La guida galattica per non-connettivisti /2 - L’immaginario non-fantascientifico e tutto il resto

Posted on Ottobre 31st, 2012 in Agitprop, Connettivismo | 7 Comments »

In quanto connettivisti, a partire dagli esordi, ci siamo sforzati di tracciare le connessioni segrete che attraversano l’immaginario, mappando le autostrade neurali della realtà, fino a mettere in pratica un’opera di sintesi. Ci siamo prefissi di usare la fantascienza come filtro per guardare il complesso paesaggio tecnologico in mutamento in cui siamo immersi, per esplorare le risorse e le contraddizioni umane esaltate dalla spinta del progresso.

La tendenza alla contaminazione tra i generi ci ha inimicati molti puristi appassionati di fantascienza. Il tentativo sperimentale di recuperare tradizioni sepolte (ma se davvero lo erano, gli assassini dovevano essere stati tanto maldestri o semplicemente tratti in inganno, visto che nelle rispettive bare i presunti cadaveri continuavano a dimenarsi nel sonno), come le avanguardie storiche, dai futuristi ai crepuscolari, fino al surrealismo e alla poesia ermetica, valutato con curiosità da molti appassionati di fantascienza, ci ha d’altro canto inimicato quanti dall’esterno guardavano alla fantascienza come a uno spazio di evasione,crogiolandosi sulla bellezza delle etichette e nell’idea della supposta tenuta stagna dei confini. La sperimentazione sul linguaggio, gli sforzi di coniugare estrapolazioni scientifiche e tecnologiche con una sensibilità umanista, è quello che talvolta ha messo d’accordo tutti sulla difficoltà di leggerci. La vera cosa che però sembra infastidire la gente, è l’impossibilità di classificarci: troppo fantascientifici, o troppo poco; ora troppo protesi verso il futuro, ora troppo rispettosi verso il passato; ora innovatori, ora preservatori (non uso a caso questo termine, tornando con la memoria alle vertiginose pagine della Matrice Spezzata) delle esperienze storiche. Dopotutto così si rischia di voler dire tutto e il contrario di tutto, senza in fin dei conti riuscire a dire nulla… giusto?

Sbagliato.

Ci hanno imposto che la semplicità è un valore, e non voglio arrivare a dire che è stato solo uno dei tanti punti su cui hanno lavorato per poterci ingabbiare negli schemi dell’ordine costituito. Siete tutti troppo intelligenti per capirlo da soli. Eppure la complessità è qualcosa che spaventa, che genera come reazione istintiva l’avversione. E noi che con la teoria del caos pretendiamo di imbastire la colazione dei campioni, noi che ci dilettiamo di equazioni e di elucubrazioni, di matematica e di fisica quantistica, cogliendone a volte consapevolmente e altre anche solo istintivamente la bellezza intrinseca (e sull’estetica dei numeri e della geometria ci si è soffermati nel corso del panel “Orizzonti matematici e abissi quantistici”, sabato pomeriggio, grazie alle intuizioni di Emmanuele Pilia e Roberto Furlani e alla sapiente conduzione del moderatore Emanuele Manco), noi che dibattiamo di paradigma olografico e menti olonomiche, noi, da astrusi connettivisti quali siamo, pretendiamo proprio di esplorare la complessità! Nulla di meno popolare, come si diceva anche nel panel di domenica mattina dedicato al futuro della scrittura fantascientifica.

Altrove le sfumature sono valorizzate, specie se sono più di cinquanta: si pensi alle continue compenetrazioni, su scale infinite e fino a un dettaglio frattale, delle angosce distopiche e degli slanci utopistici di Iain M. Banks, evocato da Salvatore Proietti. Qui da noi, invece, chi si è azzardato a valorizzare in termini letterari l’immaginario scientifico (si pensi a Italo Calvino e Primo Levi) è stato stigmatizzato dai suoi pur autorevolissimi (e in altri casi anche decisamente lungimiranti) colleghi, bollato come refrattario alla vera essenza della letteratura.

Che bisogno avevamo di accostare entità tanto remote come la fantascienza e il crepuscolarismo, il futurismo e la matematica, la transarchitettura e il weird, la realtà aumentata e la poesia? Possiamo esser sembrati pretenziosi, ma non siamo alla ricerca di una qualche forma di autoincensazione. I diversi curatori dei panel, da Alex Tonelli (chiamato a uno sforzo triplo) ad Alessio Brugnoli a Francesco Cortonesi, hanno impostato magnificamente i giri di tavola e i rispettivi interventi con l’intento di valorizzare tanto la scoperta quanto la riscoperta. Le incursioni di Carlo Bordini ed Ettore Fobo nella poesia, le performance di Domenico Mastrapasqua, Francesco Tito e Marco Moretti e della Sauna dei Cinque sono stati momenti di profondo divertimento, oltre che di arricchimento. Il palinsesto parla per noi: i momenti di recupero storico sono stati impostati soprattutto come occasioni di approfondimento e bilanciati dalle presentazioni dei nostri ultimi lavori in uscita o in corso di sviluppo (in campo editoriale ma anche cinematografico e televisivo); e non è mancato lo spazio per il confronto, con panel interi (e di indiscutibile successo) dedicati alle declinazioni della fantascienza nei diversi media (oltre al citato panel conclusivo, vale la pena ricordare quello enciclopedico sull’immaginario fantascientifico tenuto da Salvatore Proietti, Lanfranco Fabriani, Emanuele Manco e Flora Staglianò). I due momenti di maggior richiamo, l’intervento di Bruce Sterling e il dibattito finale sul cinema, sono stati anche quelli in cui i connettivisti si sono “ritratti”, lasciando la scena agli “esterni”: un precursore e dei possibili nuovi compagni di strada. Ed è un peccato, certo, che proprio al momento della chiusura e in occasione di gran parte dell’ultimo evento in cartello, i connettivisti che avevano assicurato una presenza continua e il loro ininterrotto apporto alla discussione per tutta la durata della Next-Fest, fossero ormai già dovuti partire. D’altro canto, a giustificazione di questa presunta “diserzione di massa”, va detto che per quanto baricentrica sia Roma, le ferrovie e le linee aeree non hanno ancora maturato l’efficienza del teletrasporto, e a malincuore fin dal primo pomeriggio di domenica subivamo tutti il richiamo alle nostre vite “aliene” – o meglio, per dirla con quel vecchio saggio poco citato dai connettivisti che fu Isaac Asimov, al nostro “mondo al di fuori della realtà”.

