La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 4 Comments »

La fantascienza letteraria presenta una serie di caratteristiche che la differenziano dalla sua omologa cinematografica. Di fatto, pure se i due media – la letteratura e il cinema – si scambiano linfa a vicenda, in una trasfusione continua di idee e soluzioni estetiche (come dimostra il caso emblematico del cyberpunk), a mio modo di vedere i due ambiti conservano peculiarità tanto marcate da preservarne la distanza.

Un’opera cinematografica di fantascienza (meno una serie televisiva, che ha a disposizione uno spazio mediamente più lungo per sviluppare il contesto in cui agiscono i personaggi) risente della necessità di esaltare le proprie caratteristiche di immediatezza: ne va della sua fruizione, e quindi del raggiungimento delle grandi masse, e di conseguenza del ritorno economico dei suoi finanziatori, che sono prima di tutto investitori. Un’opera letteraria di fantascienza, in fase di gestazione, risente di molti meno vincoli creativi. Innanzitutto, non ci sono quasi mai tutte le diverse istante rispondenti ai diversi membri della produzione da coniugare tra loro. Lo scrittore è solo. Può permettersi una maggiore libertà e parte di questa libertà si traduce nella possibilità di far riferimento a un immaginario consolidato. Ogni romanzo o racconto di fantascienza assume una valenza “amplificata” dal rapporto dialettico con il background del genere, costituito da tutte le opere e i filoni letterari che l’hanno preceduta.

Per la fantascienza letteraria questa forma di retroazione, questo feedback ininterrotto con la storia del genere, è un requisito fondamentale: essendo il fantastico l’unico genere per il quale il lettore non ha un contesto pronto e già noto in cui orientarsi, ma deve invece fare i conti con il worldbuilding operato dall’autore, condividere con quest’ultimo dei riferimenti minimi (concordare per esempio su espedienti narrativi che non trovano un riscontro univoco nella realtà, come possono essere un viaggio nel tempo, una storia alternativa, un’astronave interstellare, oppure – per dire – un infundibulo cronosinclastico) è imprescindibile per la buona riuscita dell’opera.

Al contrario, il cinema può concedersi una maggiore autonomia dalla storia del genere. Tino Franco faceva giustamente notare che il cinema lavora su canali diversi da un libro. Mi permetto di aggiungere che questi canali sono anche più numerosi rispetto alla narrativa, dove l’unico canale è dato dalla “connessione empatica” che l’autore riesce a instaurare con il lettore, ovvero la capacità di sospensione dell’incredulità che il primo riesce a negoziare con il secondo per raccontargli la propria storia mediata da un foglio di carta (di cellulosa o elettroni). Il cinema può giocare sulla visione e sull’ascolto, canali molto più immediati rispetto alla (non tanto) semplice elaborazione del testo che è richiesta dalla letteratura, che richiede al “fruitore” molta più pazienza, attenzione, partecipazione attiva nel processamento dei significati.

Possiamo riscontrare una familiarità, talvolta anche molto forte, tra pellicole diverse, ma il campo gravitazionale che tiene insieme i film di fantascienza secondo me è di qualche ordine di grandezza più debole rispetto a quello che tiene insieme i romanzi e i racconti di autori anche molto diversi tra loro, magari anche lontani nel tempo e nello spazio. Oltretutto, per via della sua marcata attitudine alla contaminazione, la fantascienza si presta molto all’ibridazione con altri generi, per cui è naturale che tanto sulla carta quanto al cinema le visioni futuribili finiscano spesso per sconfinare in generi limitrofi, dall’horror al poliziesco, passando per il noir, il romance, l’avventura, il racconto di guerra, la spy-story. Da questa facilità di interfaccia, combinata con la vastità dell’immaginario fantascientifico capace di spaziare dalla space opera all’inner space, dai mondi simulati alla storia alternativa, alla distopia, scaturisce la naturale ricchezza del genere. Ma più ci si allontana dalla capitale dell’Impero, più le province traballano sotto il peso della pressione esterna. Al cinema, in particolare, dove le esigenze della cassa sono più forti di qualsiasi proposito artistico (e quanto più costa tradurre una visione in pellicola, tanto maggiore è il pubblico a cui deve arrivare per ripagarsi), la minore coesione interna del genere rafforza l’attrazione “centrifuga” verso i territori limitrofi.

