Roberto Saviano Redux

Posted on Maggio 28th, 2009 in ROSTA, Stigmatikos Logos | No Comments »

Sta per uscire il nuovo libro di Saviano e già montano le polemiche. Oserei quasi dire: ”polemiche preventive”.

Ormai ho smesso di domandarmi perché questo Paese sta andando a puttane.

Ancora su “Logica del dominio”

Posted on Gennaio 17th, 2009 in Agitprop, Connettivismo, Kipple, ROSTA | 1 Comment »

Tra i feedback al racconto, due sono di amici, per cui da prendere con le molle (siete avvertiti): Carmine Treanni (direttore di Delos SF) ha pubblicato delle considerazioni fin troppo lusinghiere nei riguardi dell’opera e miei sul suo blog; Thriller Magazine ospita oggi invece uno scambio di punti di vista con il compagno Fernosky, raccolto nella cornice di un’intervista. Tra l’altro, mi sono accorto che si tratta del mio primo intervento “pubblico” sul lavoro di Saviano e parlare di un libro di ormai 3 anni fa per la sua attualità un po’ inquieta, ma rappresenta la risposta migliore a quanti premono per la dimenticanza. Ma la chiacchierata è stata anche l’opportunità per un discorso che abbraccia i generi e la loro valenza nel panorama attuale delle lettere. Dal mio punto di vista personale, naturalmente.

Eventuali ulteriori feedback da parte vostra saranno come sempre graditi.

[Foto di Luigi Caterino.]

Back to Kipple, on the river

Posted on Gennaio 14th, 2009 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Parlavo qualche mese fa del pessimo stato di conservazione in cui versano le sponde del fiume Sele. In quell’articolo concentravo il fuoco delle parole soprattutto sulla gestione dei rifiuti da parte della regione Campania. L’isola ecologica di Calabritto, come davo notizia nei giorni scorsi, è poi stata riaperta e rimessa in funzione. Ma intanto qualcun altro ha scoperto le magagne politiche che stanno dietro la gestione del fiume. Tre autorità di bacino per tutelarne le acque, tra le più inquinate d’Italia. Anche questa è una storia da Bassitalia.

L’isola ripristinata contro le insidie del Kipple

Posted on Gennaio 7th, 2009 in Kipple | 1 Comment »

Nel mio piccolo reportage uscito lo scorso ottobre sullo Strano Attrattore e simultaneamente sul blog della Comunità Provvisoria dell’Alta Irpinia fotografavo lo stato di salute di un angolo di Bassitalia che, ipoteticamente, avrebbe dovuto essere destinato alla raccolta dei rifiuti speciali. A volte succede che le parole non cadano nell’indifferenza.

La scorsa settimana ho avuto modo di constatare di persona come l’isola ecologica di Calabritto sia stata riaperta, l’area immediatamente circostante sia stata bonificata e semplici (ma per il momento direi efficaci) contromisure siano state adottate per impedire il ritorno allo sversatoio e al degrado che denunciavo solo tre mesi fa. Il ritorno alla normalità mi era stato segnalato già da dicembre. Il luogo è ora presidiato da personale autorizzato (e, credo di poterlo dire sulla base della chiacchierata scambiata sul posto, preparato, attento e disponibile) tre giorni a settimana. Una nuova isola ecologica al servizio dei comuni limitrofi della provincia di Salerno è attualmente in fase di studio.

Dalle nostre parti si direbbe che parlare sposta. Cambiare lo stato delle cose non è una chimera. Basta partire da quelle piccole, utilizzando quello che si ha a disposizione. Ancora una volta, dipende solo da noi.

