il titolo di iniziatore dell’urban fantasy, un territorio che non ho mai frequentato. Si tratta di pagine avvolgenti, che conducono il lettore alla scoperta di San Francisco e dei suoi misteri attraverso la mappa tracciata da un libro segreto e maledetto: Megalopolisomanzia: una nuova scienza urbanistica di Thibaut De Castries (che fin dal nome echeggia il Thomas De Quincey dei Suspiria de Profundis, con una cui epigrafe il libro si apre, ma anche Adolphe De Castro, sinistra figura che compare nei racconti di H.P. Lovecraft, il quale a sua volta, con Clark Ashton Smith, aleggia su queste pagine come un nume tutelare).

Mi sono ritrovato a sovrapporre la lettura di questo libro agli strascichi di X: per una di quelle strane coincidenze che sembrano davvero dei segni del destino, programmate per mostrarti una cosa da angolazioni diverse ma complementari, mi sono ritrovato sbalzato nuovamente nella Bay Area, a contemplarne il panorama assolato come doveva apparire sul finire degli anni ‘70, prima dell’esplosione infomatica e dell’angoscia degli Anni del Terrore. Nelle pagine di Leiber, la cospirazione affonda le radici nella storia della città e sconfina in una trama dalle forti suggestioni fantastiche, mentre una rete di simboli e segni arcani prelude alla rete usata dai giovanissimi protagonisti di Doctorow per contrastare il controllo del DHS.

La trama è giostrata intorno alla lettura dello pseudobiblium di De Castries. La sua è una figura riuscita, oscura e inquietante, che resta sospesa sullo sfondo della storia come una presenza spettrale, al pari dei fantasmi a cui dava la caccia per le strade delle metropoli all’inizio del Novecento. Infatti, nella sua vita di avventuriero e stregone, De Castries era stato molto preoccupato per gli “immensi quantitativi” di acciaio e di carta che si accumulano nelle grandi città, per il gasolio e il gas naturale, nonché per l’elettricità: tutte grandezze che si applicò a calcolare con cura, dalla carta depositata negli archivi centrali all’acciaio usato nell’edilizia all’elettricità che corre nei cavi. Ma la cosa che lo preoccupava maggiormente erano gli effetti psicologici o spirituali («paramentali», secondo la sua originale definizione) di tutto ciò che si accumula nelle megalopoli. La Megalopolisomanzia è l’arte - la «nuova scienza» nella sua definizione - che avrebbe dovuto consegnargli il controllo di questo immane potere messo a disposizione dell’uomo dal progresso moderno.

Su questo tema prometto che prima o poi torneremo a dilungarci. Nel frattempo vi segnalo l’articolo di Annalee Newitz su io9 che prende lo spunto dalle suggestioni di Leiber e vi lascio con due citazioni dallo pseudobiblium di De Castries, lettura quanto mai adatta in una serata sotto zero come questa.

In ogni periodo storico ci sono sempre state una o due città appartenenti al genere mostruoso, come Babele ovvero Babilonia, Ur-Lhassa, Ninive, Siracusa, Roma, Samarcanda, Tenochtitlan, Pechino; ma noi viviamo nell’epoca delle metropoli (o delle necropoli), in cui queste maledizioni gravide di disastri sono numerose e minacciano di congiungersi e di avviluppare il mondo nella sostanza funebre ma multi potente delle città. Abbiamo bisogno di un Pitagora Nero perché spii la maligna disposizione delle nostre mostruose città e i loro immondi canti urlati, così come il Pitagora Bianco spiava la disposizione delle sfere celesti e le loro sinfonie cristalline, venticinque secoli fa.

Poiché noi moderni uomini delle città abitiamo già nelle tombe e siamo abituati in un certo senso alla mortalità, sorge la possibilità di un indefinito prolungamento di questa morte vivente. Eppure, sebbene accettabile, sarebbe un’esistenza morbosa e desolata, senza vitalità e senza pensiero, solo con la paramentazione, e i nostri principali compagni sarebbero entità paramentali di origine azoica, più maligni dei ragni e delle donnole.

