Riserva di caccia

Posted on Gennaio 24th, 2011 in Criptogrammi, Futuro, Sezione π² | 10 Comments »

Aggiornamento sullo stato della scrittura, per tutti gli amici che nelle ultime settimane mi hanno chiesto - e aspettano - notizie più precise sui miei lavori. Mi aspetta un mese intenso e quindi potrei continuare a latitare da queste pagine ancora per qualche tempo. Oltre a due racconti già abbozzati ma ancora da scrivere, centrale resta chiaramente il lavoro sul romanzo. Di Corpi spenti vi ho già parlato in diverse occasioni, ma qui mi preme concentrarmi su un aspetto del romanzo che ho ritrovati in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Ermanno Rea, che di Napoli è stata una delle principali voci del Novecento, ma non solo.

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma - senza parlare di secessione, ovviamente! - sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un passo indietro. Gli amici con cui mi sono più intensamente consultato durante la stesura di Corpi spenti sanno che la storia si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel duecentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione (prendetelo pure come un antipasto del romanzo) sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lascia indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare di Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con Napoli che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez.

Uno dei partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader - un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di PKD ma che… no, meglio rimandare i dettagli - una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. E’ una reazione alla Singolarità, che già in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente (e che verrà meglio esplorato in un romanzo breve che vedrà presto la luce, spin-off del filone principale di queste Cronache del Kipple). Non il modo più razionale per affrontare i problemi della città assediata dal Kipple, ma - si sa - facendo leva sull’insoddisfazione di pancia delle masse si possono strappare risultati importanti.

Ecco, vedere che qualcun altro ha avuto un’idea simile alla mia, e che in essa riverberano spunti e suggestioni molto simili pur approdando a due esiti completamente antitetici, forse dovrebbe infastidirmi, e invece mi rende ancora più orgoglioso per aver deciso di giostrare il romanzo intorno a quest’idea, anche con la valida incitazione degli amici con cui nei mesi scorsi mi sono confrontato. Perché significa che c’è un meme, nell’aria, e io l’ho recepito al pari di altri più svegli di me. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come questa, avrei sentito meno completo il romanzo, che si avvia felicemente alla conclusione attraverso la sua terza e ultima parte.

Da Napoli, 2061, per il momento è tutto. Restate in ascolto.

[Immagine pubblicata per gentile concessione di 3pad.]

Rifiuti in Campania: emergenze dimenticate, crisi smentite e soluzioni occultate

Posted on Novembre 28th, 2010 in Agitprop, Kipple | No Comments »

Nemmeno tre anni: così poco è bastato per ritrovare Napoli e la Campania in ginocchio, da quei giorni drammatici che segnarono l’arrivo del 2008. E la banda politica che cavalcò lo tsunami dell’indignazione di tutta Italia e dell’esasperazione dei campani si trova adesso alle prese con un problema ormai sfuggito di mano. I commissari che si sono succeduti in questi anni, la gestione plenipotenziaria della Protezione Civile, i proclami della splendida accoppiata Berlusconi-Fini che sulla vergogna della crisi del 2008 costruì la scalata per il ritorno al dominio del Paese, nulla hanno potuto contro la realtà dei fatti. La verità è sotto gli occhi di tutti, incarnata dagli effetti di una gestione tanto disinvolta quanto scriteriata.

