Archive for the ‘Sezione π²’ Category

Corpi spenti: Input #1

Posted on Dicembre 19th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 2 Comments »

Raymond Chandler continua ad aleggiare su queste pagine come un fantasma nelle stanze di un castello abbandonato. In particolare, questa volta ho dei debiti evidenti verso Addio mia amata (Farewell, My Lovely, 1940) nella scelta delle location più “marittime”. A proposito, in Corpi spenti piove meno che in Sezione π², ma succede solo perché la storia si dispiega ad aprile invece che a novembre.

Molto più che nel precedente romanzo qui si dovrebbe sentire anche l’influsso di Dashiell Hammett. I manuali di scrittura in genere consigliano di ridurre al minimo i riassunti, quelle parti di raccordo tra una scena e l’altra che infrangono la sacra regola dello “show, don’t tell“. E’ sempre bene attenersi alle regole, se non si vuole incorrere in pesanti sanzioni. Ma Hammett era un maestro nel ricapitolare le indagini dei suoi investigatori (penso in particolare a La maledizione dei Dain e Un matrimonio d’amore) e ha molto da insegnare anche nella scrittura delle parti di raccordo. Che poi possono diventare un pretesto per sperimentare varianti della più classica presa diretta nelle scene più concitate.

E a mio parere funziona, quando le scene d’azione sono molte. A patto di non abusarne.

Corpi spenti: Input #0

Posted on Dicembre 18th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | No Comments »

Penso di avere avuto già modo di ripeterlo a sufficienza in occasione dell’uscita di Sezione π²: nessun lavoro di fiction nasce astratto da un contesto di riferimento. Tutti vedono invece la luce sotto una costellazione tracciata dall’intersezione di un certo periodo storico (tipicamente, quello durante il quale l’opera viene concepita ed elaborata) con un certo immaginario. Corpi spenti non fa eccezione. Per questo mi piacerebbe ripercorrere il cammino che mi ha portato a chiuderne la stesura (che, come dicevo nei post che hanno preceduto questo, è stato tutt’altro che lineare).

Adesso che il libro è fuori di casa e in cerca di impiego, ho pensato quindi a un ciclo di articoli che - ispirandomi a quanto ha avuto l’idea di fare Lara Manni al termine della sua trilogia Esbat/Sopdet/Tanit - offra un risarcimento morale alle opere che hanno esercitato un’influenza determinante sul mio lavoro. Se vogliamo, può anche essere inteso come una forma di elaborazione della separazione (seppure temporanea) da un universo che mi ha tenuto impegnato per anni e che, mese dopo mese, si rivelava una presenza costante nelle mie serate, praticamente una certezza.

Se ho già approfittato di questo post per delineare in corsa i contorni politici di Corpi spenti, voglio adesso concentrarmi sugli input provenienti da libri, cinema, arte e musica. Partiamo con una canzone. Ancora David Bowie, stavolta con un pezzo tratto dal suo album più distopico, non a caso fortemente influenzato dal 1984 di George Orwell. Godetevi Diamond Dogs da un concerto del 1996 (scusate la pessima qualità del video, la traccia audio almeno mi sembra passabile).

In the year of the scavenger, the season of the bitch
Sashay on the boardwalk, scurry to the Ditch
Just another future song, lonely little kitsch
(There’s gonna be sorrow) try and wake up tomorrow…

Corpi spenti: foto di gruppo

Posted on Dicembre 6th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 4 Comments »

E infine ci sono i personaggi, nessuna storia può farne a meno. Questa, più di tutte le altre cose che ho scritto, è una storia di personaggi & persone: è la storia delle loro storie, catturate nel cono d’ombra della Singolarità. Dall’interazione tra i personaggi possono nascere situazioni interessanti. Riconosco di non amare particolarmente l’ossessione psicologica di gran parte del mainstream, ma la narrativa di genere è narrativa d’intreccio e il meccanismo drammatico s’innesca proprio grazie alle relazioni tra i personaggi.