[In alto a destra: la Transamerica Pyramid in una foto di Aldask; in basso a sinistra, pseudo-copertina della pseudo-edizione greca di Megapolisomancy: A New Science of Cities.]

Accade anche questo…

Posted on Dicembre 15th, 2009 in Agitprop, Fantascienza | 3 Comments »

… che per una domanda uno scrittore di fantascienza venga malmenato, sbattuto in cella e trattenuto per tre ore dalla polizia di confine degli USA e quindi privato di tutti i suoi effetti personali al rilascio (inclusi appunti, foto e cappotto) e per di più accusato di aggressione ai danni di un agente federale. E quando c’è di mezzo il Dipartimento della Sicurezza Interna (come insegna Cory Doctorow), c’è poco da scherzare. Peter Watts, autore e ricercatore canadese purtroppo poco noto in Italia ma di cui va ricordato almeno il pregevolissimo primo volume dedicato alla sua saga dei rifter (edito da Solaria, qualche era fa, con il titolo non proprio seducente di Stelle di mare), è lo sventurato protagonista di questa storia.

Lo stesso Doctorow denunciava tempestivamente l’accaduto su Boing Boing poche ore dopo i fatti (ringrazio Zebulon Carter per la segnalazione) e Watts ne parlava sul suo blog (da oggi tra i miei preferiti, nella barra dei link qui a destra) in termini tanto fantascientifici da mettere i brividi per le implicazioni, appena rientrato a casa dalla brutta esperienza. La notizia è stata ripresa da molti amici e colleghi di Watts, inclusi John Scalzi e Richard Morgan. La loro mobilitazione è stata anche finanziaria e sta contribuendo al fondo di Watts per affrontare spese legali che, vista la gravità delle accuse a suo carico, rischiano seriamente di buttarlo sul lastrico.

Considerando il clima di astio e frustrazione che domina la “comunità” (si può ancora chiamarla così? ho i miei dubbi…) del fantastico italiano, se fosse successo a un autore in Italia adesso ci sarebbero un centinaio di suoi colleghi appostati in riva al fiume in attesa di veder passare il cadavere, sincerarsi della sua sventura e godersi lo spettacolo. Per fortuna esistono dei modelli a cui guardare non solo sulla carta ma anche nel comportamento umano. La professionalità è anche questo. Dovrebbe essere anche questo, sebbene la maggioranza voglia dimenticarsene.

Esprimo quindi solidarietà a Peter Watts e ammirazione e apprezzamento per il clima di calore umano che ho visto crearsi attorno a lui. Spero che la situazione si risolva per il meglio e che alla fine, come merita, sia la giustizia a prevalere. My two cents from Italian rift.

Over.

Steampunk Reloaded

Posted on Ottobre 24th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Fantascienza | 2 Comments »

Ottobre, ormai agli sgoccioli, è stato per Tor.com - ricco portale web dell’editore americano Tor - consacrato allo steampunk. Ma è da qualche tempo ormai che assistiamo a una nuova stagione di interesse intorno al sottogenere forse più sovversivo maturato in seno alla fantascienza. Nel Regno Unito, che come dimostrano le esperienze del new weird e del filone postumanista è tornato a occupare una posizione di avanguardia di fronte alle sensibilità montanti nel fantastico, lo steampunk è in fase crescente da un pezzo. Una comunità di allegri attaccabrighe si è coaugulata intorno alla Steampunk Magazine, che ha avuto anche un’emanazione italiana grazie a una delle comunità undeground più interessanti nel nostro panorama culturale nazionale.

La rivista Ruggine è uscita con un numero 0 e un primo numero, liberamente scaricabili. La Guida Steampunk all’Apocalisse, nata dal collettivo che sta dietro la Steampunk Magazine, è stata tradotta da Regina Zabo, che ho avuto il piacere di conoscere elettronicamente negli ultimi mesi, grazie a un progetto che ci vede coinvolti entrambi. Insieme al più steampunk degli scrittori connettivisti, Simone Conti. E a tanta altra gente, nomi noti nel settore e altri prestati invece al genere. Non esito a definirlo un progetto importante e ambizioso.

