Archive for the ‘Proiezioni’ Category

Zodiac, di David Fincher (2007)

Posted on Luglio 25th, 2011 in Proiezioni | No Comments »

Gli inglesi hanno una parola per descrivere qualcosa di formidabile, entusiasmante: terrific. Nel suo significato, condensa sia un giudizio di valore (eccellente, con riferimento alla qualità di un lavoro), sia uno stato d’animo (spaventoso, tremendo). Non saprei trovare una parola migliore per questo procedural thriller di David Fincher, qui all’altezza dei fasti di Fight Club per la resa espressiva e l’efficacia narrativa del plot. Ispirato a una storia vera e tratto dai lavori di Robert Graysmith, che da vignettista del San Francisco Chronicle si trovò a seguire il caso in prima persona, Zodiac racconta le indagini ufficiali e private sul misterioso killer che per anni, a cavallo tra i ‘60 e i ‘70, tenne sotto scacco la Bay Area. Un caso tuttora irrisolto, su cui il film cerca di gettare nuova luce evocando un intero segmento di storia americana per fotografare l’impatto che il killer dello Zodiaco ebbe sulla California di quegli anni, molto ben reso attraverso le vite dei diversi personaggi che si affiancano nelle indagini sugli omicidi.

Robert Graysmith (interpretato da Jake Gyllenhaal), il cronista di nera Paul Avery (Robert Downey Jr.) e la coppia di sbirri Dave Toschi e Bill Armstrong (rispettivamente Mark Ruffalo e Anthony Edwards) sono impegnati in una caccia alla prova decisiva in grado di incastrare il colpevole e porre fine al terrore che paralizza San Francisco e i suoi dintorni. Seguita con sguardo chirurgico l’inchiesta si sviluppa in una spirale, che invece di stringersi sull’assassino presto palesa come effetto collaterale la forza centrifuga di un vortice o di un uragano, capace di spazzare via le vite stesse dei protagonisti. L’unico in grado di risollevarsi da questo panorama di rovine e desolazione, dopo aver sfiorato personalmente l’orrore, non potrà avere altra consolazione che l’essersi avvicinato alla verità più degli altri, ma nemmeno la tenacia e il rigore che sarà stato capace di dimostrare sul campo potranno rivelarsi decisivi nella lotta di resistenza e opposizione al male.

Quello di Zodiac rappresenta forse il primo caso di spettacolarizzazione della violenza, da parte di un serial killer visibilmente a caccia di notorietà attraverso il sistema dei mass media. Se da un lato le sue minacce veicolate attraverso lettere ai giornali e interventi alla TV avevano lo scopo di generare un diffuso clima di terrore, dall’altro i messaggi cifrati allegati alle sue lettere sono la prova della megalomania nell’imbastire un gioco con gli organi di informazione e la polizia. Un predatore, insomma, che non accetta il suo ruolo di preda nella caccia intentata dalle forze dell’ordine e per questo - sfruttando i buchi di un sistema burocratico fotografato nel film senza pietà - si permette di ribaltare le regole del gioco. Sette le sue vittime accertate tra il dicembre 1968 e l’ottobre del ‘69, ma la scia di sangue potrebbe estendersi dal ‘63 al ‘70, e lo stesso assassino continuerà a rivendicare omicidi di dubbia attribuzione con lettere datate fino al 1974.

Per misurarne l’impatto sull’immaginario, basti sapere che l’esordio di Dirty Harry al cinema (con il film omonimo del 1971, qui da noi distribuito come Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo) è ispirato alle vicende di Zodiac e la figura del granitico ispettore interpretato da Clint Eastwood è modellata sul personaggio di Dave Toschi. E Zodiac, nel gioco dei riferimenti, chiude il cortocircuito portando Toschi e Graysmith in sala alla prima del film di Don Siegel.