Quando ho cominciato a scrivere Corpi spenti ne avevo tre, “ereditati” dal precedente romanzo. Il protagonista, ovvero Vincenzo Briganti, tenente della Sezione Investigativa Speciale di Polizia Psicografica (la Sezione Pi-Quadro, come la chiamano tutti), un necromante, un cyborg capace di scansionare i ricordi di una vittima per risalire alle circostanze della sua morte; il suo socio acquisito, Guzza, ovvero l’ispettore Corrado Virgili, inviso ai suoi superiori e per questo distaccato alla Sezione Pi-Quadro, un agente burbero e dai metodi molto poco convenzionali, ma malgrado - o proprio in virtù di - queste caratteristiche capace di instaurare con Briganti un fortunato benché bizzarro sodalizio professionale; il sostituto procuratore Grazia Conti, una donna in carriera, già tutta d’un pezzo prima che i fatti narrati in Sezione π² interferissero con la sua sfera privata.

Era un buon punto da cui partire. Intorno a loro non è stato difficile costruire una galleria di comprimari, attingendo in parte ancora una volta dalle pagine del precursore: Sara, la ex-moglie di Briganti, emerge dall’abisso del passato proprio nell’epilogo di Sezione π² e non poteva restare fuori da questa partita, sarebbe stato uno spreco; Pasquale Nigro e Mario Terenzi, i due agenti che s’intravedevano in un paio di scene, suggerivano troppi aspetti interessanti da scoprire per poter essere dimenticati su quelle pagine; Sanseverino, già presentato come il depositario della Sezione, la sua memoria storica, non poteva essere lasciato da parte; Errico Chianese, il cronista più scomodo della città, una sorta di cavaliere solitario armato solo di penna e portatile, che racconta il sistema sulle pagine di Nova X-Press, il suo bollettino di controinformazione, doveva continuare a fotografare la città e il paese, le loro dinamiche, con il suo sguardo lucido e implacabile.

In più c’era una cosa che sentivo latitare nel primo romanzo: la Sezione Pi-Quadro, intesa come corpo di polizia; un corpo speciale, che malgrado le sue peculiarità era rimasto un po’ sullo sfondo del primo volume, dove i vari Briganti, Di Cesare e Bevilacqua tendevano a prendersi tutta la scena. Ecco quindi come Corpi spenti si è delineata ai miei occhi come la storia della Pi-Quadro, o di ciò che ne resta dopo i fatti del novembre ‘59. Una storia vissuta attraverso i suoi componenti, i loro amici e i loro rivali. Con un’unica avvertenza: amici e rivali non sempre si ritrovano sul lato della barricata in cui ci aspetteremmo di trovarceli. Come in ogni buon noir che si rispetti.

Una storia comunque di transizione, ma grazie a questa consapevolezza del ruolo di ciascuna delle sue parti anche molto strutturata, che è stato bello costruire sulle spalle dei personaggi e vedere come, ciascuno per la parte che gli competeva, riuscivano a portare avanti la trama. Una storia destinata a prendere i personaggi un po’ più avanti sul loro cammino rispetto al punto in cui li avevamo lasciati, per accompagnarli ancora più lontano. Dove si troveranno ciascuno a un grado diverso, ma tutti inevitabilmente, cambiati.

Ancora una volta.

Corpi spenti: uno studio d’ambiente e d’epoca

Posted on Novembre 28th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 2 Comments »

Una volta definita la prospettiva, la cosa più complessa da predisporre è stata l’ambientazione. E’ stato difficile per una duplice ragione, ma siccome la parte legata all’atmosfera è quella per cui mi sento meglio predisposto per natura (o per semplice pigrizia, in quanto incapace di sviluppare con altrettanta costanza e profondità tutti gli altri aspetti della costruzione di un romanzo) è stata anche la parte del lavoro che mi ha divertito di più. Per me l’ambiente rappresenta un prerequisito indispensabile per ogni storia. Non riesco a scrivere nemmeno una riga senza avere un’idea più che soddisfacente del mondo che la ha generata - e che quindi dovrebbe fare il paio con essa. Spesso le mie storie risultano sbilanciate anche per questo: troppo poca azione rispetto all’atmosfera, piuttosto che per pigrizia proprio per una istintiva esigenza di valorizzare il lavoro compiuto offrendo allo sfondo più inquadrature di quanto sia strettamente richiesto dalla trama (spero comunque che questo non sia il caso di Corpi spenti).

