Archive for the ‘Postumanesimo’ Category

Un dono dalla Cultura

Posted on Ottobre 30th, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, Proiezioni | 1 Comment »

Apprendo dall’edizione odierna del Corriere della Fantascienza che la Cultura di Iain M. Banks, probabilmente il più vasto e ambizioso affresco sul futuro dell’umanità concepito dai tempi di Dune, sarebbe oggetto dei preparativi per un possibile sbarco sul grande schermo. Il sito ufficiale dell’autore scozzese conferma il rumour senza sbilanciarsi. La notizia nella notizia è che, a essere stato scelto per la trasposizione, non è uno dei romanzi di successo del ciclo, bensì un racconto: A Gift from the Culture.

La Cultura - tanto per autocitarmi - è “una società interplanetaria diffusasi in tutta la galassia, in cui convivono «pacificamente» i discendenti di sette-otto diverse specie umanoidi”. La Cultura, in esplicito contrasto con la Prima Direttiva trekker, non si sottrae alle proprie responsabilità galattiche e sovente, per fini che sembrerebbero ambigui solo a una civiltà a bassa tecnologia e ignara dei benefici di un sistema anarchico ed agalmico quale è la nostra, non si sottrae al compito di mentoring (tutela e addestramento) di civiltà meno progredite. Attività che si traduce in pratica in un traghettamento verso livelli tecnologicamente e socialmente sempre più avanzati.

Industrial Gothic, by Daniel Kvasznicza [via Fantasy Art Design]

Un dono dalla Cultura è stato anche il mio primo contatto con Banks e uno dei miei primissimi avvistamenti del cyberpunk (sebbene di un tipo piuttosto anomalo, fortemente connesso con la space opera). Merito della mastodontica antologia curata da Piergiorgio Nicolazzini per le Grandi Opere Nord verso la metà degli anni ‘90. Una storia di coscienza e terrorismo, molto cruda, di cui potete leggere l’incipit sulle pagine di Railibro, nella traduzione di Anna F. Dal Dan.

Resto convinto, da eretico quale nel mio piccolo mi ritengo, che l’espressione migliore della sua tecnica Banks la raggiunga nei piccoli quadri, in cui riverbera come in un cristallo la profondità della sua prospettiva. Ed è questo il caso del racconto in questione, in cui - come per altro accade quasi sempre nelle opere della serie - la Cultura viene mostrata dall’esterno, sullo sfondo di un pianeta marginale in cui qualcuno sta tramando nell’ombra per assestare un duro colpo all’immagine di pacifici mentori che ne avvolge gli emissari. E per compiere il piano di morte si rivolge a un esponente della Cultura in esilio.

Le premesse per uno sviluppo capace di reggere le canoniche due ore di pellicola, direi che ci sono tutte.

District 9

Posted on Ottobre 7th, 2009 in Fantascienza, Postumanesimo, Proiezioni | 3 Comments »

Attesissimo titolo di questa stagione cinematografica, District 9 ha cominciato a far parlare di sè prima ancora di approdare nelle sale e continua a essere tuttora al centro di commenti (qui il dossier di Fantascienza.com) i cui toni, il più delle volte, oscillano tra l’entusiasmo e l’acclamazione. Anche per questo dopo la visione ho preferito lasciar passare qualche giorno prima di riportare le mie impressioni. La pellicola di Neill Blomkamp (classe 1979), basata su un suo corto del 2005, è stata protagonista di una campagna di marketing virale che per intensità mi ha ricordato solo The Blair Witch Project, naturalmente con i mezzi aggiornati ai giorni del web 2.0. Provate a dare un’occhiata a questi video virali della MNU, la Multi-National United incaricata, nel film, di gestire l’emergenza aliena, “garantendo la sicurezza agli umani tenendo segregati i non-umani” (e i colleghi del vento prestino attenzione al primo filmato per cogliere una delle linee di innovazione perseguite dalla Compagnia).

Questo video è stato rimosso in seguito all’accordo del 2011 tra SIAE e AGIS che vincola la pubblicazione in rete di materiale corredato di traccia musicale alla sottoscrizione di una licenza, con il pagamento alla SIAE di una quota minima di 450 euro a trimestre. Per saperne di più, rimando al post del 27-10-2011 dedicato alla vicenda. Mi scuso per il disagio, ma ritengo che la norma non abbia alcuna giustificazione logica o morale e denunci un atteggiamento di grave e sistematica violazione dei diritti di libera espressione di ciascuno di noi. Il video può essere visionato al seguente indirizzo:

