La moderna bellezza del vento

Posted on Aprile 29th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 2 Comments »

E’ da tempo che mi ripropongo di parlarvi di energie rinnovabili, ma come al solito i buoni propositi vengono messi da parte per far posto ad altro, più urgente o semplicemente più pratico. Considerando che si tratta di materia con cui faccio i conti quotidianamente, forse l’alibi ha delle basi fisiologiche. Ciò nondimeno, mi risulta difficile immaginare un futuro per la nostra civiltà senza un poderoso sviluppo delle tecnologie per l’estrazione di energia dalle fonti rinnovabili (vento, sole, bacini fluviali e oceanici, geotermia). Si tratta pertanto di un argomento che meriterebbe una copertura diffusa su queste pagine, piuttosto che interventi occasionali. Anche considerando gli attacchi sempre più feroci sferrati da certe lobby italiane contro gli impianti eolici, con campagne di disinformazione che trovano sempre ampio risalto sui media, per cominciare faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere. Cerco almeno in parte di sopperire alle mie mancanze con questo post dedicato al potenziale ancora inesplorato dell’eolico: il suo appeal turistico.

Che gli impianti eolici siano delle attrattive, lo può confermare un qualunque gestore di un ristorante o agriturismo sito nelle vicinanze di una wind farm: gite scolastiche e vacanzieri della domenica non di rado ne fanno le loro mete. E’ il potere seduttivo della tecnologia applicata su grande scala e può testimoniarlo chiunque abbia avuto il piacere di osservare un aerogeneratore da 2 MW in funzione con 15 m/s di vento, le enormi pale da 36 metri a spazzare a 70 metri d’altezza un’area di 5.090 m², grosso modo quanto un campo da calcio. E’ la “moderna bellezza” di cui parla Valerio Gualerzi in questo recente articolo apparso su Repubblica.it, con considerazioni molto interessanti sul significato (per i cittadini) e la responsabilità (per le aziende che investono nel settore) dell’inserimento delle turbine eoliche nel paesaggio.

L’Italia è attualmente il terzo paese in Europa per potenza eolica installata, praticamente a pari merito con la Francia, e segue di molte lunghezze Germania e Spagna che sono da anni i due paesi leader nel settore. Il suo potenziale eolico è stimato in circa 4 volte la potenza attualmente installata, quindi prima che la sua capacità sia saturata dovremmo vedere le “fattorie del vento” quadruplicarsi, se non nel numero nella potenza (ogni 2-3 anni la taglia commerciale degli aerogeneratori raddoppia, ma la classe dei nostri siti dovrebbe sposarsi a turbine di 2-3 MW di potenza). Ora, per fare un confronto veloce, 2 MW non sono niente confrontati a una centrale termoelettrica media da 800 MW, e anche i parchi eolici più grandi finora realizzati in Italia (siamo sui 60-70 MW) mantengono comunque uno scarto di un ordine di grandezza rispetto agli impianti termoelettrici. Tuttavia il concetto nascosto dietro le rinnovabili è un’autentica rivoluzione ideologica.

Le centrali tradizionali (termoelettriche, geotermiche, nucleari, idroelettriche) rispettano una gerarchia centralizzata della generazione di potenza, vale a dire - relativamente - pochi nodi di generazione di dimensioni sempre più grandi, la cui energia viene quindi trasmessa e distribuita anche a grande distanza dalla centrale. Due delle conseguenze di questa loro natura sono: la scarsa efficienza nell’utilizzo dell’energia, che subisce perdite di trasformazione, trasmissione e ri-trasformazione nel tragitto dalla centrale alle nostre case; l’elevato rischio comportato dalla concentrazione di risorse enormi (ricorderete quanto accaduto in Siberia lo scorso anno? Bene, non c’è altro da aggiungere).

