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Una chiamata all’azione per le sfide del XXI secolo

Posted on Ottobre 10th, 2009 in Agitprop, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Il mondo intero si sta domandano cosa abbia fatto Barack Obama, da meno di un anno alla guida degli Stati Uniti d’America, per meritarsi il Premio Nobel per la Pace 2009. Dai repubblicani che già si erano distinti per patriottismo all’annuncio dell’assegnazione dei Giochi Olimpici a Rio, e che ancora una volta si sono mostrati pronti a sollevare la questione facendone una materia politica, subito seguiti - strana la vita, eh? - dai talebani afghani, fino ai commentatori italiani - come se non avessero altro su cui mettere alla prova la loro arguzia, in questi giorni di sublime sfoggio del bispensiero da parte del Premier e della sua scassatissima maggioranza - non c’è stato nessuno dei soliti noti che si sia sottratto all’esercizio del dubbio.

L’assegnazione della commissione di Oslo è stata senz’altro la notizia del giorno, come dimostra la sua persistenza tra i titoli di testa delle edizioni on-line dei principali quotidiani internazionali. Interpretazioni si sono succedute per tutta la giornata, schiudendo un ventaglio che va dall’attestazione di fiducia all’incoraggiamento, con toni che parimenti spaziano dall’ostilità allo scetticismo. Sarà, ma la cosa che mi ha più sorpreso, dopo l’annuncio, è stato scoprire come il mio entusiasmo non si rispecchiasse nella comune reazione della gente, e degli organi che naturalmente contribuiscono a formarla, l’opinione della gente. E’ un po’ come se avessi trovato all’opera un intero stuolo di persuasori occulti intenti a inoculare freddezza e diffidenza nella testa delle persone.

Credo che questo atteggiamento sia sbagliato, benché legittimo. E sono convinto che c’entri poco la percezione diretta dell’evento, sicuramente meno di quanto c’entrino le dinamiche della psicologia di massa che sono sempre chiamate in causa di fronte a notizie di portata simile. Il perché cercherò di spiegarlo in breve.

L’attribuzione del Premio Nobel 2009 per la Pace è stata accusata di essere partigiana e viziata da un implicito valore politico. Tralasciando tutte le considerazioni del caso sul valore intrinseco del premio - ne parlavamo pochi giorni fa riferendoci alla Letteratura - forse al mondo non esiste riconoscimento più politico del Nobel per la Pace. Come ricordava ieri mattina il presidente del comitato Thorbjoern Jagland, “il premio va assegnato a chi ha fatto il massimo per la pace nell’anno precedente” e la scelta di Obama è stata fatta all’unanimità. Il Times può anche sentirsi preso in giro, e di sicuro ha le sue ragioni per credere che la scelta rischia solo di creare imbarazzo alla Casa Bianca. Dopotutto, Barack Obama ha espresso umilmente le sue riserve, tenendo un discorso alla stampa che merita un suo posto nella galleria comunicativa del Presidente:

Non sono sicuro di meritare di essere in compagnia con persone che hanno saputo produrre tali cambiamenti, donne e uomini che hanno ispirato me e il mondo con la lora coraggiosa ricerca della pace. Ma so che il premio riflette il tipo di mondo che quelle donne e uomini e tutti gli americani vogliono costruire, che dà vita alla promessa dei nostri documenti fondativi. E so anche che nella sua storia il Nobel per la pace non è stato assegnato solo per onorare risultati specifici. E’ stato usato anche per enfatizzare una serie di cause. Per questo accetto questo premio come una chiamata all’azione, un incitamento alle nazioni di fronte alle sfide comuni del XXI secolo. Un premio non per i risultati ma per gli ideali.

Qualcuno ha rimproverato al Presidente il mancato ritiro delle truppe dal Medio Oriente. Ma mentre si pianifica un maggiore impegno sul fronte dell’Afghanistan (giustamente, a mio modo di vedere, essendo la minaccia talebana una miccia tra le principali dell’ordigno a orologeria del terrorismo internazionale), Obama si sta impegnando anche in una difficoltosa exit strategy dall’Iraq (che, non dimentichiamolo, con le sue risorse naturali è stato il bersaglio sbagliato nella lotta dell’Occidente al terrorismo islamico). E Obama è il Presidente a cui sono bastati 2 giorni per chiudere quell’insulto ai diritti civili che era la prigione di Guantanamo.

E’ stata premiata una visione del mondo e della storia, che una volta tanto guarda al futuro e lo fa con i toni del dialogo e dell’integrazione, il che è già di per sé una bella rivoluzione di paradigma. Cosa chiedere di meglio? Forse che nel mondo si sveglino all’improvviso 10, 100, 1.000 uomini come Barack Obama e comincino a ragionare insieme sul disarmo nucleare, le strategie di contrasto al cambiamento climatico, la rivoluzione energetica orientata verso le fonti rinnovabili e uno sviluppo sostenibile. Non è un caso che nel suo intervento Obama sia tornato a riferirsi al New Beginning.

Dopo l’audacia della speranza, un Nuovo Inizio.

E’ ciò a cui ci troviamo già di fronte, forse senza rendercene conto. Specie se in meno di un anno Barack Obama è riuscito a convincere il mondo intero che fosse perfettamente naturale riallacciare il dialogo con l’universo islamico, instaurare un confronto con l’Iran dopo che il suo predecessore ci aveva portati in pochi anni a 5 minuti dalla mezzanotte sull’Orologio dell’Apocalisse, e richiamare l’America ai suoi impegni davanti al protocollo di Kyoto. Tanto scontato, tutto ciò, da non meritare il Premio Nobel per la Pace.