Viral Video: District 9 - MNU Announcements

La MNU è una sorta di riflesso distorto dell’ONU, come succedeva spesso nelle pagine di Philip K. Dick e di K.W. Jeter, costantemente insidiate da deviazioni totalitarie e nazisteggianti del governo unico mondiale (a volte GoFed - Governo Federale, altre USEA - Stati Uniti di Europa e America, altre ancora semplicemente UN - Nazioni Unite), che qui rivive come uno strano ibrido tra agenzia governativa e megacorporazione. Dopo lo sbarco del tutto inatteso di un’astronave aliena, finita chissà perché a parcheggiarsi nel cielo di Johannesburg, la MNU si aggiudica l’appalto per gestire la situazione. La nave è infatti un bastimento in cui sono ammassati qualcosa come un milione di creature aliene, denutrite, in condizioni igieniche disastrose e del tutto disorientate. Le ipotesi degli specialisti col tempo propenderanno verso la teoria di un naufragio, con l’elite aliena che probabilmente è riuscita a mettersi in salvo e riparare in qualche posto più ospitale della Terra. A quelli rimasti indietro, i fuchi dell’alveare, non resta che accettare la dubbia ospitalità degli autoctoni, che si rivela fin da subito tutt’altro che disinteressata. La tecnologia che ha portato queste creature fin qui, dopotutto, promette di essere il Graal per l’industria aerospaziale e le forniture militari, quindi è facile capire che non siano delle semplici ragioni umanitarie a spingere la MNU. Peccato per loro che le armi non-umane funzionino su un meccanismo di riconoscimento del DNA, che di fatto le rende inutilizzabili dagli umani.

Gli alieni vengono confinati in una baraccopoli alle porte di Johannesburg. Nasce così il Distretto 9: ai non-umani non è concesso uscire dai suoi confini, agli umani è sconsigliato addentrarvisi. Gli alieni rivelano un’inconsueta passione per gomma da pneumatici e cibo per gatti, ma presto sviluppano piccole deviazioni nei costumi e nella dieta che li spingono a non disdegnare la carne umana. D’altro canto gli umani non si dimostrano poi tanto migliori: la mafia nigeriana ha fiutato l’affare al pari della MNU ed è penetrata nel Distretto per organizzare una rete di prostituzione a beneficio degli ospiti interstellari, lo spaccio di carne in scatola e la mattanza di carcasse per i palati più fini e i portafogli più capienti. La contropartita verte intorno alle armi e ai rituali di magia nera, che esigono il loro prezzo di fronte alla superstizione che gli organi vitali dei non-umani rechino virtù terapeutiche.

In questo scenario estremamente volubile, in seguito dell’esplosione demografica del Distretto e ai continui problemi di ordine pubblico e sicurezza sollevati dai suoi occupanti, la MNU e il governo decidono di trasportare i non-umani in un un nuovo centro di accoglienza 200 km a nord della città. Mentre è intento a eseguire le pratiche per lo sfratto, l’inetto burocrate Wikus Van De Merwe (Sharlto Copley, destinato al ruolo di Murdock nell’imminente adattamento cinematografico della serie anni ‘80 A-Team) resta contagiato dal fluido destinato ad alimentare i propulsori della scialuppa di comando della nave e si ritrova alle prese con un corpo in mutazione: non più umano, non ancora alieno. A metà del guado, dovrà imparare a sopravvivere e a fare la cosa giusta.

Cominciamo col dire che District 9 è un film importante. Siamo di fronte a una rilettura del contatto alieno, che ingenuamente fin da La Guerra dei Mondi di Byron Haskin (1953) e L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel (1956) si presta a letture più o meno faziose sull’attualità. In questo senso, è interessante vedere come, caduta la minaccia sovietica, il tema dell’incontro/scontro di civiltà venga ora declinato secondo i termini dell’immigrazione clandestina, dell’obbligo di accoglienza e del dibattito segregazione/integrazione. L’analogia con l’apartheid è fin troppo esplicita e potremmo quasi dire che District 9 s’inserisce nel solco di Alien Nation (1988), aggiornando la tematica del confinamento nel ghetto a questi tempi di masse umane in movimento dal Terzo Mondo. E in Italia, con un’opinione pubblica sempre più strumentalizzata sulla questione delle carrette del mare e dei gommoni della speranza, l’argomento assume una valenza amplificata.

Quello che non mi fa strepitare dall’entusiasmo come tanti altri spettatori, appassionati e non, è invece lo sviluppo dello spunto. Sappiamo tutti che un’idea forte richiede un trattamento adeguato, intelligentemente bilanciato tra l’importanza delle cose che ha da dire e la necessità di riuscire a comunicare il messaggio. In questo caso, però, mi sembra che la produzione abbia voluto concedere uno spazio eccessivo alla semplificazione. Il contagio che innesca la metamorfosi di Van De Merwe è risolto in maniera un po’ troppo sbrigativa. Anche se il tenore si risolleva con il graduale scivolamento del protagonista verso una condizione aliena, la definizione di un’alleanza d’occasione con un non-umano scienziato (fuco illuminato) e dei suoi termini (una nuova quest) fanno scivolare la pellicola dalle cupe sfumature di una fantascienza sociologica d’altri tempi verso i toni più soffusi di un fantasy senza troppe pretese. Il fatto che arrivino esoscheletri ed armi aliene a rilanciare ritmo e storia con una lunga ma travolgente sequenza di action game degna di uno sparatutto la dice lunga. Impossibile non parteggiare per il burocrate infuriato quando scatena la forza di fuoco della sua bioarmatura non-umana contro le milizie paramilitari al soldo dell’MNU, all’urlo di battaglia di “Umani di merda!”. Ma le premesse, sulla carta, lasciavano presagire comunque qualcosa di più di una sperimentale commistione tra estetica da videogame e linguaggio pseudo-documentaristico.