Le “nuove” centrali, gli impianti da fonti rinnovabili (eolici, mini-idroelettrici, fotovolatici, a biomasse e, si spera presto, solari termodinamici), si basano su una logica opposta: tanti punti di generazione distribuiti sul territorio, in prossimità delle utenze oppure di sistemi pratici per l’accumulo dell’energia (bacini di pompaggio), con un notevole miglioramento di entrambi gli effetti collaterali enunciati per le centrali tradizionali. La conseguenza principale è, soprattutto nel caso di eolico e fotovoltaico, l’impatto visivo delle opere, che secondo alcuni provocherebbe gravi conseguenze sui nostri panorami. Sorvolando sulle banalità dell’accoppiata vento/mafia che tanto successo ha avuto piuttosto di recente sui nostri media (come se l’eolico fosse l’unico affare lucrativo ad attirare le attenzioni delle organizzazioni criminali… E nel frattempo gli occhi dell’opinione pubblica vengono distolti dal business del cemento, dei rifiuti, dei termovalorizzatori, e proseguite pure l’elenco a vostra discrezione), arrivano dall’estero due validissimi antidoti ai preconcetti tanto popolari per la nostra bella Italietta. E, cosa che dovrebbe non mancare di solleticare il nostro orgoglio nazionale, o quel che ne resta, in entrambi c’è lo zampino dell’Italia.

Il primo esempio arriva dal Canada. Nei pressi di Vancouver, quest’anno, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali, il governatore della British Columbia ha inaugurato il singolare impianto di Grouse Mountain: una turbina eolica di 1,5 MW, installata a 1.300 metri di quota per alimentare il locale comprensorio sciistico. A rendere l’aerogeneratore Leitwind, di tecnologia altoatesina, così degno di nota, è però la piattaforma panoramica installata in cima alla torre, a 65 metri di altezza, proprio al di sotto del generatore (ben visibile nella foto in alto e in queste qui accanto). Una piattaforma capace di ospitare fino a 36 persone, accessibile attraverso un ascensore interno alla torre, da cui godere di una magnifica panoramica sulla città (e chissà se prima o poi Gibson non ci scriverà qualcosa). The Eye of the Wind, questo il nome dell’impianto di Grouse Mountain, è stato giustamente definito dalle autorità e dai costruttori come il simbolo di un mondo sostenibile e di una rivoluzione silenziosa.

E speriamo davvero che faccia scuola. Per fortuna, grazie a un altrettanto emblematico progetto della On Office, uno studio internazionale di architetti di base a Porto, c’è da essere fiduciosi. I giovani soci dello studio (due portoghesi, un giapponese-americano, un italiano) hanno pensato di elaborare un progetto a dir poco ambizioso, prendendo spunto dall’attualità (l’impegno per i paesi europei di centrare l’obiettivo 20-20-20: la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20% e il simultaneo contributo delle fonti rinnovabili al mix energetico nazionale nella proporzione del 20%, entrambi entro il 2020) e dalla specificità geografica di una nazione europea come la Norvegia (il più ampio sviluppo costiero del continente, la collocazione nella fascia continentale più esposta ai venti dell’Atlantico, la vocazione turistica). Il risultato è Turbine City, un wind resort del futuro: un impianto eolico off-shore costruito al largo delle coste di Stavanger. La scelta non è casuale, come spiegano gli architetti di On Office: la città è la quarta per popolazione della Norvegia, con un aeroporto internazionale collegato a scali sparsi un po’ per tutto il resto del continente, già meta turistica per le sue bellezze naturalistiche e importante base logistica per il settore petrolifero. Insomma, è una città con una storia e delle attrattive, che potrebbe legare il proprio nome alla prossima rivoluzione sostenibile (e cosa c’è di meglio per illustrarlo della slide qui di fianco?). Senza compromettere l’immagine storica della città.

Turbine City potrebbe ospitare hotel (150 camere in ogni turbina concepita allo scopo), musei, spa ed essere usata come approdo per navi da crociera e base d’appoggio per gli operai impiegati sulle piattaforme petrolifere dell’area, e al contempo rappresentare un nodo di generazione di energia da 392 MW di potenza. L’installazione comprenderebbe infatti 49 turbine da 8 MW l’una, sufficienti per soddisfare il fabbisogno di 120.000 utenze domestiche. La Norvegia, che ha il maggiore potenziale idroelettrico d’Europa, si presterebbe meglio di qualunque altra nazione del continente ad ospitare un impianto eolico di questa taglia: se altrove la natura intermittente e aleatoria del vento renderebbe un impianto di queste proporzioni una scommessa, per via delle debolezze e dei limiti strutturali delle reti di trasmissione, l’energia di Turbine City potrebbe essere accumulata sfruttando proprio i bacini idroelettrici come sistemi di stoccaggio. Un vantaggio non da poco, considerando che si stanno studiando da qualche tempo mega-progetti per fare della Norvegia l’accumulatore della mega-grid continentale.