Per tornare al punto, resto convinto che dalla giustapposizione degli elementi scaturiscano nuove prospettive, e nei chiaroscuri risaltino meglio le sfumature della luce così come pure la tenebra. Nel 1968 proprio Calvino invitava a “vivere anche il quotidiano nei termini più lontani“. Dopotutto, nei più remoti orizzonti postumani esplorati dai connettivisti, serpeggia sempre una umanissima e malinconica vena di poesia, che non è nient’altro – parafrasando il compianto Ray Bradbury, magnifica figura di confine tra il cinema e la fantascienza – se non la nostalgia dei futuri possibili, dei futuri che avrebbero potuto essere e non sono stati, dei futuri già perduti.

(2 - segue)

Puntate precedenti:
La guida galattica per non-connettivisti /0
La guida galattica per non-connettivisti /1 - La fantascienza dei due mondi: cinema e letteratura

Next Station is back

Posted on Marzo 3rd, 2011 in Connettivismo, ROSTA | 2 Comments »

C’è voluto un po’, ma crediamo ne sia valsa la pena. Cliccate su questo immaginifico scorcio di Bologna futura, immersa in un ipotetico scenario da augmented reality (ritratta dal solito Marco Moschini), per proiettarvi verso il secondo numero del nuovo corso di Next Station. E buone connessioni!

Vorticoso perfluire di città nel tempo

Posted on Ottobre 23rd, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Transizioni | No Comments »

Facendo indegnamente il verso al Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in cui si legge:

Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono gli idiomi e i dialetti “attuali”, non esistono sostantivi; esistono verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale. Per esempio: non c’è una parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c’è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare. Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè, nell’ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar traduce brevemente: hop, dietro perscorrere allunò, Upward, behind the onstreaming, it mooned).

Via Mario Tedeschini Lalli apprendo l’annuncio di Google della nuova funzionalità di Google Earth che permette di assistere all’evoluzione storica delle città attraverso lo scorrere del tempo. La cosa mi ha subito riportato indietro a Codice Arrowhead, con un senso di Anomalia…

Il Vortice si avvolgeva su se stesso nel cuore della Città Vecchia, trascinando nel suo moto le code di epoche diverse. Era come se la mano di un demiurgo cosmico avesse sezionato il flusso del tempo in campioni da laboratorio, e li avesse poi gettati in quel calderone urbano della Palestina risalente all’età della pietra. L’effetto, attraversando la Zona sotto Interdizione di Yass-Waddah, era analogo a un caleidoscopio psicogeografico, con frammenti di mode, stili architettonici e fasi storiche che esplodevano a pochi passi di distanza gli uni dagli altri.

Metastasi nel corpo del tempo.

L’attraversamento del Vortice comportava la sperimentazione di un’iperattività senza paragoni: segnali di allarme si accendevano sui display virtuali ogni volta che i rilevatori intercettavano il segnale in fase di qualche sonda, dalle nubi transcevitrici che l’Autorità aveva disperso sopra la Città Vecchia. Ma neanche quelle riuscivano a essere di grosso aiuto agli stalker nel tentativo di localizzare la propria posizione spazio-temporale, nel flusso del tempo che spiraleggiava verso il cuore di Yass-Waddah. Sopravvivere diventava una questione di esperienza e di mestiere.

Ubiquitous computing, geoweb e augmented reality fuse insieme in questa vertigine da nuovo millennio. Quanto dovremo aspettare per vedere Yass-Waddah, Zona Interdetta, mappata in Google Earth?