TotoNobel 2009

Posted on Settembre 23rd, 2009 in Micro, Nova x-Press | 1 Comment »

Si approssima l’8 ottobre e per la Rete imperversa il TotoNobel: Roth, Vidal, Oates, Atwood, Vargas Llosa, a chi toccherà quest’anno? Come ogni anno da un pezzo a questa parte, torna a farsi il nome di Bob Dylan, utile a richiamare l’attenzione delle falene dell’informazione. E per fortuna ancora non sono spuntati né il nome di Pynchon, né quello di DeLillo, perché quest’anno mi rendo conto di un radicale cambio di atteggiamento da parte mia nei confronti del massimo riconoscimento al mondo per la Letteratura. Saranno state le beghe provinciali che hanno tenuto banco in questa litigiosissima marca d’Europa, oppure lo strascico di polemiche che ha sempre accompagnato ogni assegnazione a cui mi sia ritrovato a prendere parte, ma ormai sento di avere raggiunto la mia soglia di tolleranza anche nell’ambito dei “presunti” riconoscimenti di merito.

Non è che del Nobel di quest’anno non me ne freghi niente, capiamoci. E’ che preferirei non vederlo assegnato a titani come DeLillo o Pynchon. Magari è per continuare a crogiolarmi nell’idea dell’ingiustizia di ogni concorso letterario e di questo più degli altri, con la sua pretesa di misurare il valore di un autore in termini relativi, mettendolo a confronto con i suoi colleghi e facendo rientrare nell’algoritmo anche fattori extraletterari come sofisticati giochi di equilibrismo geopolitico. O forse è solo perché coltivare un piacere è più appagante, quando il suo valore è riconosciuto da pochi. Di certo, però, sarei curioso di assistere alla reazione di Pynchon e di scoprire chi potrebbe mandare a tenere il discorso di ringraziamento, dopo il comico Irwin Corey… Quello sì che varrebbe il sacrificio di un piacere segreto!

La lezione del futuro

Posted on Settembre 14th, 2009 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Nova x-Press | 9 Comments »

L’infelice uscita di Veltroni sulla fantascienza, non lo nascondo, mi ha dato un po’ da pensare in questi giorni. Sbollita l’incazzatura per il tono di sufficienza, direi quasi di “superiorità”, che si può leggere senza difficoltà tra le righe della citazione, resta la triste impressione di avere colto una possibile verità sullo stato delle cose. Quell’affermazione è come una fotografia, che cattura al contempo la luce dell’istante e, nelle ombre che si muovono fuori scena, il presagio di ciò che potrebbe accadere da un momento all’altro.

Si è ripetuto a più riprese che l’atteggiamento di chi disdegna la fantascienza senza conoscerla (diciamo pure: dall’alto di un trono di ignoranza) nasce da un retaggio della nostra cultura italiota, di stampo umanista e crociano. Incontestabilmente, la cultura scientifica non ha mai goduto di ampia popolarità, qui da noi, e quarant’anni di tagli alla ricerca sono serviti a formare una popolazione che insegue con entusiasmo l’ultimo modello di cellulare crogiolandosi nella beata ignoranza di quale sia - non dico il significato di banda o il concetto di onda elettromagnetica, ma dei fondamentali, come per esempio: - il numero dei pianeti del sistema solare, la natura dei colori oppure il modello atomico. Parliamo delle basi, in merito alle quali mi accontenterei anche di una cultura nozionistica minima, se non altro come infarinatura da accostare alle conoscenze specialistiche e settoriali che, per esigenze lavorative o interessi personali, ciascuno di noi dovrebbe avere. Invece, con la complicità del nostro sistema scolastico, l’ignoranza è diventata dapprima un atto di ribellione al sistema, e poi uno status symbol del conformismo imperante che accomuna - guarda un po’ - tanto la massa indistinta dei consumatori quanto - sacrilegio! - l’autocompiacente per quanto rissoso establishment culturale di questo Paese.

Ho preso il tema un po’ alla lontana, ma per volere farla breve posso affermare la mia convinzione che la situazione attuale sia solo la somma degli effetti di decenni di paziente preparazione, deliberata oppure involontaria (e, in quanto tale, incosciente), una forza carsica che ha eroso i nostri margini cognitivi e scavato sotto la superficie finché non ci siamo ritrovati a poggiare la nostra esperienza quotidiana sul nulla. E’ l’oblio che cancella ogni sera le preoccupazioni del giorno appena trascorso, la rimozione notturna che ogni mattina ci consegna all’abbraccio di un nuovo giorno radioso, assuefatti, narcotizzati e felici della nostra prossima razione di telemanipolazione. Lo stato delle cose è questo: non proviamo più alcuna vergogna delle nostre lacune (be’, forse non è nemmeno mai stata necessaria la vergogna, ma un tempo si potevano dare per scontati requisiti minimi di decenza e dignità che al giorno d’oggi vediamo purtroppo del tutto disintegrati), ma al contrario ce ne compiacciamo.

Ho provato a fare un esperimento, dopo avere ascoltato le parole di Veltroni. Ho provato a immaginarmi alle prese con la stesura della biografia di un musicista (diciamo, per retaggio kubrickiano più che per praticità d’esempio, Ludwig van Beethoven) e quindi con la presentazione del volume frutto di tali fatiche. E poi ho declinato l’affermazione di Veltroni calibrandola sulle circostanze. Mi sono immaginato di fronte alla platea mentre dicevo: ”Per me la parte sull’opera di Ludovico Van è stata la più difficile da scrivere, perché non volevo parlare di musica”. Mi sono trovato a disagio al solo pensiero, ma mi sono detto che forse non era un buon esempio. Ho provato quindi a ripetere l’esperimento - dopotutto la replicabilità è una delle condizioni del metodo scientifico - figurandomi di avere scritto, piuttosto che una biografia di Beethoven, un trattato sui Malekula delle Nuove Ebridi. Davanti agli astanti convenuti per sentirmi parlare del libro, mi pronunciavo in questi termini: “Per me la parte sui costumi dei Malekula delle Nuove Ebridi è stata la più difficile da scrivere, perché volevo evitare di fare dell’antropologia”. L’effetto non cambiava, così mi sono deciso a scrivere questo intervento che, altrimenti, mi sarei (e vi avrei) volentieri risparmiato.