Il futuro passa da qui.

Oil Stones: la città sovietica sulle acque

Posted on Febbraio 9th, 2010 in False Memorie, Kipple, Micro, Transizioni | 9 Comments »

Che l’Unione Sovietica avesse un debole per le grandi installazioni almeno quanto per la cortina di silenzio e segretezza che doveva avvolgerne l’esistenza, è cosa ormai risaputa. Un annetto fa si parlava di fari nucleari e radiostazioni a onde medie. Adesso torniamo indietro al futuro che non è stato con Oil Stones, un insediamento urbano costruito in mare aperto a 42 km dalle sponde del Mar Caspio, per sfruttare i giacimenti petroliferi sottomarini di fronte alle coste dell’Azerbaijan. Assetata di greggio, l’URSS fece piantare dei piloni di acciaio sul fondale - che in quel punto raggiunge qualche centinaio di metri di profondità - e sopra di essi venne realizzato un complesso di edifici per ospitare ingegneri minerari e tecnici insieme alle loro famiglie, fornito di servizi quali parchi, scuole, magazzini e uno sviluppo stradale stimato in 350 km.

Sebbene l’interesse delle compagnie si sia da tempo spostato verso i giacimenti del Mare del Nord, Oil Stones è ancora lì, in mezzo al Mar Caspio, a 42 km dalla costa. E si stima che vi vivano ancora 2000 persone.

[Da English Russia. Foto di Howard Sochurek, Life, 1959.]

Sugli argini del Dio-Serpente

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Micro, ROSTA | 3 Comments »

L’articolo di Paolo Rumiz sul piano di rimboschimento degli argini del fiume Po avviato dalla provincia di Mantova ci porta alla scoperta di un ”luogo dell’anima”. Leggendo le sue parole su Repubblica, è immediato il ricordo delle pagine di Aldani.

Il Quinto principio: l’ultimo vero grande romanzo italiano

Posted on Dicembre 4th, 2009 in Fantascienza, Letture | 4 Comments »

E’ uscito nei giorni scorsi l’atteso romanzo di Vittorio Catani: al culmine di 9 anni di gestazione, Il Quinto principio approda nelle edicole italiane in un volume speciale di “Urania” dal bordo superiore d’oro, segno distintivo inconfondibile e - mi piace credere - non casuale. Il perché è presto detto: ritengo Vittorio Catani uno dei migliori autori in circolazione, un maestro per me e molti altri esponenti del microcosmo fantascientifico italiano e - non lasciatevi fuorviare - essere un maestro in un panorama piccolo, quasi asfittico, non significa affatto essere un maestro minore. Credere che le dimensioni della scena possano confinare la caratura di un maestro è un errore che nessuno sarebbe mai disposto a concedersi, conoscendo i lavori di Catani.

Devo ammettere che, di fronte alla sua pur vastissima produzione di narrativa breve, fino a pochi anni fa ero convinto che il Nostro avesse già toccato un vertice impareggiabile con Il pianeta dell’entropia, pubblicato sul numero 22 di Robot vecchia serie, nel gennaio 1978. Una storia matura, di utopia, crescita e disillusione, una storia politica e sociale dall’altissima valenza etica, impreziosita da alcune immagini di fortissimo impatto emotivo. Un racconto lungo che ho letto e riletto per il puro piacere della lettura e della riflessione, perché mentre racconta una storia dà anche molto da pensare. Mi raccontava Catani in persona che - a quanto pare - sul finire degli anni ‘70 fosse un testo molto popolare nell’infuocata scena della contestazione di Bologna. Non stento a crederci.

