J.G. Ballard: La mostra delle atrocità

Posted on Aprile 19th, 2010 in Fantascienza, Letture | 2 Comments »

[Un anno fa ci lasciava J.G. Ballard. Di recente su Next Station gli abbiamo dedicato un ampio ricordo, con la collaborazione di una ricca schiera di ospiti. Come ogni volta che si parla del nostro maestro spirituale, non posso fare a meno di rimandarvi a quanto scrivevamo con il compagno Fazarov sull'algebra del cielo interno. Il brano che segue è tratto dal primo libro di Ballard che ho letto, La mostra delle atrocità, distillato di inner space e capolavoro postmoderno della fantascienza del '900.]

Morti in serie. In quei giorni, quando stava sul sedile posteriore della Pontiac, Travis si accorgeva del suo progressivo distacco dai modelli di vita nei quali aveva creduto fino a quel momento: e questo lo preoccupava. Sua moglie, i pazienti dell’ospedale (agenti della resistenza nella “guerra mondiale” che sperava di scatenare), il suo rapporto così incerto con Catherine Austin, tutto si scomponeva come i visi di Elizabeth Taylor e di Sigmund Freud sui cartelloni pubblicitari, tutto diventava irreale come la guerra a cui le case cinematografiche avevano nuovamente dato inizio nel Vietnam¹. Nell’ultimo anno all’ospedale aveva dovuto prendere atto dell’insorgere della sua psicosi: e più scavava dentro di essa, più accettava come una benedizione questo viaggio in una terra familiare, in una zona di transizione. All’alba, dopo aver guidato tutta la notte, arrivarono alla periferia dell’Inferno. Le fiammate incerte che venivano dagli impianti petrolchimici illuminavano i ciottoli bagnati. Lì nessuno sarebbe venuto loro incontro. I suoi due compagni, il pilota al volante nella sua tuta scolorita e la bella giovane con la pelle ustionata dalle radiazioni, non gli rivolgevano la parola. Ogni tanto la donna lo esaminava, con la bocca deforme atteggiata a un debole sorriso. Travis si imponeva di non darle retta, poco disposto a consegnarsi nelle sue mani. Chi erano mai questi strani gemelli, forse corrieri del suo inconscio? Per ore e ore attraversarono quelle interminabili periferie. Attorno a loro si stendeva il muro dei tabelloni pubblicitari, che recintavano le strade con repliche giganti dei bombardamenti sul Vietnam, con le morti in serie di Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe che si ergevano sulle distese di Dien Bien Phu e del delta del Mekong.

¹ “La guerra a cui le case cinematografiche avevano nuovamente dato inizio nel Vietnam.” Scritta nel 1966, questa frase è in certo modo una profezia al buio. A tutt’oggi sui campi di battaglia originali non è stato girato nessun film sul Vietnam, ma penso che prima o poi ciò accadrà, e quando accadrà c’è il rischio che la cosa sfugga al controllo dei responsabili. Spielberg è andato a Shanghai per girare certe scene di L’impero del sole, e per me è stata una sensazione veramente strana; ma ancora più strana è stata per me tutta la parte girata a Shepperton, dove molte comparse sono state reclutate tra i miei vicini di casa (in effetti molti di loro hanno addirittura un lavoro part-time agli studi). Sembra incredibile, ma ho il dubbio di essere andato ad abitare a Shepperton, trent’anni fa, già sapendo inconsciamente che un giorno avrei scritto un romanzo sulle mie esperienze a Shanghai durante la guerra, e che ne sarebbe stato tratto un film, girato proprio in quegli studi. Tutta la nostra vita è percorsa sotterraneamente da compiti già assegnati: le coincidenze non esistono.

Da La mostra delle atrocità (The atrocity Exhibition) di J.G. Ballard. Traduzione di Antonio Caronia per l’edizione Feltrinelli (2001).

Archetipi del sogno: acque pericolose

Posted on Aprile 15th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi | 3 Comments »

Leggevo le parole molto partecipate che Valerio Evangelisti ha dedicato (su Carmilla, un paio di settimane fa) a un misconosciuto romanzo di fantascienza catastrofica riapparso sul mercato editoriale anglosassone dopo la prima apparizione nel 1992 e approdato qui da noi solo adesso sull’onda - è il caso di dirlo - della riscoperta. Mi sono ritrovato per le mani L’anno dell’inondazione nel corso un paio di volte, nel corso delle mie spedizioni librarie di marzo (mese molto intenso, che ha arricchito la mia libreria di molti libri a lungo inseguiti o attesi, come gli ormai introvabili volumi delle Presenze Invisibili - che raccolgono l’opera breve di PKD a cura di Vittorio Curtoni - e la riedizione di Dashiell Hammett curata da Sergio Altieri, a cui facevo riferimento nei giorni scorsi). Entrambe le volte ho lasciato il romanzo di David Ely sullo scaffale, ma una sinistra nube di presagi si sta addensando intorno al tema del contenimento dell’oceano e alla minaccia dell’acqua.