La lettura dell’impietoso, coraggioso, illuminante articolo di Alberto Statera su Casal di Principe e l’impero Cosentino mi ha spinto ad andare a recuperare un po’ di impressioni appuntate all’epoca e nei mesi successivi. Un blob di link (a proposito di giorni del Kipple, città in ostaggio, piattaforme polifunzionali, delocalizzazione del disastro ecologico) da cui emerge altrettanto impietosa l’idea dell’inutilità pratica delle soluzioni politiche proposte e adottate e, spingendoci solo un passo oltre, della reale natura affaristica della gestione della crisi. Con le consuete connivenze politiche, gli stessi soggetti che avevano provocato la crisi (riempiendo la Campania e non solo le sue discariche dei veleni più letali provenienti dal resto dell’Italia e da ogni angolo d’Europa) hanno ricevuto l’opportunità di legittimare il proprio ruolo. Per capire a cosa ciò abbia portato, basta aprire un giornale o, se si hanno voglia e coraggio, prendere un treno per Napoli: lungo il tragitto della ferrovia, dal casertano in poi, è una teoria di cumuli di immondizia riversati ai bordi delle strade, a colmare cunette e canali e tracimare nei campi, in un trionfo di putrefazione e degrado.

Che la gestione della crisi sia un business in sé continua a dimostrarlo il piano provinciale della gestione dei rifiuti di Salerno. Nel documento non c’è traccia dell’impianto di compostaggio di Castelnuovo di Conza, ma viene decretata la costruzione di due nuovi impianti a Polla e a Eboli per servire il fabbisogno della provincia. Lo stabilimento di Castelnuovo, sequestrato dalla magistratura nell’ambito di un’inchiesta sulla gestione spregiudicata della So.Ri.Eco Srl, basterebbe da solo a smaltire 85.000 tonnellate di umido ogni anno, circa i due terzi del fabbisogno dell’intera Provincia. Invece l’ufficio preposto ignora l’asta giudiziaria indetta dalla curatela fallimentare dell’impianto in data 29 ottobre 2009 e decreta la costruzione di due nuovi stabilimenti, ignorando di fatto una soluzione già presente sul territorio e praticabile previo minimo adeguamento della struttura esistente.

Come se non bastasse, l’isola ecologica di Calabritto (in provincia di Avellino), di cui segnalavo lo stato di abbandono e, quattro mesi più tardi, il successivo ripristino, è stata praticamente convertita in una discarica a cielo aperto: non più presidiata, i cassoni smantellati, il cancello della recinzione rimosso, si è trasformata in uno sversatoio alla mercé di chiunque, piena di rifiuti di ogni tipo e natura che qui vengono accumulati e incendiati, con conseguenti problemi non banali per la circolazione sulla Statale 91. Quanto basta per alimentare i più sinistri presagi sul prosieguo della Crisi Rifiuti e della sua intenzionale, voluta, programmata e deliberata mancata risoluzione.

700 soli

Posted on Ottobre 2nd, 2010 in Agitprop | 3 Comments »

A quanto si apprende oggi, lo scherzo della scuola gestita dalla moglie di Bossi in quel di Adro, avallato dall’amministrazione di un comune al 60% di espressione leghista, costerà al Ministero dell’Istruzione e quindi alle tasche dei contribuenti italiani qualcosa come 30.000 euro. Tanto viene stimata l’operazione di rimozione dei 700 simboli leghisti che hanno marchiato il polo scolastico, nel più totale disprezzo non solo delle basi della Costituzione, ma anche del più elementare senso di decoro e rispetto imposto dalla convivenza civile.

Che questo paese che si appresta a festeggiare i 150 anni dall’Unità sia ormai in preda a una deriva qualunquista appare sempre più un dato di fatto. Imprigionato in un immobilismo che fa gioco ormai solo al suo caudillo e ai suoi viceré e satrapi, in balia di conglomerati di interessi che lo hanno trasformato in una riserva di caccia per le loro battute finanziarie, scopriamo come ogni giorno sappia dimostrarsi all’altezza di nuovi livelli di degrado e indecenza. La qual cosa finisce per riflettersi nei comportamenti pubblici (fuori e dentro la rete) dei suoi cittadini, in una dinamica di cui non so bene separare le cause dai sintomi.

Quello che però dovrebbe un attimo scuotere le coscienze assopite è proprio la forza della novità. Non l’espressione dell’ideologia, sintesi mirabile di neofeudalesimo e ispirazione fascista in un totalitarismo di bassa lega applicata su piccola scala, ma la sorpresa che a rendersi responsabile dello spreco sia stata la dirigenza locale del partito che ha fatto della battaglia contro gli sprechi il punto d’orgoglio della propria immagine efficientista.