Va comunque dato atto alla regia di non averci voluto consegnare un finale prevedibile. Anzi, nel finale la figura del protagonista raggiunge il pieno completamento della sua metamorfosi e il processo di acquisizione di coscienza si chiude alla perfezione, mentre i toni da fantastici si fanno perfino lirici. Forse si sente la mancanza di un pizzico di coraggio in più, perché la soluzione non si limiti solo al non-più-umano Van De Merwe ma coinvolga la comunità aliena e la società umana nel loro complesso. Ma tutto sommato, forse, per una volta possiamo accontentarci e sorvolare sui difetti oggettivi e le divergenze di gusto, grazie a un film che non ha paura di parlarci degli abomini dell’odio, del senso dell’integrazione, della complessità del futuro. Lasciando abbastanza carne a cuocere per un secondo capitolo.

Cronache dal Gorgo

Posted on Settembre 10th, 2009 in Connettivismo, Postumanesimo | 6 Comments »

Questo articolo su Cygnus X-1 mi ha riportato alle atmosfere di Orizzonte degli eventi. Prima di leggere Reynolds, cercavo un nome evocativo per una stazione spaziale, sospesa al di fuori dal tempo, lontana da Dio e dagli uomini. Resurgam era perfetto e così me ne sono appropriato. Questo che segue è un brano di quel racconto. Sempre per Continuum mi ritrovo all’opera - da un bel po’ di mesi ormai, in effetti - su un possibile seguito della storia di Jerry Lone e della sua allegra banda di recuperanti. Se Roberto riterrà che ne è valsa la pena, avrete modo di leggerne gli sviluppi su quelle pagine.

Il brano che segue viene proprio da questo nuovo racconto. Titolo provvisorio: Orbita limite.

Il modello olografico del sistema era tutto ciò che restava del sogno che avevano concepito insieme. L’armonia della danza cosmica, l’equilibrio delle forze che Jerry Lone aveva saputo instillare nel codice, la quiete trascendente che emanava dal walzer planetario: tutti elementi che adesso, nell’abbandono del cuballoggio, stonavano con le prospettive fantastiche che Ayesha si era prodigata a costruire per il loro futuro comune.
Gli angeli del sogno commutarono ancora una volta la sua coscienza indietro, nel mondo degli atomi e degli uomini.
– Devo chiederle di seguirci – disse la voce della donna. Una sfumatura gelida segnava le sue parole, ma non poteva mascherare lo strato di ansia che si era sedimentato sotto la superficie, ormai prossimo a degenerare in frustrazione.
Ayesha s’interfacciò di nuovo con il modello, per un’ultima scorribanda siderale. Si abbandonò al richiamo delle linee di campo, scivolò lungo il declivio del pozzo gravitazionale, oltre la Cintura. Poi virò su un’immaginaria traiettoria radente, una panoramica a volo-clipper sul disco di accrescimento di Niger RX-2047.
A quella distanza, il calore del plasma avrebbe aggredito i sistemi di un’ipotetica freccia, mandandola in
cut-off. Ma nella simulazione la freccia era lei: pilota, navigatrice e Algebra. E in quel momento avrebbe voluto annientarsi, ma i dieci milioni di gradi del Gorgo si dissolsero nell’interazione con il tempo-lento.
Gli intrusi che avevano fatto irruzione nel cuballoggio avevano neutralizzato i suoi protocolli di sicurezza e asservito gli angeli del sogno che aveva in circolo. Ayesha sentì dei passi alle sue spalle.
Non oppose resistenza.

Revelation Space approda su Urania

Posted on Agosto 31st, 2009 in Fantascienza, Postumanesimo, ROSTA | 1 Comment »

Solitamente non segnalo qui le uscite di Urania, partendo dal presupposto che chi segue questo blog & è un appassionato di fantascienza, un salto periodico sul blog di Urania finisce sempre per farlo, se non per le discussioni almeno per tenersi aggiornato sulle uscite. Il titolo di settembre merita un’eccezione, perché è una lettura che potrebbe invogliare a muovere un passo verso il genere anche ai lettori/non lettori più scettici, e perché è un’uscita che non esito a definire importante per tutti gli appassionati di science fiction.

