Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

Un futuro di +toon, Mbps e kipple

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Micro, Proiezioni | No Comments »

Mini-rassegna stampa in attesa di tempi migliori per postare. Per il momento si tratta di due semplici notizie. Ma sono due gran belle notizie. Starà al tempo dirci se promesse e aspettative, per il momento altissime, verranno mantenute.

Ieri avrete letto sul blog di Urania l’annuncio che riguarda l’acquisizione dell’opzione cinematografica di Infect@ da parte di un produttore/sceneggiatore italiano: teniamo le dita incrociate per Dario Tonani, che merita questa e molte altre soddisfazioni ancora.

Oggi invece apprendiamo dell’intenzione del primo ministro labour Gordon Brown di disegnare un futuro digitale per il Regno a venire.

E per la loro attualità segnalo via Repubblica.it due ulteriori letture: in un’intervista della scorsa settimana Roberto Saviano fotografava la triste realtà - politica, sociale, culturale - della Campania; ieri Piero Colaprico ci raccontava la guerra multietnica delle giovani bande nelle nostre città.

Ha da passà a nuttata

Posted on Novembre 10th, 2009 in Agitprop, Kipple | 3 Comments »

Ma sarà davvero così? Solo un anno fa un’inchiesta dell’Espresso accendeva i riflettori sul “candidato dei casalesi”. La lunga notte è proseguita con le voci sempre più insistenti sulla candidatura del sottosegretario all’Economia, nonché coordinatore regionale del Pdl, alla poltrona di governatore della Campania. Un ruolo, quello della presidenza, praticamente servito alla destra su un piatto d’argento dal governatore in carica Bassolino, grazie alla sua politica di clientelismo e ignavia degna di un Vicerè (si rimanda alla gestione della Crisi Rifiuti per rispolverare un po’ i ricordi). Comunque, oggi qualcuno si accorge che forse, alla fine della fiera, per una volta prevenire potrebbe essere meglio che curare. E’ comunque presto per parlare di sussulto di coscienza per la nostra democrazia malandata: gli indizi erano già da un pezzo piuttosto eloquenti, quindi probabilmente l’iniziativa della magistratura era solo una questione di tempo. Il rischio ora è che finisca per arenarsi nelle secche delle immunità e dell’iter autorizzativo della giunta della Camera, ma non sarebbe una sorpresa.

Contro il silenzio e l’indifferenza, consiglio di leggere l’intervento di Roberto Saviano su Repubblica. Ne riporto uno stralcio.

Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte “semilegale” del business dell’immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell’anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all’area di Mondragone dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l’avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall’altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.

Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini “loro”, e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare “vecchia maniera”, ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra.

E intanto si monta un’allegra bagarre intorno alla sentenza di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche (ancora una volta tutti uniti, a destra come nel PD, per difendere un privilegio che nessuno saprebbe come giustificare sul piano dei valori e del rispetto civile senza tirare in ballo il sacro “valore della tradizione”) e un altro sottosegretario (alla Presidenza del Consiglio) non esita a dare prova delle sue doti di carità cristiana nell’insultare l’intelligenza degli italiani e la memoria della vittima di uno Stato allo sbando. Siamo messi bene, non c’è che dire.

Il nemico immaginario

Posted on Maggio 30th, 2009 in Agitprop, False Memorie, Nova x-Press | 6 Comments »

Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

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Il paesaggio interno codificato del Terzo Millennio

Posted on Aprile 22nd, 2009 in Connettivismo, Futuro, Nova x-Press | 3 Comments »

Credo che non esista omaggio più grande alla visionarietà del compianto J.G. Ballard delle notizie che circolano sui giornali e fluttuano nell’etere e nel flusso-dati in questi giorni. Lo scorcio di Terzo Millennio che ci troviamo a vivere coglie e riflette le folgoranti intuizioni del grande autore britannico meglio di quanto potrebbero riuscirci centinaia di pagine di saggi critici. La qual cosa ci dimostra al di là di ogni dubbio quali siano le potenzialità insite in una scrittura e in una mente lucidamente protese verso il futuro.

La memoria del futuro che echeggia le visioni ballardiane parla, in questi giorni, delle avvisaglie di una nuova guerra fredda, di pirateria informatica e non, di detriti spaziali, di mappe globali dell’accessibilità. Il mondo in cui viviamo sembra davvero codificato dalle pagine di un romanzo di fantascienza. Qualche esempio?