Il 23 novembre e il miraggio della Ricostruzione

Posted on Novembre 23rd, 2008 in Nova x-Press | 4 Comments »

Il 23 novembre 1980 una scossa di terremoto di magnitudo 6.9 devastava il cuore di Bassitalia. Il terremoto sprigionò in pochi secondi un’energia stimata in circa 500 kilotoni, l’equivalente di 42 bombe di Hiroshima, e investì 17.000 kmq, radendo al suolo l’Irpinia e le province di Salerno e Potenza e traducendosi per via delle caratteristiche geomorfologiche del territorio e della debolezza strutturale dell’edilizia di inizio secolo in un’intensità di distruzione stimata all’XI grado della scala Mercalli. I numeri dell’evento che sarebbe passato alla storia come il terremoto dell’Irpinia, presi in sè, non possono dare un’idea di quello che significò il sisma, né alle ore 19.34 di quella domenica di 28 anni fa, né nei mesi e negli anni che seguirono: una scossa percepita dalla Pianura Padana alla Calabria, soccorsi ritardati dall’inaccessibilità dei territori colpiti, famiglie dilaniate, disagi che si protraggono ancora oggi e un piano di ricostruzione (la famigerata Ricostruzione di cui si è parlato per anni e che oggi si staglia nel firmamento delle idee come un titano della mitologia, un prodigio che nessuno ha ancora avuto il privilegio di toccare davvero con mano) che sembra ormai eterno, con la Finanziaria 2006 che ancora stanziava 100 milioni di euro per le opere della Ricostruzione.

La Ricostruzione ha richiamato sull’Irpinia una generosità di fondi per il cui finanziamento paghiamo ancora 75 lire (poco meno di 4 centesimi di euro) di accisa su ogni litro di carburante oggi acquistato. I contributi pubblici dello Stato ammontavano nel 2000 a 58.640 miliardi di lire, rivalutati ai prezzi del 2000 in 77.873 miliardi, pari a 40,218 miliardi di euro. Il dopoterremoto è diventato così una bolla economica a livello locale che non ha precedenti nella storia d’Italia: un banchetto a cui tutti si sono serviti con ingordigia, dai politicanti della zona agli imprenditori del Nord che qui sono venuti a delocalizzare (si dice così oggi, no?) i loro stabilimenti immancabilmente destinati alla chiusura allo scadere dei meccanismi di incentivazione. Il tutto orchestrato dalla Banca Popolare dell’Irpinia (tra i cui azionisti poteva vantare il nome dell’on. Ciriaco De Mita, acquistata nel 2000 dal Gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna e fusa nel 2003 con la Banca Popolare di Salerno nella Banca della Campania) e, ove possibile, dalla mediazione della Camorra.

Il dopoterremoto è stato infatti attraversato da onde altrettanto convulse del moto sismico, rivelando paradossalmente una mobilità e una fluidità di movimenti superiore agli strati geologici che ne avevano determinato la causa scatenante. Dai 70 comuni disastrati e circa 200 danneggiati che erano stati censiti inizialmente, si passò col tempo a 687: una escalation che andò ad abbracciare praticamente tutta la Campania (542 comuni su 551), la Basilicata intera e 14 comuni pugliesi. Questa estensione finanziaria del Cratere, com’è ovvio, diluì i finanziamenti destinati alla ricostruzione dirottandone porzioni cospicue verso Napoli e il suo hinterland. Mentre i signori di Gomorra investivano quei fondi in imprese criminali di respiro nazionale (lo smaltimento clandestino dei rifiuti sarebbe esploso sulla fine del decennio) e internazionali (imprese edili che sarebbero sbarcate presto all’estero), i signorotti locali si accontentavano della loro fetta, spargendo le briciole intorno al tavolo. Chiunque sia stato scaltro abbastanza da tenere il passo degli squali è stato ricompensato con l’inquadramento in una classe media che ha tratto beneficio dal sisma, in un miracolo di transustanziazione che ha trasformato la disgrazia di molti nella fortuna di una minoranza.