Zodiac è un film a tesi, senza dubbio, ma capace di sostenerla in ogni singolo momento del suo dispiegamento, attraverso un lavoro accurato di confutazione e rielaborazione delle ipotesi man mano che gli indizi si accumulano e disegnano piste alternative. La sceneggiatura solidissima di James Vanderbilt (presto alle prese anche con la fantascienza grazie all’atteso remake di Total Recall) e la fotografia Harry Savides (impressionante nel ricreare l’atmosfera dell’epoca con effetti di desaturazione e giochi di contrasti cromatici) sostengono la regia di Fincher, impeccabile e all’occorrenza visionaria, come nel time-lapse della costruzione della Transamerica Pyramid.

Un film da guardare e riguardare, ossessivo come il refrain di Hurdy Gurdy Man di Donovan Leitch che accompagna il prologo, un distillato di angoscia e violenza che riassume alla perfezione le rimanenti due ore e mezza di pellicola.

Un milione di dollari per Marilyn

Posted on Luglio 24th, 2011 in Graffiti, Proiezioni | No Comments »

Tanto varrebbe un film porno della diva che verrà battuto all’asta il prossimo 8 agosto a Buenos Aires. D’estate, a quanto pare, gli spiriti s’infiammano e se l’anno scorso veniva annunciata la stampa dei suoi diari, quest’anno a tenere banco è la pellicola messa all’asta da un cinefilo spagnolo, Mikel Barsa. Girato nel 1946, quando l’attrice appena ventenne si faceva ancora chiamare con il suo nome di battesimo, Norma Jeane Baker, il filmino sarebbe appartenuto a un collezionista spagnolo, prima che i suoi eredi decidessero di monetizzarne l’investimento ingaggiando l’esperto che aveva già curato la vendita dell’unica altra copia esistente.

Per Marilyn Monroe, che qui compare accanto a un attore non ancora identificato, non si tratterebbe comunque di un esordio assoluto. Nel 2008 un’altra pellicola in 16 mm della durata di 15 minuti era stata acquistata da un imprenditore per un milione e mezzo di dollari. Ma la contesa più accesa resta tuttavia quella scatenata dalla difesa del mito: se i venditori esibiscono a testimonianza dell’autenticità dell’opera un certificato dell’American Film Institute (che in una perizia dichiara che “se non è Marilyn, allora è sua sorella gemella”), gli esperti della diva si danno da fare per proteggerne l’integrità iconografica, mettendo in dubbio che la protagonista del film sia davvero lei.

Quel che è certo, è che girano voci su film espliciti interpretati da ogni grande attrice del periodo compreso tra gli anni ‘40 e i ‘60. Me ne dà notizia Lanfranco Fabriani, complice nel misfatto sulla riscrittura della figura di Marilyn che abbiamo operato in chiave fantascientifica, che fa menzione di pellicole in copia unica girate all’inizio della loro carriera da perfette sconosciute che sarebbero poi diventate dive di risonanza mondiale. Al punto che una parte significativa dell’attività dei Press Agent degli Studios si vocifera che consistesse proprio nello scovare le copie di questi filmati oppure, alla peggio, occuparsi delle richieste di riscatto per ritirarle dalla circolazione. Uno spaccato che mescola echi da Il grande sonno, La dalia nera e L’ultimo vero bacio. E che sussurra all’orecchio suggestioni per quello che diventerà forse un nuovo racconto.

The Archiver

Posted on Luglio 23rd, 2011 in Graffiti, Postumanesimo, Proiezioni | No Comments »

Scovato grazie a Nimiel, questo corto francese realizzato da Thomas Obrecht, Guillaume Berthoumieu e Marc Menneglier merita davvero di essere visto. Sarà che ho terminato da poco la raccolta di Iain M. Banks Lo stato dell’arte e questa clip mi ha riportato alle atmosfere del racconto “Discendente” (testo tanto malinconico, quanto risulta crudo questo corto nel twist finale). Ma The Archiver mi sembra anche molto intonato con il mood del post precedente. Buona visione.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

The Archiver from Artfx on Vimeo.