Già che ci siamo, quindi, perché non aggiungere ai 30.000 euro qualche spicciolo per imprimere il “sole delle Alpi” su 700 rotoli di carta igienica destinati al Liceo Scientifico di San Giorgio a Cremano? In questi tempi di emergenza sociale e smarrimento culturale, per una volta l’applicazione di una forma di par condicio riparatoria potrebbe servire se non altro a restituirci il buon umore.

Riserve italiane

Posted on Settembre 19th, 2010 in Agitprop, Nova x-Press | 2 Comments »

Ieri, nel secondo anniversario della mattanza di San Gennaro, il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati di Castel Volturno ha sfidato il divieto dell’amministrazione comunale e inaugurato una targa commemorativa in ricordo dei sei ragazzi provenienti da vari stati africani (Togo, Liberia, Ghana) sterminati nella notte di San Gennaro del 2008 da un commando di casalesi. La strage resterà per sempre una macchia sulla coscienza civile di questo paese, grazie alle autorità e alla stampa che ne riprese la linea ufficiale che, ancora diversi giorni dopo la carneficina, parlava di regolamento di conti tra clan della mafia nigeriana.

Il ricordo dell’altro giorno, con l’inaugurazione della scultura in ferro simbolo di fratellanza, voleva stimolare un momento di unità civile, di solidarietà e lotta al razzismo e alla legge di Gomorra, ma a quanto pare il primo cittadino di Castel Volturno non ha apprezzato. Antonio Scalzone, eletto lo scorso marzo con una lista appoggiata dal centrodestra, ha tenuto a ribadire la sua dissociazione dall’iniziativa e ha levato un urlo di rabbia contro la situazione del suo territorio. “Senza l’aiuto dello Stato, che qui ha abdicato, la nostra comunità farà la fine degli indiani d’America. Morirà sotto il peso dell’immigrazione” ha dichiarato. Parole da incorniciare, che rievocano la fulgida età dell’oro dei Regi Lagni, quando della camorra importata dagli immigrati nessuno aveva ancora sentito parlare, quando il governo faceva sentire il suo influsso benefico attraverso istituzioni e rappresentanti regolarmente e liberamente eletti dalla cittadinanza, quando, insomma, la Campania ancora non esisteva. Oppure, se ci dimentichiamo la storia delle elezioni, prosperava sotto l’Impero come residenza di vacanza di Tiberio e dei suoi successori…

Non so quanta gente ci fosse ieri al km. 43,000 della Domiziana, né quanti di loro fossero cittadini italiani di nascita, quanti regolari immigrati e quanti clandestini. Ma so che nel consiglio comunale di Castel Volturno, dopo la fine dell’amministrazione di centrosinistra di Francesco Nuzzo, non c’è un solo rappresentante del centrosinistra inteso in senso lato. Il PD che in queste ore cerca di capire chi si è portato a casa la bussola di chi, potrebbe pure fermarsi un attimo, oggi dopo pranzo, con calma, e riflettere su questo dato. C’è un territorio assediato dalla camorra, con gravi problemi di integrazione tra la popolazione locale e i numerosi immigrati che vi si sono stabiliti per tenerne in piedi l’agricoltura e l’edilizia della zona – spesso sfruttati come bestie e quasi sempre trattati come bestie anche al di fuori dei campi – e non c’è un solo delegato in consiglio comunale che possa prendere la parola e far presente al signor sindaco Antonio Scalzone che, al di là della decenza morale, non è un municipio la sede migliore per millantare menzogne e gettare discredito sulle vittime di una strage eseguita nel suo comune da cittadini italiani come lui.