E’ stato tuttavia un miracolo effimero, che si è sgonfiato nel giro di pochi anni, com’era inevitabile per una ricchezza generata con giochi di prestigio e “sganciata dal territorio“. Finita la cuccagna, i posti di lavoro promessi dai signorotti locali si sono rivelati fasulli, la disoccupazione ha alimentato nuovi flussi migratori verso il Norditalia e l’estero, i paesi sono tornati a svuotarsi (basta guardare gli andamenti demografici dei singoli comuni su Wikipedia: a una ripresa intorno al 1990 segue pressoché sempre un calo nel decennio successivo). L’ondata umanitaria e la generosità piovute sull’Irpinia e le zone terremotate da tutta Italia e dalle comunità italiane all’estero, sensibilizzate anche dall’instancabile opera d’informazione condotta dal compianto Indro Montanelli, si è mutata in una sottile diffidenza, il sospetto di chi si domanda: “com’è possibile che tutti i fondi raccolti per l’Irpinia non si siano tradotti in una rinascita del territorio?”.

Dei fondi che sarebbero dovuti servire per dotare il territorio di infrastrutture adeguate a favorirne uno sviluppo concreto e duraturo, non resta ormai che il ricordo, pronto a tramutarsi in stupore e meraviglia ogni volta che capita di vedere le cifre snocciolate in qualche tabella ministeriale o nelle periodiche inchieste che cercano di portare un barlume di luce nei meandri della storia. Il bandolo della matassa resta ingarbugliato. Invece che investire nelle attività agricole sul territorio che è il granaio della Campania, paradossalmente beneficiato da premi di indennità volti a normalizzarne la sovrapproduzione, così come nel settore delle rinnovabili, che da queste parti potrebbe produrre sostanziali sbocchi occupazionali, vi si decide di farne la sede per una piattaforma polifunzionale per lo smaltimento di rifiuti tra le più grandi d’Europa, mettendone a rischio anche l’integrità del bacino imbrifero.

La storia di Bassitalia resta costellata di sventure e zone d’ombra. In attesa che la prossima inchiesta venga a scoprirne gli altarini, la gente del posto continua a masticare offese e rancori, con la pazienza rassegnata che chi è di queste parti conosce bene. Questi monti sono fortunatamente immuni all’omertà: tutti sanno come vanno le cose e se ne lamentano, manca semmai quel minimo di intraprendenza che servirebbe a cambiarle, le cose. Oggi come ogni anno, noi che in Irpinia ci siamo nati e cresciuti torniamo a commemorare i morti e mi rendo conto che da quella domenica sera di 28 anni fa (ricordi di seconda mano di messe, caminetti accesi contro il freddo, sintesi delle partite a 90° minuto e poi, d’improvviso, la distruzione che spazza tutto, la fuga lungo i vicoli, le urla, il silenzio e la notte ad avvolgere il mondo dietro una tenda impenetrabile), da quel 23 novembre ci sembra separarci ormai l’abisso del tempo, una distanza siderale e incolmabile, dilatata dalle mille piccole, ingannevoli conquiste che ci sono state regalate per alimentare la nostra illusione che dal 1980, grazie alla fantomatica Ricostruzione, l’Irpinia sia entrata davvero nel circolo virtuoso del progresso (fatto di TV digitale, copertura totale delle reti di telefonia mobile e fuoristrada, ma non - per carità di Dio! - di diritto all’istruzione, banda larga o trasporti pubblici).

Oggi, ricordiamo. Poi, come ogni anno, torneremo ad aspettare la prossima ricorrenza. Con un ultimo occhio ancora ai numeri, per quanto insufficienti ad abbracciare la dimensione della tragedia: 2.735 vittime, 8.848 feriti, 280.000 sfollati. Una Ricostruzione mai ultimata, con insediamenti provvisori tuttora occupati. Benvenuti in Bassitalia. XXI secolo, ma non per tutti.

[La foto di apertura è tratta dalla Galleria del dossier di Repubblica, Irpinia: venti anni dopo. In chiusura: Castelnuovo di Conza (SA), foto di Antonio Melillo.]