Dal cyberspazio: echi di guerra fredda prossima ventura? Gli archivi del Pentagono sarebbero stati violati, a quanto riferisce il Wall Street Journal, da hacker che ne avrebbero trafugato informazioni della massima segretezza inerenti, tra le altre cose, il Joint Strike Fighter F-35 Lightning II di cui parlavamo un po’ di tempo fa (un progetto militare da 300 miliardi di dollari, finanziato da diversi paesi, tra cui anche l’Italia), e il sistema di distribuzione elettrica degli Stati Uniti d’America. Secondo alcuni ufficiali del Dipartimento della Difesa gli attacchi informatici, che starebbero subendo una vera e propria escalation da sei mesi a questa parte, sarebbero originati in gran parte dalla Cina. Echi di una nuova guerra fredda si profilano all’orizzonte. Ma, viene da chiedersi, cosa c’è di più sicuro e in grado di garantire la pace internazionale della conoscenza dei segreti della più sofisticata macchina da guerra mai progettata?

Dallo spazio: un nuovo sistema di monitoraggio e previsione per i detriti spaziali. 9.000 detriti di dimensioni superiori a 10 cm, altri 100.000 di dimensioni inferiori ma comunque considerevoli. A tanto ammonta la conta dei frammenti in orbita sopra le nostre teste. Rifiuti di varia tipologia: resti di precedenti missioni spaziali, parti di razzi e vettori, bulloni, guarnizioni e pezzi di satelliti. Residui di collisioni precedenti. Una pioggia di proiettili potenzialmente letali per le strutture orbitali. E’ la cosiddetta space waste o space junk. Space debris: detriti orbitali, gli ultimi originatisi dall’impatto di 2 satelliti, uno dei quali dismesso, lo scorso 10 febbraio a 789 km di quota sopra la Siberia. Lo scenario espone al rischio della cosiddetta Sindrome di Kessler: la possibilità che, con l’aumentare del loro numero, la crescente probabilità di collisione tra i detriti ne produca un aumento esponenziale. Il risultato di questo effetto domino sarebbe una cortina di spazzatura orbitale che si opporrebbe come una barriera a qualsiasi iniziativa di lancio, rendendo impossibile la messa in orbita di nuovi satelliti per le comunicazioni e inibendo qualsiasi eventuale tentativo di esplorazione spaziale per diverse generazioni. Un nuovo algoritmo è stato messo a punto dall’Università di Pisa per tracciare i movimenti di questi insidiosi oggetti.

Dal Corno d’Africa: un punto di vista obliquo. L’escalation di assalti operati dalla pirateria somala negli ultimi mesi ha costretto molti paesi e molte compagnie ad adottare contromisure forti. Ormai sono sempre meno le navi che si avvenuturano oltre il Golfo di Aden prive di scorta armata. Ma gli attacchi continuano. E l’occasione, al di là del dramma delle persone coinvolte, può diventare il pretesto per richiamare l’attenzione sul problema del rischio di collasso ecologico a cui le compagnie occidentali, in combutta con agenti locali, stanno esponendo quei settori dell’Oceano Indiano. Un servizio curato da Najad Abdullahi per Al Jazeera lo scorso ottobre ha riacceso i riflettori su traffico di rifiuti speciali (scorie tossiche, a volte anche radioattive) sversati lungo le coste somale nell’arco degli ultimi 20 anni. Da quando, cioè, la Somalia è precipitata nel caos dell’anarchia militare, preda di bande e di eserciti che si contendono il potere zona per zona. Una verità sommersa, e riportata a galla solo dallo sconquasso provocato dallo tsunami del 2004, che spinse sulle coste dell’Africa orientale le prove inequivocabili dello scempio perpetrato ai danni di quei mari. Lo scenario è da brividi e richiama, se possibile amplificandola, la Crisi Rifiuti vissuta da Bassitalia.