Il libro, tradotto da Riccardo Valla (e già questa è una garanzia), esce con una copertina del nostro Franco Brambilla ed è la prima parte di Revelation Space, romanzone troppo corposo per poter essere condensato in un unico “Urania”. Quindi occorrerà pazientare un paio di mesi per leggere la seconda e ultima parte.

New space opera con pesanti influssi postumani. Una visione cosmica che non esula da una vigorosa base scientifica. L’autore è Alastair Reynolds e di questo suo universo letterario abbiamo già parlato qualche mese fa, in merito all’eccellente novella Diamond Dogs. Ci torneremo senz’altro in futuro.

La sindrome lunare

Posted on Luglio 19th, 2009 in Accelerazionismo, False Memorie, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Transizioni | 7 Comments »

In questi giorni di sindrome lunare, per dirla con il grande Vic, gli italiani stanno tornando a puntare i loro nasi al cielo. Almeno questa è l’impressione che se ne ricava dalla lettura delle pagine (elettroniche e non) della stampa, che se non altro fungono da specchio attendibile degli umori del Paese. E gli speciali dedicati all’anniversario dello sbarco lunare dell’Apollo 11 dal Corriere on-line e da Repubblica.it meritano un’occhiata da parte dell’appassionato e del curioso.

Fa un certo effetto rileggere ora le parole di Moravia scritte all’epoca, intrise di scetticismo anti-scientifico e anti-tecnologico. Ma oggi possiamo dire che la sua ostilità al sogno dell’esplorazione spaziale nasceva da una reazione conservativa di fronte alla prospettiva di cambiamento e rivoluzione che si poneva - per la primissima volta in maniera concreta - davanti all’uomo, sulla frontiera spaziale. Nel corso della sua visita al Goddard Space Center, Alberto Moravia obiettava a George Mueller, direttore NASA per i voli spaziali con equipaggio umano:

“Certo lei si rende conto delle sconcertanti e in certo modo terrificanti implicazioni d’una simile affermazione. Basterà pensare ad alcune differenze tra il viaggio di Colombo e quello degli astronauti. Il primo solca un oceano azzurro, sotto un cielo luminoso, approda ad isole verdeggianti popolate di uomini innocenti e primitivi. Gli astronauti, appena fuori dell’atmosfera, piombano invece nel buio, approdano in un mondo morto, senza aria e senza vita, sbarcano con enorme difficoltà, si aggirano dentro un orizzonte che non oltrepassa due chilometri, su un suolo di pomice, tra picchi desolati.

La sua affermazione che il viaggio degli astronauti somiglia a quello di Colombo implica, a ben guardare, che l’umanità pian piano abbandoni la Terra, culla della vita, e si disperda nello spazio, in mondi inimmaginabili e con mezzi inimmaginabili e insomma cessi di esistere nei modi che sinora l’hanno caratterizzata. Tutto questo, almeno fino a quando non ci saremo fatti una mentalità interplanetaria, me lo concederà, è abbastanza sinistro”.

Moravia, non il più grande amico che la fantascienza italiana abbia avuto (per approfondire rimando alla testimonianza di Vittorio Catani sull’episodio di Montepulciano), intuiva la portata rivoluzionaria di quel sogno, le conseguenze che avrebbe comportato la realizzazione di un progetto tanto complesso e avveniristico come portare un uomo a mezzo milione di chilometri dalla Terra. E non a caso parlava di post-storia: qualcosa sarebbe finito, con quello sbarco. Qualcosa di nuovo e di diverso avrebbe avuto inizio. Il fatto che all’epoca non se ne riuscissero a cogliere ancora le implicazioni (le modalità in cui l’uomo avrebbe fatto proprio lo spazio erano molto più nebulose di quanto non lo siano ancora oggi) era la causa di quel percepire sinistro da parte dell’intellettuale nelle sue vesti da cronista.

Le catastrofiche profezie di Moravia non si sono ancora compiute. Con la distensione e la crisi petrolifera gli obiettivi dell’America e del mondo si volsero nel corso degli anni ‘70 verso altri scenari e il sogno dello spazio finì in ibernazione, per essere tirato fuori al momento opportuno e venire sbandierato a fini di mera propaganda politica, tanto nell’era Reagan (declinato in termini paramilitari nell’iniziativa di difesa strategica del famigerato Scudo spaziale) quanto nell’era Bush Jr. (l’obiettivo Marte spacciato a più riprese come piano strategico per il ritorno degli USA nello spazio).

Oggi siamo pressoché sicuri che la conquista dello spazio non potrà prescindere da una radicale riprogrammazione dell’uomo, dalla prospettiva di ridefinirne i parametri biologici secondo protocolli che ne faranno a tutti gli effetti un postumano. Ma a ben guardare, prima di spiccare il salto verso altri pianeti in stile Uomo Più e molto prima di guardare alle stelle più vicine, è ancora sulla Luna che dovremo tenere puntati i nostri obiettivi.