Alcuni esempi, per non restare nel campo della pura supposizione: Blade Runner e Strange Days verso il noir, Alien verso l’horror, Minority Report verso il poliziesco, Eternal Sunshine of the Spotless Mind verso il sentimentale. In Avatar, per esempio, sotto la superficie plasmata dal gusto estetico di Roger Dean, il cinema bellico alla Apocalypse Now e la mitologia western (da Pocahontas a Balla coi lupi) giocano nell’economia dell’intreccio un influsso molto più marcato di un intero secolo di cinema di fantascienza. Esiste, certo, un interscambio orizzontale, ma non sempre: Donnie Darko, per esempio, sembra un corpo estraneo nell’ambito di una qualsiasi panoramica del genere. E in ogni caso la corrente che scorre da 2001: Odissea nello Spazio a Inception non sembra più forte di quella che scorre verso il capolavoro di Christopher Nolan da Heat oppure dai film di James Bond. E questo esempio particolare mi induce ad arrischiarmi su un terreno ancora più infido e pericoloso: spesso, esistono maggiori punti di contatto tra un film di fantascienza e un’opera di fantascienza proveniente da un medium diverso (come magari può essere un libro), piuttosto che tra lo stesso film e tutti gli altri film di fantascienza che lo hanno preceduto. Inception, sia pure con i suoi numerosi richiami a un immaginario di genere già consolidato al cinema, non somiglia più a Neuromante che a Blade Runner? Non vi ritroviamo più tratti comuni con Zelazny, Dick e Galouye che con Matrix, eXistenZ e Dark City?

I capolavori cinematografici di genere – 2001, Blade Runner, Inception, per citarne solo tre emblematici, sufficientemente distanti tra loro da rappresentare delle pietre di paragone per le rispettive generazioni – possono permettersi di “strappare” con il passato, e rifondare un intero immaginario. Nella fantascienza scritta, non è così che funziona: senza la social SF , Alfred Bester e Fritz Leiber, non avremmo avuto gli autori della new wave; senza la new wave non avremmo avuto Neuromante e tutto quello che è venuto dopo; senza la new wave e il cyberpunk non avremmo avuto Accelerando; qui il cammino procede in maniera incrementale, non selettiva. E troviamo questo schema replicato in misura analoga anche in opere di seconda, terza, n-sima fascia, indifferentemente.

Un film di fantascienza è prima di tutto un film, dell’etichetta può fare a meno. Un libro di fantascienza, al contrario, comunque la si metta, è fantascienza, che l’etichetta ci sia o meno.

Se un genere si riconosce prima di tutto dai suoi autori, al cinema il gruppo di autori che possono essere riconosciuti universalmente come autori di genere è estremamente risicato, se non proprio evanescente come concetto. In letteratura, il gruppo è decisamente più nutrito, più facilmente individuabile, e anche quando un autore di fantascienza si dedica ad altri generi (il poliziesco, il fantasy), il più delle volte continua comunque a essere riconosciuto come autore di fantascienza (a patto che non si chiami George R.R. Martin). Probabilmente, anche per via dei diversi ordini di grandezza in termini di bacino di utenza, a differenza dell’impero dei sensi che è il cinema la fantascienza letteraria è più simile a una piccola repubblica, forte di una sua coesione intrinseca, soggetta a forze centripete.

Sbaglierò, ma sono queste le tendenze dominanti che mi sembra di scorgere in una qualsiasi rassegna di titoli, di autori e di filoni si voglia tirar fuori.

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Puntate precedenti:
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Posted on Ottobre 30th, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 12 Comments »

Next-Fest è il nome che Sandro Battisti, Gabriele Calarco ed io abbiamo scelto, non senza una certa ambizione di rottura con il passato delle nostre convention, per la prima adunata connettivista ospitata nella Capitale. Che poi, parlare di Capitale presuppone comunque una certa ampiezza di vedute, vista la collocazione nella cornice del Laurentino 38 che se non altro ci è valso un tentativo di contribuire alla vitalità culturale delle periferie romane.