Le due difficoltà cui accennavo in apertura sono queste: da un lato, la continuità con l’ambientazione di Sezione π² imponeva una tenuta della coerenza interna alla saga; dall’altro, sul versante completamente opposto, la natura stessa della Singolarità - che è il presupposto del mondo della Sezione Pi-Quadro - richiedeva un’evoluzione sensibile rispetto allo scenario tracciato nel primo romanzo. La Singolarità, come ricorderete, risulta dalla convergenza rivoluzionaria di settori di ricerca diversi (nanotecnologie, scienze della vita, intelligenza artificiale, cibernetica e computazione quantistica) che ha determinato un’impennata della curva del progresso, producendo esiti imprevedibili nella ricaduta dei loro effetti. La Singolarità ha contribuito a spostare gli anni dopo il 2049 (in cui teoricamente sarebbe «esplosa») molto più lontano da noi di dove li posizionerebbe il calendario. In definitiva, è una sorta di orizzonte degli eventi scientifico-culturale e il suo effetto collaterale è uno shock da futuro.

In un contesto post-singolare, anche pochi mesi equivalgono a diversi anni di progresso secondo il tasso di sviluppo a cui siamo abituati oggi. E siccome tra Sezione π² e Corpi spenti intercorrono diciotto mesi, era necessario mostrare che del tempo fosse trascorso, e che questo tempo corrispondesse a un lasso di tempo molto più lungo rispetto a diciotto mesi attuali. E’ l’effetto inflazionario della Singolarità e chiunque scriva storie ambientate nel cono d’ombra dell’evento deve farci i conti (pensate ad Accelerando). Tutto sommato, le due spinte contrarie tra continuità e cambiamento tendono però anche a compensarsi reciprocamente, e se comunque l’ambientazione compie un bel salto in avanti rispetto al precedente romanzo, dall’altro le loro forze opposte tendono a frenarsi a vicenda e a produrre un nuovo punto di equilibrio che spero i lettori potranno trovare altrettanto - se non più - interessante di quello attorno al quale si sviluppava Sezione π².

Per non rovinare il gusto della scoperta ai lettori più esigenti, mi fermo qua. Prima di chiudere mi limito però a rispondere a un quesito, contenuto in un bel commento apparso da qualche giorno alla pagina dedicata a Sezione π² su Anobii. La mini-recensione è di Paolo Giannuzzi:

Finalmente un noir fantascientifico che non si incarta (o almeno lo fa poco) in frasi edulcorate ad arte, prive di senso, atte spesso ad allungare il brodo. Un ottimo thriller/giallo, laddove la fantascienza è il pretesto per dare al protagonista il potere necessario per districare la matassa in maniera credibile. Tutto è costruito in maniera precisa, con poche concessioni al divagare, e con dei bei personaggi a cui si tende ad affezionarsi (Guzza è il classico esempio del personaggio che il protagonista prova a renderci antipatico al primo incontro, ma poi ci si lega inevitabilmente). Auspico il ritorno dei protagonisti, anche se il finale lascia intendere che la base su cui si fonda tutto (la possibilità di indagare nella mente dei defunti) sia destinata a svanire.

Ecco, innanzitutto vorrei dire che è particolarmente gratificante ricevere un commento simile a quattro anni dall’uscita del romanzo. Denota che il libro è invecchiato bene, malgrado tutto, e questo non può fare che piacere (anzi, a dirla tutta, è una bella iniezione di fiducia). Tornando al punto della questione, la tecnologia dell’upload neurale messa a punto in Estremo Oriente e annunciata nel finale del libro non esclude affatto una continuazione della Pi-Quadro. I necromanti sono diventati obsoleti, certo, per ammissione dello stesso Briganti. Ma non per le loro prerogative - dopotutto, il loro ruolo resta inalterato, sia che dei cadaveri si possano recuperare le coscienze sia che invece la loro coscienza resti condannata alla morte entropica - quanto piuttosto per i pretesti etici che la politica farebbe presto a strumentalizzare e piegare alle proprie necessità. Se un individuo può essere “resuscitato”, infatti, l’indagine psicografica può diventare un’interferenza nella sfera privata. E la Pi-Quadro si è già fatta numerosi nemici, tra i signori di Napoli. Nel 2061 qualcuno potrebbe volergliela far pagare.