Non è decoroso ed è eticamente spregevole che un primo cittadino sostenga che “è una celebrazione incauta perché rischia di ricordare persone che forse non erano innocenti. Mostro rispetto dinanzi alla morte ma, da quanto emerge dalle indagini dei carabinieri, tra quei morti ci potrebbero essere anche degli spacciatori”, quando il lavoro degli inquirenti ha accertato una verità diversa: una spedizione punitiva voluta dal boss Giuseppe Setola per mandare un avvertimento ai clan nigeriani della zona colpendo ferocemente un gruppo di innocenti, estranei ai loro traffici illegali e disarmati. Intervistato da Conchita Sannino, il pm Cesare Sirignano che si è occupato dell’inchiesta con il collega Alessandro Milita è stato chiaro e lapidario. Ne riprendo le parole perché è importante che le parole girino, che la verità si diffonda. Dimenticare o omettere significa cominciare a morire o, peggio, uccidere una seconda volta con l’aggravante dell’oblio.

Dottor Sirignano, gli atti giudiziari dovranno pur far testo per un sindaco. Può chiarire definitivamente se i sei ghanesi assassinati con 120 colpi di kalashnikov e pistole, nella sartoria, erano coinvolti in traffici illeciti oppure no?
No. Non risulta nulla del genere. Si trattava di persone dedite a lavori artigianali, chi faceva il sarto, chi il manovale. D’altro canto, ribadisco che ciò che colpì di quella strage fu proprio il mettere in conto di colpire casualmente: si doveva uccidere alla cieca se in quella sartoria non c’era il bersaglio che cercavano. Cosa che avvenne.

Ora che i collaboratori di giustizia lo hanno ripetuto in aula, vogliamo ricordare nel dettaglio come nacque l’idea di sterminare degli sconosciuti?
Quel giorno, Setola - che aveva già chiesto ad alcuni banditi extracomunitari una tangente sui loro traffici - cercava delle persone di colore da uccidere, preferibilmente i trafficanti con cui c’erano rapporti. Tant’è che inizialmente il luogo individuato dove andare a sparare era un altro: un ritrovo di immigrati accanto all’albergo “007″. Il progetto poi sfuma perché il commando si accorge che lì accanto ci sono telecamere che li esporrebbero troppo. Quindi, Setola chiede a Granato: “Ma se andiamo là fuori - intendendo la sartoria - li troviamo i neri?” Granato fa spallucce: “Ma sì, andiamo a vedere”.

Di fronte ad una pagina così cupa di una comunità locale, perché negare una lapide?
Mi pare che si sia persa un’altra occasione per andare verso l’integrazione di quella parte di comunità straniera che svolge lavori onesti, e umili. Sarebbe stato un segnale importante, e un piccolo seme, in una terra senza pace come Castel Volturno, già segnata da vecchie e nuove ferite. Dove l’intolleranza non è mai armata contro la sopraffazione criminale.

La storia degli indiani d’America è tuttavia emblematica. Le parole del sindaco di Castel Volturno testimoniano quella sindrome dell’accerchiamento che in Italia è sempre stata la principale forza responsabile della tenuta di gruppi sociali e politici, si parli di comunità o di governi. E’ la pressione esterna che tiene compatti i ranghi, ma senza la condivisione di regole basilari e inderogabili, alla prima interruzione di questa azione assistiamo alla misera disgregazione del forte eretto sul fondamento di una verità di comodo, effimera per sua natura. Manca la prospettiva del medio e del lungo periodo, ma prima ancora mancano le qualità umane per poter aspirare a una prospettiva di qualunque portata. Se rischiamo di fare la fine dei nativi americani, perché allora non chiediamo la separazione del meridione da Roma e l’istituzione per decreto del Presidente della Repubblica di una Riserva di Bassitalia volta a preservarne la specificità politica: corruzione, malgoverno, segregazione e criminalità organizzata.

Logica del dominio, all’ennesima potenza.