Blackout, di Abel Ferrara (1997)

Posted on Luglio 22nd, 2011 in Proiezioni | No Comments »

Visto stasera per la prima volta. A tutti gli effetti un preludio di New Rose Hotel (girato l’anno successivo, nel 1998), in cui il regista italo-americano riverserà gran parte delle soluzioni tecniche e narrative qui sperimentate.

Malgrado i suoi limiti, per lo sperimentalismo che mette in campo e le trovate registiche che condensa coraggiosamente, NRH resta uno dei film che hanno esercitato l’impatto maggiore sul mio immaginario. Blackout non ha la stessa efficacia, ma non gli è da meno sul piano del coraggio e della visionarietà. E ci regala un Dennis Hopper (1936-2010) in stato di grazia, che fornisce lo stampo per il personaggio di Fox a cui un altro titano, Christopher Walken, darà vita in NRH.

Blackout racchiude la summa del cinema di Abel Ferrara: erotismo, violenza, abbandono, tradimento e senso di colpa sono qui convogliati in una celebrazione dell’autodistruzione. Ambientata nel mondo dell’hardcore, al confine con gli snuff movie, la pellicola imbastisce un discorso ad ampio raggio sulla memoria e il rimosso, dispiegandolo attraverso un campionario di dissolvenze incrociate, flashback e sovrimpressioni. E rispetta la regola n. 1 del suo cinema: sconsigliato a chi si accontenta di film lineari e racconti convenzionali, riesce a regalare sprazzi di appagamento estetico ai seguaci del ragazzaccio del Bronx.

The Tree of Life

Posted on Giugno 16th, 2011 in Connettivismo, Proiezioni | 5 Comments »

nullPalma d’oro al Festival di Cannes 2011, The Tree of Life è l’ultima impresa di Terrence Malick, oggetto volante non identificato del cinema americano. Sfuggente al pari di Stanley Kubrick, il cineasta texano ci regala un’opera impressionista di forte impatto visivo, che ha proprio nel sontuoso 2001: Odissea nello Spazio l’unico termine di paragone possibile nel cinema che la ha preceduta. A onor di cronaca va detto che il confronto, ripetuto da più parti, nuoce soprattutto alla pellicola di Malick, non rendendo appieno giustizia a un’opera con l’ambizione di raccontare l’origine della vita e, forse, condensare in 138 minuti di proiezione un tentativo - uno dei tanti possibili, ma qui con esiti sicuramente efficaci - di definizione del suo senso.

Le domande alla base del film sono le stesse che rincorrono l’uomo dalla notte dei tempi: chi siamo? cosa ci facciamo al mondo? cosa ci aspetta dopo? Quesiti filosofici contro cui ben più di un liceale (e se è per quello anche di un pensatore) ha sbattuto la testa, ma a Malick va riconosciuto l’indiscutibile merito di riproporli con un garbo che scongiura ogni rischio di dogmatismo, risparmiando all’autore la trappola della retorica e allo spettatore quella della noia. Se 2001: Odissea nello Spazio può essere letto, tra le altre cose, come la storia della comparsa dell’intelligenza nel cosmo, proiettando la celebrazione della ragione verso un orizzonte transumano di fronte al quale l’uomo non può che uscire annichilito, The Tree of Life propone delle origini e del senso della vita una lettura che mi sento di definire più “empatica”.

Se a Kubrick poco interessava degli aspetti emotivi dell’evoluzione della vita senziente, delegando il trasporto agli effetti psichedelici oltre l’orbita di Giove e alle partiture sinfoniche della colonna sonora, Malick si cimenta nell’operazione opposta: la parabola familiare degli O’Brien nella profonda provincia degli anni ‘50 (Waco, Texas) è il microcosmo che focalizza la sua attenzione. Tra complicità, scoperte, dispetti, incomprensioni, conflitti, castighi, punizioni, frustrazioni, delusioni e disastri piccoli e grandi, perdite e lutti, la sua camera è l’occhio attentissimo di un osservatore che interagisce con i destini dei protagonisti, seguendone i movimenti a ogni passo con piena e incondizionata partecipazione. Le voci fuori campo del trio dei protagonisti (il Signor O’Brien, la sua consorte e il loro primogenito Jack, a cui Sean Penn presta le fattezze da adulto) evidenziano l’importanza delle emozioni individuali come chiave interpretativa delle situazioni vissute. Lo spirtualismo panteistico di Malick risulta in questo modo proposto in maniera tutt’altro che invadente: il tema della fede - rappresentato attraverso la sua maturazione, la crisi, la riscoperta - si tinge perfino di sfumature laiche quando il tocco sapiente del regista, nelle sequenze oniriche che s’intensificano verso il finale, sembra ribadire che dopotutto l’atto di fede più grande che si possa chiedere a un essere umano è fidarsi - fino in fondo, fino all’ultimo - di un altro essere umano.