Fringe - Episodio Pilota

Posted on Marzo 10th, 2010 in Fantascienza, On air | 4 Comments »

Fringe come fringe science (la scienza di confine che raccoglie sotto la propria accezione tutte quelle teorie oggetto di controversia e per questo relegate al di fuori della scienza ufficiale) si qualifica fin dal titolo come un progetto borderline. Un po’ X-Files, un po’ Alias, mantiene la sua promessa di muoversi nei territori indefiniti del crepuscolo (per citare un’altra serie di culto di qualche decade fa), puntando sulle suggestioni delle teorie non convenzionali che fioriscono ai margini delle correnti di pensiero consolidate e riconosciute dal mondo accademico. In anni di terrore come questi trascorsi e di cui ancora ci tiriamo dietro gli strascichi, un buon dosaggio di questi elementi con il ponderato apporto di qualche teoria cospirativa di ampio respiro (Dick docet) può servire a confezionare una miscela dal potenziale esplosivo molto, molto alto. E la formula che J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci hanno scelto per questo loro progetto congiunto (2008), dalla gestazione parallela al rilancio cinematografico del marchio di Star Trek, almeno a giudicare dall’episodio pilota “Il laboratorio del dottor Bishop” funziona alla grande.

In maniera molto succinta, la trama vede l’agente dell’FBI Olivia Dunham (interpretata dall’attrice australiana Anna Torv, classe 1979) alle prese con un caso anomalo di terrorismo nei cieli, che ben presto la coinvolge sul piano privato. Il volo 627 da Amburgo atterra all’aeroporto di Boston con un carico di morte: praticamente tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio a bordo sono cadaveri in avanzato stato di decomposizione. Il caso viene affidato a un gruppo interforze coordinato dal Dipartimento di Sicurezza Interna (DHS) e a cui viene assegnata l’agente Dunham. Nel corso delle indagini, il suo partner (sul lavoro e nella vita) rimane gravemente ferito e l’unico modo di salvargli la vita si rivela fin da subito il coinvolgimento di un biologo di Harvard. Il problema è che da diciassette anni lo scienziato (John Noble) vive segregato in manicomio a seguito degli esiti discutibili di certi esperimenti molto contestati dai suoi colleghi. Con l’aiuto del figlio (Joshua Jackson) divenuto nel frattempo un genio della truffa, Olivia riesce a tirare il dottor Walter Bishop fuori dal suo ricovero forzato e si avventura sotto la sua discutibile guida sulla lama affilata di un’indagine sempre più pericolosa, in bilico tra le macchinazioni della Massive Dynamic, una multinazionale legata a doppio filo con il passato di Bishop, e le insidie di una scienza sempre più lontana dalle nostre certezze acquisite.

Il plot si dispiega con efficacia e non senza sussulti spettacolari nei 90 minuti circa dell’episodio pilota, forte del budget di 10 milioni di dollari investito dalla Bad Robot di Abrams con il sostegno della Warner Bros Television. I colpi di scena non mancano e si segnala per un’atmosfera tenuta abilmente sospesa nell’attesa di qualche imminente cattiva sorpresa. E le cattive sorprese, in effetti, non mancano affatto. La Massive Dynamic è una multinazionale che richiama tanto la Cyberdyne Systems di Terminator quanto la famigerata Dharma del franchise feticcio di Abrams, Lost: della prima condivide il coinvolgimento sulla frontiera dell’avanguardia tecnologica (e la Singolarità Tecnologica viene richiamata in maniera esplicita da una dirigente-cyborg in una delle scene clou dell’episodio), della seconda l’implicazione in un piano segreto la cui portata sfugge alle singole persone come pure ai governi (The Pattern, che nell’adattamento italiano diventa “lo Schema”). Fatti singolari, all’apparenza inspiegabili, si accumulano così lungo il percorso, tenendo vivo l’interesse e la curiosità dello spettatore come accadeva nelle primissime, eccellenti stagioni di X-Files.

La scena sicuramente dal maggiore impatto visivo ed emotivo risulta quella della proiezione delle coscienze di Olivia Dunham e del suo collega in coma in uno spazio onirico condiviso: l’uso di droghe neurotrope come l’LSD per il raggiungimento dello scopo testimonia inoltre di un coraggio produttivo nient’affatto scontato per un serial televisivo destinato al grande pubblico come questo. E nel prosieguo della prima stagione sono previste vette ancora più audaci nella rottura dei tabù, man mano che lo Schema andrà dispiegandosi. Il tutto assistito dalle consuete strategie virali di Abrams che già hanno fatto la fortuna di Lost e di Cloverfield, e con una punta di azzardo estetico aggiuntivo nella concezione di didascalie tridimensionali dal forte sapore di augmented reality. La Fox ha mandato in onda finora le prime 2 stagioni di Fringe, rispettivamente di 21 episodi da 50′ e 22 episodi da 43′. Lo scorso 6 marzo è stato annunciato il rinnovo per una terza stagione, che dovrebbe svolgersi in altri 22 episodi.

Mondi aumentati

Posted on Febbraio 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Sempre dagli archivi video di Geek Files, un pezzo sull’augmented reality, ovvero “un’evoluzione della realtà virtuale che consente la visualizzazione di un layer di informazioni supplementari sull’ambiente reale”, con la partecipazione speciale di Bruce Sterling che all’argomento dedica ormai larga parte del suo impegno on-line.

Internet delle Cose

Posted on Febbraio 7th, 2010 in Futuro, Transizioni | 2 Comments »

Come sarà la rete del futuro? Riprendo dal blog di Paolo Marzola l’interessante segnalazione di un documentario di Geek Files intitolato appunto Il futuro di Internet. Attraverso un linguaggio semplice e diretto e l’intervento di luminari del calibro di Adam Greenfield, autore del seminale Everyware. Con le sue parole:

Everyware significa semplicemente che la computazione è ovunque nel mondo. E’ insita in ogni cosa, in ogni relazione, in ogni tipo di ambiente“.