Scrive il Magister:

L’originalità di Ely, quella che conferisce al suo romanzo una struggente forza poetica, sta però nell’avere eletto a protagonista autentica la Barriera: costruzione magnifica e orribile al tempo stesso, ipnotico crinale tra la furia dell’oceano e una vita artefatta che, nel gorgo di una futura catastrofe inevitabile, merita solo di essere sommersa e cancellata.

Al di là del fatto che un altro sbarramento (la diga di Herschel) gioca il ruolo di protagonista nell’Ultima Luce di Altieri, qualche giorno fa su un trenino diesel lanciato attraverso il far west dell’Alto Tavoliere verso le estreme propaggini orientali dell’Irpinia, leggevo Big Sur di Jack Kerouac (e la mia scoperta del buon Duluoz, per assecondare i miei istinti non-lineari, non poteva che partire dal Ti Jean della maturità e del disincanto), dove trovavo nel V capitolo il seguente passaggio:

E come ho detto quell’oceano che ti viene incontro più alto di dove ti trovi simile ai porti delle antiche xilografie sempre più alti delle città (come Rimbaud ha fatto rilevare rabbrividendo)…

Immagini di oceani e abissi giocano da sempre un ruolo centrale nelle mie elaborazioni oniriche. Non penso che sia un evento tanto raro, se è vero che l’acqua è un simbolo talmente forte - anche solo come elemento alla base della vita - da essersi meritato un capitolo tutto dedicato nei vari manuali di interpretazione dei sogni. Proprio di recente mi capitava di assistere nel sogno a una prospettiva, per altro molto lovecraftiana (e trattandosi di acqua e abissi, poteva essere diversamente?), di un’immane massa d’acqua premente contro uno sbarramento ciclopico eretto da ignoti ingegneri a difesa di un golfo, che avrebbe potuto essere quello di Napoli in un universo parallelo. Una tappa quasi obbligata, in questo periodo, per il mio peregrinare notturno.

L’acqua è di solito associata all’amnio materno (l’origine di tutto e per estensione si potrebbe pensare forse alle occasioni di rinascita, all’idea del cambiamento) e allo scorrere della vita (ancora una volta il flusso degli eventi connesso a qualche tipo di cambiamento). Ma nel caso del mio sogno, che ho ritrovato scolpito con una fedeltà sconcertante nelle parole di Kerouac, a predominare era l’idea di una massa statica, una marea poderosa contenuta dallo sbarramento, a incombere sulla città del sogno mentre forze oscure e invisibili ne agitavano gli abissi. Sarebbe bastata una lieve perturbazione esterna per produrre l’esondazione e la catastrofe. La contrapposizione tra le forze della natura e la fragilità dell’opera umana, immortalata nella celeberrima Onda di Hokusai, si trovava perfettamente sintetizzata in quell’immagine. E così forse in questo caso il simbolismo dell’acqua si lega meglio all’insconscio, su un binario ballardiano che conduce direttamente ai suoi psico-cataclismi sommersi.

“La Grande Onda di Kanagawa”, di Katsushika Hokusai.

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 6 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Un punto di vista sul futuro

Posted on Settembre 8th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, ROSTA | No Comments »

Sul blog di Paolo Marzola, che ringrazio pubblicamente per lo spazio e per l’interessante occasione di confronto su questo tema. E sulla fantascienza.

Tetsuo Night

Posted on Settembre 4th, 2009 in Fantascienza, Proiezioni | 4 Comments »