“Se non ami, la tua vita passerà in un lampo”, sostiene la figura materna della Signora O’Brien, personaggio centrale, un po’ musa e un po’ angelo, quasi una madonna, interpretata da Jessica Chastain. L’amore è l’unica ragione in grado di rallentare lo scorrere del tempo. E grazie all’amore, Jack ormai adulto rivive la sua personale scoperta del mondo e della vita da bambino attraverso il ricordo del fratello scomparso in guerra, contrastando quindi con la memoria il flusso inesorabile dell’universo. Le digressioni cosmiche fotografate da Douglas Trumbull (il genio degli effetti speciali che da 2001 fino a Blade Runner ha dato forma, colore e sostanza al nostro immaginario fantascientifico), dal Big Bang alla comparsa della vita sulla Terra al procedere delle dinamiche siderali, inesorabili e incuranti delle disgrazie umane, riescono così ad amalgamarsi alla perfezione nell’ordito della narrazione, offrendo delle parentesi in cui il microcosmo individuale esplode nel macrocosmo, suggerendo infine un’ascendenza del macrocosmo sulle vite dei singoli.

“Esistono due vie per affrontare la vita”, annuncia sempre la voce fuori campo della Signora O’Brien nelle prime battute del film: “la via della natura e la via della grazia”. Lei sceglie quella della grazia e plasma la sua esistenza su questo stampo. Non c’è dubbio su quale sia stata la scelta dello stesso Malick, che percorre dal primo all’ultimo minuto questo film escatologico che potremmo definire, con un po’ di audacia, come il primo di un’ipotetica era post-connettivista, capace di tirare ponti e connessioni tra immaginario, scienza e metafisica senza lasciarsi imbrigliare dagli schemi di nessun genere in particolare. Ma andando oltre, ancora una volta al di là anche delle orbite dei satelliti di Giove.

Blade Runner: tempi maturi per i replicanti?

Posted on Marzo 6th, 2011 in Criptogrammi, Fantascienza, Proiezioni | 9 Comments »

La trattativa per il passaggio dei diritti collegati al franchise di Blade Runner dagli storici detentori Bud Yorkin e Jerry Perenchio (produttori nel 1982 del capolavoro di Ridley Scott) alla Alcon Entertainment sta facendo molto discutere. La notizia ha guadagnato ampia visibilità su tutte le principali testate giornalistiche, incluse quelle italiane solitamente indifferenti, se non proprio allergiche, alle notizie riguardanti il mondo della fantascienza (si vedano a questo proposito il servizio di Repubblica.it e l’articolo del Corriere.it). E in effetti la cosa è tanto più strana visto che al momento si parla ancora di accordi in fase di definizione, per quanto in fase avanzata (secondo quanto riportano l’Hollywood Reporter e il Telegraph). E la reazione dei fan non ha tardato a farsi sentire, come testimonia il ricco thread di discussione sul forum di Fantascienza.com.