Laurentino 38 è “il quartiere dei poeti e degli scrittori”, per usare le parole di Luca Ferrari che accompagnavano la sua mostra fotografica sulla zona, da cui l’immagine soprastante è tratta. Nella sua toponomastica è codificato il Novecento italiano, insieme a pezzi sparsi della letteratura francese, di quella americana, di quella russa. Non è per questo che in genere il quartiere viene ricordato, comunque. L’edilizia urbana degli anni ’70 e ’80 da queste parti ha saputo produrre rimarchevoli scempi architettonici e vi si respira un’atmosfera decadente, specialmente di sera. Nei tre giorni della manifestazione, alcune decine di appassionati si sono avventurati in questa estrema periferia romana, a un quarto d’ora di odissea postmoderna – su un autobus traballante dell’ATAC – dal capolinea della Linea B delle metropolitane capitoline, per partecipare ai panel e discutere con altri appassionati di fantascienza, immaginario, vita, universo e – non poteva mancare – tutto il resto. Sfidando i diluvi che si sono ripetutamente abbattutti su Roma venerdì e la sorte (metropolitana in tilt nel pieno pomeriggio del giorno d’apertura proprio per il maltempo). L’ultimo giorno ha poi registrato un picco di visitatori per le presentazioni pomeridiane dell’e-book Crepe nella realtà di Mario Gazzola (ALEA eBooks), del progetto grafico di Gabriele Calarco Post-Humans, il mondo senza uomini in immagini e per la proiezione del cortometraggio “Io ritengo” di Alessio Merulla con Elio Venutolo. Nel dibattito sul cinema che è seguito, a partire da una provocazione che non c’è stato purtroppo il tempo di sviscerare a fondo come sarebbe stato opportuno, gli autori intervenuti hanno cercato di portare la loro esperienza e rapportarla, ove possibile, con l’immaginario di genere, lo stesso con cui i connettivisti hanno voluto fare i conti nell’arco di questa manifestazione. Colgo l’occasione per ringraziare Tino Franco, Michele Salvezza e Tommaso Ragnisco (autore anche della fantastica locandina) per i loro preziosi contributi.

Questo intervento vuole appunto essere uno sviluppo delle riflessioni innescate dal dibattito, se non altro prima che il confronto deragliasse ed esigenze di tempo e di decenza ne imponessero la chiusura, e nasce in parte come risposta alle riserve espresse nei riguardi dei connettivisti da Pier Luigi Manieri. Obiezioni spesso comprensibili, ma altrettanto spesso motivate anche da un pregiudizio dettato dalla scarsa familiarità con il nostro lavoro. Quasi mai, in ultima istanza, condivisibili.

I connettivisti nascono prima di tutto come autori: sono scrittori, poeti, artisti, talvolta videomaker, forti dell’esperienza della rete. La prima forma di aggregazione è stata storicamente rappresentata dai blog, poi è venuto il movimento, inteso come naturale estensione dello spazio di sperimentazione trovato nell’immediatezza del web 2.0: il connettivismo nasce da qui e può essere interpretato in maniera molto intuitiva come un incubatore. Di idee, di visioni, di metodi e di modelli. È inutile, anzi “stucchevole”, pretendere di volerne parlare senza essersi mai scomodati a leggerne anche solo mezzo racconto. E i racconti converrebbe comunque leggerli fino in fondo, perché la storia ci insegna che talvolta riservano un finale a sorpresa.

Ma entrando più nel dettaglio dei contenuti per venire incontro ai neofiti e ai profani, cos’è che fanno iconnettivisti? In linea di massima e per forza di cose semplificando il discorso, possiamo sostenere che ci sforziamo di elaborare un tentativo di interpretazione del mondo, che spazia dall’attualità contingente alla riflessione più generale sulla condizione umana, da una prospettiva che è la chiave di tutto in quanto consente di “storicizzare” il presente: il futuro. Anche per questo i connettivisti sono prima di tutto appassionati di fantascienza. Dalla fantascienza abbiamo mutuato la chiave della trasfigurazione così come quella dell’estrapolazione, e nella fantascienza troviamo quella congeniale forma di sintesi tra cultura scientifica e tecnologica e ambito umanistico che ci contraddistingue.

Il discorso sul rapporto tra fantascienza e cinema si prestava bene a suggellare la nostra tre-giorni anche per un altro motivo, che spero diventerà più chiaro nel prosieguo. In tre interventi concatenati, che usciranno sullo Strano Attrattore nei prossimi giorni, cercherò di delineare il mio punto di vista su ciò che ci proponiamo di fare e a cui volevamo dare visibilità nel palinsesto della convention. Non è l’unica direzione in cui stiamo lavorando, ma una delle possibili. E, ritengo, anche molto promettente.

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Futuro Remoto: un viaggio tra scienza e fantascienza

Posted on Ottobre 7th, 2012 in ROSTA | 3 Comments »

Futuro Remoto è una manifestazione di divulgazione della cultura scientifica e tecnologica che si tieneannualmente a Napoli, ospitata dalla Città della Scienza. Con il tempo ha visto aumentare l’afflusso di pubblico fino ad attestarsi come uno degli eventi più importanti del settore in Europa. Quest’anno è giunta alla 26esima edizione e con il titolo Le Fabbriche del Cielo ha aperto i battenti lo scorso 4 ottobre. Per un mese i curiosi potranno visitare le esposizioni e partecipare alle conferenze e ai seminari, che in occasione del sessantesimo anniversario della nascita ufficiale della fantascienza in Italia e dell’uscita primo numero dei romanzi di Urania riserveranno grande spazio anche al nostro immaginario.