Mappa dell’accessibilità: come fuggire dal mondo in 48 ore. Ricercatori del Joint Research Center dell’Unione Europea hanno messo a punto delle mappe di accessibilità in cui stimano i tempi necessari per raggiungere ciascun punto del pianeta dalla più vicina città con almeno 50.000 abitanti. Uno studio che dimostra quale livello di urbanizzazione e antropizzazione si sia ormai raggiunto, che è stato ripreso anche dal New Scientist: per navigare la mappa, cliccate qui; mentre se volete scoprire qual è il posto più remoto della Terra, partite pure da qui. Viviamo in un mondo sempre più piccolo: dove correremo a rifugiarci la prossima volta che sentiremo il bisogno di starcene un po’ da soli? Ognuno ha il suo posto segreto, lontano dagli uomini. Sul Pollino ce n’è uno tra i più solitari d’Italia.

Questa rassegna estemporanea, raccolta il 21 aprile 2009, può servire da punto di partenza per l’esplorazione di quei territori che già Ballard ha attraversato - innumerevoli volte - nel corso delle sue ricognizioni cartografiche. C’è un mondo intero lì fuori da esplorare ed è un mondo mutevole, in magmatica trasformazione. E il mondo interno non è meno vario né meno complesso da decodificare. 

American Acropolis

Posted on Gennaio 12th, 2009 in Accelerazionismo, Futuro, Kipple, Transizioni | 6 Comments »

Detroit, Las Vegas: Poleis decadute. Se la capitale dell’auto è ormai in tendenza negativa da decenni, tornata ai livelli demografici di 90 anni fa e afflitta da tassi di disoccupazione sulla soglia del 10%, adesso anche la capitale del gioco d’azzardo comincia a risentire della crisi. La recessione deve avere ispirato prudenza ai giocatori americani, dopo che tanti lavoratori erano già finiti in strada. Dopo gli anni rampanti dell’edonismo reaganiano, le magagne di decenni di capricci conditi di recente col pepe della finanza creativa hanno portato alla situazione oggi sotto gli occhi di tutti. La parabola discendente di Flint, uno dei sobborghi di Detroit, è stata narrata da Michael Moore nel suo Fahrenheit 9/11. Se non lo avete ancora fatto, consultate anche il quadro impietoso tracciato da Mr. Alan D. Altieri su Carmilla (dal fondo del barile al meltdown), e capirete come è stato possibile arrivare a questo punto.


Detroit al tramonto.

La crisi demografica e sociale delle città è sintomatica dello stato delle cose. Dopotutto è un dato di fatto che a partire dalla Rivoluzione Industriale il capitalismo ha intrecciato in maniera inestricabile le sue sorti al destino delle città. Le città sono diventate i gangli vitali nell’attività economica delle nazioni, ruolo che hanno mantenuto anche con la transizione dalla produzione di beni alla fornitura di servizi. Questa logica ha portato naturalmente alla marginalizzazione delle periferie, dedicate - come nelle peggiori visioni distopiche - al parcheggio del proletariato, secondo un gradiente sociale sempre più difficile da scalare, complice anche il progressivo impoverimento del proletariato stesso e il suo assorbimento nel sottoproletariato. E non perché agli uomini la natura abbia negato l’audacia dei salmoni, ma semplicemente perché secoli di esercizio e consuetudini hanno agevolato il radicamento nel nostro codice comportamentale della routine homoHominiLupus.

[A quanto pare, ci è andato sempre bene e fino ad oggi nessuno si è lamentato più di tanto. A NOI che leggiamo i giornali, discutiamo di politica, ci interroghiamo sulla rilevanza sociale delle decisioni del governo e via dicendo... che attorno al centro di Napoli fossero alloggiati un numero ancora imprecisato di persone - due milioni, tre milioni? - invisibili ad ogni censimento, non ha mai recato disturbo più di tanto. Con l'esplosione della crisi dei rifiuti la loro invisibilità però è venuta meno e, se fino a ieri non ci preoccupavamo che questa gente avesse fognature, acqua potabile, elettricità e una istruzione da paese civile, la nostra coscienza si è trovata costretta a farne i conti. I blocchi stradali, le occupazioni, le proteste. Tutto questo porta a un'altra storia, che non voglio riprendere adesso, ma dimostra che la crisi delle città, a Napoli, ma anche a Roma, Milano o Parigi, stava covando già da un bel po', ci ha solo impiegato il tempo fisiologico necessario per raggiungere la nostra soglia di percezione pubblica.]