La Stampa.it ha pubblicato l’altro giorno questo intervento di Les Johnson, fisico della NASA che non nasconde il suo debole per la fantascienza. Segnalo il suo intervento con estremo piacere, in quanto va a ricollegarsi al discorso che facevamo da queste parti solo una settimana fa sul futuro dell’energia. Gli scenari che ci prospetta Johnson sono visionari: impianti di produzione sulla Luna o nell’orbita alta terrestre, sistemi di trasmissione a microonde, reattori a fusione nucleare alimentati con l’elio-3 estratto dalla crosta lunare. Vedere simili tecnologie prospettate da uno scienziato impegnato sul campo, divulgate per di più da uno dei quotidiani meno scientificamente ferrati della nostra stampa nazionale, è un po’ sorprendente. E non è difficile ricondurre questo discorso all’evoluzione della civiltà umana sulla scala di Kardashev, per riprendere un altro antico argomento discusso anche su questo blog.

Insomma, a 40 anni dallo sbarco dell’Apollo 11, pensare alla Luna significa ancora una volta interrogarci sul destino della nostra specie e sulle potenzialità della nostra civiltà. Nessuna frattura è inevitabile per rilanciare la scalata alle stelle: il mutamento, se ci sarà, dovrà avvenire conservando lo spirito umanistico di ciò che siamo, non rinnegando quanto di meglio è stato fatto, sogni inclusi. Arriveremo così nel futuro sulle nostre gambe di uomini, anche se nel frattempo ci saremo muniti di protesi o stampelle postumane. Dove ci condurrà il prossimo sogno, sarà la storia (senza post-) a dirlo.

[Le immagini della conquista lunare arrivano dalla galleria della NASA.]

Iron Man: Extremis

Posted on Giugno 5th, 2009 in Fantascienza, Futuro, Graffiti, Postumanesimo, ROSTA, Transizioni | 5 Comments »

Mi piace parlare delle cose che contano. Mi piace parlare delle vere scoperte scientifiche. Non di aspirapolvere assassini e telefoni satellitari che nessuno comprerà mai. Perché parlare sempre in termini di merce? Perché pensare che il futuro sia solo un’opportunità per vendere? Non mi piace.

Tony Stark

La verità essenziale — e cioè che oral’america è governata da un conglomerato post-politico di multinazionali — è dura da digerire. E’ più facile pensare che la strada per la libertà richieda di starsene in piedi su una gamba sola per un’ora. Siamo di fronte al futuro, ma non riusciamo a vederlo.

Sal Kennedy

Scritto con la consueta attenzione per l’immaginario fantascientifico e la tecnologia da Warren Ellis, illustrato con tecniche da iperrealismo cinestetico da Adi Granov, trovate in tutte le edicole raccolta in un solo volume Extremis, la saga postcyberpunk dedicata al più fantascientifico dei supereroi Marvel: Iron Man. Già cyborg, personaggio controverso nella Guerra Civile che ha stravolto le sorti dell’universo Marvel, industriale di successo e figura politica, Tony Stark veste ora i panni del prototipo del postumano, senza perdere le sue ossessioni e le sue ambiguità.

In una storia dinamica che non manca di lampi speculativi illuminanti, sul futuro e sull’utilizzo delle tecnologie, sull’importanza del progresso scientifico e sulla simbiosi tra conoscenza e società, Warren Ellis ci mostra Iron Man sulla soglia dell’ennesima rivoluzione paradigmatica. Ottimizzate le caratteristiche dell’armatura red and gold, non gli resta che agire sull’unico campo che gli lascia ancora margini di miglioramento: l’uomo che la veste. E l’opportunità gli viene offerta da un virus tecno-organico che qualcuno ha già pensato di iniettarsi per diventare una macchina biologica da guerra. Nanotecnologie, psichedelia, mutazioni e augmented reality saranno per Iron Man gli ingredienti del salto verso una Singolarità molto umana.

“Sono giunto a considerare l’LSD un’abrasione psichiatrica” sostiene a un certo punto Sal Kennedy, guru e futurologo a cui Stark finirà per rivolgersi ancora in futuro. “Attinge alla tua memoria con un criterio casuale. Il DMT e i funghi sono più vivaci e interessanti. Il DMT mi interessa perché ti porta al di là di quello che è la tua memoria. Sai che il sessanta percento delle persone hanno le stesse allucinazioni con il DMT? Terence McKenna li chiamava elfi frattali. Piccoli artefatti tecnologici saltellanti che si esprimono con un codice elementare che, qualunque sia la loro lingua, tutti possono capire. Lui pensava di aver raggiunto l’Aldilà. Io credo sia il sistema operativo del corpo umano.
Il cervello è progettato per assorbire e processare il DMT, lo sapevi? Credo che siamo fatti per assumerlo. Che siamo fatti per vedere i nostri stessi sistemi operativi. Forse dobbiamo modificarli. Forse dobbiamo cambiare i nostri stessi corpi.
Le droghe sono tecnologie, Tony. Nei luoghi in cui è sorta la civiltà, c’erano funghi psichedelici. E’ dimostrato che quei funghi aumentano la percezione visiva. Questo rendeva gli uomini di allora cacciatori migliori.
L’armatura di Iron Man che hai costruito, Tony… ha sensori, zoom e così via? [...] Stessa cosa. [..] Non vi siete allontanati molto dal branco, no?”