In particolare, sabato e domenica prossimi, 13-14 ottobre, Futuro Remoto dedicherà un ciclo di panel e dibattiti inquadrati nelle celebrazioni dei 60 anni di fantascienza in Italia, con ospiti Giuseppe Lippi, Carmine Treanni, Gian Filippo Pizzo, Donato Altomare, Francesco Troccoli e Adolfo Fattori. Invitato da Roberto Paura, che ringrazio immensamente, domenica sarò presente anch’io, per parlare con Salvatore Proietti di fantascienza in Italia e nel mondo, e poi per partecipare a una tavola rotonda sul futuro del romanzo di fantascienza. Gli orari sono ancora un po’ ballerini, ma sul sito ufficiale della manifestazione saranno pubblicati tutti gli aggiornamenti eventualmente necessari.

Potete scaricare il programma completo da questo link. I partecipanti alle due giornate avranno il diritto a un biglietto scontato per visitare la Città della Scienza durante il week-end, al costo di 11 euro. Maggiori informazioni ai link segnalati. Come si dice in questi casi: accorrete numerosi!

Urania compie 60 anni

Posted on Ottobre 1st, 2012 in Fantascienza, ROSTA | 1 Comment »

Arriva nelle edicole il nuovo numero di Urania, un numero a tutti gli effetti speciale: cambio di veste grafica (da tascabile a formato-libro, più grande, sulla scia dei cambiamenti già introdotti dalle collane sorelle dei Gialli e di Segretissimo) e celebrazione di un grande traguardo. Il 10 Ottobre del 1952 usciva infatti il primo numero dei Romanzi di Urania.

Da 60 anni Urania, in altre parole, è una presenza fissa sugli espositori delle edicole. È un numero che dà il senso della prospettiva storica e all’appassionato come me, che ha avuto la fortuna di pubblicare sulle sue pagine, desta una certa vertigine. Urania ha quasi il doppio dei miei anni, ha foraggiato almeno tre – forse quattro, in questi conti sussiste una certa arbitrarietà – generazioni di lettori, e per tutti, in Italia, è sinonimo di fantascienza. L’identificazione è stata forse agevolata dalla lungimiranza di Giorgio Monicelli, il suo leggendario primo curatore, che ebbe l’ispirazione di coniare il neologismo per un genere di importazione che i lettori italiani già conoscevano ma faticavano forse a identificare con chiarezza, oltreché l’ardire di presentare quel primo volume (per la cronaca, come molti ricorderanno, si trattava de Le sabbie di Marte di Arthur C. Clarke, e per il sessantennale il Curatore Maximo ha deciso di omaggiare Mr. 2001 con il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Frederik Pohl, autentica leggenda vivente, uno che ha praticamente visto nascere la SF) addirittura come un classico.

Quante cose sono accadute da quel 10 Ottobre 1952? Lo Sputnik, Yuri Gagarin, il Programma Apollo, le sonde Voyager, il ritorno delle missioni marziane automatizzate. E ancora: internet, i cellulari, i tablet, il mondo costantemente connesso; la scoperta del DNA, il sequenziamento del genoma umano, la clonazione; il nucleare civile, la fisica delle particelle, le osservazioni cosmiche di Hubble, il bosone di Higgs. Nata in piena guerra fredda, Urania è sopravvissuta alle guerre di Corea, del Vietnam, delle Falkland, dei Balcani, del Golfo, alla dissoluzione del Patto di Varsavia, ha assistito all’ascesa di nuove superpotenze e affronta indomita le onde burrascose della crisi che sta spazzando l’Occidente. È un bel risultato, per una semplice, umile collana di fantascienza.

Diversamente da molti miei colleghi appassionati, non ho scoperto il genere sulle sue pagine. Ma ricordo il primo volume acquistato: Il mondo che Jones creò di Philip K. Dick, in ristampa nei Classici. Era il 1996, il libro mi occhieggiava da un’edicola calabrese. Non so se fosse lì dal 1987 – probabilmente era stato ripescato dalle scorte che l’edicolante teneva da parte per la stagione turistica – ma fu come riconoscersi a prima vista, per me che non avevo mai avuto un Urania per le mani: un colpo di fulmine! È stato solo il primo di centinaia di volumi, acquistati all’uscita o recuperati nel mercato dell’usato. Centinaia di Urania campeggiano oggi nelle mie librerie (parlo al plurale, calandomi nella condizione di sdoppiamento bipolare dell’emigrante). Guardarli mi trasmette ogni volta un senso di felicità. Perché tra gli alti e i bassi della sua storia – in particolare durante le gestioni F&L – e fino all’ultima ventennale gestione Lippi, passando per la cura di Montanari, non sono state rare le perle dispensate ai lettori. E mi allieta l’idea che molti di quei volumi esposti sui miei scaffali siano ancora da leggere e da gustare. Con l’augurio che Urania molti altri ce ne sappia offrire in futuro, con il piacere della scoperta rinnovato anche dall’adattamento del formato, che promette un allineamento con le edizioni da libreria, mettendo da parte ogni possibile soggezione legata al tascabile, a cui pure resto mio malgrado affezionato.