Avvertivo qualcosa di profondamente sbagliato e continuo ad avvertirlo tuttora, quando rileggo quelle parole. Si tratta della percezione di una posa, di un’autoconvinzione, che denuncia al di là dei limiti effettivi (non si può pretendere la conoscenza universale da una persona) una ben più preoccupante ristrettezza di metodo e vedute: in altre parole, il sottodimensionamento della consapevolezza dei propri limiti. Esibire i propri limiti con tanta ingenuità può risultare anche commovente, a patto di riuscire a superare l’affronto dell’insulto che potresti esserti sentito rivolgere contro dal pulpito. Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora per estensione potremmo pensare che è giusto che la televisione sia in mano di gente che ignora le basi della comunicazione e i presupposti di un servizio pubblico (smentendo quindi quanto da lui sostenuto nel seguito della presentazione). Perché se uno come Veltroni può scrivere del futuro “senza fare della fantascienza”, allora noi che proviamo a scrivere fantascienza chiamandola con il suo nome non solo non meritiamo la sua compagnia (poco male), ma addirittura non siamo degni di confrontare la nostra visione con la sua, e nell’esclusione preventiva di qualsiasi possibilità di dibattito come riusciremo a fargli presente che, caro Walter, parlare di futuro non è stata mai una condizione vincolante per la fantascienza? Anzi, come mi sono ritrovato io stesso a dire e ripetere, su questo blog e altrove, riprendendo le parole di esperti ben più qualificati del sottoscritto a sostenere un discorso critico sul genere, attraverso la sua rappresentazione del futuro la fantascienza non fa altro che parlarci del presente. Di noi, del nostro mondo com’è e - certamente - di come potrebbe diventare, ma sempre a partire da un dato di fatto, evitando di appoggiarsi sulle fondamenta fumose dell’emotività e dell’(ind)istinto.

Veltroni, quindi, è un cattivo maestro. E adesso non voglio soffermarmi sul suo harakiri politico, con cui in un colpo solo ha resuscitato il nostro Premier e suicidato la già moribonda sinistra italiana (altro che accanimento terapeutico). Qui voglio parlare della sua sentenza, perché come sarebbe impossibile raccontare la vita di Beethoven lasciandone fuori la musica, allo stesso modo voler lasciare fuori dalla propria visione del futuro la letteratura che al futuro dedica i propri sforzi di concettualizzazione/estrapolazione/speculazione da un secolo e più (senza mai, ribadiamolo a prova di errore, perdere di vista il presente), ebbene, denota un’ingenuità di fondo senza misure. Ed è in questo che consiste il suo essere un cattivo maestro, nel volere metterci in guardia dai pericoli e dai rischi a cui ogni giorno è esposta la democrazia, nel volere ambire a un’alternativa al desolante stato attuale della società italiana, nel voler aspirare alla costruzione di un mondo diverso e più giusto (i richiami alla figura di Obama svuotati di ogni slancio innovativo che echeggiavano nella sua ultima campagna elettorale come un banale mantra per l’autoconvincimento) mancando - non delle basi tecniche o cognitive, o almeno non solo, ma soprattutto - dell’umiltà necessaria per ambire a tanto.

Ascoltare per essere ascoltati.

La fantascienza lo fa da sempre. Ascoltare il mondo, per essere ascoltata nei moniti. E’ un discorso che il più delle volte resta confinato nel suo dominio (il discorso sull’autoreferenzialità del suo immaginario lo abbiamo già richiamato e lo richiameremo ancora, presto), ma che quando travalica i bordi del genere ci regala capolavori come 1984, Mattatoio n. 5, Rumore Bianco o L’arcobaleno della gravità.

La fantascienza ci parla del presente attraverso la prospettiva del futuro e il suo grande merito è proprio quello di avere appreso una lezione elementare, per quanto resti ignota ai più: il futuro non è subordinato al presente. Potremmo chiamarla “la lezione del futuro” ed è con questo motto che dovremmo rivendicare la priorità del domani, che così irrilevante all’uomo comune non dovrebbe nemmeno risultare se, in fondo, è pur sempre il tempo in cui ci toccherà trascorrere quanto ci resta da spendere delle nostre esistenze.

Solo alla luce del futuro, quello che sta accadendo in questi giorni assume un’ombra sinistra e dalla sua dimensione grottesca e tragicomica assurge a inquietante paradigma di un’epoca. Solo alla luce del futuro possiamo sperare di esorcizzare, anche solo attraverso un moto di indignazione e ribrezzo, i tempi ancora più cupi che sembrano profilarsi all’orizzonte di questa Italia da cabaret. E’ una questione di prospettiva. Nient’altro.

Prevalga il futuro!

Vento d’estate

Posted on Luglio 23rd, 2009 in Kipple, Nova x-Press | 4 Comments »

Mi sarebbe piaciuto fare un post più organico, ma il tempo è quello che è e io sono in partenza. Resterò via per qualche giorno e non penso che ci risentiremo prima della prossima settimana. Settimana inoltrata, temo. Gli impegni si stanno intensificando e il lavoro non concede tregua, per cui l’obiettivo che mi ero prefisso di chiudere i sospesi per la prima settimana di agosto può considerarsi abbondantemente mancato. Così va la vita. Questi sospesi, giusto per infrescarmi la memoria, consistono in:

1. revisione del romanzo a 4 mani scritto con il compagno Fernosky [non ve ne ho parlato? Be', lo faccio ora: un noir ambientato nella provincia profonda, nel cuore dimenticato e desolato di Bassitalia, dove strane morti di ragazze dell'Est mettono nei guai altri immigrati, mentre italiani tranquilli inseguono il miraggio di un successo veloce senza colpo ferire, e cowboy solitari si dividono tra il sogno di una vita pacifica e l'obbligo della lotta. Contro soprusi, omertà, corruzione, eco-crimini e immobilismo. Una storia calata nel presente, ma con molti richiami al futuro. Un romanzo di fantascienza al contrario, forse: sui preparativi per l'Apocalisse];

2. un racconto di fantascienza postumanista che avrebbe dovuto essere concluso il 31 dicembre… scorso [il dilemma isolazionismo/integrazione su cui andavo speculando un annetto fa e più mi ha spinto su una tangente molto pynchoniana, e capirete bene che mettere Pynchon su un altro pianeta, alle prese con strani fantasmi alieni e tecnologia postumana, oltre che con la minaccia di un'orda di barbari invasori, non è esattamente quello che si può definire un gioco da ragazzi];

3. un racconto steampunk per il prossimo settembre [file secretato];

4. un racconto noir ambientato ai margini del Kipple [dopo aver preso le mosse dalle parti di Logica del dominio, si è trasformato nella storia di una vendetta con rapina; e non escluderei, a questo punto, una deriva hard-boiled, giusto per non rischiare di finire vittima delle etichette].