E sulle networked cities:

Quando si inseriscono sensori della rete in ogni parte della città e si fa in modo che l’utilizzo ordinario generi tracce sulle attività della gente, su come usa lo spazio, quando si inseriscono i dati in queste visualizzazioni sempre più sofisticate che siamo sempre più capaci di ricostruire intorno ai dati, si offre sia alla gente sia gli esperti del settore gli strumenti per capire che cosa succede. Dove sono l’inquinamento, i crimini, il traffico. Dove sono le opportunità, le risorse e i servizi, i ristoranti che piacciono ai tuoi amici; dove s’incontrano i tuoi amici, dove sono in questo momento. E’ una cosa straordinaria. Cambierà davvero il modo in cui la gente potrà usare la città. Non dovremo più accettare passivamente quanto ci viene proposto. Possiamo entrare in quell’ambiente e prendere ciò che vogliamo“.

Le implicazioni negative sono enormi, come ammette lo stesso Greenfield. Ma anche quelle positive: dal tracciamento dei medicinali al biomonitoraggio dei tessuti, fino alla prevenzione dei contagi attraverso lo studio dei flussi umani. Con un’attenzione specifica per la tutela del diritto alla privacy di ognuno di noi. 

Il concetto di ubiquitous computing è stato ripreso più volte su queste pagine: dal Giappone Ubiquo (u-Japan) al geoweb, fino alle tecnologie head-up display. Questo video traccia uno scenario credibile del futuro che potrebbe attenderci dietro l’angolo. Un clic e buona visione!

X, Little Brother

Posted on Gennaio 20th, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Letture | 7 Comments »

Al di là della scelta editoriale di intitolare il romanzo X (scelta forse ispirata più dalla copertina dell’edizione originaria Tor che dalla Xnet allestita da Marcus Yallow, a.k.a. M1k3y), resta il fatto che quello di Cory Doctorow è uno dei libri più belli e importanti che mi sia capitato di leggere ultimamente. Per me che credevo improbabile, se non impossibile, continuare a scrivere di cyber e attualità in maniera originale dopo gli anni ‘90, si è trattata di una rivelazione paragonabile a quella sperimentata davanti alle pagine de L’accademia dei sogni di Gibson.

Ne ho parlato su Fantascienza.com, ma seguirà prima o poi un approfondimento su Next Station. Intanto, se non l’avete già fatto, precipitatevi in libreria. O, se masticate la lingua, provate l’e-book e ricordatevi di lasciare una donazione all’autore di donarne una copia cartacea a una scuola o a una biblioteca per sdebitarvi.

[Edited 22/01/2010]

Fumetti: shortlist 2009

Posted on Gennaio 11th, 2010 in Graffiti, Nova x-Press | 10 Comments »

Pur essendo un lettore di fumetti da quasi vent’anni, mi rendo conto di non averne mai letti tanti prima come mi è successo nel 2009. Effetto di un interesse crescente, della curiosità indotta di riflesso da alcune uscite cinematografiche, ma anche di un’accresciuta capacità di orientamento (resto per molti versi un neofita, ma una fortunata serie di scelte indovinate e il mentoring di appassionati più esperti mi hanno regalato una maggiore sicurezza in materia). Mi sembra quindi giusto partire da qui per elencare le cose di maggiore interesse che mi è capitato di leggere nel corso dell’anno appena concluso.

AVVERTENZA: Questa non è una lista del meglio del 2009, né di quello che secondo me sarebbe stato il meglio del 2009. In molti casi si tratta di titoli storici. Rifiuto inoltre l’approccio classico - che io stesso ho adottato in passato - di organizzare i titoli in una classifica: stilare graduatorie ha perso senso per quel che mi riguarda, e non provo più il divertimento che un tempo avrei potuto pure associare a questa pratica. Trovo quindi preferibile fermarmi a una semplice compilazione di indicazioni utili. Ha senso un’operazione del genere? Per me ne ha, permettendomi di fissare le idee e fornirmi punti fermi su cui magari tornare un giorno con maggiore calma e dettaglio. Per chi legge, forse: siccome piccoli tesori si nascondono spesso sotto i nostri occhi, anche una banale segnalazione potrebbe tornare utile per scoperte interessanti.