Lunga vita a Urania e buon lavoro a Giuseppe Lippi e a chi continua con lui a fare in modo che la buona fantascienza non manchi mai sulle nostre pagine, cartacee ed elettroniche!

Edit del 16-10-2012: Da ieri è on-line il numero 148 di Delos SF, della cui ricca offerta fa parte uno speciale a cura del direttore Carmine Treanni sui 60 anni della fantascienza in Italia e di Urania, che comprende in forma condensata e rivista anche questo mio intervento, accanto ai punti di vista di altri operatori del settore. Buona lettura!

Nella Zona Morta

Posted on Settembre 12th, 2012 in ROSTA | 4 Comments »

Filippo Radogna, giornalista lucano e grande appassionato di fantastico, mi ha intervistato per le pagine web de La Zona Morta, portale fondato e diretto da Davide Longoni. Desidero ringraziarli entrambi: Davide per l’ospitalità, Filippo per l’attenta e scrupolosa disamina del mio lavoro, che mi ha consentito di dilungarmi su temi che solitamente restano esclusi dalle interviste canoniche. E non sarà l’ultima, perché a breve uscirà una seconda chiacchierata su temi più prettamente legati al fantastico e al connettivismo, di cui vi renderò conto per tempo.

Intanto, mi sembra che, sebbene a scoppio ritardato, Il lungo ritorno di Grigorij Volkolak stia riscuotendo un certo interesse. E inoltre cominciamo a parlare del nuovo romanzo. Ma con Filippo ci siamo dilungati anche sulla situazione italiana in ambito fantastico e non solo, con un occhio di riguardo per le interazioni tra scienza, cultura umanista e tecnologia, spaziando da Vittorio Curtoni a Leonardo Sinisgalli, passando per Carlo Levi e Rocco Scotellaro. E il viaggio è proseguito oltre le frontiere planetarie e fisiche, con Neil Armstrong e Oscar Pistorius. Se siete curiosi, non vi resta che saltare alla prossima schermata.

SF, tra prospettive remote e trasfigurazione del reale

Posted on Settembre 5th, 2012 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Dario Tonani interviene sul blog di Daniele Barbieri, su invito di Mauro Antonio Miglieruolo, nell’ambito del Dossier SF da lui curato e a cui anch’io quest’estate ho potuto contribuire con le 7 puntate della mia Mappa del Futuro, che verrà presto riproposta sulle pagine di Next. L’articolo di Dario si propone di tracciare una sintesi degli ultimi anni di Urania, la storica corazzata della fantascienza italiana, e lo fa da una prospettiva che potremmo definire di svolta. Anche se, a ben guardare, io riscontro più una continuità dai lavori già intrisi di tinte fosche di Francesco Grasso e Lanfranco Fabriani ai nostri, piuttosto che una frattura. Ma si sa, “la storia non procede a balzi” e “niente si crea, niente si distrugge, ma tutto si trasforma” sono i principi cardine su cui ho costruito la mia visione del mondo.

Il contributo di Dario mi ha stimolato un’ulteriore riflessione, che riporto in questa sede leggermente modificata rispetto allo spazio dei commenti in calce all’articolo. A mio parere – mi scopro a ripetermi – esistono due tipi di SF: una per i tempi migliori e una per i tempi meno buoni. La prima può concedersi (e solleticare) grandi aspettative, ragionare su prospettive di periodo molto lungo, guardare alla frontiera esterna, che sia lo spazio o il tempo fa poca differenza. L’altra nasce invece dal bisogno di riflettere il reale, trasfigurando il presente. Entrambe hanno la loro dignità, ognuno di noi si è ritrovato a compiacerle entrambe, magari in fasi diverse della propria carriera, e in ogni stagione coesistono, ma con una rilevanza diversa.