Senza dati alla mano ma per una volta senza timore di essere smentito, posso affermare che le metropoli odierne versano tutte, indifferentemente, nello stesso stato di precarietà. Crisi di fiducia, disagi crescenti al crescere della distanza dal centro, disoccupazione, marginalità dilagante.


Detroit, Bellevue Avenue. Dalla galleria del Time Magazine.

Detroit, oggi, è la proiezione futura delle città in cui viviamo. Cities on the edge of the Abyss. Fatevi un giro nella galleria del Time per avere percezione delle rovine dell’America: stazioni abbandonate, teatri convertiti in garage, stabilimenti trasformati in rifugi per senzatetto. Il futuro è passato di qui e ha lasciato solo macerie. Reperti di archeologia post-industriale. American Acropolis, per dirla con William Gibson: da nucleo senziente a metastasi incontrollata e incontrollabile, quintessenza dello sfacelo e della disintegrazione. Decadenza, è questo il nome scritto nel futuro delle città, a meno di un drastico cambio di rotta. E per molte di esse non sarà necessario aspettare il corso della natura, come prospettava Forbes qualche anno fa. Big One e Vesuvio potranno essere facilmente anticipati dall’uomo, come dimostra l’esperienza con il Kipple partenopeo, altra emblematica vetrina delle potenzialità della legione.


Ancora Detroit, fotografata da Graham Davis.

La tendenza può essere invertita, ovvio. Ma occorre lavorarci. Di certo, allo stato attuale delle cose, visioni di qualche anno fa come la Victory City, la “Città del Futuro” di Orville Simpson II richiamata proprio da Gibson sul suo blog il mese scorso, sono quanto di più vicino all’utopia si possa trovare in circolazione.


Victory City, nel progetto di Orville Simpson II.

L’isola ripristinata contro le insidie del Kipple

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Kipple | 1 Comment »

Nel mio piccolo reportage uscito lo scorso ottobre sullo Strano Attrattore e simultaneamente sul blog della Comunità Provvisoria dell’Alta Irpinia fotografavo lo stato di salute di un angolo di Bassitalia che, ipoteticamente, avrebbe dovuto essere destinato alla raccolta dei rifiuti speciali. A volte succede che le parole non cadano nell’indifferenza.

La scorsa settimana ho avuto modo di constatare di persona come l’isola ecologica di Calabritto sia stata riaperta, l’area immediatamente circostante sia stata bonificata e semplici (ma per il momento direi efficaci) contromisure siano state adottate per impedire il ritorno allo sversatoio e al degrado che denunciavo solo tre mesi fa. Il ritorno alla normalità mi era stato segnalato già da dicembre. Il luogo è ora presidiato da personale autorizzato (e, credo di poterlo dire sulla base della chiacchierata scambiata sul posto, preparato, attento e disponibile) tre giorni a settimana. Una nuova isola ecologica al servizio dei comuni limitrofi della provincia di Salerno è attualmente in fase di studio.

Dalle nostre parti si direbbe che parlare sposta. Cambiare lo stato delle cose non è una chimera. Basta partire da quelle piccole, utilizzando quello che si ha a disposizione. Ancora una volta, dipende solo da noi.

L’isola ecologica in mezzo al Kipple

Posted on Ottobre 8th, 2008 in Kipple | 3 Comments »

Oggi è apparso questo mio articolo sul blog della Comunità Provvisoria, diventato da qualche mese il centro del coordinamento on-line del movimento di difesa del Formicoso dallo scempio che stanno meditando Governo e Commissariato per l’Emergenza Rifiuti. Lo riprendo anche qui e con l’occasione ne riporto a corredo la documentazione fotografica raccolta in situ. A dimostrazione che anche le opere partite con le migliori intenzioni possono produrre conseguenze spiacevoli, risolvendosi in minacce per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Il kipple è fatto di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicità che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a controllarlo, il kipple si riproduce. Per esempio, se quando si va a letto si lascia un po’ di kipple in giro per l’appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne trova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai.

Philip K. Dick - Il cacciatore di androidi
(Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968)

Calabritto, sulle propaggini orientali del Monte Cervialto, è un paese in costante declino. Come in tanti altri centri dell’Irpinia, il terremoto del 1980 ha solo assestato il colpo definitivo a una parabola già in discesa dopo avere superato da decenni il suo culmine. In poco più di mezzo secolo il comune ha visto la sua popolazione quasi dimezzarsi per via dei flussi migratori che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno alimentato la diaspora irpina, disperdendone gli abitanti su quattro continenti.