Quasi a smentire le mie certezze - ma in fondo è bello vederle dissolversi sotto un sole così splendente - arriva adesso questo romanzo. Il secondo di Catani nella sua carriera, a distanza di vent’anni da Gli universi di Moras che fu il primo libro a imporsi al premio Urania. Un libro non comune, per la mole, per la vastità dello scenario che dipinge, per il coraggio con cui osa affrontare tematiche di triste attualità, miscelandole con un gusto per il fantastico e l’assurdo che emerge con prepotenza e decisione. Perché Catani è uno scrittore di fantascienza con letture che spaziano a 360° (e si vede), ma questo non gli impedisce di essere orgoglioso del suo background, come si può avvertire nitidamente da ogni singola pagina di questo romanzo. Ce ne sono 531, nel Quinto principio, e sono 531 pagine fitte di avvenimenti, azione, riflessioni, intrighi ed estrapolazione sociale, in cui vive trasfigurato il nostro mondo. La crisi del capitalismo da cui prende le mosse il libro presto diventa per Catani il pretesto per inscenare una crisi più vasta, che ha profonde ripercussioni sulla sfera privata di ogni singolo uomo o donna. E di personaggi, in questo volume, se ne incontrano molti, a formare una galleria variegata non di tipi umani, ma di caratteri tridimensionali dotati di una loro vita, di una loro autonomia, di una loro unicità.

Le persone e il futuro del pianeta sono i potagonisti di questo romanzo, che non esito a definire un romanzo globale. La letteratura dell’ultimo secolo ha smesso di contare gli esempi di romanzo-universo e i tentativi di “romanzo totale”. La stessa fantascienza può vantare esempi illustri: da Tutti a Zanzibar di John Brunner (1968) a 334 di Thomas M. Disch (1972), il worldbuilding ha saputo spesso sublimarsi nell’essenza stessa delle opere di genere. Questa è stata forse l’unica lacuna sopravvissuta fino ad oggi nella fantascienza italiana: l’assenza di un romanzo totale, che adesso Catani arriva a colmare con questa sua memorabile impresa.

Tra le altre cose, in questo libro potrete trovare: dosi massicce di sensibilità ambientalista assolutamente non d’accatto e assolutamente non di pura facciata; una critica spietata alla nostra società e al nostro stile di vita che investe senza pietà i nostri costumi/consumi; avventura e azione a go-go; complotti che estendono le loro trame attraverso la storia; universi paralleli, grandi catastrofi (gli Eventi Eccezionali), teorie oscure sull’esistenza di un principio ignoto che potrebbe regolamentare in ultima istanza i processi naturali e umani; una delle più sorprendenti e avvincenti visualizzazioni metaforiche dell’umanità, intesa come rete di rapporti e tessuto connettivo di relazioni ed esperienze, magnificamente reso attraverso l’espediente della PEM (un impianto neurale che rende il bagaglio emotivo e mnemonico di ogni persona accessibile a tutte le altre). Il tutto reso con un gusto postmoderno per l’accumulo dei materiali e l’amalgama delle ispirazioni, e pervaso da quella tensione erotica che è uno dei marchi di fabbrica di Catani. Serve aggiungere altro?

Forse sì. Personalmente, ho la sensazione che il futuro della narrativa - e della narrativa di genere in particolare - sia nella forma breve: novelle e romanzi di dimensioni contratte (ricordate le 200-250 pagine dei bei tempi che furono?) potrebbero soppiantare presto la mania (spesso fantasyosa, ma molte volte anche indicativa di una certa grandeur ricercata da capolavoro mainstream) dei tomi biblici. La fantascienza italiana è rimasta fortunatamente immune al morbo, ma per raccontare una storia simile (delle storie simili) ci voleva questo formato, è indiscutibile. Per questo credo che Il Quinto principio sia un libro importante, tra i più importanti partoriti in Italia dalla fantascienza e dal fantastico tout-court negli ultimi anni (ma parliamo pure di decenni, tranquillamente), che nel mondo anglosassone sarebbe stata definita di speculative fiction senza una connotazione necessariamente spregiativa nei confronti del nostro genere prediletto. E’ un libro che non sfigurerebbe di certo sugli scaffali di una libreria, accanto a titoli più blasonati, come si suol dire con un certo gusto per i paragoni impari. Perché, detto in tutta onestà, questo è un libro di fantascienza che conserva una lunghezza abbondante di vantaggio su qualsiasi libro italiano non di genere abbia letto da molti anni a questa parte.

Un grande romanzo, forse il primo e l’ultimo grande romanzo italiano di fantascienza. Ed è interessante che a firmarlo sia stato “uno scrittore di opere brevi”, come si definisce Catani stesso nell’intervista rilasciata a Giuseppe Lippi e pubblicata in appendice al volume. Ma Catani custodisce la memoria del futuro e da uno come lui imprese di questo tipo sarebbe sempre meglio aspettarsele.