Bassitalia Kipple Map

Posted on Settembre 16th, 2010 in Accelerazionismo, Kipple | No Comments »

Dopo la scorpacciata di surf delle scorse settimane e un periodo di latitanza coinciso con il ritorno alla scrittura del romanzo (ma non si può dire che vi abbia lasciato senza qualcosa da leggere o contraddire), torno a iniettarmi un po’ di vecchia, odiata realtà. Direttamente nelle vostre prese craniali, un ritorno al Kipple con tutti i crismi.

Qualche tempo fa leggevo sul Fatto Quotidiano una nuova denuncia sull’avvelenamento della Basilicata, delle sue terre, dei suoi fiumi e dei suoi laghi. La scorsa estate mi è capitato spesso di attraversare la regione più dimenticata del Belpaese, autentico cuore di tenebra e spazio bianco sulle cartine di Bassitalia (del tipo che, in una fantomatica mappa a uso e consumo di Nick Chianese, mi aspetterei di vedere segnato con la dicitura Hic sunt leones nelle aule di Portogreco). Mentre ci dirigevamo a Matera con l’esimio Moskatomika - seconda tappa del nostro Bassitalia Road Mini-Trip (magari prima o poi avremo anche le foto) - enumeravo le occasioni che sono andate sprecate nella Valle del Basento e che continuano a essere dissipate nell’Alta Val d’Agri, i disastri denunciati e insabbiati da Rotondella a Tricarico, e la nostra gita si trasformava in una cartografia dell’inferno.

Qualche giorno dopo, ripercorrendo la Basentana nella luce sovrannaturale dell’alba e del tramonto, un viaggio di andata e ritorno nella stessa giornata, guardavo i dirupi delle colline che digradano a valle e s’infrangono in una teoria di calanchi – e vedevo i panorami mitologici dei western di Sergio Leone. Era la stessa terra, quel paesaggio surreale e metafisico che si mostra al visitatore nel frangente del crepuscolo e quella lista di piccoli e grandi disastri ecologici a più riprese ventilati, ma raramente - come in questo caso - documentati?

Dalla realtà alla finzione, chiude il cortocircuito con Corpi spenti quest’altro articolo uscito sempre sul Fatto a proposito degli effetti a medio-lungo termine dell’interramento spasmodico e incontrollato di oltre mezzo milione di tonnellate di rifiuti - equamente ripartiti tra rifiuti speciali pericolosi e rifiuti solidi urbani - nelle campagne a nord di Napoli. Nell’impero di Gomorra si stima che la catastrofe ambientale nascosta sotto i nostri piedi possa esplodere in tutta la sua drammatica evidenza nel giro di poco più di cinquant’anni. E Briganti - ma non solo lui - nel 2061 sarà immerso nel Kipple fino al collo.

Bassitalia surf trip

Posted on Maggio 25th, 2010 in Agitprop, Graffiti | 3 Comments »

Ai miei (pochi) lettori che non seguono anche il blog del compagno Fernosky, segnalo questo bel documento girato “ai confini meridionali d’Europa” da tre surfisti a caccia delle onde migliori del nostro lembo di terra e costretti a confrontarsi con una realtà imprevista. C’è tutta Bassitalia in questo video: le spiagge spazzate dal vento, i paesi semideserti tagliati dalla statale come obsoleti insediamenti del Far West, le facce, gli occhi, le espressioni della gente che sbarca o che da epoche intere vive aggrappata laggiù. Sguardi sospesi tra il sogno e il rimpianto, la disperazione e la speranza. Una buona sintesi, insomma, del mood che proprio con il compagno Fernosky ci siamo sforzati di riprodurre nel nostro noir mediterraneo a quattro mani, dal nuovo titolo L’inverno dei lupi, di cui spero di darvi presto notizie.

Grazie a Moskatomika per la segnalazione e buona visione a tutti!

STATALE 106 - Cronaca di un surf trip ai confini meridionali d’Europa. from BDR on Vimeo

1945-2010: resistere al bispensiero

Posted on Aprile 24th, 2010 in Agitprop, Stigmatikos Logos | 1 Comment »

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.”