Oggi Calabritto conta poco più di 2.600 abitanti divisi tra il borgo capoluogo e la suggestiva frazione di Quaglietta, con il suo abitato aggrappato a uno sperone roccioso intorno alla possente rocca longobarda, ormai ridotta a rudere. Dai suoi 480 metri sul livello del mare, il centro storico domina l’Alta Valle del Sele e si ritrova circondato da una varietà di scenari ed ecosistemi invidiabile, dalle colline ricoperte di ulivi ai boschi di castagni, da cui si raccoglie il frutto della qualità doc di Montella rinomata in tutta Italia.

I dintorni possono vantare una storia antica quanto quella dell’Italia che leggiamo nei libri di storia: nel 71 a.C. le sorgenti del fiume Sele furono teatro della sanguinosa disfatta di Spartaco, che pose fine alle guerre servili e al sogno di libertà delle sue armate di schiavi ribelli. Quasi come un riflesso storico di quell’impresa gloriosa, dopo l’unità d’Italia i monti tra l’Irpinia e la Lucania furono percorsi dall’agitazione popolare che culminò nella stagione delle insurrezioni brigantesche.

Malgrado si avvii a divenire un territorio di città-fantasma, questa resta una terra di solide tradizioni popolari dalle forti radici religiose, come attestano i santuari dedicati alla Madonna della Neve e alla Madonna del Fiume siti proprio nel comune di Calabritto. Il matrimonio tra passato e paesaggio dovrebbe rendere questi luoghi un’amena attrazione per amanti della natura e della storia. Ma basta imboccare l’uscita della strada a scorrimento veloce della Fondo Valle Sele per rendersi conto di quanto sia vana questa aspettativa.

L’area dello svincolo, dominata dall’imponente struttura in cemento armato del raccordo stradale, è abbandonata all’incuria e disseminata dei residui di stagioni di gite, una stratificazione quasi geologica di malcostume italico che non risparmia nemmeno la piazzola di sosta solitamente scelta dai carabinieri della locale stazione per i loro appostamenti di routine. I venditori ambulanti della zona, che altrimenti sostano sotto i cerri e le querce, non esitano ad abbandonare lungo la strada, a commercio concluso, materiali da imballaggio e prodotti deteriorati non più vendibili. A proseguire sulla storica Statale 91 in direzione della Sella di Conza, occorre percorrere appena qualche centinaio di metri per imbattersi in un tipico monumento alla brillante soluzione dell’emergenza rifiuti.

In Contrada Molinelle il Commissariato di Governo per l’emergenza Rifiuti, Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania ha disposto un progetto di isola ecologica al servizio dei comuni di Calabritto, Senerchia e Monteverde. Il Consorzio Smaltimento Rifiuti Avellino 2 si è così ritrovato a beneficiare di fondi comunitari e ampi margini di manovra per fronteggiare, in collaborazione con altri siti strategici, la crisi che da anni affligge la regione. I lavori furono affidati alla Edil Mora di Quarto (NA), una “Cooperativa di Produzione e Lavoro a Responsabilità Limitata” che non ha un sito internet e le cui uniche tracce in rete sono reperibili negli avvisi di gare pubbliche d’appalto. L’importo complessivo, dichiarato sul cartello posto in bella vista e nel pieno rispetto della normativa, ammontava a euro 316.887,28.

La normativa purtroppo nulla ha potuto contro le fiamme: il cartello si presenta oggi annerito dagli incendi che periodicamente sono stati appiccati ai cumuli di rifiuti scaricati ai suoi piedi. Una storia che va avanti da un anno a questa parte, esplosa con il riaccendersi della crisi a Napoli: praticamente uno strascico altrettanto paradossale dello stato di cose in cui versa la Campania dall’inizio degli anni Novanta. Mentre l’area adibita a isola ecologica si mostra tenuta in un discreto stato di cura, con i suoi cassoni blu allineati con meticolosità marziale, il piazzale antistante è invece sommerso di spazzatura: elettrodomestici dagli usi più svariati, interi pezzi d’arredamento, bottiglie e confezioni di plastica, vuoti di vetro, pneumatici, materassi e classiche buste di scarti domestici. Vi finisce praticamente di tutto, in questo posto che, davanti al cancello chiuso con un lucchetto, finisce per offrire dimora a tutto. Almeno fino al successivo rogo abusivo, appiccato per creare nuovo spazio ad altra monnezza.