Di Guzza e degli altri, invece, parleremo la prossima volta.

Corpi spenti: una questione di prospettiva

Posted on Novembre 23rd, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 6 Comments »

Quando mi sono messo al lavoro su Corpi spenti, avevo un’unica cosa ben chiara in mente: scrivere un seguito di Sezione π² che ne rappresentasse allo stesso tempo un approfondimento e una discontinuità. Avevo un’idea in mente per lo scenario, avevo un gruppo di protagonisti ereditati dal primo romanzo, con una buona alchimia già espressa in quella sede ma con una riserva di potenziale abbastanza cospicua ancora da esprimere. Quello che mi serviva, senza girarci intorno, era l’angolo giusto: la giusta prospettiva da cui inquadrare la scena e i soggetti che interagivano in essa.

Dopo una serie di pianificazioni, tentativi di implementazione, ripensamenti, ripianificazioni, altri tentativi, conseguenti ripensamenti e così via, mi sono convinto che quello di cui avevo bisogno era uno scarto rispetto a Sezione π². Avevo inquadrato uno scorcio del futuro, in quel romanzo, ma c’erano ancora diversi particolari di cui s’intuiva l’importanza ma che restavano tuttavia poco distinti e che meritavano per questo una messa a fuoco. Era come scrutare la fuga prospettica di una strada e cercare di decodificare le caratteristiche del paesaggio urbano dalla posizione in cui mi trovavo. Non potevo pensare di ottenere il risultato che mi prefiggevo continuando a osservare l’angolo di Napoli post-Singolarità dallo stesso punto, standomene fermo sullo stesso marciapiede.

Per questo ho deciso di attraversare la strada.

La parallasse è un trucco che al liceo scientifico insegnano al primo anno di fisica. Una volta, almeno, era così. Nella parallasse stellare si sfrutta la rivoluzione della Terra intorno al Sole per misurare la distanza di un corpo celeste esterno al sistema solare, magari distante anche centinaia di anni-luce. La tecnica richiede come requisito la conoscenza del raggio dell’orbita terrestre: osservando una stella a distanza di sei mesi, basta un calcolo di pura trigonometria per determinarne la distanza. Non è uno strumento facile da adoperare, richiede estrema accuratezza e le distanze stellari impongono la massima precisione degli strumenti, ma funziona. E’ scientifico.

Attraversando la strada, i dettagli di superficie che mi avevano colpito durante la precedente indagine di Briganti hanno subito delle variazioni. Uno slittamento, come mi piace pensare, che ha imposto un paradigm shift, un mutamento di paradigma.

Alcuni particolari si sono rivelati poco più che accessori, altri sono improvvisamente risaltati, altri ancora sono emersi dagli angoli ciechi e dai coni d’ombra che inesorabilmente viziavano la precedente angolazione. Non che quella fosse sbagliata, intendiamoci. Però era solo una delle tante possibili. Abbastanza buona da garantire una visuale interessante, ma sicuramente insufficiente per cogliere il panorama nella sua interezza. Non che m’illuda sull’esistenza di una prospettiva esauriente in tal senso, almeno non restando vincolati ai gradi di libertà del piano stradale. E proprio come in una grande città attraversare una strada trafficata espone a dei rischi, così ottenere questa nuova visuale ha comportato una certa difficoltà: mi sono dovuto adeguare a un ritmo diverso, con scatti in avanti e battute d’arresto per evitare di farmi investire. Ma il cambio di prospettiva è valso lo scarto che mi proponevo di perseguire.