L’ideale sarebbe stato uscire dal collo di bottiglia per il 7 agosto prossimo, ma a questo punto mi ritrovo in netto ritardo. E la cosa non dovrebbe stupirmi più di tanto. Se dovessi scoprire che vivo solo con 2 settimane di ritardo sulla tabella di marcia della mia vita, avrei già le mie buone ragioni per gioire.

Planets, by Moskatomika.

Intanto, non è pensando alle cose da fare che le cose si faranno… per cui mi rimetto all’opera subito, e vi lascio con un paio di segnalazioni/appuntamenti:

a. su Georemote prosegue la caccia agli indizi seminati dall’invisibile beatingartery; ma questa volta, grazie agli sforzi di TyrOne, viene fuori un aspetto molto matematico;

b. arriva in edicola nei prossimi giorni il quinto volume di Epix: Bad Prisma, un’antologia collettiva dedicata allo spettro di Melissa, fantasma metropolitano su cui Danilo Arona sta intessendo la sua suggestiva mitologia del XXI secolo;

c. tenete d’occhio il blog di Urania, domenica. L’annuncio del vincitore del premio Urania è ormai questione di giorni.

E per il momento dovrebbe essere tutto, o almeno una buona parte.

C’ya in the future, cyberspace cowboys!

L’ombra sinistra di Sterling

Posted on Luglio 18th, 2009 in Letture, Nova x-Press | 1 Comment »

[Avvertenza: il titolo non si riferisce al Bruce Sterling scrittore di fantascienza, critico, blogger e guru di tendenza, ma ad Andrea Sterling, personaggio di finzione nel romanzo Confine di Stato.]

Torno a parlarvi di Confine di Stato, ora che a lettura ultimata penso di avere acquisito ulteriori elementi, sebbene non definitivi, sulla storia dei grandi segreti italiani del dopoguerra romanzata da Simone Sarasso. A freddo, mi sento di confermare il giudizio estremamente positivo che avevo già anticipato a lettura in corso, ma alle prime impressioni se ne sono aggiunte altre ed è su questo che adesso vorrei soffermarmi.

La struttura del libro è digressiva in ossequio ai canoni del postmoderno, delle inchieste nere in stampo realista a cui già facevo riferimento nel post precedente, e tale natura determina una mutevolezza nell’effetto della lettura, con il libro che cambia pelle a più riprese con la stessa frenesia con cui si concede salti e transizioni del punto di vista, per arrivare nel finale a una virata nei territori più classici della spy-story. E insieme al libro subisce una parallela metamorfosi anche la figura enigmatica di Andrea Sterling. Il personaggio-chiave del romanzo entra in scena gradualmente e all’inizio lo vediamo solo per interposta persona, attraverso gli occhi dello psichiatra che se ne prende a cuore le sorti e che, inconsapevolmente, metterà sulla breccia la peggiore macchina da guerra su cui i Servizi Segreti abbiano mai potuto fare affidamento.

Progressivamente l’autore ne mette in luce il passato oscuro, i traumi della reclusione in orfanotrofio prima e in un istituto di igiene mentale poi, l’arruolamento, l’addestramento, la formazione e la militanza.

Ma è nelle pagine che anticipano il finale (e che si riallacciano in un ideale cortocircuito alla scena del prologo, nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana) che il personaggio mi ha spinto a dare forma alle questioni che cercherò di affrontare adesso, che sollevano interrogativi e dubbi utili per una riflessione sulla scrittura, nella fattispecie sulla definizione e l’impiego dei personaggi. Sterling - e l’uso che di Sterling fa Sarasso - è per molti versi emblematico. Nasce come ombra: incarnazione dei peggiori incubi della nostra società, ci ricorda come il terrorismo, rimosso a più riprese e tornato di stringente attualità internazionale a cavallo del cambio di Millennio, già aveva avuto modo di sedimentarsi nella nostra memoria nazionale all’epoca degli anni di piombo e poi, più avanti, con le varie stagioni stragiste ideate dalla cupola di Cosa Nostra. Sterling è un fantasma che attraversa i peggiori delitti della nostra storia ed evolve quindi in allegoria, arrivando a sfiorare lo status di metafora del Male Assoluto. Ma nel finale, pur senza determinarne la natura e senza risolverne l’ambiguità, Sarasso riesce a mettere in discussione tutto quanto precedentemente acquisito sul suo conto. Continua, in altre parole, a preservarne la dimensione sospesa tra realtà e immaginario, tra persona e leggenda, tra vita e incubo, riconoscendo a Sterling una «dimensione umana». In questo modo Sarasso opera una svolta che mi ha dato molto da pensare, trasformando il cacciatore, il carnefice, l’eversore, nel simbolo della coscienza sporca del nostro Paese, l’icona di tutti i brutti sogni sepolti nel nostro passato

Fino alla ripresa dell’episodio di Piazza Fontana, Andrea Sterling è l’uomo nero che si nasconde dietro vent’anni di delitti all’italiana, dall’assassinio di Wilma Montesi alla «rimozione» di Enrico Mattei: un vero demonio, uno spirito maligno che opera nelle tenebre, si sporca le mani senza troppe esitazioni e muove le sue pedine al fine di preparare l’avvento a un nuovo ordine autoritario, totalitarista, che resta vago anche nelle sue concezioni ma che non è difficile associare alle inquietanti insegne del neofascismo. Sterling agisce implacabile, un’arma umana micidiale. Un personaggio di fiction, senza spessore. Ma dopo la strage di Piazza Fontana lo ritroviamo ai funerali impegnato a dimostrare a se stesso la propria (in)capacità di partecipare emotivamente allo strazio delle vittime e dei loro familiari. Un demonio non si sarebbe cimentato in quest’attività, tantomeno un fantasma. Ma il tentativo di confrontarsi con il dolore rende in qualche misura conto dell’appartenenza di Sterling a quell’umanità che ha disconosciuto dopo essere stato a sua volta rifiutato. Manca l’empatia che lo renderebbe a tutti gli effetti un essere umano, coscienza e spirito senziente. Ma il quid che lo aliena al discorso sovrannaturale e metaforico si dimostra frutto della scelta più coraggiosa compiuta dall’autore: il suo rifiuto di ricadere nello stereotipo facile e consolatorio, anche se il romanzo ben si presterebbe a una decisione di questo tipo; e la volontà di sporcarsi e di ferirsi maneggiando la realtà quando questa sa dimostrarsi dura, perfino più del previsto.