Ciò detto, si parte…

Terminal City, miniserie Vertigo scritta da Dean Motter per i disegni di Michael Lark. Il volume uscito a settembre per la Planeta DeAgostini raccoglie i 12 episodi della “prima stagione” (1996-1997), a cui ne ha fatto seguito nel 1998 una seconda in 5 albi che non mi risulta sia stata ancora pubblicata in Italia. Le matite di Lark ci proiettano in una città decadente sospesa sull’orlo del tempo, una metropoli degli anni ‘90 del secolo scorso in cui la tecnologia o è rimasta ferma agli anni ‘50 oppure ha subito un’evoluzione atipica. Robot e aeronavi convivono a Terminal City, mentre non si vede ombra di un cellulare o di un computer. Il risultato è un effetto retrofuturistico alienante, ben reso dai colori primari di Lark nelle atmosfere urbane che devono molto tanto alla Gotham City del Cavaliere Oscuro quanto alla Metropolis di Fritz Lang. La trama è tenuta in piedi da un solido intreccio hard-boiled in cui Motter fa interagire spericolatamente una galleria di personaggi stereotipati al punto giusto: gangster spietati, politici corrotti (paradossalmente il sindaco di Terminal City si chiama Huxley, il suo predecessore Orwell), immigrati sprovveduti, temerari caduti in disgrazia e in cerca di riscatto. Le strizzate d’occhio al genere dei supereroi regalano gustose chicche a un’operazione nostalgia che non lesina tuttavia sulle trovate originali, anche se purtroppo le più promettenti restano relegate sullo sfondo. Due per tutte: l’elettrocaina (una nuova, potentissima droga capace di garantire una vera e propria scarica di piacere) e la sindrome di Escher (che porta i sonnambuli che ne soffrono a camminare in bilico sulle superfici esterne dei grattacieli di Terminal City). Una scelta sicuramente voluta da parte dei creatori, forse per non penalizzare la storia con un sovraccarico di elementi, che permette così di apprezzare ancora meglio la profondità del loro universo.

Hellboy: Il seme della distruzione. Il 2009 ha segnato il mio incontro con il personaggio creato nel 1994 dal grande Mike Mignola. Ed è stata una folgorazione immediata. Il demonio rosso partorito dall’inferno che si nasconde al di là delle dimensioni conosciute, evocato nel corso di un folle esperimento nazista nella Seconda guerra mondiale, è in assoluto il personaggio più intrigante in cui mi sia capitato di imbattermi sulle tavole di un fumetto (okay, Cap… perdonami, ma contro l’inferno nemmeno l’America può niente…). Suggestioni lovecraftiane, pseudoscienze, esoterismo e un’ironia costante convivono nelle avventure del BPRD (il Bureau for Paranormal Research and Defense, di cui Hellboy fa parte insieme al centenario anfibio telepatico Abe Sapien e alla pirocinetica Liz Sherman). I chiaroscuri di Mignola fotografano l’azione in negativo, mentre Hellboy sventa a suon di cazzotti le minacce sovrannaturali che di volta in volta mettono in pericolo il destino del pianeta. Oltre alla storia di esordio, segnalo entrambi gli altri volumi che ho letto: Il risveglio del demone (che ne rappresenta l’ideale continuazione) e Il verme conquistatore. Elementi di tutte queste storie sono stati fusi nel primo ottimo film in cui Guillermo Del Toro ha adattato l’opera di Mignola.

DMZ: Sulla Terra è il primo volume (2005) di una serie Vertigo giunta all’ottavo albo in America, con un nono annunciato e un decimo previsto dal creatore Brian Wood per concludere definitivamente il ciclo. DMZ è la sigla che in gergo militare indica una Zona Demilitarizzata. La DMZ del fumetto è Manhattan, il cuore della Grande Mela, sprofondata nell’incubo della guerra civile, con enclave in lotta tra di loro per accaparrarsi gli aiuti umanitari delle UN, l’acqua pulita più preziosa del petrolio, cecchini appostati ad ogni angolo di strada e l’esercito degli Stati Liberi schierato sulla sponda meridionale del fiume Hudson. 5 anni dopo lo scoppio delle ostilità, Matty Roth è un fotoreporter che giunge sull’isola al seguito di una troupe della Liberty News Network che viene presto sterminata con tutti i soldati della scorta. Da quel momento in poi è solo e dovrà barcamenarsi nella difficile realtà di Manhattan, alle prese con le più banali questioni di sopravvivenza, ma sempre più intenzionato a fornire all’esterno un punto di vista embedded della situazione. Wood ha spiegato il background storico della sua opera parlando di un’insurrezione da parte di gruppi militari del Midwest contro i rispettivi governi statali, che ha potuto avere successo grazie all’assenza dei corpi di Guardia Nazionale impegnati nelle guerre preventive in Afghanistan e Medio Oriente. Gli Stati Liberi sarebbero il risultato di questa coalizione trasversale, che malgrado si sia data una sede governativa nel Montana manca tuttavia di una connotazione geografica ben precisa. Gli Stati Uniti e il governo federale centrale sono in difficoltà, dopo che il conflitto si è assestato in una posizione di stallo. Per descrivere lo scenario, magistralmente reso da Riccardo Burchielli con un senso per il dinamismo che in alcune sequenze sfiora il fotorealismo dei documentari di guerra, Wood suggerisce di pensare a “parti uguali di 1997: Fuga da New York, Fallujah e New Orleans dopo l’uragano Katrina”. Al modello di John Carpenter, mi sentirei di aggiungere il seminale Transmetropolitan di Warren Ellis. Impegno civile e spessore politico sono senz’altro i punti di forza di un’opera matura e imperdibile tanto per gli amanti del Day After, quanto per quelli della fantapolitica. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Ex Machina: Il marchio. Secondo volume delle avventure di Mitchell Hundred, l’ingegnere newyorchese vittima di un incidente che gli conferisce il controllo su ogni apparato elettronico, rendendolo di fatto il solo e unico supereroe del pianeta. Dopo l’11 settembre, mosso dalla volontà di mettere i suoi poteri al servizio del mondo, scende in campo e diventa sindaco di New York, dividendosi tra l’attività politica di giorno e i congegni della Grande Macchina di notte. Meno apocalittico di Wood, ma altrettanto impegnato nel trasfigurare con efficacia la situazione reale in un’opera di fantasia, Brian K. Vaughan realizza una miniserie avvincente e ricca di spunti inquietanti, di cui Il marchio rappresenta il 2° volume. Le matite di Tony Harris e le chine di Tom Feister sono al servizio della storia: tavole pulite, scansione dettagliata. Se DMZ è Black Hawk Down su carta, Ex Machina ha un taglio più convenzionale, quasi televisivo nel seguire i retroscena della politica (e il parallelo con la sitcom Spin City, portata al successo da Michael J. Fox, non mi sembra del tutto inappropriato). Una citazione per rendere al meglio il carattere del protagonista: “Quando ti ho chiesto di essere il mio vicesindaco, ti ho avvisato che non ero un liberale né un conservatore. Sono un realista. Agli ingegneri insegnano a pensare ai fatti, non all’ideologia”. Condivisibile o meno, un punto di forza della caratterizzazione.