A bocce ferme, con tutta la soddisfazione ricavata dalla nuova angolazione guadagnata, resta una lezione che mi tornerà certamente utile alla prossima prova: la prossima volta non basterà attraversare la strada. Per guadagnare una visuale utile mi toccherà intrufolarmi in qualche palazzo e infilarmi di straforo in un ascensore. Sfidando le strutture di sicurezza dell’edificio, forzando le serrature per arrivare fino in cima, resistendo alle vertigini per rispettare le aspettative che lascia presagire questa seconda avventura delle Cronache del Kipple.

Odissea 2011: Umano 2.0

Posted on Giugno 25th, 2011 in Connettivismo, On air, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π² | 8 Comments »

Questo pomeriggio alle 17 (e domani in replica alle 20.30) Radio 24 trasmetterà una puntata di Odissea 2011 dedicata all’Umano 2.0. Il conduttore Maurizio Melis mi ha intervistato ed è stata l’occasione per parlare di postumano, nanotecnologie, genetica e Sezione π². Da una prospettiva connettivista. Buon ascolto!

La stella di Ratner

Posted on Maggio 14th, 2011 in Fantascienza, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Serendipità. Ogni tanto, una sorpresa non guasta. Specie se bella come questa. Entrando in libreria stamattina, dopo aver chiuso in nottata la prima stesura di Corpi spenti, mi sono imbattuto per prima cosa in una pila del «nuovo romanzo» di Don DeLilloLa stella di Ratner è la prima edizione italiana di Ratner’s Star, libro di culto del maestro newyorkese, pubblicato per la prima volta nel 1976 e finora mai tradotto qui da noi. Rappresenta pertanto un evento, specie per quelli che come il sottoscritto hanno avuto modo di maturare negli anni una venerazione per questo scrittore capace di interpolare le istantanee del nostro passato per proiettare l’umanità verso scenari futuri tra i più credibili e angoscianti.

Dal risvolto di copertina, che non teme di citare la pericolosa parola:

Qualche anno più tardi, tentando di spiegarne il segreto, lo stesso DeLillo dirà: «Ho provato a scrivere un romanzo che non solo avesse la matematica tra i suoi argomenti, ma che, in un certo senso, fosse esso stesso matematica. Doveva incarnare un modello, un ordine, un’armonia: che in fondo è uno dei tradizionali obiettivi della matematica pura». Un libro, in altri termini, in cui la forma e la teorizzazione della forma coincidono con il contenuto: in cui gli opposti si riversano l’uno nell’altro in una fuga senza fine, come in un nastro di Möbius o nel simbolo dell’infinito. E tutto ciò DeLillo lo fa con una versione postmoderna di Alice nel paese delle meraviglie (richiamata fin dai titoli delle due parti del romanzo: Avventure e Riflessi), costruendo un testo che riesce a essere al medesimo tempo un concentrato di humour, una satira delle umane, universali ambizioni e dei moderni fallimenti tecnico-burocratici, un «ritratto d’artista» e un romanzo di formazione. Ma forse la migliore descrizione della Stella di Ratner è racchiusa fra le pagine del libro: «un romanzo sperimentale, un’allegoria, una geografia lunare, una magistrale autobiografia, un criptico trattato scientifico, un’opera di fantascienza».

Ne riparleremo.

Blackout

Posted on Aprile 1st, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 4 Comments »

C’è sempre una prima volta. Si dice così, no? Per la prima volta dalla sua seconda nascita, il blog ha sperimentato una latenza così lunga. Ormai sono più di due settimane di silenzio radio, sulle onde del cyberspazio. Se non fossimo in primavera, direi che lo Strano Attrattore si sta godendo il suo lungo inverno, in stato di ibernazione. Ma il calendario dice che siamo nel più crudele dei mesi e il meteo conferma. La pausa di riflessione è in realtà legata alla più prosaica necessità di chiudere Corpi spenti, ormai entrato nella sua fase finale. Il lavoro è in stato avanzato e anche per questo non voglio correre il rischio di concedermi troppe distrazioni on-line.