Ora, mi ritengo tra gli appassionati più accaniti della pellicola di Scott. Una passione testimoniata dalle cassette logore, i DVD, la mole di appunti e i libri su Blade Runner che sono sparsi per casa. Eppure non riesco ancora a capire le reazioni della maggior parte delle persone che si sono espresse sulla vicenda. La diffidenza degli addetti al settore lascia spazio alla chiusura aprioristica da parte dei fan, quasi tutti dimentichi che Blade Runner ha già avuto i suoi bei seguiti e addirittura uno spin-off decisamente all’altezza. Parlo, per la precisione, dei tre sequel in forma di romanzi, scritti nella seconda metà degli anni ‘90 dallo specialista in novelization K.W. Jeter:

Blade Runner 2: The Edge of Human (1995, da noi Blade Runner 2, per Sonzogno)
Blade Runner 3: Replicant Night (1996, da noi Blade Runner - La notte dei replicanti, Fanucci)
Blade Runner 4: Eye and Talon (2000, inedito in Italia)

Pur riconoscendo la bravura di Jeter (evidente nei suoi romanzi stand alone, in particolare Dr. Adder e soprattutto Noir), i suoi seguiti di Blade Runner non sono in nessun caso lavori memorabili, né sembrano essere stati in grado di aggiungere una vera profondità di prospettiva agli scenari illustrati sul silver screen da Hampton FancherDavid W. Peoples (gli sceneggiatori della pellicola), Ridley Scott (il regista, ovviamente) e Syd Mead (il consulente ingaggiato per rendere credibile la Los Angeles del 2019, le immagini che seguono sono i suoi famosi lavori di preparazione per il film).

Tralasciando il sidequel di Soldier, diretto da Paul W.S. Anderson su sceneggiatura dello stesso David Peoples (75 milioni di dollari bruciati per un film che ne recuperò solo 15 in giro per il mondo), al contrario il videogioco della Westwood Studios del 1997 rappresenta ancora oggi il prodotto più compiuto ed efficace ambientato nell’universo originario di Deckard e soci. Nei 5 atti del punta-e-clicca interattivo realtime, i bassifondi di Los Angeles, i suoi sotterranei e i dintorni kipplizzati, vengono esplorati con una tale ricchezza di dettaglio da poter tranquillamente alimentare lo sfondo di una intera serie televisiva. A differenza dei romanzi di Jeter, il videogame riesce a fondere in un amalgama riuscito tanto l’atmosfera e il plot di Blade Runner, quanto gli elementi di sfondo originariamente presenti nel libro di Philip K. Dick a cui Scott e gli sceneggiatori dovettero rinunciare nella loro trasposizione cinematografica (il Kipple, appunto, ma anche gli altri cacciatori di replicanti della Blade Runner Unit).

Non trovo quindi per nulla sorprendente che i boss della Alcon abbiano già annunciato i loro progetti per sfruttare i diritti dell’opera in tutte le direzioni possibili: prequel, sequel, spin-off; per il cinema e la televisione; con un occhio di riguardo anche per gli altri media.

Quello che forse mi tranquillizza maggiormente è il fatto che la compravendita dei diritti non riguarda la pellicola originale, che pertanto non corre per il momento il rischio di subire un riadattamento. Non che sia avverso ai remake a prescindere, ma la sorte di Blade Runner incarna la quintessenza della fantascienza, un genere nato per garantire longseller nella letteratura (come dimostra il caso dei suoi titoli di maggiore successo) e titoli immortali al cinema (al di là del maggiore o minore successo di pubblico alla loro uscita nelle sale, sul lungo periodo 2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner hanno contribuito insieme a plasmare il nostro immaginario calibrando una determinata percezione del futuro).

Torniamo ai piani della Alcon. Non esiste ancora nulla di definitivo, ma i produttori Andrew Kosove e Broderick Johnson hanno anticipato che non gli dispiacerebbe coinvolgere nel progetto niente meno che Christopher Nolan, oggi forse il regista più desiderato di Hollywood. Proprio la Alcon Entertainment produsse nel 2002 il primo film ad alto budget di Nolan, Insomnia (uno dei migliori noir degli ultimi dieci anni), e il risultato lascia ben sperare anche per un’ipotetica partecipazione del regista britannico ai progetti in serbo per il rilancio di Blade Runner.