Rendo un pubblico servizio, come già fatto in occasione dell’ultimo passaggio televisivo di Palookaville, e vi segnalo che stanotte a partire dall’una la solita RaiTre dedicherà la puntata notturna di Fuori Orario al visionario Shinya Tsukamoto, trasmettendo in sequenza Tetsuo - The Iron Man, Tetsuo - The Body Hammer e Bullet Ballet. E domani, alla paludata mostra del cinema di Venezia, riflettori puntati sul terzo capitolo delle cronache del metallo del regista nipponico, approdato al Lido con l’atteso Tetsuo - The Bullet Man: una pellicola “che riflette violentemente sulla dicotomia tra ‘la perfetta evoluzione dell’essere umano’ (indistruttibile androide, nuova potenziale arma di distruzione di massa) e quel poco di cuore (e sangue non contaminato) che gli è rimasto - commenta il recensore Valerio Sammarco. - Non il suo film migliore (che rimane Tokyo Fist, insieme ad A Snake of June), in alcuni passaggi appesantito da didascalie tutto sommato inutili, ma Tsukamoto - con inserti di videoarte straordinari - dimostra una volta di più quanto gli ‘insostenibili’ ritmi digitali ed elettronici coincidono con le mutazioni fisico/sensoriali della fruizione cinematografica. Apocalittico, (mai) integrato.”

Tokyo Fist è in effetti un gioiello di studio sui corpi e il dissidio tra mente e caos metropolitano si consuma sul campo di battaglia di uomini spezzati, interrotti tra ossessione e alienazione. Ma un posto speciale nel mio immaginario di spettatore e appassionato di cyberpunk lo occuperà sempre il dittico (divenuto ora trilogia) dedicato all’antieroe apocalittico per eccellenza, marchio di fabbrica del cinema di Tsukamoto: Tetsuo, il cyborg mutante che con la sua sola esistenza minaccia di precipitare il mondo in un delirio di metallo vivo e l’umanità in un abisso di angoscia da cui nessuno potrà raccoglierne le urla. Alla prima visione - ai tempi del liceo, quando i sabato sera e le notti d’estate potevano prolungarsi fino all’alba nella scoperta della cinematografia più marginale esistente al mondo, grazie ai recuperi proprio di Fuori Orario - Tetsuo fu veramente un’esperienza terrificante, lo svelamento delle potenzialità della narrativa cyberpunk dispiegate sullo schermo con dosi massicce di violenza e suggestioni apocalittiche. Una vera estasi per i nerd, volendo parafrasare Ken MacLeod. Read the rest of this entry »

What now?

Posted on Agosto 27th, 2009 in Fantascienza, Micro | No Comments »

In un intervento sul suo blog, Rudy Rucker parla di scrittura e di grandi autori e si sofferma sulla fantascienza secondo J.G. Ballard. Un modo come un altro, forse solo più programmatico, per riaprire le danze sullo Strano Attrattore.

Ballard remarks that SF is “far closer to reality than the conventional realist novel of the day”, and that it’s “often as elliptical and ambiguous as Kafka”. He says he’s more interested in “what now?” than in “what if?”—meaning that he wanted to use SF as a lens to understand the present, “looking for the pathology that underlay the consumer society, the TV landscape and the nuclear arms race”.

Così: what now?

Ballardian Blues

Posted on Giugno 12th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, Proiezioni, ROSTA | 2 Comments »

Prontamente segnalato dal compagno Fernosky, approda sulle pagine elettroniche di Delos il nostro articolo su La Mostra delle Atrocità (il libro e il film) scritto lo scorso anno, di questi tempi, per il cineforum milanese e ripresentato adesso per iniziativa del curatore Carmine Treanni.

Il cantore dell’uomo moltiplicato/atomizzato/disintegrato è morto.

Lunga vita a Jim Ballard!

Quel brivido inconfessabile del pregiudizio

Posted on Maggio 6th, 2009 in Connettivismo | 3 Comments »

La scomparsa di J.G. Ballard non è passata inosservata. Ne hanno parlato diffusamente quotidiani, radio, siti web. La copertura mediatica è stata ampia e, tutto sommato, all’altezza dell’importanza dell’Autore, del suo ruolo nella Letteratura del Novecento, nel nostro immaginario e, direttamente o indirettamente, nella nostra percezione del mondo e delle psicopatologie contemporanee. Se c’è qualcosa da recriminare, probabilmente è solo l’eccessiva prudenza con cui il suo nome è stato associato alla fantascienza.

Non potendo occultare la stagione più prolifica della sua produzione - e forse anche la più significativa, dalla tetralogia degli elementi alla Mostra delle Atrocità e oltre, con tutta la narrativa breve in cui l’immaginario fantascientifico ha continuato a rivestire, fino a pochi anni fa, un ruolo predominante - i commentatori degli organi di informazione sono ricorsi all’escamotage di affiancare al nome di Ballard l’etichetta del cyberpunk. E questa cosa mi ha dato un po’ da pensare.

