The Box

Posted on Luglio 31st, 2010 in Fantascienza, Proiezioni | No Comments »

Il ritorno di Richard Kelly al passato, dopo l’incursione distopica nel futuro alternativo di Southland Tales, ci porta nel 1976. Sono gli anni caldi dell’era spaziale e la famiglia Lewis conduce una vita felice per quanto difficile nei sobborghi di Richmond, Virginia. Norma (Cameron Diaz) è un’insegnante che in giovane età ha subito una grave menomazione a un piede e da allora ha lottato contro se stessa per imparare a convivere con il suo handicap. Arthur (James Marsden) è un impiegato della NASA che coltiva il sogno di essere selezionato per la prossima missione che porterà l’uomo nello spazio, e nel frattempo si diletta a giocare con le sue illusioni nel seminterrato e porta avanti il progetto top secret di regalare alla moglie una protesi che le restituisca il pieno utilizzo dell’arto amputato. A completare il quadro familiare, Walter, il figlio per cui la coppia sacrificherebbe ogni cosa.

Una mattina, poco dopo le sei, il campanello suona all’improvviso e Norma ha appena il tempo di raggiungere la porta per vedere attraverso lo spioncino un’automobile nera che si allontana lungo la strada. Davanti all’ingresso trova una scatola e nella scatola un misterioso congegno, con un pulsante sigillato sotto una capsula di vetro. Nel pacco c’è anche un biglietto, che l’avvisa che il Signor Steward passerà a trovarla alle 17. Dopo una giornata sfortunata - in cui viene costretta a subire un’umiliazione pubblica da uno studente e le viene quindi comunicata dal preside la sospensione del suo contratto di collaborazione con la scuola - Norma rientra a casa e riceve la visita di un uomo terribilmente sfigurato che si presenta come Arlington Steward (Frank Langella). Read the rest of this entry »

Waiting for Inception

Posted on Luglio 20th, 2010 in Connettivismo, Micro, Proiezioni | 2 Comments »

Dalle notizie che stanno circolando in rete, parrebbero confermate le prime impressioni già indotte dalla visione dell’enigmatico trailer, e cioè che Inception possa davvero avere tutte le carte in regola per attestarsi come nuovo caposaldo fantascientifico del cinema e del nostro immaginario. Per esserne certi, in Italia ci toccherà aspettare il 3 settembre (e ho già annotato la data in agenda). In attesa della resa dei conti nelle sale, a giudicare da quanto visto e sentito direi però che nell’ultimo prodotto di Christopher Nolan le suggestioni cyberpunk si sprechino, con un occhio di particolare rispetto per gli intrighi megacorporativi di William Gibson (dal racconto New Rose Hotel fino a Giù nel cyberspazio… e oltre).

Spionaggio, doppio gioco, mind control, false memorie: gli ingredienti migliori per un techno-thriller con i fiocchi. Intanto godiamoci il nuovo trailer

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Inception - Trailer 2 HD

Libertà di giudizio

Posted on Giugno 11th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 6 Comments »

Dopotutto uno è libero di apporre la propria firma in calce alle porcate che crede.

Il Texas non deve sapere

Posted on Maggio 24th, 2010 in Agitprop, Futuro, Transizioni | No Comments »

Il conservatorismo imperante in Texas ha spinto le autorità dello Stato a riscrivere i libri di storia destinati alle scuole elementari. Tra le modifiche apportate il “capitalismo” sarà chiamato “libera iniziativa”, la “tratta degli schiavi” diventerà il “commercio triangolare sull’Atlantico”. Da ultimo si porrà l’accento sul “diritto di portare armi” sancito dal II emendamento della costituzione.

Così una nota d’agenzia dell’AGI annunciava ieri la svolta controculturale sancita il 21 maggio scorso dalla Texas State Board of Education, il consiglio dell’istruzione che governa autonomamente la scuola dello stato. Sembra dunque che la classe dirigente ultraconservatrice del Texas abbia deciso di dimostrare che gli italiani non sono gli unici al mondo ad eccellere nel mestiere del bispensiero e per i prossimi 10 anni 5 milioni di studenti ogni anno saranno interessati da questa nuova ondata fondamentalista, che insegnerà loro che l’ONU è un’organizzazione anti-americana che persegue lo scopo di svalutare il dollaro, che gli Stati Uniti d’America non sono una democrazia bensì una “repubblica costituzionale”, che gli anni della storia a.C. vanno intesi come B.C.E. e quelli d.C. come C.E., riconducendo il termine di paragone non già alla data simbolica della nascita di Cristo ma all’inizio di una sentitissima “Era Cristiana”… epoca in cui tuttora, a quanto sembra, viviamo sprofondati.

Ci sarebbe da pensare a uno scherzo, nel solco del paradosso di tanta letteratura fantascientifica o semplicemente distopica. Ma purtroppo viviamo in un mondo ben più assurdo di quanto saremo mai disposti a riconoscere, e questo è l’ennesimo richiamo che viene fatto alla nostra attenzione. Qualcuno sta mettendo le basi per la riprogrammazione della vita e qualcun altro per la comprensione delle leggi dell’universo e - come un fulmine a ciel sereno - ecco arrivare la bacchettata sulle mani dai maestrini intimoriti di vedersi presto sovvertire l’ordine rassicurante del mondo in cui sono cresciuti, pronti a colpire per semplice atto di rappresaglia. Se i libri di scienza andranno presto integrati, dopotutto, perché non riscrivere anche quelli di storia? A questo punto, perché non riprogrammare il cervello degli studenti attraverso le più semplici e immediate tecniche di brainwashing, direttamente sui banchi di scuola?