E questo è solo un assaggio di quello che può fare Ellis, che con le sue storie proprio come Sal Kennedy cerca ripetutamente di “inculcarci una visione del futuro”, senza risparmiarci i richiami all’attualità. Extremis era già stata pubblicata nel 2006 da Panini Comics e in quell’occasione Ivan Lusetti gli dedicò una recensione su Fantascienza.com. Adesso i ritardatari potranno recuperarlo in “Supereroi. Le Grandi Saghe”, la collezione riproposta da Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport.

L’eco della Singolarità

Posted on Aprile 30th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, ROSTA, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

Ancora 20 anni: tanto manca alla Singolarità Tecnologica secondo le stime di Vernor Vinge. Come ipotesi, l’autore di Universo Incostante e di Rainbows End riesce a cucinarcela bene, senza risparmiare i particolari delle ragioni che lo inducono ad avanzarla.

Dovendo immaginare uno scenario attendibile ai tempi della stesura di Sezione π², mi figurai la data del 2047 (più o meno dieci anni). All’epoca già mi sembrava una stima ottimistica. Non so se la contrazione dei tempi sia sintomatica di una diversa percezione dello stato di avanzamento delle conoscenze e delle tecnologie (e quanto questa nuova percezione risulti giustificata), ma se la scommessa di Vinge dovesse riuscire vincente e alla fine si rivelasse l’unica causa di obsolescenza per il mio romanzo, mi riterrei già moderatamente soddisfatto. Mi toccherebbe magari distribuire versioni aggiornate e corrette della Sezione, in formati compatibili con i protocolli neuronici che saranno invalsi nel frattempo, ma in queste circostanze sarei disposto a rinunciare ai diritti per la riedizione.

Gli interessati si tengano in contatto.

L’algoritmo contaminato di Dario Tonani

Posted on Marzo 6th, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Letture, Postumanesimo | 5 Comments »

Dario Tonani non ha bisogno di presentazioni. A mio giudizio, è la voce più originale emersa dalla narrativa di genere negli ultimi anni, senza limitare l’ambito alla fantascienza. Un romanzo hard-boiled incentrato su una droga il cui abuso provoca un’invasione dell’Hinterland milanese da parte di orde di cartoni animati muti è il biglietto da visita della SF italiana del XXI secolo. Paradossale, assurdo, postmoderno, si fondono nelle pagine di Tonani producendo quell’effetto straniante che è il miglior regalo per il lettore in cerca di emozioni forti.

Per chi si è lasciato contaminare dalle visioni del suo straordinario Infect@ giunge finalmente il momento di spiccare un nuovo balzo avanti nel tempo. Non ci sono più i +toon, ma è pur sempre il ritorno a un futuro di macerie e minacce, non tutte di facile definizione. Nel volume L’algoritmo bianco attualmente in edicola trovate due novelle legate tra loro dalla comune ambientazione: il romanzo breve che dà il titolo al libro e una sorta di antefatto, Picta muore!. Virus metalinguistici, collasso ambientale ed estrapolazioni transumaniste sono gli ingredienti della nuova fatica di Tonani, che avrà ripercussioni anche indietro nel tempo, sul seguito di Infect@ in uscita probabilmente per il 2010.

Tonani, che nel frattempo ha aperto anche un suo sito web all’indirizzo www.dariotonani.it, ne ha parlato con Giuseppe Lippi sul blog di Urania. Per i lettori dello Strano Attrattore, invece, riportiamo questo suo intervento in esclusiva. Si intitola La ballata delle consonanti-pallottole e porta allo scoperto l’eco burroughsiana (il linguaggio è un virus ed è capace di uccidere) che ne ha ispirato il lavoro.