[La sontuosa copertina realizzata da Franco Brambilla - ehi, ormai sembra che la sua arte abbia invaso questo blog! - è visionabile nella sua tetra maestosità a questo indirizzo.]

Mare nostro

Posted on Novembre 15th, 2009 in Kipple, Micro | 2 Comments »

Per non appesantire la precedente segnalazione, includo qui alcuni altri link utili sulle “navi dei veleni”:

“Navi dei veleni”: il mistero corre lungo i fondali calabresi di Egidio Lorito (da Eco di Basilicata, 15 ottobre 2009)
Ecco come la ‘ndrangheta ha ucciso la mia terra di Biagio Santamaria (da Indymedia Calabria, 23 settembre 2009)
Jolly Rosso, navi dei veleni e traffico di rifiuti di Anna Foti (da TerreLibere, 27 dicembre 2008)
Navi di veleni: ecomafie di Stato e multinazionali del crimine di Gianni Lannes (da Terra Nostra, 29 ottobre 2009)
La rotta della Eden V perduta in Adriatico, una video-inchiesta sul traffico di rifiuti via mare e le discariche sottomarine del Gargano, pubblicata l’11 novembre scorso su Terra Nostra.

Mentre andiamo concludendo con il compagno Fernosky l’ultima revisione del nostro noir mediterraneo a 4 mani, siamo costretti a fare i conti con la trama dei segreti che sembra trasformare in una spy-story la realtà in cui viviamo. Nei venti dell’Apocalisse che minacciano Bassitalia, può avere davvero uno strano effetto imbattersi in pezzi come quelli di Lorito e Santamaria, in cui sembra di rivedere echi di personaggi come Carmine Serpieri e Nicola Chianese. Questo - bisogna dirlo - è incoraggiante. Perché dimostra, insieme all’esperienza eroica di Terra Nostra e del suo direttore, come persone in grado di opporsi al malaffare dilagante esistano davvero. Non solo nelle pagine di un romanzo.

Le navi del sospetto

Posted on Novembre 15th, 2009 in Kipple, Micro | No Comments »

Che ci dessero a bere ciò che pare e piace a loro, in questa vicenda assurda è stato chiaro fin dal primo momento, prima che le navi dei veleni si trasformassero in navi delle menzogne. Per farsi un’idea delle proporzioni della bugia che vuole mettere a tacere tutte le voci intorno al cimitero tossico in cui hanno trasformato i nostri mari, basta dare un’occhiata al meritorio progetto di In fondo al mar. Da qui si ricava questo indice di contenuti on-line utile per gli interessati:

  • Rifiuti radioattivi: il caso Italia (1995)
  • L’intrigo radioattivo (1996)
  • Le navi dei veleni - Cronistoria di un intrigo internazionale (2004)
  • Le navi a perdere (dal Rapporto Ecomafia 2006)
  • Inchiesta de La Nuova Ecologia - “Le navi a perdere” (2008)
  • Impressioni di viaggio in una terra marginale

    Posted on Ottobre 18th, 2009 in False Memorie | 3 Comments »

    Sabato mattina, ancora. Il luogo è Lioni, un centro irpino adagiato nell’alta valle dell’Ofanto. Un posto con una sua storia, tra i più colpiti dal terremoto del 1980. Un comune che già a partire dagli anni ‘80 aveva provato a reagire, dando prove incoraggianti, certamente più di tanti altri paesi in cui si poteva percepire senza difficoltà come la Ricostruzione rappresentasse al massimo il ritorno all’ultimo punto di ripristino salvato prima del sisma, e nei casi peggiori un’opportunità irresistibile offerta ai politici locali per rimpinguare le casse di famiglia.

    Lioni è stato tra i primissimi comuni del cratere a rilanciare la propria vita commerciale, con la realizzazione di un’area dedicata capace di attirare un bacino di clientela interprovinciale (Salerno, Potenza e Avellino) in quello che, quanto a economia, rimane un territorio marginale ancora oggi malgrado le importanti risorse naturali. Fatto sta che, a cavallo tra gli anni ‘90 e i primi anni ‘00, era la sua vita notturna a calamitare i ragazzi della mia generazione. I suoi 2 cinema rappresentavano la metà delle sale cinematografiche della zona nel raggio di 30 km. I pub erano presi d’assalto nei fine settimana da comitive disposte ad affrontare anche un centinaio di chilometri d’asfalto, con tutti i rischi che comportava la guida dopo una serata alcolica.