Su questo capolavoro di revisionismo storico si è pronunciato Zucconi con parole molto sferzanti. Verrebbe da citare anche lo spettro di Fritz Leiber, in riferimento al focolaio di questo morbo oscurantista, o piuttosto passare all’azione invocando l’intervento di qualche giustiziere lansdaliano arrivato in città appunto per rendere pan per focaccia a questi inetti fautori del ritorno al Medioevo. Ma ai ribelli del Texas consiglio di seguire l’esempio di un loro coetaneo come Marcus Yallow che, ispirandosi forse al Guy Montag di Fahrenheit 451, in Little Brother manda a memoria uno dei passaggi emblematici della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da quello stesso Thomas Jefferson che adesso il Board of Education dello Stato del Texas si affanna a cancellare dai libri di storia, restituendo così la sua immagine allo splendore più rivoluzionario delle sue idee a lungo offuscate da ombre e controversie. 

1945-2010: resistere al bispensiero

Posted on Aprile 24th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.

Ombre nella Rete

Posted on Febbraio 15th, 2010 in Micro, Transizioni | 2 Comments »

Lunedì: un video per partire con la nuova settimana. Didattico, stavolta. Lo pesco ancora una volta dagli archivi di Geek Files, per la gioia di 3padspy story, data mining, sicurezza, segretezza e privacy. Rendersi invisibili in Rete.

Cyberpunkerie varie

Posted on Ottobre 17th, 2009 in Connettivismo, Micro, On air | No Comments »

Sabato mattina, un cartone imprecisato su una di quelle che un tempo erano le reti commerciali e che oggi fungono da piattaforma integrativa del sistema televisivo di stato.

Un personaggio non identificato (ascoltavo, ero dal barbiere, senza una visione diretta o parziale del tubo di scarico catodico, ma tanto non è importante) dice: “Eravamo io, Jack, Crowe e tu, usavamo i deck per ripulire il satellite dai farabutti”.

Lasciando perdere il complemento finale, che potrebbe richiamare fin troppo da vicino la nostra dissestata attualità politica, il resto della battuta sembra declinare uno dei due o tre paradigmi del cyberpunk. Un senso di vertigine mi ha colto per un secondo, accorgendomi dell’uso ammansito del cyberpunk in un cartone per bambini.

Se la strada trova il proprio uso per le tecnologie - secondo la celebre formulazione di William Gibson - cosa può fare la televisione di un’idea rivoluzionaria? E come non preoccuparsi pensando a come la TV ha trasformato questo paese, plasmato a immagine e somiglianza di Sua Emittenza nel giro di meno di trent’anni?

Fermate il mondo, vi prego…

Un fratello piccolo, non per questo meno pericoloso

Posted on Settembre 29th, 2009 in Agitprop, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

La data da segnarsi è il 22 ottobre. Quel giorno infatti arriverà nelle librerie X, il libro di Cory Doctorow che, no, non è la mia biografia. Newton Compton, l’editore italiano, ha così tradotto il titolo originale, Little Brother, che faceva esplicitamente riferimento al classico di Orwell. La minaccia del controllo è infatti uno dei temi portanti di questo romanzo, che in America ha ricevuto un’accoglienza entusiastica, imponendosi come un piccolo libro di culto.

Doctorow è uno dei curatori di Boing Boing, tra i blog più seguiti al mondo, ed è stato coordinatore europeo della Electronic Frontier Foundation fino al 2006. Copyright, diritti civili ed economie post-scarsità (ricordate i discorsi sulle società agalmiche?) sono tra i temi ricorrenti nei suoi lavori. Quindi ha ragione Sterling quando sostiene che “ha un sacco di cose da dirci”. Doctorow, a mio parere, è una sorta di suo erede spirituale, con la stessa attitudine divulgativa e forse una coscienza critica dei cambiamenti sociali indotti dal progresso tecnologico ancora maggiore (ma per semplici ragioni anagrafiche).

Ma torniamo a X. In un mondo che tende verso l’amplificazione informatica della realtà, l’integrazione tra i canali di comunicazione in un unico panorama multimediale, la questione della sicurezza informatica diventa un tema di importanza cruciale. Tuttavia, come è stato tristemente dimostrato dalla storia recente, fin dove si possa spingere l’autorità per incontrare la domanda di sicurezza dei cittadini è ancora materia controversa e troppo facilmente manipolabile. Ben vengano quindi libri come questo, che promettono di farci pensare.

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!

Demokratura all’Italiana

Posted on Settembre 1st, 2009 in Accelerazionismo, Agitprop | 2 Comments »

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un altro evento cruciale nella storia della democrazia di questo Paese: per la prima volta, un Presidente del Consiglio ha fatto causa a un giornale. A subire gli strali del Premier è La Repubblica, con le ormai famose 10 domande di Giuseppe D’Avanzo che dallo scorso giugno stanno rimbalzando sulla stampa internazionale, tranquillamente eluse dal diretto interessato. Ignorate con leggerezza e disinvoltura, almeno fino allo scorso 24 agosto.

Nel testo della citazione in giudizio, il Premier si scaglia anche contro le citazioni della stampa estera, arrivando praticamente a voler non solo proibire all’informazione italiana di fare il proprio lavoro, ma anche di prendere esempio e spunto da quella internazionale, che non a caso si indigna prima ancora di quella nostrana. Cose dell’altro mondo… Un paradosso da repubbliKa dei mandolini. Molto interessante a questo proposito l’intervista a Geoff Andrews, del sito web Open Democracy, pubblicata oggi sulle pagine on-line del quotidiano.

Non so se è tardi e nemmeno se servirà a qualcosa. Ma una firma all’appello di Repubblica è quanto meno doverosa.