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Posted on Ottobre 29th, 2008 in Kipple | 5 Comments »

Logica del dominio. Gennaio. Forse…

L’isola ecologica in mezzo al Kipple

Posted on Ottobre 8th, 2008 in Kipple | 3 Comments »

Oggi è apparso questo mio articolo sul blog della Comunità Provvisoria, diventato da qualche mese il centro del coordinamento on-line del movimento di difesa del Formicoso dallo scempio che stanno meditando Governo e Commissariato per l’Emergenza Rifiuti. Lo riprendo anche qui e con l’occasione ne riporto a corredo la documentazione fotografica raccolta in situ. A dimostrazione che anche le opere partite con le migliori intenzioni possono produrre conseguenze spiacevoli, risolvendosi in minacce per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Il kipple è fatto di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicità che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a controllarlo, il kipple si riproduce. Per esempio, se quando si va a letto si lascia un po’ di kipple in giro per l’appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne trova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai.

Philip K. Dick - Il cacciatore di androidi
(Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968)

Calabritto, sulle propaggini orientali del Monte Cervialto, è un paese in costante declino. Come in tanti altri centri dell’Irpinia, il terremoto del 1980 ha solo assestato il colpo definitivo a una parabola già in discesa dopo avere superato da decenni il suo culmine. In poco più di mezzo secolo il comune ha visto la sua popolazione quasi dimezzarsi per via dei flussi migratori che, a partire dal secondo dopoguerra, hanno alimentato la diaspora irpina, disperdendone gli abitanti su quattro continenti.

Oggi Calabritto conta poco più di 2.600 abitanti divisi tra il borgo capoluogo e la suggestiva frazione di Quaglietta, con il suo abitato aggrappato a uno sperone roccioso intorno alla possente rocca longobarda, ormai ridotta a rudere. Dai suoi 480 metri sul livello del mare, il centro storico domina l’Alta Valle del Sele e si ritrova circondato da una varietà di scenari ed ecosistemi invidiabile, dalle colline ricoperte di ulivi ai boschi di castagni, da cui si raccoglie il frutto della qualità doc di Montella rinomata in tutta Italia.

I dintorni possono vantare una storia antica quanto quella dell’Italia che leggiamo nei libri di storia: nel 71 a.C. le sorgenti del fiume Sele furono teatro della sanguinosa disfatta di Spartaco, che pose fine alle guerre servili e al sogno di libertà delle sue armate di schiavi ribelli. Quasi come un riflesso storico di quell’impresa gloriosa, dopo l’unità d’Italia i monti tra l’Irpinia e la Lucania furono percorsi dall’agitazione popolare che culminò nella stagione delle insurrezioni brigantesche.

Malgrado si avvii a divenire un territorio di città-fantasma, questa resta una terra di solide tradizioni popolari dalle forti radici religiose, come attestano i santuari dedicati alla Madonna della Neve e alla Madonna del Fiume siti proprio nel comune di Calabritto. Il matrimonio tra passato e paesaggio dovrebbe rendere questi luoghi un’amena attrazione per amanti della natura e della storia. Ma basta imboccare l’uscita della strada a scorrimento veloce della Fondo Valle Sele per rendersi conto di quanto sia vana questa aspettativa.

L’area dello svincolo, dominata dall’imponente struttura in cemento armato del raccordo stradale, è abbandonata all’incuria e disseminata dei residui di stagioni di gite, una stratificazione quasi geologica di malcostume italico che non risparmia nemmeno la piazzola di sosta solitamente scelta dai carabinieri della locale stazione per i loro appostamenti di routine. I venditori ambulanti della zona, che altrimenti sostano sotto i cerri e le querce, non esitano ad abbandonare lungo la strada, a commercio concluso, materiali da imballaggio e prodotti deteriorati non più vendibili. A proseguire sulla storica Statale 91 in direzione della Sella di Conza, occorre percorrere appena qualche centinaio di metri per imbattersi in un tipico monumento alla brillante soluzione dell’emergenza rifiuti.