George Orwell - 1984

In tempi di egemonia del bispensiero, non dovrebbe sorprendere più di tanto il trattamento vergognoso riservato alla Resistenza da una larga parte della classe politica che ci ritroviamo. Una parola voglio tuttavia spenderla lo stesso e voglio farlo oggi per non imbrattare il pensiero (non doppio) che ho intenzione di lasciare in bacheca domani per il 25 aprile, nella ricorrenza del 65° anniversario della liberazione dal giogo nazifascista.

Quello che vedete qui di fianco è Edmondo Cirielli, parlamentare del PDL che ricopre contemporaneamente le cariche di presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati e di presidente della Provincia di Salerno. Proprio a Salerno Cirielli ha dato prova del suo rigore intellettuale in occasione dei preparativi per le celebrazioni del 25 aprile. La storia dei manifesti predisposti dalla Provincia e affissi per la città è rimbalzata sulle principali testate nazionali, da Repubblica al Corriere della Sera. In questi manifesti, nessun riferimento al ruolo dei partigiani nella lotta di liberazione dell’Italia, ma un fin troppo zelante ringraziamento all’esercito americano “per l’intervento nella nostra terra che ha sancito un’alleanza che ha garantito un luogo periodo di pace e di progresso economico e sociale, senza precedenti e che ha salvato l’Italia, come l’Europa, dalla dittatura comunista”.

La minaccia più grande, mentre una generazione di italiani dedicava la propria vita alla libertà nelle nostre città e nelle nostre campagne, sarebbe stata quindi per Cirielli quella comunista, in un saggio di manipolazione dell’informazione che incanta e che ribadisce - proprio come un disco incantato - sulla sua pagina di Facebook:

“Il senso del manifesto per la celebrazione del 65° anniversario della Liberazione è molto chiaro ed è reso palese dalla lingua italiana. La presa di distanza dalle conseguenze nefaste per la democrazia dell’esperienza fascista è, inequivocabilmente, scritta nel manifesto. La realtà è che una certa cultura antidemocratica, per anni a servizio (a volte anche a pagamento) della Russia comunista, vuole negare alle giovani generazioni la possibilità di conoscere una serie di verità storiche, che io invece ho inteso sottolineare. Se ci avesse liberato l’Armata Rossa, anziché gli Americani, per 50 anni non saremmo stati un paese libero.”

Un vero campione delle verità storiche, non c’è che dire. Davvero. Ma delle verità riscritte a regola d’arte e spacciate come fatti inoppugnabili. E che dietro questo ennesimo episodio di revisionismo storico si celi la consueta miscela di malafede e di semplice ignoranza, al momento non fa alcuna differenza. Quello che resta come dato di fatto è la vergogna per la mia terra provocatami da chi la rappresenta e l’amministra come se fosse il proprio feudo, con la licenza di riscrivere la storia e infilare su un manifesto pubblico le peggiori oscenità culturali, replicando a livello territoriale quello che ormai è un paradigma nazionale imposto, accettato e tollerato da tutti.

E non consoliamoci al pensiero che Orwell lo aveva previsto. Contro chi vuole riscrivere la nostra storia, bisogna ribadire il valore della Resistenza, della responsabilità individuale e della coscienza civile di cui ciascuno di noi è provvisto. Resistere, resistere, resistere: all’amnesia collettiva, alla rimozione di Stato, all’oblio come istituzione fondante di un presente effimero. Oggi, con la stessa tenacia di 65 anni fa.

Archetipi del sogno: acque pericolose

Posted on Aprile 15th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi | 3 Comments »

Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.