L’infatuazione per il cyberpunk non sono ancora riuscito a lasciarmela alle spalle. Sono ancora dipendente dalla SF di Gibson e soci: come risulterebbe da un semplice esame del sangue, ho un tasso di nanosomi e neurochim ancora oltre il livello di guardia. Ma comincio a capire un po’ meglio, adesso, una certa resistenza che s’incontra al Movimento degli anni ‘80 nel mondo - sempre più striminzito, a onor del vero - della fantascienza italiana. Credo che sia un effetto di questa celebrazione acritica, in cui occasionalmente capita di imbattersi nelle dichiarazioni di chi si muove ai margini dell’immaginario fantascientifico, cullandosi nel sufficiente privilegio di ignorarlo a oltranza fino a quando, per esigenze di interpretazione o di comprensione, non diventa inevitabile farne riferimento. A quel punto risulta senz’altro più facile riferirsi al cyberpunk (che, come dice Iguana Jo, fa molto più cool e probabilmente aiuta a darsi un tono), piuttosto che al genere di cui il cyberpunk è una diretta evoluzione (e che evidentemente i più continuano ad associare nelle loro percezioni - come le vogliamo definire? infantili, semplicistiche, schematiche? - a un universo fatto di fantasie adolescenziali, di razzi, di omini verdi o al massimo - se si sono tenuti al passo con l’aggiornamento delle mode - grigi, e di pistole laser). Il cyberpunk, insomma, due volte vittima: degli abusi da parte di chi la fantascienza non la conosce o non la ama, della diffidenza da parte di chi per la fantascienza nutre una passione che si estende al di là dei confini temporali delle mode.

Ciò non toglie che gli esiti rasentino il grottesco. I risvolti di una disinformazione involontaria possono essere imprevedibili e paradossali. Piangere Ballard come “il padre del cyberpunk” imporrà forse agli stessi detrattori del genere di etichettare un giorno - spero remoto - Gibson e Sterling come ”figli della New Wave”? Potrebbe essere comunque un atto di giustizia soprattutto nei confronti dei lettori, visto che la definizione presupporrebbe un certo lavoro di studio e di documentazione da parte del giornalista.

Una misera speranza?

Be’, in tre miliardi di anni siamo passati dal brodo primordiale alla consuetudine di comunicare in uno spazio che fisicamente non esiste in nessun luogo, senza porci troppe domande (e forse questo è uno dei problemi, se non il problema, al cuore di tutto), passando per il fuoco, la ruota, la stampa di Gutenberg e il tressette: basta solo un piccolo sforzo ancora e tra qualche anno tutti potremo concepire l’idea di una letteratura scritta per parlare del presente dalla prospettiva del futuro. Ce la possiamo fare?

Entropy

Posted on Maggio 2nd, 2009 in Proiezioni, ROSTA | 3 Comments »

Un corto che si dichiara di ispirazione pynchoniana, ma en passant rende omaggio alle ossessioni del Ballard più atroce e a una certa visionarietà del Cronenberg videodromico. Atmosfera sospesa nell’attesa di qualcosa che potrebbe succedere, estetica degna di nota, ma risultato finale un po’ discontinuo. Comunque interessante. Scritto, diretto e prodotto da Silvia Biagioni e Timothy Plevier.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Entropy

Ora esco e vado a comprare Mason & Dixon, finalmente ristampato dopo una lunga attesa. C’è voluto un po’, ma il suo ritorno in catalogo potrebbe essere un presagio promettente dopo i continui rinvii di Contro il giorno.

Chernobyl: 23 anni dall’Ora Zero

Posted on Aprile 27th, 2009 in Connettivismo, False Memorie, Futuro, Kipple, Transizioni | 5 Comments »

Ieri sono stati 23 anni dal disastro di Chernobyl. 23 anni dall’Ora Zero nella mia personale linea storica del futuro. Prima era una nube indistinta di rumore e sabbia. Poi il canale radio-psichico si liberò all’improvviso e presero a sgorgarne dispacci dal fronte del futuro: l’eco del disastro, gli allarmi degli esperti, la Nube radioattiva che minacciava di inghiottire l’Europa. Fu il trauma che porta al risveglio della coscienza. Il futuro, per me, è nato nella Zona di Esclusione, sulle ceneri di quell’inverno nucleare. Non esattamente sotto i migliori auspici.

Viste le circostanze, recupero le reminescenze ballardiane di un mio vecchio articolo per Fantascienza.com: Chernobyl 2005: turismo sulle ceneri del disastro. Ancora una volta dal futuro, la mia personale memoria della catastrofe.