In Contrada Molinelle il Commissariato di Governo per l’emergenza Rifiuti, Bonifiche e Tutela delle Acque nella Regione Campania ha disposto un progetto di isola ecologica al servizio dei comuni di Calabritto, Senerchia e Monteverde. Il Consorzio Smaltimento Rifiuti Avellino 2 si è così ritrovato a beneficiare di fondi comunitari e ampi margini di manovra per fronteggiare, in collaborazione con altri siti strategici, la crisi che da anni affligge la regione. I lavori furono affidati alla Edil Mora di Quarto (NA), una “Cooperativa di Produzione e Lavoro a Responsabilità Limitata” che non ha un sito internet e le cui uniche tracce in rete sono reperibili negli avvisi di gare pubbliche d’appalto. L’importo complessivo, dichiarato sul cartello posto in bella vista e nel pieno rispetto della normativa, ammontava a euro 316.887,28.

La normativa purtroppo nulla ha potuto contro le fiamme: il cartello si presenta oggi annerito dagli incendi che periodicamente sono stati appiccati ai cumuli di rifiuti scaricati ai suoi piedi. Una storia che va avanti da un anno a questa parte, esplosa con il riaccendersi della crisi a Napoli: praticamente uno strascico altrettanto paradossale dello stato di cose in cui versa la Campania dall’inizio degli anni Novanta. Mentre l’area adibita a isola ecologica si mostra tenuta in un discreto stato di cura, con i suoi cassoni blu allineati con meticolosità marziale, il piazzale antistante è invece sommerso di spazzatura: elettrodomestici dagli usi più svariati, interi pezzi d’arredamento, bottiglie e confezioni di plastica, vuoti di vetro, pneumatici, materassi e classiche buste di scarti domestici. Vi finisce praticamente di tutto, in questo posto che, davanti al cancello chiuso con un lucchetto, finisce per offrire dimora a tutto. Almeno fino al successivo rogo abusivo, appiccato per creare nuovo spazio ad altra monnezza.

Il suolo e il muro di confine del sito recano le tracce palesi di questa evidenza. Le fiamme avranno intaccato anche la rete, che però è stata funzionalmente ripristinata. Il container all’interno dell’isola ecologica espone ancora i segni degli atti di vandalismo che ne hanno mandato in frantumi le finestre. La diossina sprigionata dagli incendi si sarà riversata sugli ulivi e nei campi dei contadini ignari che si estendono dall’altra parte del nastro d’asfalto della SS 91, il cui percorso delimita di fatto l’area dello sversatoio clandestino.

Le dimensioni dell’area non giustificano certo il sospetto di un traffico di grande scala, ma se possibile rappresentano una testimonianza ancora più impietosa dello stato di dissoluzione in cui sembra essere sprofondato questo angolo di Bassitalia. I comuni della provincia di Avellino sono statisticamente i più virtuosi della Campania nell’incidenza della raccolta differenziata, con una media provinciale valutata nel 2007 pari al 26,2%. I numeri, come spesso accade, possono ingannare. Ma di fronte alle condizioni in cui versa l’area in esame, possiamo trarre due conclusioni: la prima è che la longa manus di Gomorra, per una volta, sembrerebbe da escludersi: manca quella massa critica sufficiente a innescare e a sostenere un mercato nero; la seconda è che la sensibilizzazione a un tema così delicato non avrebbe coinvolto, malgrado i proclami politici e le campagne pseudo-informative, tutti i cittadini e tutte le amministrazioni. Due fattori che, combinati tra loro, danno vita a un potenziale esplosivo.

Tirando le somme, il quadro che ne risulta riesce così a essere ancora più preoccupante che in presenza di un preciso piano criminale. Anche perché l’indifferenza tradita dal cittadino a un problema non fa altro che fertilizzare quello stesso suolo che in futuro potrà nutrire l’iniziativa della malavita organizzata. Non dimentichiamo che le rotte dello smaltimento abusivo passano proprio da queste zone. 70 mila metri cubi di rifiuti pericolosi sono stati sequestrati in Campania negli ultimi mesi. Una guerra senza quartiere, combattuta ogni giorno: le sconfitte dell’autorità si compiono nel silenzio della clandestinità e aggiungono un’ipoteca sul destino di questa terra; i successi dovrebbero mantenere in allerta le difese immunitarie, ma come dimostra il caso di Molinelle non sempre è così.