La cosa più difficile da digerire, in Confine di Stato, risulta alla fine proprio la consapevolezza che uomini come Andrea Sterling possano essere esistiti e possano esistere tuttora, indaffarati ad attraversare con la loro ombra lunga e affilata gli eventi della Repubblica. Oscuri manovratori, chiamati in azione ogni qual volta un articolo o una legge o una sentenza potrebbero non bastare a sistemare le cose. Chiamati a servire gli interessi di qualche fazione politica o loggia di potere.

Per la causa.

Perché, come sentenzia lui stesso al termine della sua iniziazione sul campo, “Il mondo è cattivo con gli inermi“. Parole che gelano il sangue.

Anche solo contemplare questa possibilità è angosciante, quanto riesce inquientante la presenza di Sterling nelle pagine del libro: rarefatta, elusiva, prima; e poi deflagrante, agghiacciante, ma sempre feroce e comunque enigmatica. Non c’è niente di consolatorio in questa figura sinistra, capace di compiere il viaggio di ritorno dopo avere raggiunto la dimensione ideale del simbolo, prodotto oscuro dello stato di schizofrenia in cui dal Dopoguerra versa inalterata la coscienza italiana.

[Nelle immagini, fotogrammi tratti da A Beautiful Mind (2001). Nel film di Ron Howard, Ed Harris è William Parcher, l'eminenza grigia che perseguita gli incubi schizofrenici di John Nash.]

Sergio Altieri about Italian SF

Posted on Luglio 2nd, 2009 in Connettivismo, Fantascienza, Nova x-Press, ROSTA | 12 Comments »

Su SF Signal, a circa un terzo di pagina, Sergio Altieri, Editor per le collane da edicola della Mondadori, dipinge un rapido quadro del panorama italiano dei generi connessi al fantastico.

Alan D. Altieri, picture by IguanaJoColgo l’occasione per spendere giusto 2 parole, molto meno preziose di 2 centesimi, su una cosa che mi porto dietro da un po’. Negli ultimi mesi ho assistito a vagonate di merda riversate su Urania e sull’attività di Giuseppe Lippi nello specifico e più in generale di Sergio Altieri al servizio dei categories Mondadori. Ho assistito allo spettacolo da interno, dietro le quinte, grazie al punto di vista privilegiato che mi è concesso dalla gestione del blog di Urania (tra flame war scoppiate e altre sventate in extremis). E vi ho assistito anche da esterno, attraverso le mie consuete ricognizioni in Rete.

Il culmine lo si è raggiunto con il varo di Epix, la nuova collana gemella di Urania dedicata al fantastico, che si è guadagnata una nutrita schiera di oppositori ancora prima di approdare nelle edicole. Notoriamente non sono un amante del fantasy. Ma nei primi 4 numeri della collana ho trovato 2 chicche come un’antologia di Evangelisti (una raccolta di testi editi, okay, più due novelle che potremmo ritenere inedite, considerate le tirature e le forme in cui erano apparse in precedenza) e il secondo volume della Zombie Trilogy di Wellington (un autore popolare nel senso più stretto del termine, che ha maturato l’ammirevole consuetudine di pubblicare la serializzazione dei suoi romanzi direttamente sul suo sito web). Evangelisti e Wellington non sono tra quegli autori universalmente apprezzati dalle schiere degli appassionati di genere, ma personalmente ammiro molto il loro lavoro e avere molto apprezzato il 50% delle uscite della collana neonata mi lascia fiducioso per il futuro di Epix, al di fuori dalle logiche di scuderia e dai secondi fini che mi si potrebbero attribuire.

On-line, invece, se ne possono leggere di tutti i colori. Su Urania, su Epix, su Lippi e su Altieri. Insinuazioni e giudizi preventivi che il più delle volte non si sollevano di molto dal tenore di Giuseppe Lippi e Vittorio Curtoni, foto di Giuseppe Festino (via Intercom)chiacchiere da bar. Eppure sembrerebbero fioccare gli ”appassionati” o sedicenti tali disposti a battere le mani e lanciare noccioline alla scimmia, perché la scimmia continui a fare le boccacce e non interrompa la sua esibizione. Non gioverà alla mia popolarità, ma nel mio piccolo ne faccio una questione di onestà e di coerenza: se non fosse stato per il lavoro di gente come Lippi o Vittorio Curtoni non avrei mai maturato la passione per il genere che oggi posso rivendicare. E se non fosse stato per Altieri il mio nome non sarebbe mai apparso su un sito internazionale, non almeno oggi che non ho ancora 29 anni. C’è gente che vorrebbe vedere Urania chiudere i battenti e altri che comprerebbero Epix solo per bruciarla. Io, alle persone che stanno dietro a queste collane e che ogni settimana devono schivare le più pretestuose e futili delle critiche, non posso fare altro che riconoscere un’ammirazione incondizionata. Ci vogliono le palle per fare quello che fanno loro. E io li ringrazio per tutto quello che, malgrado tutto, continuano a fare.

Per me e per noi.

[In alto: Sergio "Alan D." Altieri fotografato da IguanaJo. In basso: Giuseppe Lippi e Vittorio Curtoni, foto di Giuseppe Festino.]