Il suolo e il muro di confine del sito recano le tracce palesi di questa evidenza. Le fiamme avranno intaccato anche la rete, che però è stata funzionalmente ripristinata. Il container all’interno dell’isola ecologica espone ancora i segni degli atti di vandalismo che ne hanno mandato in frantumi le finestre. La diossina sprigionata dagli incendi si sarà riversata sugli ulivi e nei campi dei contadini ignari che si estendono dall’altra parte del nastro d’asfalto della SS 91, il cui percorso delimita di fatto l’area dello sversatoio clandestino.

Le dimensioni dell’area non giustificano certo il sospetto di un traffico di grande scala, ma se possibile rappresentano una testimonianza ancora più impietosa dello stato di dissoluzione in cui sembra essere sprofondato questo angolo di Bassitalia. I comuni della provincia di Avellino sono statisticamente i più virtuosi della Campania nell’incidenza della raccolta differenziata, con una media provinciale valutata nel 2007 pari al 26,2%. I numeri, come spesso accade, possono ingannare. Ma di fronte alle condizioni in cui versa l’area in esame, possiamo trarre due conclusioni: la prima è che la longa manus di Gomorra, per una volta, sembrerebbe da escludersi: manca quella massa critica sufficiente a innescare e a sostenere un mercato nero; la seconda è che la sensibilizzazione a un tema così delicato non avrebbe coinvolto, malgrado i proclami politici e le campagne pseudo-informative, tutti i cittadini e tutte le amministrazioni. Due fattori che, combinati tra loro, danno vita a un potenziale esplosivo.

Tirando le somme, il quadro che ne risulta riesce così a essere ancora più preoccupante che in presenza di un preciso piano criminale. Anche perché l’indifferenza tradita dal cittadino a un problema non fa altro che fertilizzare quello stesso suolo che in futuro potrà nutrire l’iniziativa della malavita organizzata. Non dimentichiamo che le rotte dello smaltimento abusivo passano proprio da queste zone. 70 mila metri cubi di rifiuti pericolosi sono stati sequestrati in Campania negli ultimi mesi. Una guerra senza quartiere, combattuta ogni giorno: le sconfitte dell’autorità si compiono nel silenzio della clandestinità e aggiungono un’ipoteca sul destino di questa terra; i successi dovrebbero mantenere in allerta le difese immunitarie, ma come dimostra il caso di Molinelle non sempre è così.

Cosa resta di un paese quando i suoi cittadini abbandonano la loro terra alla devastazione o, peggio ancora, vi contribuiscono in prima persona? Quale futuro attende le generazioni a venire, se l’eredità che siamo capaci di lasciargli non esclude il fardello di un disastro diffuso, generalizzato e universalmente tollerato?
Interpellati in merito prima dell’estate, il carabinieri di Calabritto si sono trincerati dietro un laconico silenzio, dichiarando di avere altre priorità a cui dedicare le loro forze. Appare d’altro canto disarmante l’inezia dell’amministrazione comunale, difficilmente all’oscuro dei fatti considerata la prossimità del sito a un’arteria stradale di importanza regionale. Il quesito che sorge a questo punto apre nuovi sconfinati orizzonti alla preoccupazione: se una situazione simile ha avuto modo di consolidarsi sotto gli occhi di migliaia di persone, cosa può essere stato nascosto tra i boschi e nei campi che ancora in questo scampolo d’estate giacciono lontano dalle rotte degli uomini, nel silenzio spettrale delle ore assolate?

La megadiscarica di Andretta, prevista da un decreto governativo sul Formicoso, a pochi chilometri da qui nel cuore di un’area tra le più significative d’Italia per lo sviluppo di fonti rinnovabili, non cessa di infuocare gli animi dei residenti e dei conterranei. Se il suolo pubblico e trafficato di Molinelle è stato facilmente ridotto in queste condizioni, chi ci assicurerà che dietro i cancelli sorvegliati dalle guardie non si consumeranno più loschi traffici, più complete e mortali strategie di distruzione?