Iron Man: Extremis. Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, Extremis è la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità. In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Santuario. Grande sorpresa macchiata da una piccola delusione, questa miniserie del duo francese Dorison/Bec. L’elegante volume della Planeta DeAgostini, copertina rigida, formato medio e carta lucida, raccoglie l’intera storia in tre episodi usciti sul mercato americano nel 2007 e la impreziosisce con una confezione capace di mandare in sollucchero i feticisti del libro. La storia intreccia un mistero sottomarino con un’antica maledizione mesopotamica legata alla città di Ugarit, e già solo questo basta a spingere i cultori del Solitario di Providence verso l’altare per immolare il giusto tributo al grande Cthulhu. Gli elementi per un’esperienza memorabile ci sarebbero in teoria tutti, peccato che alcune inesattezze tecniche rovinino un po’ il godimento al lettore più smaliziato (o spacca-maroni, se vogliamo, come può essere il sottoscritto). Le colpe come i meriti vanno equamente ripartite tra lo sceneggiatore e l’illustratore. Se Christophe Bec pecca di generosità nella resa degli ambienti claustrofobici del sottomarino USS Nebraska, i cui interni troppo spesso somigliano a una base militare terrestre con conseguente calo nella resa dell’atmosfera, d’altro canto Xavier Dorison risolve precipitosamente la fuga del sommergibile verso la salvezza con un espediente non del tutto convincente (al di là delle atomiche, come possano le eliche spingere un colosso da 10.000 tonnellate e più attraverso un muro di sabbia resta un quesito senza risposta). Peccati comunque minori, se confrontati alle atmosfere suggestive di una storia capace di proiettarci nelle spire di un orrore millenario, verso un epilogo apocalittico. Ma posso comunque lamentare la scarsa precisione come il difetto che pregiudica all’opera il rango di capolavoro e rimandare Bec alla scuola di Giménez (vedere scheda di Asso di picche, più in basso) per limare le proprie lacune e affinare una tecnica in grado di nobilitare un talento fuori discussione. [Qui la recensione di Ivan Lusetti per Fantascienza.com.]

Secolo XX. Due storie scritte da Pierre Christin e disegnate dall’immenso Enki Bilal. Due diversi punti di vista sui totalitarismi del Novecento: da una parte Le Falangi dell’Ordine Nero (1979) che riemergono come un incubo dai giorni della guerra civile spagnola; dall’altra, in una Battuta di caccia (1983) riemergono gli spettri delle lotte di potere nell’Unione Sovietica. La forza degli ideali contro la crisi degli ideali, il realismo sostenuto dallo slancio romantico contro il prammatismo che giustifica compromessi e corruzione.

Asso di picche. Ovvero, l’aviazione della Seconda guerra mondiale immaginata da Ricardo Barreiro e rappresentata con cura maniacale da Juan Giménez. Niente fantastico, in quest’opera realizzata da due maestri che hanno raggiunto i vertici delle loro carriere con la fantascienza. Un lavoro di grande precisione tecnica, che trova nella ricchezza delle tavole il valido contraltare per una storia di denuncia degli orrori della guerra. Le dinamiche personali tra i membri della squadriglia di un bombardiere alleato si intrecciano con la Storia, scandita dalle esplosioni dei raid sui cieli della Zona. Pynchon e Vonnegut sono lontani anni-luce dal crudo realismo di questa storia, eppure è a loro che viene da pensare vedendo l’Asso di picche in azione sopra Dresda e la soggettiva delle bombe sganciate sulla città dell’Elba. Il peccato è che dal 1977 quest’opera ha subito una pubblicazione sporadica e confusa in Italia e l’Eura Editoriale che ce l’ha in catalogo sembra intenzionata ad alimentare l’interesse degli appassionati sottraendola alla loro vista, tenendola segregata in quarantena nei suoi magazzini.