Strategie di annientamento di massa

Posted on Aprile 13th, 2010 in Agitprop, Criptogrammi | 10 Comments »

Quella che vedete qui sotto è una base missilistica, nome in codice Launch Position 10. Per la stagione più intensa della Guerra Fredda, nei primissimi anni ‘60, fu uno dei centri nevralgici dell’operazione NATO classificata come “Pot Pie”, che vide l’istituzione della 36ma Aerobrigata Interdizione Strategica (Abis) per presidiare 10 campi missili sotto la supervisione della V Armata Area Tattica, formata per decisione del Consiglio atlantico nel 1956. L’operazione riguardava l’installazione di basi missilistiche nel teatro europeo e maturò nell’ambito dell’escalation di paranoia di quegli anni.

La Launch Position 10 fotografata con chiarezza dai satelliti per Google Map, come forse avrete già scoperto cliccando sull’immagine, è situata alle porte di Matera, non distante dalla strada statale che collega il capoluogo lucano a Metaponto e alla costa. Il campo dei missili n. 10, ricavato in una collinetta decapitata e sventrata a formare un cratere, fu l’ultimo a essere realizzato, il 20 giugno del 1961. Gli altri erano dislocati nei comuni di Gioia del Colle, Mottola, Laterza, Altamura (2 basi), Gravina, Spinazzola, Acquaviva delle Fonti e Irsina.

Ciascun impianto - come si legge anche nella geolocalizzazione operata da Foscus, a cui sono risalito dal blog di Antonella Beccaria - ospitava tre missili, uno di lancio e due di riserva. Tre tubi di lancio, per alloggiare missili PGM-19 Jupiter (bestioline da 18 metri di lunghezza e quasi 50 tonnellate di peso al lancio, che potete ammirare in tutto il loro splendore qui di fianco). Operativi con l’USAF come SM-78, i missili Jupiter erano equipaggiati con una testata termonucleare da 1,44 megaton (equivalenti a più di 100 volte la bomba sganciata su Hiroshima) e avevano una gittata di 3.180 km.

Erano tutti puntati su Mosca, come altri 15 dislocati in Turchia nell’ambito della medesima strategia NATO di accerchiamento del blocco sovietico. La loro posizione non era ignota ai russi, viste le molteplici testimonianze raccolte dalla gente del luogo che ricorda di un continuo andirivieni di stranieri nella zona, indice di una intensa attività spionistica nei centri e nelle campagne della Murgia. E lo stesso presidente sovietico dell’epoca, Nikita Kruscev, protestò formalmente con l’Italia per aver accordato l’installazione dei missili sul proprio suolo, dando a intendere a Segni e Fanfani, in visita ufficiale a Mosca nell’agosto 1960, di essere al corrente dell’area geografica destinata alle basi missilistiche prima ancora che queste venissero impiantate. 

Guerra Fredda, primi anni ‘60, testate nucleari nel giardino di casa e sulla testa ricognitori aerei nemici. Un aereo bulgaro attrezzato per la fotografia aerea precipita sulla Murgia ma le autorità riescono a bloccare la fuga di informazioni. Silenzio assoluto. Gli occhi del mondo sono puntati su Cuba, dove tra il 17 e il 19 aprile 1961 JFK incorse nella Baia dei Porci nella prima disfatta politica della sua amministrazione, con il fallimento dello sbarco degli esuli cubani organizzato dalla CIA. Il 2 dicembre del 1961, per ragioni di opportunismo politico, Fidel Castro proclamò Cuba Stato Marxista-Leninista, ottenendo l’appoggio dell’URSS per fronteggiare l’ingerenza statunitense. Il 14 ottobre 1962 Washington apprese da una ricognizione aerea  della presenza di rampe di lancio sull’isola, destinate a ospitare i missili nucleari già in viaggio su una nave sovietica.

Se a quel punto Kennedy avesse optato per una prova di forza con l’URSS sul suolo cubano, non è infondato ipotizzare che, all’attacco degli USA contro le basi missilistiche cubane, Mosca avrebbe risposto con una rappresaglia contro le basi missilistiche della Murgia.