I media ci informano che la crisi dei rifiuti è stata risolta. Brillantemente, sembrerebbe, se neanche il “Newsweek” ha potuto esimersi dall’incensare la condotta del governo. Nuove discariche accoglieranno i rifiuti che si continuano a produrre, senza criterio. E la cosa mi richiama alla mente parole dei Wu Ming: “Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte. Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro”.

Tornando indietro verso lo svincolo, a una cinquantina di metri dalle rampe di accesso alla Fondo Valle Sele, sulla sinistra, uno sterrato in pessime condizioni porta alla riva sinistra del fiume che dà il nome alla vallata. Lo stato di mantenimento della campagna si mostra desolante già dopo pochi metri di marcia. Anche qui elettrodomestici dismessi, casse da imballo e pneumatici la fanno da padrone. Sulla breccia gli inconfondibili segni di altri roghi denunciano quanto sia impregnata di residui questa terra. Ci troviamo a meno di venti metri dalle acque del fiume, in questo punto, ben all’interno dei limiti dell’area regionale protetta della Riserva Naturale Foce Sele-Tanagro.

La stessa area è inoltre abbracciata dal Parco Regionale Monti Picentini che si estende a cavallo tra le province di Salerno e Avellino. Qui, qualcuno ha abbandonato una bottiglia di Martini a un passo da una roccia. Scruto il quadro valutandone l’estetica da natura morta, sotto gli occhi indifferenti di un cane da pastore randagio. Mi chiedo se abbiano trovato davvero qualcosa per cui festeggiare, o se abbiano voluto solo metterci sopra una pietra, scolandosi la bottiglia per dimenticare.

I 10.000 del Formicoso

Posted on Ottobre 4th, 2008 in Kipple | 1 Comment »

Il 2 ottobre scorso 10.000 persone si sono riunite sul Formicoso per protestare pacificamente contro i soprusi di uno Stato assente, che si propone da quelle parti solo quando c’è qualcosa da imporre. I mass media ovviamente se ne sono tenuti alla larga. L’attenzione che stanno dedicando all’intera vicenda è degna di quella riservata all’eccidio di Castel Volturno, ma da quelle parti manca un corrispondente che possa richiamare l’attenzione della stampa che conta (provare per credere). Non c’è da meravigliarsi: la demografia di queste terre non ha raggiunto la massa critica per imporle come bacino elettorale di qualche rilievo e il pacifismo a cui è stata improntata la protesta la rende decisamente poco mediatica, sicuramente meno appetibile delle molto più scenografiche proteste di Chiaiano.

Se invece di avere dei mass media avessimo avuto qualcosa di diverso a diffondere l’informazione, diciamo degli ipotetici interstitial media, probabilmente le cose sarebbero andate in maniera diversa. Ma noi abbiamo la rete e il web 2.0 può essere usato come un ripetitore virale, per dimostrare che esiste un angolo di Italia dimenticato, un lembo di terra abitato da gente che da decenni convive con la parola sacrificio e che a questa terra ha dedicato non solo il sudore ma anche il sangue e l’anima. Questo mi permette di riprendere su queste pagine l’appello della gente del Formicoso e rilanciare il grido a mia volta: giù-le-mani-dal-Formicoso.

Guardate i volti dei vecchi,
incrociate i loro occhi,
scrutate nell’ombra
come tra i rovi.

Nelle rughe profonde,
solchi tirati nei campi
prima di sera,
la forma dei luoghi.

E’ la terra che lascia i suoi segni
nella pelle, li imprime
col tocco del sole e del vento,
per non lasciarsi scordare.

Qui sotto un video del discorso di Vinicio Capossela (filmato da DavidIrpino). Sul blog della Comunità Provvisoria invece un vasto reportage di Angelo Verderosa.

I veleni di Bassitalia

Posted on Settembre 15th, 2008 in Kipple | 2 Comments »

In Bassitalia i veleni si raccolgono in un fiume carsico che non scorre sottoterra ma sottopelle, corrodendo i tessuti e spargendo cancri che consumano gli organi. Il corpo viene devastato dall’interno, mentre il cervello contaminato si crogiola nell’illusione della sazietà e della beatitudine.

Quando l’odore del sangue salirà alle narici, sarà il tempo del Kipple.