L’uomo di Tsushima. La storia della guerra russo-giapponese del 1904-05 vista attraverso gli occhi di Bonvi, che ideò questo racconto per la serie “Un uomo un’avventura” (1978), si tinge di sfumature comiche che rendono ancora più efficace l’impatto drammatico di quegli eventi. La sensibilità dell’artista emiliano confeziona una storia solida, affidando a Jack London - all’epoca corrispondente di guerra - il commento sulla tragica spedizione che vide le 50 sgangherate navi al comando dell’ammiraglio Rozestvenskij mandate allo sbaraglio contro la flotta del Sol Levante dopo un viaggio “epico e pazzesco”. Jack London diventa un alter ego dell’autore, in un gioco di specchi molto postmoderno, e Bonvi diverte e fa pensare, come accade nelle opere migliori. L’epilogo nella notte carioca aggiunge un tocco fantastico a una storia cruda malgrado il tratto caricaturale di Bonvi.

E infine due sorprese da parte di un editore che aspira a ritagliarsi un ruolo di sicuro rilievo nel panorama indipendente. Parlo di Nicola Pesce Editore, che sotto le cure di Massimo Perissinotto ha avuto una stagione a dir poco prolifica. Tra i titoli dati alle stampe, ho avuto modo di apprezzare lo straniante Enigma del condominio, firmato dall’artista marchigiano Mauro Cicarè (illustratore, copertinista per Einaudi e Feltrinelli), storia lirica e delirante al contempo, un distillato di poesia nera che fonde millenarismo e allucinazioni, metafisica e surrealismo, in pagine ora sensuali, ora disperate, dal sapore di avanguardia; e Namtar Rising, nel volume che inaugura la collana in flip book Voodoo Studio, un mix dal sapore molto pulp di orrori di guerra e manipolazioni mentali, che richiama le suggestioni da sindrome del Vietnam affrontate nel film Allucinazione perversa dal controverso Adrian Lyne. Alessio Landi scandisce una storia adrenalinica con taglio cinematografico, reso con puntuale iperrealismo dalle matite di Elia Bonetti.

Nota di chiusura per due miniserie Bonelli: Caravan di Michele Medda (che ne gestisce anche il blog) e Greystorm di Antonio Serra e Gianmauro Cozzi. Sindrome da assedio ed echi di Jericho nella prima, giunta ormai all’ottavo numero; suggestioni steampunk e fantascienza à la Verne nella seconda, di cui è in uscita il quarto episodio. In entrambi i casi si tratta di ottimi esempi di fumetto popolare, letture da intrattenimento che talvolta possono regalare anche un qualcosa di più. Quel qualcosa non sempre arriva. Ma l’intervallo di 12 numeri riservato a questi progetti garantisce uno spazio ottimale per sviluppare al meglio un arco narrativo lontano dai vincoli dell’uscita unica o della serie infinita, risparmiandoci così la lunga morte che sta affliggendo la serialità del loro Nathan Never.

Addio, Anni Zero

Posted on Dicembre 30th, 2009 in Futuro, Nova x-Press | 5 Comments »

Il 2009 volge al termine. Tempo di bilanci? Mi piacerebbe dedicargli un po’ di bit, nei prossimi giorni/settimane (impegni vari permettendo), ma per il momento mi limito a un consuntivo molto poco professionale e piuttosto personale sul decennio che sta vivendo in queste ore i suoi ultimi battiti di orologio. Senza idea di dove stiamo volando, mi accontenterei di sapere almeno cosa stiamo vivendo. Dunque, a che punto siamo arrivati?

Questi anni Zero - su questo forse saremo in molti d’accordo - sono stati anni di attesa e di disincanto. Ci eravamo abituati da un pezzo all’idea che il 2000 non ci avrebbe portato macchine volanti e spinner, se non altro, ma l’incidente occorso allo space shuttle Columbia al rientro dallo spazio (2003) ha assestato un colpo quasi fatale a una NASA già in difficoltà. Per fortuna i programmi Mars Exploration Rover (meglio noti come Spirit e Opportunity) e Mars Reconaissance Orbiter hanno risollevato già a partire dal 2004 le sorti del colosso governativo americano, tenendo desti lo stupore e la meraviglia intorno all’esplorazione spaziale.

Ma se torniamo alla superficie terrestre e ai suoi problemi, questi anni verranno probabilmente ricordati come gli anni del Terrore: l’11 settembre 2001 ha offerto il pretesto per il più sistematico tentativo di colonizzazione dopo la fine della Guerra Fredda, aprendo la strada a due guerre e istituzionalizzando la violazione dei diritti civili nell’unica superpotenza sopravvissuta al collasso. La Russia ha saputo distinguersi autorevolmente in Cecenia, a Beslan, nell’eliminazione del dissenso interno (protocollo Litvinenko a base di polonio-210 contro gli informatori e protocollo Politkovskaya contro i giornalisti indipendenti) e forse ha avuto in Georgia la sua Baia dei Porci. A inizio 2009, con l’Operazione Piombo Fuso anche Israele ha dimostrato il proprio diritto a rivendicare una posizione di spicco tra i totalitarismi del nuovo secolo.

Sono stati gli anni dell’uragano Katrina che ha devastato New Orleans (2005) e messo sotto gli occhi del mondo l’inefficienza dell’amministrazione americana, alle prese con le sue ambizioni di democratizzazione del Medio Oriente o, come per un certo frangente ci è piaciuto chiamarlo in Italia, lo “scontro di civiltà”; gli anni dello tsunami che ha travolto le coste dell’Oceano Indiano (2004); gli anni delle epidemie fantasma e delle pandemie annunciate. Ma anche gli anni della diffusione delle fonti rinnovabili a scapito dei combustibili tradizionali. E come per il precedente capitolo in materia di diritti umani, l’elezione di Barack Obama lascia aperti ampi spiragli di miglioramento nella tutela dell’ambiente e nell’ascesa della green economy.