Il nemico immaginario

Posted on Maggio 30th, 2009 in Agitprop, False Memorie, Nova x-Press | 6 Comments »

Tutta questa vicenda che sta monopolizzando l’attenzione della stampa nelle ultime settimane mi sembra paradigmatica dello stato di schizofrenia che vive il nostro Paese fin da tempi poco sospetti, prima che paradossalmente proprio Tagentopoli schiudesse la strada al più compromesso uomo politico che la Repubblica abbia mai avuto. Se tutto andrà come spero, e come sembra che le cose si stiano mettendo, sono certo che un giorno sapranno anche ricavarne un buon film a suggello di tutto: qualcosa a metà strada tra Tutti gli uomini del Presidente, W. e Il Divo, naturalmente.

Se il lavoro metodico, tenace, ostinato, che stanno conducendo i giornalisti della Repubblica coordinati da Giuseppe D’Avanzo (e questa non è la prima volta che celebro il giornalista napoletano su queste pagine, per cui accusatemi pure di parzialità) merita la massima attenzione, è anche perché sta portando a galla quelle fatuerie che puntellano la vita di un Premier che la sua naturale megalomania ha indotto milioni di italiani a credere “primo tra i suoi pari”, uomo di successo perché infaticabile lavoratore, modello da imitare per la sua dedizione a tutte le cause abbia abbracciato nella vita, si trattasse di boom edilizio, di TV commerciale o delle meno redditizie sorti dell’Italia.

Torno mio malgrado sull’argomento per l’ennesima volta in questi giorni (sembra che lo Strano Attrattore riesca ormai ad attirare principalmente i sintomi del cedimento strutturale e istituzionale del nostro Paese) perché leggendo l’editoriale odierno di D’Avanzo su Repubblica.it mi sono imbattuto nel seguente passaggio:

Come tanto tempo fa, quando nei giardini della villa Olivetta di Portofino lo sentirono gridare: “Dài, colpiscimi, stupido. È tutta questa la tua forza? Colpisci più forte, ancora più forte”. Quelli di casa pensano a un ladro, a una rissa. Accorrono. Lo vedono lì sul prato. Solo. Lui saltella, arretra, avanza, scarta di lato in un’immaginaria rissa. Le gambe flesse, i passi corti, il pugno destro ben stretto a protezione della mascella e il sinistro che si allunga veloce contro l’avversario che non c’è.

Questo brano mi ha colpito per due ragioni.

La prima: coglie un aspetto insospettato della vita privata del Cavaliere, di una vanità non inferiore a quella dimostrata dalle sue telefonate serali a una ragazza conosciuta sulle pagine di un book fotografico passatogli dal suo fedele maggiordomo mediatico. Proprio come in W. l’indomito Bush sognava di acciuffare la palla vincente in un match di baseball, meritandosi in questo modo la gloria, B. viene sorpreso in un momento di intimità novello don Chisciotte, alle prese con il suo sogno di sbaragliare nemici invisibili. D’altro canto, se il culto della personalità e la dieta di disinformazione sono i pilastri cardine del suo regime, non è difficile risalire all’ascendenza che deve avere avuto sulla sua formazione politica il motto “molti nemici, molto onore“. Ma è proprio questa immagine di lui intento a opporsi ai fantasmi che mina la credibilità di uomo prammatico che sta alla base della sua fortuna politica e mediatica.

La seconda: mette in luce un aspetto drammatico della vita politica italiana di questi anni. La logica dello scontro su cui è sempre stata impostata la dialettica parlamentare (ben più becera di quella extra-parlamentare, come hanno dimostrato in aula gli assalti frontali a Romano Prodi) è una chiara espressione di questa necessità, da parte del Cavaliere, di uno spettro a cui contrapporsi per potere guadagnarsi la simpatia degli elettori e in questo modo prevalere. Tutta la sua parabola amministrativa, dopotutto, è un rosario snocciolato facendo leva sulla paura: dei comunisti, dei clandestini, della magistratura. Lui che ha sempre fatto vanto nazionale e internazionale delle sue frequentazioni assidue con l’ex-KGB Vladimir Putin, che ha stipendiato un latitante di Cosa Nostra e che il suo entourage di avvocati se lo è portato subito in Parlamento. Il Premier ha plasmato la politica italiana a sua immagine e somiglianza, come dimostra la progressiva deriva al centro del principale partito di opposizione nel vano - anzi controproducente - tentativo di azzardare un inseguimento alla mediocrità. Lo ha fatto dopo avere plasmato a somiglianza del suo mondo i sogni e le fantasie di milioni di italiani pasciuti dalle sue TV, da modelli di comportamento e successo che oggi possiamo vedere purtroppo riprodotti dappertutto.

Se pure questa vicenda saprà bonificare la vita politica dalla figura di Berlusconi, il berlusconismo risulta ormai profondamente radicato nella mentalità italiana. Ci vorrà molto più tempo per depurarci dall’inquinamento psichico a cui siamo stati esposti nel corso di questi anni. E non è affatto detto che ne usciremo illesi.

Le campagne di odio, la dieta di menzogne e falsità, i sogni spacciati a buon mercato ci hanno fiondati in un Paese Virtuale, trasformandoci tutti nei surrogati di un atroce sogno berlusconiano: automi con un solo idolo, senza memoria, ma provvisti in compenso di ambizioni effimere. Siamo tutti vittime di uno sogno inconsistente e per questo mi domando quanti potrebbero essere oggi gli italiani con il coraggio di condannare Berlusconi per i suoi comportamenti privati e quanti sarebbero invece quelli disposti a riconoscergli ancora la loro stima e ammirazione incondizionate, con un tocco di invidia per quelle feste di Capodanno organizzate in Sardegna almeno in parte a spese dei contribuenti (ci sarebbero delle foto, rimaste in giro nelle redazioni delle testate italiane per mesi, che mostrerebbero tra le altre cose l’aiuto-giullare Apicella scendere da un aereo con i contrassegni dell’Aeronautica Militare). In quest’Italia da soap opera e notti piccanti non ci si scandalizza più se il Premier promette agli sfollati de L’Aquila crociere gratis mentre il termovalorizzatore di Acerra (spacciato come monumento al provvidenziale risolutore della Crisi Rifiuti) viene travolto dall’ennesima ondata di scandali e accuse (con Bertolaso, udite udite, costretto ad ammettere alcuni problemi con le ”emissioni del­l’inceneritore”), la Campania riprende a boccheggiare sotto i rifiuti e altre regioni si apprestano a imitarne gli exploit. In Berlusconistan nessuno alza la voce se un premio Nobel viene rifiutato da una delle più prestigiose case editrici - nonché suo storico editore, con l’unico difetto di essere caduto nel frattempo sotto il controllo del Cavaliere - per avere espresso giudizi poco accondiscendenti sull’operato del Premier e sui suoi influssi malefici sulla vita e la coscienza degli italiani.