[Inciso promozionale: anche la Guida Steampunk all'Apocalisse, imprescindibile manuale in caso di collasso della nostra civiltà ipertecnologica, è disponibile in free download.]

La comunità steampunk evolutasi intorno alla firma di Margaret Killjoy è interessante per vari aspetti, che vanno dall’attivismo politico strettamente inteso (come dimostra quest’ultima mobilitazione) alle battaglie per la difesa dell’ambiente e l’adozione di una logica dei diritti culturali alternativa all’obsoleto copyright. Ma forse la caratteristica più bella è lo spirito anarchico intriso di un umorismo dissacrante, la capacità di rendere credibile un’alternativa del futuro a bassa tecnologia. E qui i nuovi steampunk divergono dai “classici”, consolidatisi con le visioni di Jeter, Gibson & Sterling, Blaylock, Powers e Di Filippo. Se la letteratura può riscrivere le regole del passato, perché mai gli attivisti non dovrebbero dedicarsi alla forma del futuro?

La bellezza dello steampunk, dal mio punto di vista, è sempre stata questa sua carica sovversiva: riformulare la classica domanda alla base della fantascienza (what if…?) in una declinazione storica (cosa sarebbe successo se…?), senza trascurare - a differenza dell’ucronia - l’aspetto tecnologico della faccenda. In definitiva, è sempre il solito vecchio trucco degli specchi deformanti per cogliere meglio l’essenza della realtà: e con lo steampunk - altro punto di divergenza dall’ucronia - a prevalere è l’attualità, piuttosto che la storia. Se l’ucronia gioca su ipotesi legate a episodi storici precisamente identificabili, lo steampunk si confronta con le radici tecnologiche della nostra civiltà. Non a caso le opere fondanti del filone sono tutte ambientate in epoca vittoriana, tempi di positivismo e di grandi cambiamenti all’orizzonte. Provate a leggere cosa diceva qualche anno fa il grande Paul Di Filippo, autore della magistrale Trilogia Steampunk.

La cosa interessante del progetto a cui accennavo poche righe sopra, è che prova a portare lo steampunk in Italia attraverso un’iniziativa collettiva e la costruzione di uno scenario condiviso di inizio Novecento. Ho consegnato la revisione del mio racconto da un paio di giorni. Ne accennavo tempo fa. Se la stesura in sè mi ha portato via buona parte del mese di agosto, il cosiddetto world-building ci ha tenuti impegnati per qualcosa come sette mesi. E’ stato il primo racconto che ho ambientato a Milano, nonché il primo in cui mi si è resa necessaria un’opera di ricostruzione d’ambiente, senza molti margini per l’improvvisazione per quanto non siano mancate le opportunità per inventare. Sono soddisfatto come raramente mi è capitato in passato, ma adesso a prevalere è la curiosità delle reazioni dei lettori di fronte a questa operazione. Torneremo ad aggiornarci nel 2010.

Nel frattempo, il materiale per rispolverare la vostra conoscenza della fantascienza a vapore non vi mancherà: seguite i link di questo articolo e divertitevi!

[Immagine di Marcin Jakubowski, Titanomachy – Fall of the Hyperion. Via Templates.com.]

Un punto di vista sul futuro

Posted on Settembre 8th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Sul blog di Paolo Marzola, che ringrazio pubblicamente per lo spazio e per l’interessante occasione di confronto su questo tema. E sulla fantascienza.

Stelle senzienti

Posted on Luglio 3rd, 2009 in Fantascienza, Letture, ROSTA | 1 Comment »

L’ultima perla di Lucius Shepard edita in Italia, recensita oggi su Fantascienza.com. E per il fine settimana un’immagine elaborata a partire dagli scatti di Chandra, che continua a scrutare la notte eterna ai confini del cosmo.

HDF 130. Credits: NASA, via Gruppo Locale.