Sono convinto che in un domani non lontanissimo l’uomo sarà in grado di uccidere un proprio simile con il linguaggio. E non intendo in senso figurato. Certo, non sarà l’uomo che conosciamo oggi, dovrà intervenire uno “step evolutivo” essenziale: quello dell’uomo transumano. A quel punto, saremo (saranno?) macchine di carne o, a seconda della prospettiva dalla quale si guarda, wetware.
L’algoritmo bianco ruota attorno a questa idea: virus metalinguistici, linguaggi comuni per far dialogare in forma vocale silicio e carbonio, inteso il primo come componente principale dei semiconduttori e il secondo come base della chimica organica.
Pensate a un killer che debba portare a termine la propria commessa: nessun’arma seppure miniaturizata, ma solo il proprio eloquio, una formula verbale, un mantra, una filastrocca… Sarebbe in grado di superare senza alcun problema qualsiasi perquisizione, by-passare sistemi di sicurezza sofisticatissimi, beffare bodyguard armati fino ai denti: certo, non si può escludere che qualche tipo di gingillo elettronico possa individuare i pezzi di un ipotetico strumento d’offesa, ma anche il più potente dei software-segugio vedrebbe appunto solo “p-e-z-z-i” (o se volete, “i-p-z-z-e”). Come una pistola disassemblata in migliaia di parti, viti, molle, sezioni di canna…
Soltanto al momento di uccidere, di premere il grilletto verbale, il killer sarebbe chiamato a ricomporre in frazioni di secondo il puzzle letale. Fantastico! La parola come arma e proiettile nello stesso istante, il tutto e la parte. Quale il frutto e quale il nocciolo? Non sono così anche i sortilegi di maghi e stregoni, sciamani e fattucchiere: parole fatte per maledire, ferire, uccidere? Pronunciate in tutto il loro variopinto corredo di suggestione.
E se qualcuno avesse diffuso un veleno verbale davvero fetente? Circolerebbe come il denaro: impossibile fermarlo. A costo di ritirarlo dal sistema.
Tempi duri per i maledetti…
Ne L’algoritmo bianco, a dire il vero, un antidoto c’è: buona lettura a tutti!

Singolarità Universali

Posted on Febbraio 5th, 2009 in Accelerazionismo, Connettivismo, Fantascienza, Futuro, Postumanesimo, Sezione π², Transizioni | 2 Comments »

L’annuncio della fondazione della prima università dedicata alla Singolarità, sovvenzionata addirittura con i fondi di Google e NASA, ha acceso reazioni in fin dei conti prevedibili, come accade ogni volta che questo meme viene tirato in ballo. In effetti, di questi tempi, negli ambienti di discussione on-line il concetto di Singolarità risulta tra i più opportuni per innescare polemiche durature: ha un potenziale in apparenza inesauribile.

La Singolarità è ormai peggio del Comunismo. Ovunque se ne parli, gli animi s’infuocano. Non sorprende, considerando che i due concetti hanno imboccato traiettorie fin troppo simili. Con l’unica differenza che, in maniera bizzarramente pertinente con l’idea di sviluppo che prospetta, la nozione di Singolarità ha ripercorso la parabola utopica/distopica del Comunismo in tempi decisamente più “accelerati”.

A partire dalla sua elaborazione a opera di Vernor Vinge, abbiamo assistito a un numero ormai incalcolabile di riletture del concetto, che hanno portato a nuove versioni alternative, varianti di successo ed estremizzazioni di convenienza. Mutuando dal lessico della memetica, potremmo parlare di un’idea a bassissima inerzia e a elevatissimo potenziale di deriva. Se da un lato questa molteplicità di interpretazioni è il chiaro e inequivocabile segnale della mancanza di uno stampo dogmatico, dall’altro le continue rielaborazioni hanno alimentato un’impressione sempre più magmatica della Singolarità, qualcosa in corso di continua ridefinizione. E una conseguenza di queste condizioni è stata la progressiva affermazione di un approccio metafisico, un’ansia quasi messianica.

La cosa non deve essere piaciuta allo stesso Vinge se nel 2007 (a circa quindici anni di distanza dal suo storico articolo) decise di mettere in discussione la prospettiva della Singolarità Tecnologica delineando tre scenari alternativi. Il contenuto del suo discorso sul Long-Term Thinking (15 febbraio 2007, da cui sono ripresi i grafici che accompagnano questo articolo) sembra studiato apposta per demistificare l’attesa acritica e quasi religiosa di un evento da lui evocato come una semplice – per quanto promettente – ipotesi sul futuro della nostra società (e civiltà). Le tre opzioni alternative alla Singolarità a cui si richiama lo scrittore americano sono: il ritorno alla follia (con la regressione dell’umanità a uno stadio a bassa tecnologia per effetto di una catastrofe globale), un’età dell’oro decisamente più rassicurante (una sorta di surrogato di Singolarità) e, per finire, una ciclica alternanza tra periodi di splendore e intervalli di oscurantismo (il modello della ruota del tempo). Un tentativo, questo di Vinge, finalizzato a ricondurre la teoria nel solco originario dell’estrapolazione.