Penso che la disamina di Dario sia sostanzialmente corretta nel riscontrare una prevalenza della fantascienza più cupa (distopica) a partire dalla seconda metà degli anni Zero, a differenza di quanto accaduto dieci anni prima, sul finire degli anni Novanta. Non è un caso se questi anni sono coincisi con una crisi economica della portata che tutti conosciamo. Sono stati anche gli anni di Obama, ma evidentemente la fiducia nel cambiamento non ha ancora fatto breccia. A differenza degli anni della Guerra Fredda, ci manca un sogno collettivo in cui credere, un progetto ideale che alimenti la nostra spinta per il futuro: allora era lo spazio, frontiera esterna che si prospettava ricca di risorse e potenzialità. Oggi abbiamo una frontiera “interna”, ubiqua, accessibile con un clic: la rete. C’è molta più fantascienza nelle nostre vite di quanta ve ne fosse negli anni Sessanta, come rileva Dario. E’ il mediascape di J.G. Ballard in cui siamo immersi. E come in un romanzo condensato di Ballard, fatichiamo a trovare una via d’uscita. A maggior ragione abbiamo quindi bisogno della fantascienza. Di quale dei due tipi, lasciamolo decidere agli autori e ai lettori, in base alle rispettive attitudini e necessità.

Io ritengo: anche i castelnovesi jauntano

Posted on Settembre 2nd, 2012 in Graffiti | 3 Comments »

Voglio ripartire subito con una segnalazione che mi tocca da vicino. Tre giovanissimi amici di Castelnuovo di Conza hanno realizzato un corto, sfruttando come location strade ed edifici del nostro piccolo ma mai abbastanza celebrato paese, curando in prima persona tutti gli aspetti della produzione, musiche incluse. Il che dovrebbe metterci al riparo dalle rivendicazioni del Sindacato Italiano Anonimi Estorsori, o almeno lo spero.

Il progetto è degno di nota per tre ragioni:

1. Si tratta, che io sappia, del primo cortometraggio girato da castelnovesi. A Castelnuovo.

2. E’ un cortometraggio di fantascienza, in fondo in fondo, anche se di tipo molto esistenzialista. Impossibile però non scorgere i punti di contatto con le opere di Alfred Bester, Audrey Niffenegger e - soprattutto per via della vena filosofica cui accennavo - Michel Houellebecq. Non so quanti di questi autori il regista e la sua crew abbiano letto. Mi auguro tutti… ma se così non dovesse essere, tanto più degno di nota sarebbe il risultato del loro lavoro.

3. Mi sembra realizzato proprio bene: storia non banale, soluzioni registiche ricercate, stacchi perfetti, musica originale e un’interpretazione che sembra tutt’altro che di esordienti. Lo scarto con tutte le produzioni con cui mi sono ritrovato a collaborare finora mi pare evidente. E questo, se da un lato mi riempie d’invidia, dall’altro è anche fonte d’orgoglio di fronte all’attitudine di una generazione che sta appena venendo fuori e che spero abbia molte altre cose da dire.

In poche parole, questo corto è la dimostrazione che anche i castelnovesi possono jauntare. Scusate se è poco… Io ritengo, di Alessio Merulla, con Elio Venutolo (protagonista e autore delle musiche), Antonio Mattiali e Onidia Ciriello, mi è piaciuto tanto da dovervelo segnalare. L’ho già fatto su Facebook. Mi ripeto qua. Guardatelo e smentitemi.

L’immaginario di SF, tra scienza, tecnologia e linguaggio

Posted on Maggio 7th, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | 4 Comments »

Credo che l’intervento sviluppato con Domenico Mastrapasqua in quel di Milano, in occasione della due-giorni del Fanta Festival Mohole lo scorso 30 marzo, sia stato uno dei più incisivi che sia mai riuscito a mettere insieme. Merito di 7di9, che con la padronanza dell’attore di lungo corso ha saputo tenere la scena con il massimo coinvolgimento da parte del pubblico, compensando i miei sproloqui. Per chi volesse sapere di cosa si sia parlato quella sera, e per i presenti che volessero prendere parte al dibattito che il nostro panel interlacciato si proponeva di innescare, da oggi una trascrizione dei contenuti è disponibile su Posthuman.it, per gentile concessione di Mario Gazzola. Buona lettura!

I 70 anni di Chip Delany

Posted on Aprile 3rd, 2012 in Connettivismo | 6 Comments »

Domenica scorsa 1° aprile Samuel R. Delany, detto Chip (per le ragioni illustrate in questo post dal decano Frederik Pohl), ha compiuto 70 anni. Figlio di un impresario di pompe funebri e di una bibliotecaria, cresciuto ad Harlem, attivo come scrittore, critico e docente, Chip Delany esordisce appena ventenne nel fantastico con I gioielli di Aptor e prima di compiere 30 anni (avete letto bene) pubblica un numero impressionante di storie che ritengo (liberi di contraddirmi, se ne avete il coraggio) delle pietre miliari nell’immaginario della fantascienza. Ecco qualche titolo: La Ballata di Beta-2 (1965), il dittico recentemente ricomposto di Stella Imperiale e Babel-17 (1966), Einstein perduto (1967), Nova (1968).