On writing science fiction

Posted on Gennaio 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Sezione π² | 5 Comments »

Stimolato da una di quelle domande indiscrete che non dovrebbero mai porsi a uno scrittore - e brava Pauline! - Vittorio Catani ci ha regalato un lungo e dettagliato intervento sul rapporto tra autore, idee e scrittura nell’ambito della fantascienza. In due puntate (che potete leggere qui e qui) il Vikkor riassume la sua posizione in merito, alimentando un dibattito che è poi proseguito sulle pagine di Davide Mana.

Paola Bravi, che ha acceso il confronto nella lista Yahoo! Fantascienza-I, è una delle persone verso cui nutro un pesante debito di riconoscenza. E’ stata tra le mie prime lettrici (in effetti, per un lungo periodo la sua presenza mi ha rassicurato sull’esistenza di una lettrice che non fosse mia madre…) e, in assoluto, tra le prime con cui mi sono confrontato, privatamente, sul tema della mia scrittura. Direi che è l’occasione giusta per tornare sull’argomento. Mi sforzerò quindi di raccogliere considerazioni e impressioni senza farla troppo lunga (è una promessa… mi impegnerò!). Il punto è che è dannatamente difficile (okay, okay… non mi sto già rimangiando la parola).

Catani fa giustamente notare come l’idea sia centrale nella stesura di un lavoro di fantascienza, che non a caso è stata a lungo reputata letteratura d’idee, in maniera decisamente riduttiva. La science fiction è molto di più, inutile spiegarlo a chi abbia avuto a che farne, e chi non ha avuto il piacere farebbe meglio a scoprirlo da sè per non privarsi di un privilegio tanto accessibile da essere sempre più sottovalutato. Ma è indiscutibile che senza le idee a sorreggerla non avrebbe granché significato scriverne. Non voglio dilungarmi, anche perché è giusto e opportuno che le considerazioni tutte condivisibili di Catani le leggiate sul suo blog. Ma voglio sviluppare in maniera un po’ più sistematica il discorso sulle potenzialità della fantascienza nella prospettiva di chi scrive. Insomma, perché uno scrittore sceglie la fantascienza e non un qualsiasi altro genere?


Angels fall first, War in Heaven, by Strangelet (via Fantasy Art Design).

Innanzitutto, non è affatto detto che chi scrive fantascienza non debba poter scrivere anche di altro. Si sprecano gli esempi di scrittori che si sono impegnati su più fronti, dalla fantascienza al fantastico fino al poliziesco o al thriller. Ma questo rafforza la convinzione che la fantascienza possa vantare degli strumenti che, in determinate circostanze, la rendono più appetibile di ogni altro genere. Se si scrive science fiction, lo si fa per sfruttare un valore aggiunto e questo surplus deriva dalla prospettiva che i suoi strumenti ci danno sulla dimensione del tempo. Guardare il presente dal futuro è un po’ come scrutare il panorama di una città da un grattacielo: si gode di una posizione privilegiata, che consente uno sguardo se non onnicomprensivo quantomeno in grado di abbracciare una vastità di spazi inaccessibile dal livello del suolo. Stesso discorso per il tempo.

Questa prospettiva e il buon esito dell’osservazione dipendono in maniera inestricabile da due prerogative che la fantascienza condivide con i generi contigui: il worldbuilding popolarizzato proprio dalla fantascienza e portato allo stato dell’arte anche al di fuori dei confini del genere (si pensi al contesto ludico di videogiochi e RPG) e il rigore con cui ogni operazione immaginifica deve essere disciplinata. Worldbuilding, dunque, lungo un canale che riallaccia la fantascienza al bacino del fantastico; e metodo, lungo una direttrice diversa che riconduce la science fiction ai generi per cui un meccanismo di precisione è imprescindibile, che potremmo raccogliere sotto l’ampio ventaglio che consente l’accezione della crime fiction (giallo, thriller, poliziesco, anche il noir, perché serve una disciplina estrema per far funzionare l’irruzione del caos della vita nel congegno narrativo).