Quello che tutti ci saremo domandati leggendo le news di questi giorni, è sicuramente stato: ma esistono margini di sviluppo per riprendere un marchio vecchio di ormai quasi trent’anni e trarne qualcosa di nuovo? Non si corre il rischio di spremerne a tutti i costi le ultime gocce, producendo qualcosa di povero, dal sapore agro? Sono timori più che giustificati, ribaditi anche da Silvio Sosio nel suo editoriale della domenica su Fantascienza.com, che però per una volta mi trova in disaccordo.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al successo di tutta una serie di titoli capaci di rinnovare il filone, tanto al cinema quanto in TV, ridefinendo i contorni della nostra sospensione dell’incredulità a colpi di trame sempre più elaborate e particolareggiate e di lavori di world-building che hanno saputo ridisegnare scenari a cui avremmo dovuto già essere assuefatti. Penso per esempio a casi emblematici come Battlestar Galactica, Fringe (dopo X-Files, chi avrebbe potuto aspettarsi qualcosa di altrettanto riuscito?), Life on Mars (azzeccatissima miscela di fantastico e poliziesco), ma anche a Inception (un vero compendio dell’ultimo mezzo secolo di fantascienza). E lo stesso lavoro fatto da Nolan con il rilancio di Batman dovrebbe diventare un caso di studio non solo in ogni serio corso di cinema, ma anche di scrittura creativa.

Ciò premesso, cosa potremmo aspettarci dagli sviluppi futuri? Nel seguito, provo ad abbozzare alcuni modesti spunti personali: prendete tutto con il beneficio d’inventario, dopotutto sono solo le farneticazioni in tempo reale di un fan di vecchia data. E, se volete, divertitevi pure voi aggiungendo in sede di commenti le vostre outline alternative, ma non aspettatevi che un produttore di buone intenzione capiti da queste parti per appropriarsi delle nostre buone idee intorno ai possibili sviluppi futuri del mondo di Deckard e soci. Read the rest of this entry »

Un gelido inverno

Posted on Febbraio 20th, 2011 in Proiezioni | 3 Comments »

Duro come un pugno, ma bello come una speranza da accarezzare. Uscire dalla sala vedendo mantenute le promesse implicite nel trailer e nelle recensioni che ne hanno accompagnato l’uscita, assicura quell’appagamento che esplode di fronte alla giustizia messa in opera. Come la profonda provincia rurale del Missouri che porta in scena, Un gelido inverno si rivela spietato e ammaliante, straordinario nel dipingere la realtà di degrado e violenza che caratterizza questa ennesima zona marginale del nostro immaginario. Ogni inquadratura, ogni volto, ogni gesto, ogni scorcio di natura immortalati in questo film mi hanno richiamato alla memoria il senso dolente della vita, misto di solitudine e abbandono, ma anche di connaturato istinto di resistenza, che attraversano le pagine di Breece D’J Pancake.

Dal testo di Daniel Woodrell un’opera struggente, già premiata al Sundance e capace di ritagliarsi una meritata visibilità in diversi altri festival in giro per il mondo (Torino, Stoccolma, Berlino). Un successo, quello della pellicola indie di Debra Granik, culminato con le quattro nomination agli Oscar 2011, tutte strappate in categorie che ne valorizzano gli indiscutibili punti di forza: oltre a miglior film, miglior attrice protagonista per la ventenne Jennifer Lawrence (che nel ruolo di Ree Dolly, maltrattata dalla vita e dai suoi compaesani, illumina ogni scena con la sua determinazione e forza di volontà), miglior attore non protagonista per il luciferino John Hawkes (uno di quelli che una volta si chiamavano “caratteristi”, in grado di donare vita e spessore al personaggio di Teardrop, che riscopre i legami di sangue grazie alla tenacia di sua nipote Ree), miglior sceneggiatura non originale all’adattamento di Granik e Anne Rossellini tratto dal romanzo omonimo di Woodrell. E qui aggiungiamo che una nota di merito va anche al lavoro di Michael McDonough sulla fotografia, abilissimo nel rendere il rigore dell’inverno negli esterni, come pure il raccolto calore domestico, e di trasfigurare nella luce che irradia i volti le mille sfumature dell’animo umano.