Negli anni ‘70 prende a esplorare i dintorni del genere in opere dai contenuti sessualmente sempre più espliciti, per le quali non disconoscerà mai l’etichetta di pornografia. In quegli stessi anni pubblica due lavori monumentali nell’ambito della fantascienza: Dhalgren (1975) e Triton (1976). Ho quest’ultimo qui di fianco a me, posato sulla scrivania, ma del tutto casualmente in questi giorni sto omaggiando l’autore con l’ennesima rilettura di Babel-17, che considero alla stregua di un vangelo per i miracoli che riesce a estrarre dal materiale non di primissima mano della space opera. Non fu un caso se Delany si attestò come capofila della New Wave, un po’ paradossalmente per un filone esploso nella letteratura fantascientifica britannica, viste le sue solide radici newyorchesi. Ma di Delany sono memorabili anche innumerevoli racconti: Sì, e Gomorra (1967), Corona (1967), Il tempo considerato come una spirale di pietre semipreziose (1968), La notte e gli amori di Joe Di Costanzo (1970), tutti connotati da una forte vena sperimentale e da un inconsueto spessore letterario, raccolte in Italia nel monografico numero 35 di Robot a lui dedicato.

Agli inizi degli anni ‘70 Delany cura con la moglie Marilyn Hacker, poetessa, il ciclo di antologie Quark, in cui raccolgono l’avanguardia della fantascienza del periodo dando ampio spazio alla poesia. Nel 1984 pubblica Stars in My Pocket Like Grains of Sand, che rimane tuttora la sua ultima opera strettamente aderente al genere, inedita in Italia (e forse gli ostacoli e le trappole che pone alla traduzione - a quanto mi riferisce un amico bene informato - non devono aver giocato un ruolo irrilevante nel determinare il disinteresse dei nostri editori). Negli anni ‘80 continua a cimentarsi nella serie sword and sorcery di Ritorno a Nevèrÿon. Ma l’intrusione di elementi fantastici non risparmierà le opere successive, spesso connotate da chiari risvolti autobiografici oltre che dall’attenzione crescente per la sfera sessuale.

Chip Delany condensa per me tutto ciò che di più bello riserva la fantascienza: lo stupore, il senso del meraviglioso, l’ardore speculativo, l’inclinazione postmoderna a fagocitare schegge di cultura e di immaginario, la sfida intellettuale, il montaggio vertiginoso delle trame, la dimensione umana indagata sotto una luce autunnale e crepuscolare. I suoi protagonisti sono quasi sempre reietti, scontano quasi tutti il peso di qualche tipo di diversità e se ne vanno in giro scalzi sui ponti delle astronavi e per le strade dei porti spaziali. Sono espressione dell’umanità del futuro: un’umanità vera, credibile, di cui rappresentano sempre - con le dovute peculiarità che li illuminano nelle folle anonime - le fasce più deboli. Per questo Delany, insieme ad Alfred Bester, altro maestro dimenticato, ha esercitato su di me un influsso ben più profondo e determinante di quanto sia dato vedere in superficie. Ed è un peccato che gli scaffali delle librerie non trabocchino delle loro opere, avrebbero davvero molto da insegnarci.

Magari prima o poi mi deciderò ad approfondire questo breve pezzo di presentazione. Nel frattempo vi lascio con gli omaggi dedicati da altri due appassionati alla sua figura imprescindibile. Una poesia di Roz Kaveney e un ritratto di Kile Cassidy.

Il 1° aprile è passato, ma ci tenevo comunque a rivolgere al buon Chip questo mio piccolo omaggio di compleanno. Mi sentivo in obbligo, dovendolo ringraziare per la quantità difficilmente misurabile di emozioni e insegnamenti che mi hanno regalato le sue opere. Auguri, Chip… ti aspettiamo di nuovo alle prese con la fantascienza! Dopotutto è casa tua e senza di te sarebbe un posto infinitamente meno interessante.

Perché la fantascienza

Posted on Aprile 2nd, 2012 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro | 3 Comments »

Come a dire: ce l’ha ancora un ruolo, questo genere votato per sua natura al futuro, in un’epoca in cui il futuro è come un muro contro cui rischiamo di sbattere il muso un giorno dopo l’altro? Se lo chiedono Matteo Persivale e Mario Porqueddu sul Corriere.it, per l’inserto Il Club de La Lettura. E con un po’ di confusione tentano di dare una risposta, coadiuvati dalle uscite che si sono accavallate negli ultimi anni di testi divulgativi tesi a tracciare il panorama del futuro e dalle impressioni degli specialisti Antonio Caronia, Valerio Evangelisti e Tullio Avoledo. Fresco della due giorni milanese per il Fanta Festival Mohole, in cui con gli amici presenti ci siamo immersi in un clima decisamente stimolante fatto di discussioni e di fervide riflessioni, e già reduce la settimana scorsa dal week-end della Deepcon, abbozzare le mie considerazioni diventa quindi un modo per prolungare agonisticamente il distacco da questa stagione delle convention.