Ho già accennato alla volatilità delle sue implicazioni. Vinge ipotizzava in origine due possibili scenari principali come punti di transizione verso il postumano, che prospettavano un’esplosione di intelligenza artificiale (IA) o, alternativamente, un incremento esponenziale delle facoltà cognitive umane ottenuto mediante manipolazioni tecnologiche (dall’intelligence amplification all’augmented intelligence). Ripresa di volta in volta, la Singolarità ha assunto forme molteplici: l’emergere di autocoscienza dai programmi (Ricambi di Michael Marshall Smith), dalla Rete (Terminator nei suoi recenti sviluppi televisivi e cinematografici, ma l’intuizione viene già accennata da William Gibson en passant – praticamente buttata lì, come per caso – in Aidoru) o dalla materia stessa (il computronium di Stross in Accelerando, dove per altro l’esplosione di intelligenza e potenza di calcolo coinvolge l’intero pianeta). La Singolarità Universale è un miraggio. Ogni autore che ne ha scritto ha avuto le proprie idee e convinzioni sulla Singolarità Tecnologica. In Sezione π² immagino per esempio qualcosa di analogo a una Convergenza NGR, la cooperazione dello sviluppo integrato di nanotecnologie, genetica, intelligenza artificiale, computazione quantistica e cibernetica a delineare un panorama tecnologico profondamente integrato e soggetto a una continua evoluzione (in grado di rendere obsoleti strumenti che solo il giorno prima rappresentavano lo stato dell’arte).

Ma è bene ricordare che si tratta sempre di scenari virtuali. Per quello che mi riguarda, la Singolarità è una metafora tra le più potenti oggi a disposizione di chi scrive fantascienza. È un orizzonte degli eventi storico, al di là del quale possiamo concederci una o due licenze in più per guadagnare qualche metro utile nel punto di vista sul reale. E incarna meglio di qualunque altro concetto forte in circolazione l’idea della rivoluzione, dello stravolgimento dell’ordine costituito, del superamento di un certo immobilismo ormai consolidato al di fuori della sfera della tecnologia e della conoscenza. La Singolarità, insomma, è uno strumento: estremamente utile per vettoriare la densità di informazione che può associarsi a un punto di rottura e di non ritorno. Ma come tutti gli strumenti di potenza analoga, il suo uso non è esente da rischi.

Personalmente non so se nel futuro dell’uomo c’è una Singolarità, né quale aspetto assumerà eventualmente. Le IA sembrano ancora piuttosto lontane, sui nostri radar, ma l’incombente ubiquità della Rete potrebbe portare a effetti anche più radicali sulle nostre vite, andando a considerare lo sviluppo parallelo delle interfacce elettroniche e neurali, come prospettato da Gary Stix nel suo articolo “Il download della mente” (titolo molto morganiano), sullo scorso numero de Le Scienze. E sono certo che il futuro saprà essere tremendamente più strano di quanto oggi possiamo immaginarlo.

La Singolarità, in quest’ottica, assume una sua valenza metaletteraria che trascende il semplice contesto diegetico. L’estasi per i postmoderni che amano la fantascienza, verrebbe da dire, parafrasando Ken MacLeod. Che poi ci siano anche enti come la NASA e imprese come Google pronte a finanziare corsi di studio sulle sue implicazioni, come dice il compagno Fernosky, non può far altro che darci da pensare.

Storia di transiti, amori e dirigibili

Posted on Febbraio 1st, 2009 in Fantascienza, Letture, Postumanesimo, Transizioni | 1 Comment »

About McIntyre’s Superluminal:

Biotecnologie, conflitti sociali, nuovi mezzi di comunicazione e nuove lingue, come la vera lingua parlata dai tuffatori o la stupefacente lingua di mezzo che condividono con i cetacei. E ancora: oceanografia e lampi di matematica. Tutto questo e molto altro ancora è possibile trovare in Superluminal, un romanzo dalla vocazione universale (mimetica, diremmo oggi, capace di infrangere le barriere dei generi coniugando romance, avventura e fantascienza) e al contempo sorprendentemente in anticipo sui tempi.

È un grosso merito della collana Nuova Galassia e del suo curatore Salvatore Proietti (anche traduttore del testo in questione) averlo finalmente presentato ai lettori italiani, a distanza di un quarto di secolo dalla sua uscita. Se da un lato è importante la sua valenza storica, con i prodromi del cyberpunk già codificati nelle invenzioni che costellano queste pagine (innesti protesici, ingegnerizzazione genetica, il richiamo agli ultraleggeri che si addensano nelle pagine di quella rivoluzionaria stagione di scrittura, presagi di un paesaggio ad altissima penetrazione informatica e — addirittura — messaggi spazzatura a saturare la banda dei comunicatori personali dei protagonisti e filtri anti-spam per contrastarne l’invasività), dall’altro Superluminal stupisce per la lucidità critica con cui analizza tematiche come l’evoluzione, la scoperta di nuovi confini per una ridefinizione del concetto di appartenenza, che trascendono la fantascienza e che negli ultimi anni abbiamo ritrovato con una incidenza crescente nelle opere del cosiddetto filone postumanista.

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