Dunque questo è solo un aggiornamento veloce, dedicato agli amici che si sono preoccupati per il protrarsi della mia assenza. Mi piacerebbe parlarvi di alcune cose viste (Non è un paese per vecchi, Martyrs, A Serbian Film, FogLand of the Blind, il nuovo 007 di Daniel Craig, la seconda stagione di Fringe… a proposito, avete visto che spettacolo l’edizione alternativa di Fantascienza.com del 1° aprile?) o lette ultimamente (Il vero nome), che meriterebbero un approfondimento, e non ho dimenticato che avevo promesso di spendere qualche parola su Primer. Ma il tempo è tiranno e spesso obbliga a scelte difficili.

Abbiate pazienza. Torneremo a leggerci in un momento meno frenetico…

[L'immagine di Lonny Paul mostra una veduta di New York durante il blackout del 2003.]

Riserva di caccia

Posted on Gennaio 24th, 2011 in Criptogrammi, Futuro, Sezione π² | 10 Comments »

Aggiornamento sullo stato della scrittura, per tutti gli amici che nelle ultime settimane mi hanno chiesto - e aspettano - notizie più precise sui miei lavori. Mi aspetta un mese intenso e quindi potrei continuare a latitare da queste pagine ancora per qualche tempo. Oltre a due racconti già abbozzati ma ancora da scrivere, centrale resta chiaramente il lavoro sul romanzo. Di Corpi spenti vi ho già parlato in diverse occasioni, ma qui mi preme concentrarmi su un aspetto del romanzo che ho ritrovati in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera da Ermanno Rea, che di Napoli è stata una delle principali voci del Novecento, ma non solo.

«Oggi guardo con interesse a quelli che si occupano di economia alternativa e non inquinante: il Mezzogiorno potrebbe diventare una macroregione autonoma - senza parlare di secessione, ovviamente! - sulla falsariga anche del concetto di decrescita elaborato da Latouche, per esempio». Concretamente? «Affidare a un pool di intelligenze il progetto di un nuovo sviluppo, la mappatura dei problemi aperti, la speranza di mobilitazione delle coscienze, il compito di elaborare una prospettiva di futuro. Napoli è una città che non conosce se stessa».

Un passo indietro. Gli amici con cui mi sono più intensamente consultato durante la stesura di Corpi spenti sanno che la storia si svolge in un arco temporale di circa un mese, a ridosso delle imminenti votazioni che daranno il primo governo eletto dal popolo al neonato Territorio Autonomo del Mezzogiorno, istituito per decreto del Presidente della Repubblica nel dicembre del 2060. Nel duecentenario dell’Unità d’Italia, ecco che l’Italia si spacca: non è però la Padania a dichiarare la Secessione, al contrario è Bassitalia a staccarsi dalla penisola, come una coda di lucertola. Le spiegazioni di questa soluzione (prendetelo pure come un antipasto del romanzo) sono fondamentalmente due: in prima battuta attuare una secessione morbida, senza cioè dare l’idea della parte più ricca del paese che si lascia indietro quella più povera, ma al contrario caricando questa soluzione della valenza politica di un’opportunità di riscatto e progresso per il Sud (sul modello delle zone economiche speciali cinesi); in seconda istanza, creare una vera e propria Riserva di caccia per i signori di quest’Italietta futura post-democratica e neofeudale. In sintesi, fare di Bassitalia qualcosa che somiglia pericolosamente al Messico delle maquiladoras per il NAFTA, con Napoli che infatti diventa lo spettro di Ciudad Juarez.

Uno dei partiti che si contendono il controllo politico di questa Riserva fa riferimento a un movimento regressionista, che predica per voce del suo leader - un pastore evangelico che ricorda il Floyd Jones di PKD ma che… no, meglio rimandare i dettagli - una dottrina di anti-sviluppo come antidoto alle storture comportate dalla pessima gestione del progresso e delle sue opportunità. E’ una reazione alla Singolarità, che già in questo romanzo assume connotati culturali camaleontici per riflettere un nuovo assetto geopolitico emergente (e che verrà meglio esplorato in un romanzo breve che vedrà presto la luce, spin-off del filone principale di queste Cronache del Kipple). Non il modo più razionale per affrontare i problemi della città assediata dal Kipple, ma - si sa - facendo leva sull’insoddisfazione di pancia delle masse si possono strappare risultati importanti.