Viviamo tutti nel sogno ebbro di una coscienza collettiva narcotizzata, se siamo disposti ad accettare tutto questo con una scrollata di spalle.

Sempre in W., c’è una scena esilarante e tragicomica in cui Bush convoca un vertice dello staff nel suo ranch in Texas: con un certo stupore da parte dei suoi collaboratori li conduce in una riunione itinerante in cui dimostra qualche limite di comprensione sulle loro strategie di esportazione della democrazia, ma alla fine dà il suo assenso distratto all’attacco preventivo ai danni dell’Iraq, con la massima disinvoltura e leggerezza immaginabili. Solo a quel punto si rende conto di non sapere più come fare per tornare a casa: immaginatevi l’Amministrazione americana dispersa nella prateria, al tramonto, senza un riferimento o un’idea sulla via del ritorno. Ecco, il panorama da decadenza che in questi giorni traccia la stampa estera dell’Italia non mi sembra poi molto diverso.

Il Premier è pronto come sempre a inventarsi nemici immaginari per restare in sella, per non cadere dal suo trono. Ma il nemico dell’Italia è uno spettro in carne e ossa, con un’eco psichica che non sarà facile estirpare. Questo più che mai è il momento di esercitare doti di Resistenza da contrapporre all’egemonia indiscriminata di una dittatura morbida ormai alla frutta.

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12 mesi dopo

Posted on Maggio 23rd, 2009 in Nova x-Press | 9 Comments »

286 post. 715 tra commenti e link interni. Una ragnatela puntellata da 1.113 tag, una raccolta di istantanee messe insieme nell’arco di un anno-rete, fossili ripartiti in 18 categorie. Solo un po’ di numeri, sparati per ragioni meramente statistiche. Nell’ottica della glasnost che contraddistingue queste pagine dall’inizio, circa 42.000 accessi sono stati registrati finora a partire da fine giugno. 6.900 nell’ultimo mese. 

Oggi mi trovo oltre confine. Ma non potevo rinunciare a celebrare questo primo compleanno del nuovo corso dello Strano Attrattore. E vi regalo questa folgorante elaborazione steampunk partorita dall’esimio Moskatomika per un progetto top secret. Un supereroe fin-de-siècle o un incubo al vapore? Prima o poi vi aggiornerò. Intanto, grazie a tutti per esserci.

Back to the future, cyberspace cowboys!

Psicopatologia di massa nell’Italia del XXI secolo

Posted on Maggio 21st, 2009 in Agitprop, False Memorie, Futuro, Nova x-Press | 4 Comments »

Credo che a questo punto sarebbe opportuno che qualcuno si decidesse a compiere un’indagine accurata e servita dai più sottili strumenti critici per comprendere la situazione politica e sociale italiana sul finire di questi fottuti anni Zero. Dopotutto deve pure avere un suo interesse accademico il consenso crescente accordato a un Premier palesemente inadeguato, pluri-condannato, colluso e oggetto di accuse pesantissime da parte della donna che lo ha sposato ed è rimasta al suo fianco per più di un… ventennio. Un Premier che non ha pudore nel contraddirsi un giorno sì e l’altro pure, una figura istituzionale con lo spessore di un foglio di carta velina, un miliardario che ha trasformato il Paese nel suo parco giochi personale. Il privato è privato e il pubblico è pubblico, ma come firme più autorevoli hanno già chiarito il nostro è stato il primo Premier nella storia repubblicana a mettere sotto i riflettori la propria vita (imprenditore di successo, capofamiglia attento e amato, istrione e cabarettista), per cui sarebbe stato lecito attendersi quanto meno un contraccolpo di qualche tipo dopo tutto il piombo mediatico riversato sull’elettorato. E invece niente. Nada. Zero.

Potrebbe essere il sintomo di una coscienza civile e sociale ormai anestetizzata ad vitam, condannata all’EEG piatto. Flatline, per dirla come piacerebbe ai cyberpunk. La dittatura è morbida, direbbe qualcun altro. Non ci sono le squadre in divisa, ma per il momento le ronde scalcagnate suppliscono alla meglio. Non abbiamo la negazione di ogni libertà di espressione, ma qualcuno ha capito che la disinformazione può dare risultati ben più efficaci e duraturi. E, nell’assenza di un’alternativa plausibile, sembrerebbero del tutto senza effetto, al momento, le denunce che arrivano dalla stampa italiana d’opposizione (finalmente ridestata, la Dormiente, ancora una volta grazie a Giuseppe D’Avanzo) e dai media esteri. Il culto della personalità, invece, sembra praticamente lo stesso che avvolgeva il Duce e che continua a essere esercitato, nel disprezzo della Costituzione, verso la salma inumata a Predappio.

Il dizionario già ci offre tutta una terminologia sufficiente a descrivere questo stato di cose: neofascismo, neofeudalesimo, regime. Vivere oggi sotto questa egemonia culturale e psicologica non depone a favore del nostro futuro. Siamo succubi di una volontà agiografica che non conosce precedenti nelle democrazie moderne. Il problema forse è proprio che siamo un popolo senza memoria, e malgrado questo nostalgico. Contraddittorio, in questo, come chi ci governa. Non ricordiamo nulla del passato, ma quel passato lo rielaboriamo nella nostra immaginazione come un polpettone fantasy, nel rimpianto di una Aurea Aetas che non è mai esistita. Come sarebbe stato possibile maturare un qualsivoglia senso del futuro in un simile rifugio immaginario?

Aspettiamo quindi che qualcuno prenda in considerazione la possibilità di uno studio simile. Potrebbe aiutarci a capire un po’ meglio come siamo fatti e se è inevitabile un’eutanasia collettiva per questa Italietta da cabaret.