Cosa resta di un paese quando i suoi cittadini abbandonano la loro terra alla devastazione o, peggio ancora, vi contribuiscono in prima persona? Quale futuro attende le generazioni a venire, se l’eredità che siamo capaci di lasciargli non esclude il fardello di un disastro diffuso, generalizzato e universalmente tollerato?
Interpellati in merito prima dell’estate, il carabinieri di Calabritto si sono trincerati dietro un laconico silenzio, dichiarando di avere altre priorità a cui dedicare le loro forze. Appare d’altro canto disarmante l’inezia dell’amministrazione comunale, difficilmente all’oscuro dei fatti considerata la prossimità del sito a un’arteria stradale di importanza regionale. Il quesito che sorge a questo punto apre nuovi sconfinati orizzonti alla preoccupazione: se una situazione simile ha avuto modo di consolidarsi sotto gli occhi di migliaia di persone, cosa può essere stato nascosto tra i boschi e nei campi che ancora in questo scampolo d’estate giacciono lontano dalle rotte degli uomini, nel silenzio spettrale delle ore assolate?

La megadiscarica di Andretta, prevista da un decreto governativo sul Formicoso, a pochi chilometri da qui nel cuore di un’area tra le più significative d’Italia per lo sviluppo di fonti rinnovabili, non cessa di infuocare gli animi dei residenti e dei conterranei. Se il suolo pubblico e trafficato di Molinelle è stato facilmente ridotto in queste condizioni, chi ci assicurerà che dietro i cancelli sorvegliati dalle guardie non si consumeranno più loschi traffici, più complete e mortali strategie di distruzione?

I media ci informano che la crisi dei rifiuti è stata risolta. Brillantemente, sembrerebbe, se neanche il “Newsweek” ha potuto esimersi dall’incensare la condotta del governo. Nuove discariche accoglieranno i rifiuti che si continuano a produrre, senza criterio. E la cosa mi richiama alla mente parole dei Wu Ming: “Gli stolti chiamavano pace il semplice allontanarsi del fronte. Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro”.

Tornando indietro verso lo svincolo, a una cinquantina di metri dalle rampe di accesso alla Fondo Valle Sele, sulla sinistra, uno sterrato in pessime condizioni porta alla riva sinistra del fiume che dà il nome alla vallata. Lo stato di mantenimento della campagna si mostra desolante già dopo pochi metri di marcia. Anche qui elettrodomestici dismessi, casse da imballo e pneumatici la fanno da padrone. Sulla breccia gli inconfondibili segni di altri roghi denunciano quanto sia impregnata di residui questa terra. Ci troviamo a meno di venti metri dalle acque del fiume, in questo punto, ben all’interno dei limiti dell’area regionale protetta della Riserva Naturale Foce Sele-Tanagro.

La stessa area è inoltre abbracciata dal Parco Regionale Monti Picentini che si estende a cavallo tra le province di Salerno e Avellino. Qui, qualcuno ha abbandonato una bottiglia di Martini a un passo da una roccia. Scruto il quadro valutandone l’estetica da natura morta, sotto gli occhi indifferenti di un cane da pastore randagio. Mi chiedo se abbiano trovato davvero qualcosa per cui festeggiare, o se abbiano voluto solo metterci sopra una pietra, scolandosi la bottiglia per dimenticare.

I 10.000 del Formicoso

Posted on Ottobre 4th, 2008 in Kipple | 1 Comment »

Il 2 ottobre scorso 10.000 persone si sono riunite sul Formicoso per protestare pacificamente contro i soprusi di uno Stato assente, che si propone da quelle parti solo quando c’è qualcosa da imporre. I mass media ovviamente se ne sono tenuti alla larga. L’attenzione che stanno dedicando all’intera vicenda è degna di quella riservata all’eccidio di Castel Volturno, ma da quelle parti manca un corrispondente che possa richiamare l’attenzione della stampa che conta (provare per credere). Non c’è da meravigliarsi: la demografia di queste terre non ha raggiunto la massa critica per imporle come bacino elettorale di qualche rilievo e il pacifismo a cui è stata improntata la protesta la rende decisamente poco mediatica, sicuramente meno appetibile delle molto più scenografiche proteste di Chiaiano.