Il sogno del Nuovo Secolo Americano ha dovuto confrontarsi all’atto pratico con una decisa volontà di cambiamento e con la dura lezione della crisi del sistema capitalista e della recessione che ancora oggi grava sull’economia globale. La Cina e l’India hanno saputo dimostrarsi come i veri concorrenti degli USA sulla scena internazionale del XXI secolo e, se vogliamo avere una speranza anche misera di immaginare l’ombra del mondo tra qualche decennio, faremmo meglio a mandare in soffitta l’egocentrismo dell’Occidente.

In Italia il G8 di Genova ha fatto dimenticare i giorni di Seattle e abbiamo assistito al progressivo, inesorabile monopolio del linguaggio politico da parte del berlusconismo, la nuova religione di stato che ha saputo fare piazza pulita degli schemi e degli schieramenti pre-esistenti (non senza la complicità dei diretti interessati). L’italian way of life eruttato a ciclo continuo dalle emittenti presidenziali ha trasformato un popolo a immagine e somiglianza delle reclame della TV: apparenza patinata, sostanza adulterata. Lo possiamo vedere su qualsiasi piano, dal dibattito politico alla semplice occasione di discussione e confronto. Che si parli di politica, libri o film, la regola da seguire è sempre quella della sopraffazione, dell’annientamento dell’oppositore. L’apertura al confronto è diventata una bugia da usare come esca per lo scontro finalizzato all’assimilazione o alla distruzione. Tertium non datur. L’ignoranza è forza, in piena aderenza con lo stile orwelliano del bispensiero.

Nel nostro piccolo, la fantascienza ha subito la perdita di Vonnegut, Disch, Crichton, Aldani, Farmer, Ballard e Capitan America e il campo del fantastico italiano è sempre più simile a uno stadio. Sopravvivono margini di speranza? Non ne sono molto convinto, ma mi piace continuare a crederci. Dopotutto siamo sopravvissuti al Millennio (ricordate la paura per l’Y2k?) e gli anni Zero hanno saputo riservarci anche delle sorprese. Oltre a quelle già menzionate: la nuova fantascienza di Richard K. Morgan, Charles Stross, Cory Doctorow, Alastair Reynolds e, in Italia, la rinascita della gloriosa Robot e una promettente ripresa di “Urania”; i nuovi spazi di resistenza politica e di critica sociale esplorati da Saviano e dal giornalismo d’inchiesta; la grande corsa alla frontiera elettronica della rete; l’attivazione dell’LHC del CERN, il più importante esperimento scientifico mai concepito finora.

A ricordo delle basi gettate in questi anni, le parole da portare con me negli anni Dieci saranno: postumanesimo, Singolarità Tecnologica, agalmia, Accelerando, augmented reality, connettivismo, internet, banda larga, wireless, Creative Commons, web semantico, RFID, geoweb, green economysmart grid, bosone di Higgs, Zero Waste, demokratura, bispensiero, Gomorra. Sicuramente dimentico qualcosa, ma sarà interessante assistere all’evoluzione dello Zeitgeist a partire da questa manciata di elementi, come in un esperimento volto alla definizione dello spirito dei tempi e del suo campo memetico a partire da un modello culturale di base.

[Picture by SciFi Scanner: Strange Days, 1995]

Un fratello piccolo, non per questo meno pericoloso

Posted on Settembre 29th, 2009 in Agitprop, Fantascienza, ROSTA | 8 Comments »

La data da segnarsi è il 22 ottobre. Quel giorno infatti arriverà nelle librerie X, il libro di Cory Doctorow che, no, non è la mia biografia. Newton Compton, l’editore italiano, ha così tradotto il titolo originale, Little Brother, che faceva esplicitamente riferimento al classico di Orwell. La minaccia del controllo è infatti uno dei temi portanti di questo romanzo, che in America ha ricevuto un’accoglienza entusiastica, imponendosi come un piccolo libro di culto.

Doctorow è uno dei curatori di Boing Boing, tra i blog più seguiti al mondo, ed è stato coordinatore europeo della Electronic Frontier Foundation fino al 2006. Copyright, diritti civili ed economie post-scarsità (ricordate i discorsi sulle società agalmiche?) sono tra i temi ricorrenti nei suoi lavori. Quindi ha ragione Sterling quando sostiene che “ha un sacco di cose da dirci”. Doctorow, a mio parere, è una sorta di suo erede spirituale, con la stessa attitudine divulgativa e forse una coscienza critica dei cambiamenti sociali indotti dal progresso tecnologico ancora maggiore (ma per semplici ragioni anagrafiche).

Ma torniamo a X. In un mondo che tende verso l’amplificazione informatica della realtà, l’integrazione tra i canali di comunicazione in un unico panorama multimediale, la questione della sicurezza informatica diventa un tema di importanza cruciale. Tuttavia, come è stato tristemente dimostrato dalla storia recente, fin dove si possa spingere l’autorità per incontrare la domanda di sicurezza dei cittadini è ancora materia controversa e troppo facilmente manipolabile. Ben vengano quindi libri come questo, che promettono di farci pensare.