La costruzione dell’universo immaginario è tipicamente la parte più coinvolgente del lavoro: vedere una città prendere vita dalla pagina, strada dopo strada, oppure assistere semplicemente all’irruzione del mondo nel microcosmo dei personaggi (attraverso uno qualunque dei molteplici espedienti concessi a chi scrive fantascienza: linguaggio, cultura, costume, storia, attualità) racchiudono quegli istanti di entusiastica frenesia in cui si ha la sensazione di sperimentare in prima persona la nascita di qualcosa di vivo. Il discorso vale nella sua pienezza per un romanzo, ma si applica senza troppi problemi anche alla dimensione breve del racconto: sia perché capita spesso che i racconti ricadano in uno sfondo comune, messo a punto dall’autore storia dopo storia, dettaglio dopo dettaglio; sia perché anche nel caso di racconti isolati, per fare in modo che la storia funzioni senza dare l’impressione di svolgersi su un fondale di cartapesta, in qualche modo occorre evocare uno sfondo vivo. Ed è triste constatare la diffidenza tipica della cultura italiana per questo aspetto fondamentale del processo creativo sotteso alla scrittura (cosa che mi è stata fatta notare da Salvatore Proietti). Credo che un esempio emblematico della mia esperienza con il worldbuilding possa essere considerato Sezione π², in cui ci sono un tentativo compiuto (non so se riuscito) di reinvenzione di un ambiente urbano (la geografia stravolta di Napoli, dell’Hinterland e della Cintura del Kipple) e una costante intrusione dell’Esterno nel mondo di Vincenzo Briganti (intrusioni che, contraffatte dal Blue-K, a un certo punto ridefiniscono la sua stessa percezione del reale).

L’applicazione del metodo è invece la parte del lavoro che comporta più sacrificio, ma che tipicamente si rivela indispensabile per far funzionare le cose. Il paragone immediato è con il meccanismo narrativo di una trama spionistica oppure gialla: il metodo è imprescindibile, detta i tempi e i modi della narrazione, il dosaggio delle idee e il ritmo delle loro occorrenze. Messa in questo modo potrebbe sembrare la parte spiacevole del lavoro, ma non è così. La cosa interessante è che i problemi con cui ci si trova a fare i conti sono di volta in volta diversi, per cui non si corre il rischio di annoiarsi con l’applicazione di una procedura industriale standardizzata. Il metodo, è bene saperlo, non lo si possiede fino a quando non lo si acquisisce. Non si compra, non si ha per dote innata (salvo rarissimi casi, non il mio). Ma lo si può apprendere con la giusta applicazione e, solitamente, nell’affinarlo un editor gioca un ruolo fondamentale (al punto da cominciare a sentire i suoi suggerimenti in onda direttamente nel vostro impianto craniale: non così, così è meglio, non esagerare, etc.).

A stesura ultimata, si impone il rispetto categorico del precetto kinghiano: scrivi con la porta chiusa, rileggi con la porta aperta. Tutto quello che si è scritto deve essere riletto come se a leggerlo fosse una persona diversa dall’autore. Il che significa smettere le idiosincrasie dell’artista e vestire la tuta dell’operaio. Di solito è a questo punto che vengono fuori i più belli tra i nodi al pettine. Roba che, nei casi peggiori, può obbligare anche alla riscrittura (mi è successo di recente, con un racconto che credevo finito, ma che non lo era affatto, malgrado tutti i miei sforzi di dargli una struttura narrativa solida e un background trasparente. Risultato: da riscrivere, e sono già in ritardo di un mese!). Mi capita spesso di scrivere di slancio. Ma prima di pervenire a una versione definitiva da proporre alla lettura di terzi, solitamente non posso fare a meno di passare attraverso un numero variabile di fasi intermedie.

La verità è che la mia scrittura è figlia di una sequenza di approssimazioni successive.