    Ma da qualche anno a questa parte anche Lioni pare che stia tirando il fiato.

    Ieri camminavo su un marciapiede lastricato di pietra lavica sotto un cielo che minacciava pioggia, nel cuore del centro abitato, di fronte alla stazione ferroviaria. E per strada non c’era anima viva. Bar e tabacchini vuoti in maniera desolante si affacciavano sull’asse urbano di via Marconi. Il benzinaio di via Ortolano attendeva nella sua cabina la prossima automobile da servire. Con il traffico rarefatto della mattinata sarebbero potute trascorrere ore.

    La stazione, se così vogliamo continuare a chiamarla, sembra più un museo. Inaugurata nel 1895 all’entrata in servizia della storica linea Rocchetta Sant’Antonio - Avellino, è stata per anni sede di un flusso viaggiatori piuttosto consistente, anche in virtù del fatto di essere praticamente integrata nel centro abitato, a differenza di quasi tutte le altre stazioni della stessa linea. Oggi si presenta stretta tra un edificio del dopolavoro ferroviario ormai abbandonato e uno scalo merci in disuso e accoglie 8 corse al giorno: una verso Rocchetta e tre verso il capoluogo, una delle quali con diramazione a Salerno. Andata e ritorno. Sull’ingresso campeggia il manifesto di un’iniziativa culturale volta al recupero della memoria storica del territorio, che trovo quanto mai opportuna in questa sede.

    Le stazioni sono uno dei tanti indicatori dello stato di salute del territorio. Una stazione morta ha quasi sempre alle spalle un territorio abbandonato. E’ quanto è possibile vedere sulla linea Salerno - Sicignano - Potenza, come pure sulla Rocchetta - Avellino. Ed è quanto temo che possa accadere prima o poi a un’altra linea a cui mi ritrovo affezionato, la Foggia - Potenza: malgrado un flusso di passeggeri ancora significativo, nel tratto compreso tra Foggia e Melfi l’unica stazione ancora presidiata resta proprio Rocchetta Sant’Antonio che, come tutti nella zona ricordano, ha conosciuto decisamente tempi migliori di quelli che vive attualmente.

    A Lioni l’impressione non è diversa.

    Restano le scuole che hanno cresciuto ormai due generazioni di ragazzi della zona. Ma le poche novità che si sono succedute negli ultimi anni sembrano essere state il colpo di grazia definitivo al suo sogno di sviluppo. Il Cinema Nuovo è diventato un multisala ed è entrato nel circuito della grande distribuzione cinematografica, orientando la sua offerta verso la dieta delle famiglie o, in alternativa, del pubblico con le pretese minori: una ricetta dominata da blockbuster e cinepanettoni. Ma il vero monumento al crollo delle aspirazioni di crescita è rappresentato dal nuovissimo centro commerciale delle Fornaci. Costruito alle porte della cittadina, avrebbe dovuto amplificare la vocazione di Lioni al commercio e invece ha finito col succhiare affari tanto alla vecchia area commerciale quanto agli esercizi dell’abitato, attirando sì il flusso dei clienti, ma a tutto discapito delle attività del resto del paese. Si è trattato insomma di un dirottamento di capitali e di una loro focalizzazione, piuttosto che di una crescita del giro d’affari. E le ricadute hanno generato tra i lionesi nient’altro che mugugni e malumori.

    Nemmeno la sera è più la stessa. Un po’ tutti i grandi comuni della zona hanno scoperto la formula dell’intrattenimento spiccio per ragazzi e, con la complicità di ordinanze comunali dal sapore proibizionista (orari rigidi di chiusura dei locali e zero flessibilità), hanno eroso la vita notturna di Lioni che per anni ha assolto alla funzione di nucleo aggregatore come e meglio delle stesse scuole, se è vero che i compagni di banchi che si separavano dopo la maturità non si perdevano mai di vista grazie alla movida notturna. In compenso, tra le montagne che incoronano la valle dell’Ofanto hanno aperto un night, che assicura agli sbarbatelli l’ebbrezza di sogni umidi e agli adulti consenzienti il miracolo dell’evaporazione dei capitali sopravvissuti alle lusinghe locali del commercio.