Un gelido inverno narra due settimane nella vita della diciassettenne Ree Dolly, costretta a occuparsi della sua famiglia dopo la separazione dei genitori e il crollo psicologico della madre. Quando riceve l’annuncio dell’imminente sequestro giudiziario delle proprietà su cui si regge il sostentamento della casa (una fattoria e qualche acro di bosco), Ree si mette sulle tracce del padre, l’unico a poter scongiurare il peggio presentandosi all’udienza per la quale gli averi a lui intestati sono stati usati come termini della cauzione. Ostinata e indomita, Ree inizia la sua odissea privata negli Ozarks, poverissima regione montuosa nel cuore degli USA, e affronta la resistenza opposta alla sua ricerca della verità dalle logiche tribali dei legami di sangue che dettano legge in questa terra di nessuno. La sua storia, ripresa con piglio naturalistico, senza concessioni a facili derive psicologiche (è un film montato senza un solo flashback), rispetta tutti i canoni della narrazione nera e ne spinge agli estremi alcuni aspetti, al punto da sconfinare a più riprese in atmosfere e sensazioni da gotico rurale. E se nessuna redenzione sembra profilarsi per quelli come lei, la forza di volontà espressa nell’impresa di Ree risulta, alla fine dei conti, più efficace della speranza inseguita dai protagonisti de La strada (2009), ribaltando le conclusioni sulle possibilità individuali di riscatto che facevano grande un film tragico e fatalista come The Wrestler (2008), per citare due titoli in cui mi pare di scorgere una innata familiarità con Un gelido inverno (2010).

Regala un senso di soddisfazione vedere un’opera così solida, costruita su meccanismi prettamente di genere (e Woodrell non a caso ha voluto etichettare la sua produzione come country noir, mettendone in risalto le componenti chiave), riscuotere il successo che merita. Malgrado la penosa distribuzione italiana, l’unica sala di tutta Bologna che aveva il titolo in programmazione stasera risultava gremita. E forse la notte degli Academy Awards Winter’s Bone non si porterà a casa statuette, ma di sicuro resterà a testimoniare una tendenza in atto nel cinema americano, che torna a dedicare attenzione ai territori marginali. Del suo spazio geografico, del nostro immaginario e dell’animo umano.

Love

Posted on Febbraio 4th, 2011 in Proiezioni, ROSTA | No Comments »

Angels & Airwaves è il nome di un progetto alternative rock concepito da Tom DeLonge, già chitarrista dei Blink-182. Apprendo da una veloce sfogliata di Wikipedia che la band ha all’attivo tre album, che hanno venduto complessivamente due milioni di copie. Su impulso di DeLonge, i musicisti si sono trasformati presto in produttori cinematografici, conferendo un’impronta multimediale alla dimensione originaria del progetto. Quattro anni fa misero in lavorazione un lungometraggio per accompagnare l’uscita del loro secondo album, dal titolo omonimo di I-Empire, ma nel giugno 2009 annunciarono che il film avrebbe cambiato nome e avrebbe giovato del nuovo album come colonna sonora. Il film viene presentato al Santa Barbara International Film Festival in corso proprio in questi giorni, ma da tempo sono in circolazione diverse versioni del trailer.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

ANGELS & AIRWAVES “LOVE” MOVIE TRAILER #3 from Angels and Airwaves on Vimeo.

Non so se vedremo mai Love nelle sale italiane. D’altro canto, devo riconoscere che ne ignoravo l’esistenza io per primo, finché una segnalazione di Moskatomika da Bassitalia mi ha messo a parte del progetto. Che sembra mescolare efficacemente le suggestioni di 2001: Odissea nello spazio e Cronache del dopobomba (ricordate l’astronauta abbandonato nel suo eremo orbitale?), combinando l’estetica low budget di Primer (lo so, ho una promessa da mantenere) con un taglio visionario che, pur tradendo un debito di immaginario nei confronti di The Fountain - L’albero della vita di Aronofsky, promette una tenuta decisamente migliore. E il contrappunto tra inner e outer space ha un retrogusto molto connettivista. D’altro canto, davanti a questo mix di introspezione e claustrofobia, è forte la sensazione anche di trovarsi di fronte a un possibile nuovo Moon, film rivelazione di Duncan Jones.