Se invece di avere dei mass media avessimo avuto qualcosa di diverso a diffondere l’informazione, diciamo degli ipotetici interstitial media, probabilmente le cose sarebbero andate in maniera diversa. Ma noi abbiamo la rete e il web 2.0 può essere usato come un ripetitore virale, per dimostrare che esiste un angolo di Italia dimenticato, un lembo di terra abitato da gente che da decenni convive con la parola sacrificio e che a questa terra ha dedicato non solo il sudore ma anche il sangue e l’anima. Questo mi permette di riprendere su queste pagine l’appello della gente del Formicoso e rilanciare il grido a mia volta: giù-le-mani-dal-Formicoso.

Guardate i volti dei vecchi,
incrociate i loro occhi,
scrutate nell’ombra
come tra i rovi.

Nelle rughe profonde,
solchi tirati nei campi
prima di sera,
la forma dei luoghi.

E’ la terra che lascia i suoi segni
nella pelle, li imprime
col tocco del sole e del vento,
per non lasciarsi scordare.

Qui sotto un video del discorso di Vinicio Capossela (filmato da DavidIrpino). Sul blog della Comunità Provvisoria invece un vasto reportage di Angelo Verderosa.

Garigliano Burning

Posted on Ottobre 3rd, 2008 in Graffiti, Kipple | No Comments »

Meglio di mille parole. By Makkox.

Dopo la mattanza

Posted on Settembre 22nd, 2008 in Agitprop, Kipple, Nova x-Press | 3 Comments »

Meritano una menzione d’onore gli italiani che ieri erano a Castel Volturno per commemorare la strage degli innocenti del 18 settembre 2008. Merita un attestato speciale il telegiornale de La7, che nell’edizione di sabato sera per primo - a quanto mi risulti - ha trovato il coraggio di parlare di “matrice razzista” per questo eccidio ancora senza movente.

Se dovessero essere confermate le sensazioni sempre più forti in queste ore, malgrado i proclami ancora convinti del questore e dei suoi collaboratori, la vigilia di San Gennaro dovrebbe venire eletta lutto nazionale, a triste memento per le generazioni future e celebrazione dei valori di uguaglianza, integrazione e rispetto della dignità umana, che in questo Paese si stanno progressivamente dissipando. Una speranza oziosa, me ne rendo conto.

Meritano stima e rispetto i parenti e gli amici delle vittime, e gli altri extracomunitari che si spaccano la schiena dalla mattina alla sera per tirare avanti, che vivono come ombre in un mondo che non conosciamo e in cui non vogliamo immischiarci, e che si vedono ora traditi da uno Stato che magari credevano esistesse ancora, ingannati dai controlli di routine delle forze dell’ordine sguinzagliate da ministri da palcoscenico a caccia di irregolari: clandestini e uomini neri da riversare nei sogni della gente per bene, elettori beati nello psico-terrore alimentato dalle autorità.

Intanto, grazie a Giuseppe D’Avanzo e a Roberto Saviano, apprendiamo finalmente i nomi delle vittime. Nomi rimasti oscuri fino a ieri, come se i morti non fossero stati nemmeno uomini degni del privilegio di venire battezzati e chiamati per nome, ma solo comparse destinate al sacrificio per un servizio giornalistico da 2 minuti in prima serata o da tre colonne su un giornale. Sono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi. Mentre è ancora ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana.

Samuel, Alaj, Christopher, Alex, Kwame, Eric e Joseph. Ennesime vittime di camorra in un territorio abbandonato al suo destino. Lontano dagli uomini e da Dio.

[Aggiornato alle 09:54. La foto è opera di Luigi Caterino.]