Il paesaggio interno codificato del Terzo Millennio

Posted on Aprile 22nd, 2009 in Connettivismo, Futuro, Nova x-Press | 3 Comments »

Credo che non esista omaggio più grande alla visionarietà del compianto J.G. Ballard delle notizie che circolano sui giornali e fluttuano nell’etere e nel flusso-dati in questi giorni. Lo scorcio di Terzo Millennio che ci troviamo a vivere coglie e riflette le folgoranti intuizioni del grande autore britannico meglio di quanto potrebbero riuscirci centinaia di pagine di saggi critici. La qual cosa ci dimostra al di là di ogni dubbio quali siano le potenzialità insite in una scrittura e in una mente lucidamente protese verso il futuro.

La memoria del futuro che echeggia le visioni ballardiane parla, in questi giorni, delle avvisaglie di una nuova guerra fredda, di pirateria informatica e non, di detriti spaziali, di mappe globali dell’accessibilità. Il mondo in cui viviamo sembra davvero codificato dalle pagine di un romanzo di fantascienza. Qualche esempio?

Dal cyberspazio: echi di guerra fredda prossima ventura? Gli archivi del Pentagono sarebbero stati violati, a quanto riferisce il Wall Street Journal, da hacker che ne avrebbero trafugato informazioni della massima segretezza inerenti, tra le altre cose, il Joint Strike Fighter F-35 Lightning II di cui parlavamo un po’ di tempo fa (un progetto militare da 300 miliardi di dollari, finanziato da diversi paesi, tra cui anche l’Italia), e il sistema di distribuzione elettrica degli Stati Uniti d’America. Secondo alcuni ufficiali del Dipartimento della Difesa gli attacchi informatici, che starebbero subendo una vera e propria escalation da sei mesi a questa parte, sarebbero originati in gran parte dalla Cina. Echi di una nuova guerra fredda si profilano all’orizzonte. Ma, viene da chiedersi, cosa c’è di più sicuro e in grado di garantire la pace internazionale della conoscenza dei segreti della più sofisticata macchina da guerra mai progettata?

Dallo spazio: un nuovo sistema di monitoraggio e previsione per i detriti spaziali. 9.000 detriti di dimensioni superiori a 10 cm, altri 100.000 di dimensioni inferiori ma comunque considerevoli. A tanto ammonta la conta dei frammenti in orbita sopra le nostre teste. Rifiuti di varia tipologia: resti di precedenti missioni spaziali, parti di razzi e vettori, bulloni, guarnizioni e pezzi di satelliti. Residui di collisioni precedenti. Una pioggia di proiettili potenzialmente letali per le strutture orbitali. E’ la cosiddetta space waste o space junk. Space debris: detriti orbitali, gli ultimi originatisi dall’impatto di 2 satelliti, uno dei quali dismesso, lo scorso 10 febbraio a 789 km di quota sopra la Siberia. Lo scenario espone al rischio della cosiddetta Sindrome di Kessler: la possibilità che, con l’aumentare del loro numero, la crescente probabilità di collisione tra i detriti ne produca un aumento esponenziale. Il risultato di questo effetto domino sarebbe una cortina di spazzatura orbitale che si opporrebbe come una barriera a qualsiasi iniziativa di lancio, rendendo impossibile la messa in orbita di nuovi satelliti per le comunicazioni e inibendo qualsiasi eventuale tentativo di esplorazione spaziale per diverse generazioni. Un nuovo algoritmo è stato messo a punto dall’Università di Pisa per tracciare i movimenti di questi insidiosi oggetti.

Dal Corno d’Africa: un punto di vista obliquo. L’escalation di assalti operati dalla pirateria somala negli ultimi mesi ha costretto molti paesi e molte compagnie ad adottare contromisure forti. Ormai sono sempre meno le navi che si avvenuturano oltre il Golfo di Aden prive di scorta armata. Ma gli attacchi continuano. E l’occasione, al di là del dramma delle persone coinvolte, può diventare il pretesto per richiamare l’attenzione sul problema del rischio di collasso ecologico a cui le compagnie occidentali, in combutta con agenti locali, stanno esponendo quei settori dell’Oceano Indiano. Un servizio curato da Najad Abdullahi per Al Jazeera lo scorso ottobre ha riacceso i riflettori su traffico di rifiuti speciali (scorie tossiche, a volte anche radioattive) sversati lungo le coste somale nell’arco degli ultimi 20 anni. Da quando, cioè, la Somalia è precipitata nel caos dell’anarchia militare, preda di bande e di eserciti che si contendono il potere zona per zona. Una verità sommersa, e riportata a galla solo dallo sconquasso provocato dallo tsunami del 2004, che spinse sulle coste dell’Africa orientale le prove inequivocabili dello scempio perpetrato ai danni di quei mari. Lo scenario è da brividi e richiama, se possibile amplificandola, la Crisi Rifiuti vissuta da Bassitalia.

Mappa dell’accessibilità: come fuggire dal mondo in 48 ore. Ricercatori del Joint Research Center dell’Unione Europea hanno messo a punto delle mappe di accessibilità in cui stimano i tempi necessari per raggiungere ciascun punto del pianeta dalla più vicina città con almeno 50.000 abitanti. Uno studio che dimostra quale livello di urbanizzazione e antropizzazione si sia ormai raggiunto, che è stato ripreso anche dal New Scientist: per navigare la mappa, cliccate qui; mentre se volete scoprire qual è il posto più remoto della Terra, partite pure da qui. Viviamo in un mondo sempre più piccolo: dove correremo a rifugiarci la prossima volta che sentiremo il bisogno di starcene un po’ da soli? Ognuno ha il suo posto segreto, lontano dagli uomini. Sul Pollino ce n’è uno tra i più solitari d’Italia.

Questa rassegna estemporanea, raccolta il 21 aprile 2009, può servire da punto di partenza per l’esplorazione di quei territori che già Ballard ha attraversato - innumerevoli volte - nel corso delle sue ricognizioni cartografiche. C’è un mondo intero lì fuori da esplorare ed è un mondo mutevole, in magmatica trasformazione. E il mondo interno non è meno vario né meno complesso da decodificare.