Una triste realtà contro cui tutti gli appassionati finiscono prima o poi per scontrarsi, è che la fantascienza è ancora avvolta in un bozzolo di pregiudizi, false convinzioni, stereotipi e cliché che purtroppo si continua a far fatica a scacciare. Soprattutto qui in Italia, che paga anche lo scotto di una subalternità della cultura scientifica a quella umanistica. Pezzi come quello pubblicato sul Corriere.it, pur nella presumibile buona fede degli artefici e malgrado l’interessante fenomeno che rappresentano (specie alla luce dell’inesorabile dibattito sull’estinzione del genere…), non fanno altro che alimentare il pregiudizio.

La fantascienza è qualcosa di ben distinto dalla futurologia e questo andrebbe ribadito con chiarezza. Non conosco personalmente scrittori che si siano mai prefissi di anticipare il futuro. In compenso, ho letto opere che si sono in misura variabile tradotte in realtà. Non credete che sia un paradosso: non a caso gli anglofoni hanno coniato l’espressione di self-fulfilling prophecy. Persino di fronte alla moltitudine di dimensioni che le sono concesse, la fantascienza si cimenta, in ultima istanza, sempre con la stessa, unica, semplice dimensione: quella dell’uomo. Parliamo di esseri umani, nelle nostre storie, e di cosa voglia dire essere umani. E lo facciamo sempre, in ogni caso, sia che si tenda maggiormente alla frontiera escatologica (e se vogliamo pure metafisica, ad abbracciare i misteri del cosmo più profondo) del genere, sia che invece ci si prefigga di esercitare la sua prerogativa di trasfigurare i problemi in corso o in nuce nel nostro presente.

Come genere, la fantascienza manifesta tuttora una vitalità magmatica, che rende possibile le sue molteplici ibridazioni con generi più o meno limitrofi, dal noir tanto vituperato al romance, passando per la spy-story. E non siamo affatto rimasti fermi a J.G. Ballard e William Gibson, che pure hanno segnato i rispettivi periodi con la carica immaginifica delle loro visioni. In tempi recenti i veterani Iain M. Banks, Greg Egan, Kim Stanley Robinson, Vernor Vinge, Lucius Shepard, Ian McDonald e Paul Di Filippo, come Charles Stross, Richard K. Morgan e Cory Doctorow, solo per citare i primissimi nomi che mi sovvengono, hanno continuato a dimostrare che il ruolo della SF come laboratorio d’indagine del progresso attraverso le sue contraddizioni intrinseche è tutt’altro che esaurito. Anzi, i suoi strumenti continuano a essere sufficientemente affilati da metterci in condizione di esercitarlo con precisione chirurgica.

Il futuro, per di più, non è l’unico tempo che si presta alla declinazione fantascientifica della realtà: dal passato ucronico ai presenti alternativi fino al dominio delle possibilità rappresentate dal futuro, il genere ha a sua disposizione l’intero spettro della storia, manipolata o potenziale, della civiltà umana. Sarebbe riduttivo circoscrivere il campo d’azione a una sola epoca, tra le molte che ha attraversato e che potrà attraversare l’umanità. La SF, chi la frequenta ne è consapevole, è per sua indole decisamente refrattaria ai confini e il fronte temporale non fa eccezione.

L’unica avvertenza che si dovrebbe tenere presente quando si sceglie di rappresentare una storia nell’ambito di un genere con queste caratteristiche (dinamismo, stratificazione, eclettismo, pervasività) è che non se ne dovrebbe sottovalutare la portata critica/speculativa. La meraviglia e lo stupore che le idee (e le trovate) dei romanzi di SF non mancano mai di evocare, possono servire ancora ad aprire crepe nelle barriere mentali ed emotive del lettore, per colpirlo con la forza amplificata dei dubbi e degli interrogativi che non dovremmo mai smettere di porci. Mettendosi in cerca delle risposte, il lettore può partecipare - anche a lettura conclusa - al processo creativo dello scrittore. Un’altra prerogativa pressoché unica che rende la SF un genere tanto singolare. E ancora così attuale da essere imprescindibile in una riflessione culturale rilevante sviluppata in questo particolare frangente storico.