    Ogni anno aumenta il numero dei ragazzi che lasciano questa terra per non farvi più ritorno, almeno in tempi brevi. Un tempo a partire erano gli studenti per l’università, oggi sono sempre di più quelli che si allontanano con un diploma in tasca per cercare un lavoro. La mia generazione è cresciuta con l’esempio dei laureati che rientravano in paese dopo gli studi e diventavano professionisti. Purtroppo si è trattato di un esempio impossibile da replicare.

    Di sicuro la Ricostruzione ha esaurito il suo impulso da una decina di anni a questa parte.

    Ma se dagli anni ‘90 ad oggi nessuno è stato in grado di inventarsi qualcosa che abbia saputo trattenere - o magari richiamare - i giovani in questa terra, è legittimo credere che i parametri sui quali venne impostato il processo avesse delle basi sociali fragilissime, al di là delle sue limitazioni politiche. Guardandoci indietro, oggi, non è difficile dire che i modelli di sviluppo ai quali ci si è rivolti in questi anni fossero sbagliati. Il commercio non era e non doveva essere la risposta alle esigenze del territorio. L’agricoltura, il turismo e l’energia verde avrebbero forse potuto garantire una fonte occupazionale prolungata, propagando nel tempo gli esiti della Ricostruzione perché non si limitassero al solo cemento. E di sicuro non avrebbero potuto riuscirci ciascuno per conto proprio, ma solo attraverso la reciproca integrazione. Il commercio sarebbe stato una conseguenza.

    Tra poco più di un mese ricorrerà il 29simo anniversario del Terremoto. E siamo ancora all’anno zero, qui in Irpinia.

    Di ritorno verso Castelnuovo lungo l’Ofantina, guardavo la montagna divorata dall’immensa cava. Proprio come le ruspe, un boccone dopo l’altro, quaggiù, si sono mangiati il futuro della mia generazione e forse anche di quella che verrà dopo. La gente si lamenta, rimpiange i figli lontani e i tempi moderni. Io mi domando se questo risveglio tardivo delle coscienze non serva a mascherare pensieri più cupi, come il rischio di una nuova, massiccia ondata di emigrazione. E la regressione dei nostri paesi verso comunità di diseredati e di pensionati.

    Disastro ecologico in Siberia

    Posted on Settembre 4th, 2009 in Kipple, ROSTA | 1 Comment »

    Il tragico incidente occorso lo scorso 17 agosto alla centrale idroelettrica russa di Sayano-Shushenskaya è stato uno dei più gravi nel suo genere negli ultimi anni. Eppure, dopo essere rimbalzato sui media nei giorni immediatamente successivi al disastro, è presto finito riassorbito nelle nebbie dell’oblio, superato da altre notizie. Per tenere viva l’attenzione, almeno nel nostro piccolo giro di appassionati di futuro e altre catastrofi, ho voluto mettere insieme questo post, con un po’ di dati e documenti.

    La centrale di Sayano–Shushenskaya sorge in Chakasija sul corso del grande fiume Enisej ed era, al momento dell’incidente, la sesta installazione di generazione idroelettrica al mondo per potenza installata, la quarta per generazione annua: 6.400 MW ottenuti attraverso 10 turbine da 640 MW, capaci di produrre fino a 26,6 TWh di energia all’anno, destinata in prevalenza a 4 impianti siderurgici della regione.

     

     

    Un bacino da 621 km² ottenuto attraverso una diga lunga 1.066 e alta 245,5 metri garantisce l’approvvigionamento di acqua, con una capacità utile di 15,34 km³.

    Non si è ancora fatta chiarezza sulle cause dell’incidente, ma l’esplosione di un trasformatore e il cedimento di uno sbarramento hanno portato all’incendio e all’allagamento della sala-macchine. Al 30 agosto 2009, risultavano 72 vittime tra gli operai della centrale, a cui sono da aggiungere altri 3 tecnici ufficialmente dispersi. Mentre le autorità e RusHydro, la compagnia che gestisce l’impianto, stanno ancora conducendo i loro accertamenti, l’impatto ambientale non ha tardato a manifestarsi con le conseguenze più drammatiche.