Se in un’ora qualsiasi di quegli anni, a 7 minuti dall’apocalisse, la NATO avesse optato per un attacco all’URSS e i missili di “Pot Pie” fossero stati lanciati, il tempo per la risposta militare sovietica sarebbe stato dell’ordine di mezz’ora. Poi una bolla di fuoco avrebbe inghiottito questo angolo di Bassitalia e il vento radioattivo avrebbe spazzato la penisola. Le natiche dei nostri eminenti governanti ne avrebbero avvertito il calore anche nei loro rifugi antiatomici dispersi tra la campagna romana e i Colli Albani.

Scenari apocalittici di olocausti termonucleari ardevano tra i possibili destini del territorio di Matera e dintorni, ancora all’epoca tra le zone più depresse del Mezzogiorno d’Italia, dove nessuno era a conoscenza della spada di Damocle che si ritrovava sospesa sulla testa.


Matera, foto di Paolo Màrgari.

In quell’ottobre 1962 si ebbero frenetici contatti tra Kennedy e Kruscev. In cambio della rinuncia sovietica a posizionare i missili a Cuba, JFK s’impegnò a ritirare i 30 Jupiter della Murgia e i 15 dislocati in Turchia. La Terza guerra mondiale era stata sfiorata, gli analisti spostarono indietro di 12 minuti le lancette dell’Orologio dell’apocalisse.

L’operazione “Pot Pie” ebbe termine nel 1963 e le basi della Murgia furono smantellate tra l’aprile e il giugno di quell’anno. L’ex-campo dei missili di Santa Lucia, alle porte di Matera, è tuttora servitù militare, benché gran parte delle installazioni militari siano state rimosse Al suo interno ospita un deposito d’auto. Ma nei suoi dintorni, così come nelle aree delle altre Launch Position di “Pot Pie”, sono ancora ben visibili le tracce lasciate dalle destinazioni d’uso d’un tempo: le torrette di guardia lungo il perimetro, con i nomi e le date incisi nel cemento dagli avieri impegnati nei turni di guardia, e tre piazzole al centro della base, con una superficie di cemento e in bella vista i tre grandi plinti su cui poggiavano le strutture di sostegno dedicate ai Jupiter.

Tutta questa storia, ricostruita a partire dall’esaustivo intervento di Pasquale Doria dal titolo “Matera e la Guerra Fredda” (riportato in appendice al volume I giorni di Scanzano) e dall’opera di documentazione di Giorgio Nebbia, mi ha evocato scenari da ucronia molto, molto cupi e fortemente debitori del Missile Gap di Charles Stross. Al di là delle suggestioni, è comunque confortante sapere che, prima della mia nascita e dell’avvento dei più sofisticati espedienti della guerra netcentrica, qualcuno già lavorava per ipotecare il futuro di una terra e della sua gente ignara. Le armi di distruzione di massa garantiscono un senso di continuità e di sicurezza, in questi tempi così incerti.

Un futuro di +toon, Mbps e kipple

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Micro, Proiezioni | No Comments »

Mini-rassegna stampa in attesa di tempi migliori per postare. Per il momento si tratta di due semplici notizie. Ma sono due gran belle notizie. Starà al tempo dirci se promesse e aspettative, per il momento altissime, verranno mantenute.

Ieri avrete letto sul blog di Urania l’annuncio che riguarda l’acquisizione dell’opzione cinematografica di Infect@ da parte di un produttore/sceneggiatore italiano: teniamo le dita incrociate per Dario Tonani, che merita questa e molte altre soddisfazioni ancora.

Oggi invece apprendiamo dell’intenzione del primo ministro labour Gordon Brown di disegnare un futuro digitale per il Regno a venire.

E per la loro attualità segnalo via Repubblica.it due ulteriori letture: in un’intervista della scorsa settimana Roberto Saviano fotografava la triste realtà - politica, sociale, culturale - della Campania; ieri Piero Colaprico ci raccontava la guerra multietnica delle giovani bande nelle nostre città.