Se una notte d’autunno…

Posted on Novembre 1st, 2008 in Connettivismo, Letture | 2 Comments »

Ieri sera, complice un tempo da cani e una giornata ancora peggiore, ho deciso di celebrare la vigilia di Ognissanti, che per tutto il mondo occidentale ormai è semplicemente Halloween, con la lettura di un libro in sintonia con l’atmosfera di questi giorni. Ho così ripreso in mano Il popolo dell’autunno (Something Wicked This Way Comes, 1962) che già in due diverse occasioni avevo provato a leggere, in tentativi che ragioni contingenti mi avevano sempre costretto a interrompere. Ho ritrovato così Jim Nightshade e Will Halloway, le loro scorribande per un paese che, con gli opportuni distinguo, potrebbe essere un qualunque paese di provincia del mondo, in USA come in Italia come in Francia. Le pagine di questo libro trasmettono un senso di nostalgia che stringe le viscere, una nostalgia che non è solo rimpianto per qualcosa che è fuggito via per sempre (come testimoniano certe reazioni degli adulti del paese), ma è soprattutto una nostalgia delle potenzialità, che fa presto a ingenerare nel lettore la percezione di una inquietudine strisciante, costantemente sul punto di tramutarsi in angoscia. Le pagine scorrono via veloci, dopo aver incontrato di nuovo il Venditore di Parafulmini, e la scrittura avvolgente di Ray Bradbury riesce a evocare dagli odori acri e i colori di una stagione, in rapide pennellate, il presagio di uno sconvolgimento incombente:

“E se è già il 20 ottobre e tutto odora di fumo e il cielo è color arancio e grigio al crepuscolo, sembra che Halloween non verrà mai, in una pioggia di manici di scopa e in un fiottare sommesso di lenzuola agli angoli delle strade.
Ma in un anno strano, buio, lungo e assurdo, Halloween venne in anticipo.”
 

 

Poi, mentre leggevo, ho notato la copertina di un altro libro che mi scrutava dalla scrivania, in mezzo agli altri libri lì depositati in attesa di essere letti, pronti per qualche occasionale sfogliata a caccia di uno spunto o in risposta a un impulso di curiosità. Il libro è Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) di Italo Calvino, che proprio l’altra sera avevo tirato fuori dalla libreria per rileggere un passaggio che mi era improvvisamente affiorato alla memoria. E così, nel volgere di qualche secondo, mi sono ritrovato ancora una volta nei panni del Lettore, che salta da un libro all’altro per effetto di un dispositivo narrativo diabolico, condannato a non poter terminare la sua lettura.

Calvino è stato e resta uno scrigno di pensieri e lezioni fondamentali per qualunque lettore vorace (e, ancor più, per chiunque voglia azzardarsi a imbrattare carte di inchiostro). La maestria con cui riesce ad avvincere, con le sue storie e con la sua tecnica, è tale che mi ha tenuto ancora una volta incollato alla pagina fino a notte fonda, e stamattina per prima cosa sono andato a riprendere il libro per ultimarne gli incipit rimasti in sospeso. Non è solo la forza dell’attacco, di cui ci imbottiscono la testa manuali e corsi di scrittura. Il segreto vero, come suggerisce proprio Calvino, è nello spettro di possibilità che si spalancano di fronte a chi scrive - come a chi legge - attraverso la finestra delle prime pagine di un libro. L’incipit è come la soglia di un intero universo: per convincerci a muovere un passo oltre questo immaginario limite (che poi è il confine tra la realtà, con i suoi rumori, e la storia, con le sue suggestioni) deve saperci intrigare adombrando le potenzialità di quello che verrà dopo.

Ci sarebbe poi da soffermarsi sul presunto intento totalizzante della scrittura di Calvino (eventualità da lui stesso disconosciuta nella presentazione che precede il romanzo nell’edizione Oscar Mondadori), sul variegato spaccato dei tipi di romanzo che l’autore propone al lettore. Ma è un piacere che si può cogliere solo addentrandosi nella lettura di un libro simile, capace di esercitare il suo potere magico al di là dell’intervallo delle sue pagine.

[Il tramonto d'ottobre è fotografato da Ann.]