    L’esplosione di 2 dei 5 trasformatori installati ha comportato lo sversamento di 80 litri di olio di raffreddamento, che hanno raggiunto gli 80 km di spargimento lungo il corso dell’Enisej a valle della diga.

    Secondo fonti ufficiali, i lavori di riparazione già avviati permetteranno il riavvio della centrale entro il mese di ottobre, ma ci vorranno 4 anni per il pieno ripristino dell’impianto.

    Documenti video

    • Il momento dell’incidente:

    • La notizia sui TG italiani (servizi di Sergio Canciani):

    • Altri documenti su English Russia.

    InfraNet Lab

    Posted on Agosto 6th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Kipple | 3 Comments »

    La fantascienza è anche capacità di sognare un futuro diverso e coraggio di indicare una via per arrivarci. Non posso quindi non segnalare su queste pagine il blog dell’InfraNet Lab, che si candida a diventare una tappa fissa nei miei pellegrinaggi elettronici futuri. Qualche assaggio?

    • Una linea della vita per Israele e la Palestina: qui
    • Alta velocità per l’America: qui
    • Una scala per le stelle: qui
    • Architettura per l’Antartide: qui
    • Aeronavi: qui
    • Miniere di litio: qui
    • Torri solari: qui
    • Centrali oceaniche: qui
    • Pacific Trash Vortex: qui

    E la lista potrebbe continuare ancora. Un campionario di spunti, di suggestioni, di visioni. Un serbatoio di immaginario futuribile da esplorare. E da non perdere d’occhio.

    Avviso ai naviganti: fari nucleari, un’integrazione

    Posted on Gennaio 22nd, 2009 in Connettivismo, Futuro, Kipple | 3 Comments »

    Un interessante contributo alla storia dei fari nucleari ci è stato fornito dall’ing. Moskatomika: come mi ha fatto giustamente notare, sul sito dell’AIEA (l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) molte pagine sono dedicate agli RTG (Radioisotope Thermoelectric Generator) impiegati in fari polari e stazioni meteo remote, e al loro decommissioning.

    Un documento assolutamente consigliato per comprendere la filiera di recupero e stoccaggio dei generatori nucleari è il rapporto RTG Master Plan Development Results and Priority Action Plan Elaboration for its Implementation, da cui si evincono i dati salienti dell’operazione: all’inizio del 2007, 582 RTG erano installati presso siti russi (di questi 218 lungo la Northern Sea Route, dall’arcipelago di Novaja Zemlja al distretto autonomo di Čukotka), in gran parte esposti al rischio di saccheggio, e già si era al corrente che il finanziamento di 130 milioni di dollari stanziato per il recupero e la messa in sicurezza delle installazioni non sarebbe bastato a coprirne lo smantellamento, come pure che il sito militare di Mayak, nel cuore della Siberia, avrebbe potuto offrire una capacità di accoglienza non superiore agli 80 pezzi all’anno.

    In queste condizioni, non stupisce l’elenco degli incidenti principali che hanno riguardato gli RTG dal 1999 ad oggi. Generatori nucleari rimossi dalle loro sedi e abbandonati nei posti più impensabili: a una fermata dell’autobus (Leningrado, 1999), in un bosco (Georgia, 2002) o su una spiaggia (Mar Baltico, 2003). Come ci spiega quest’altra pagina, un RTG estrae la propria energia dai processi di decadimento di una sostanza radioattiva (come ad esempio lo 90Sr [i nuclei RHS (da Radionuclide Heat Source) di Stronzio 90 sono estremamente compatti e durevoli, essendo il tempo di dimezzamento di questo isotopo dell'ordine di 28 anni]), senza comportare l’innesco di ulteriori decadimenti che porterebbero alle reazioni a catena prodotte, invece, in maniera controllata all’interno dei reattori delle centrali nucleari.

    Malgrado questo, tuttavia, gli RTG restano una fonte potenziale di contaminazione radioattiva: eventuali danni agli involucri, abbastanza frequenti nel caso di apparati abbandonati per decenni, possono rilasciare raggi beta con effetti nocivi sull’ambiente e la salute di soggetti esposti.

    [Photo by Komatoz.]