Love, 86 minuti, è stato scritto e diretto da William Eubank, classe 1982. La sua realizzazione è durata quattro anni.

Un sogno per l’Ecclesiaste

Posted on Gennaio 20th, 2011 in Criptogrammi, Fantascienza, Proiezioni | 2 Comments »

Una delle ragioni del mio amore per la fantascienza è il senso di soddisfazione che nasce davanti al riconoscimento delle figure intessute nel suo immaginario. Forse non esiste genere più autoreferenziale, come faceva notare Antonino Fazio in un suo articolo illuminante ed essenziale, che sarebbe perfetto come introduzione alla SF. La fantascienza è un genere che si autoalimenta, nutrendosi della propria materia, che dopotutto è la sostanza degli incubi e dei sogni.

Leggendo finalmente “Una Rosa per l’Ecclesiaste” sulla mia copia usata di Nova SF* 35 (recuperata nel corso della mia ultima battuta di caccia, parte di un bottino che è di per sè un oltraggio ai buoni propositi per il nuovo anno), mi è capitato di imbattermi nel seguente passaggio:

E di notte l’ascensore del tempo mi conduceva ai suoi piani più bassi…

E’ solo una riga, un’immagine. Sembra buttata lì per caso. Ma è impossibile non cliccare sul link mnemonico che conduce direttamente al miglior film della scorsa stagione cinematografica e forse degli ultimi anni. L’immagine dell’ascensore sostiene l’impalcatura drammatica stessa dell’opera di Christopher Nolan, comparendo nei momenti più introspettivi di un film già ripiegato su se stesso nella più metodica e sistematica esplorazione dell’inner space che si sia avuto modo di vedere al cinema dai tempi di 2001: Odissea nello Spazio (e con la parziale esclusione di New Rose Hotel). E nel 1963 già era stata pensata dal genio di Roger Zelazny (verso il quale Inception ha anche dei debiti più diretti) e spesa in una novella come un dieci di briscola su una giocata da una manciata di punti.

Ma una delle caratteristiche più affascinanti della fantascienza è costituita dal fatto che il suo repertorio è come un ecosistema: è vivo e capace di autosostenersi, di evolvere e strutturarsi. Niente si crea e niente si distrugge. Proprio come in natura, niente va perduto. Anzi, se qualcosa lo merita, state pur certi che prima o poi spunterà nuovamente da qualche parte, magari in una forma più matura e consapevole, giocata su una mano più ricca. Come è accaduto per l’ascensore della memoria in Inception.

Un film sui sogni, appunto.

Illustrazione di Hannes Bok ispirata al racconto di Zelazny.

2001 + 17′

Posted on Dicembre 18th, 2010 in Micro, Proiezioni | 2 Comments »

L’enigma di 2001: Odissea nello Spazio torna alla ribalta. L’opera più enigmatica della civiltà umana dopo il sorriso della Gioconda è stata oggetto di una rivelazione clamorosa da parte di Douglas Trumbull, curatore degli effetti speciali del capolavoro di Stanley Kubrick17 minuti inediti di pellicola sarebbero stati riportati alla luce da una miniera di sale del Kansas. Per quanto il film sia già perfetto com’è e ogni aggiunta sarebbe improponibile dopo la scomparsa del suo autore, è facile immaginare la caccia che si scatenerà intorno al bottino, anche se il tutto potrebbe risolversi in un fuoco di paglia e la cosa non sarebbe nemmeno tanto sorprendente. Resta tuttavia la sensazione di vivere immersi nelle pagine di Pattern Recognition.

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

2001 A Space Odyssey Opening