Ecco, vedere che qualcun altro ha avuto un’idea simile alla mia, e che in essa riverberano spunti e suggestioni molto simili pur approdando a due esiti completamente antitetici, forse dovrebbe infastidirmi, e invece mi rende ancora più orgoglioso per aver deciso di giostrare il romanzo intorno a quest’idea, anche con la valida incitazione degli amici con cui nei mesi scorsi mi sono confrontato. Perché significa che c’è un meme, nell’aria, e io l’ho recepito al pari di altri più svegli di me. Di sicuro, se mi fossi lasciato sfuggire un’opportunità di critica come questa, avrei sentito meno completo il romanzo, che si avvia felicemente alla conclusione attraverso la sua terza e ultima parte.

Da Napoli, 2061, per il momento è tutto. Restate in ascolto.

[Immagine pubblicata per gentile concessione di 3pad.]

Dove ho trascorso il 1998?

Posted on Marzo 29th, 2010 in Connettivismo, False Memorie, Graffiti, Sezione π² | 4 Comments »

Effetti collaterali di Anobii. Oziando sulle statistiche del mio profilo, risalta una battuta di arresto nell’escalation del mio feeling con la lettura. Lo stop si situa tra il 1997 e il 1998. Non è un caso. In quell’autunno ci fu l’uscita dell’atteso videogame di Blade Runner realizzato dai Westwood Studios, di cui entro breve divenni il pusher della mia cricca (be’, di più in effetti: della mia classe e del mio autobus - vabbe’, erano tempi duri, il rivenditore più vicino a 80 km e spero che dopo 13 anni ogni eventuale reato sia caduto in prescrizione… ok?).

Ricordo ancora le serate trascorse a esplorare gli scenari alternativi previsti dal meccanismo di gioco, per l’epoca il più rivoluzionario che fosse stato mai concepito. Ricordo alla perfezione le atmosfere fumose del 2019, le strade di Los Angeles infestate dal kipple e sommerse dalla pioggia, la colonna sonora di Vangelis… Dopo aver divorato il libro di Dick e imparato a memoria le scene del film di Ridley Scott, la frontiera dell’interattività mi spingeva verso un diverso piano di coinvolgimento. Oggi, nell’epoca di Second Life, dei MMORPG e dei social network, potrà sembrare banale e forse poco credibile, ma per l’epoca la possibilità di sperimentare soluzioni diverse e percorsi di gioco alternativi ad ogni sessione (se non ricordo male, 7 schemi), introducendo il fattore casuale del comportamento del protagonista (tra 4 diverse opzioni) fino ai 4 diversi finali, era un’esperienza estraniante, che dava sul serio la sensazione di avere davanti un mondo capace di reagire all’input delle nostre scelte e azioni.

Per farla breve, per me fu una scoperta illuminante.

Il kipple, in effetti, non è l’unica idea che rubai a Dick e al videogioco (dal film Ridley Scott e Hampton Fancher lo lasciarono fuori, insieme al Mercerismo e all’ossessione religiosa). Anche Guzza, secondo molti il personaggio più riuscito di Sezione π², proviene da lì. Certo, nel videogioco non fa una bella fine e non è nemmeno particolarmente simpatico, ma l’idea di un poliziotto sovrappeso, provocatore e antitetico alla politically correctness era già presente con quel nome in Blade Runner, il videogioco.

Certo, poi il mio Guzza ha sviluppato una personalità tutta sua, avendo avuto 8 anni per crescere e maturare. Una personalità che non mi ha creato problemi a trovargli una storia personale e una spiegazione per il soprannome che sembra essere parsa credibile a tutti i lettori. Ma le radici della Sezione, al di là della fantascienza di Dick e di Gibson, del postmoderno di Pynchon e delle visioni lisergiche di William Burroughs e Alan Moore, del noir di Chandler e dei film di Hong Kong, affondano anche in quel videogame che oggi sembra dimenticato da tutti, ma che ha monopolizzato un’intera stagione della mia vita tra il ‘97 e il ‘98.