Archive for the ‘Futuro’ Category

Propaganda grigia 1: bispensiero nucleare

Posted on Dicembre 28th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro, Kipple, Transizioni | 2 Comments »

Non riesco a stabilire se su questo spot abbia esercitato un’influenza maggiore Robocop oppure Starship Troopers.

Mi sembra comunque abbastanza chiaro che Verhoeven ha saputo anticipare la nostra attualità con una lungimiranza orwelliana.

Ghost towns made in China

Posted on Dicembre 19th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 5 Comments »

Torniamo al fenomeno dell’urbanizzazione nella Cina turbocapitalista d’inizio XXI secolo. Ne parlavamo poco più di un mese fa, in merito alle acropoli del futuro. A quanto pare, ancora una volta la realtà è riuscita a sorprenderci. Su Repubblica.it sono state pubblicate le foto satellitari delle new town, fatte edificare dal governo di Pechino per alloggiare i lavoratori richiamati nelle zone economiche speciali per sostenerne lo sviluppo economico. Alloggi per decine di milioni di persone: 64 milioni di unità abitative, secondo alcune stime, ovvero sufficienti a ospitare comodamente la popolazione di Francia, Regno Unito, Italia e Spagna. Rimaste vuote, perché l’espansione urbana è stata sovrastimata fin dai primi anni ‘90 per puri fini speculativi, innescando un meccanismo di tempesta finanziaria ben descritto da Luca Vinciguerra sul Sole 24 Ore. E Pechino, per sostenere il PIL, in assenza di acquirenti ha incoraggiato e continua a incoraggiare la pratica della costruzione di nuovi alloggi destinati a rimanere vacanti.

A volte le nuove città cinesi sono state concepite come città satelliti di centri urbani preesistenti. E’ il caso per esempio di Zhengzhou e del suo Zhengdong New District. Altre come insediamenti completamente nuovi, come per esempio è accaduto per Kangbashi, definita la Dubai della Cina settentrionale, divenuta il simbolo di questa urbanizzazione selvaggia e scriteriata. Una città costruita nel giro di 5 anni, costata 161 miliardi di dollari e pensata per ospitare al picco della sua espansione, nel 2020, 300.000 abitanti. Quest’anno Kangbashi avrebbe dovuto raggiunere i 100.000 abitanti, ma per le autorità cinesi sono solo 50.000 e aggirandosi per le strade della città ci si può rendere conto di quanto sia sovrastimato anche questo dato. Per Bank of America e Merrill Lynch la città non conta più di 28.000 abitanti. Una ghost town nata tale, sulla spinta degli investitori di Ordos, la prefettura della Mongolia Interna che è anche il serbatoio energetico del Dragone (con un sesto dei giacimenti carboniferi e un terzo del gas dell’intera nazione). E con la connivenza del governo centrale.

 

Anche se non accreditate, le foto apparse su Repubblica.it provengono da questo servizio del Daily Mail, quotidiano britannico di orientamento conservatore.

Recorded Future: il domani è già scritto?

Posted on Dicembre 11th, 2010 in Futuro, Micro, Transizioni | 2 Comments »

Il passaggio commerciale/analitico dal momentum allo Zeitgeist, illustrato ieri su Repubblica.it in un articolo ben documentato di Giulia Belardelli. Si chiama Recorded Future e sul sito della start-up statunitense sovvenzionata dalla CIA e da Google che l’ha ideato viene presentato come il primo “motore analitico temporale” al mondo. Un modo per viaggiare nel tempo a cavallo delle onde dell’infinito mare dell’informazione. A stupire non è tanto l’annuncio, quanto semmai l’idea che uno strumento del genere non fosse già a disposizione delle intelligence di mezzo mondo.

Il furto del futuro e i suoi effetti imprevedibili

Posted on Novembre 30th, 2010 in Accelerazionismo, Agitprop, Futuro | 2 Comments »

Comunque andrà a finire - e per il governo tira un brutto vento - resta il fatto che è dalla Pantera dei primi anni ‘90 che non si vedeva una mobilitazione di queste proporzioni intorno alla scuola italiana. Tuttavia, con la risonanza garantita dai mass media e l’immediatezza della notizia assicurata dalla rete, il movimento studentesco assume una dimensione diversa. Fatte le dovute distinzioni, sembra quasi di assistere alle stesse drammatiche scene tratte di peso da Little Brother di Cory Doctorow: ci sono i ragazzi che finalmente si rendono conto (o fingono di rendersi conto, per convenienza o intuizione) che gli ultimi due decenni di politica all’acqua di rose hanno consumato il più grave dei crimini immaginabili nei loro confronti, il furto del futuro; c’è la risposta dura del ministero degli Interni, che militarizza città intere, capitale inclusa; c’è sullo sfondo l’ombra di un governo ormai inerte, allo sbaraglio, che si ostina a varare provvedimenti snaturati al solo scopo di assicurare una parvenza di operosità che ne legittimi la r-esistenza agli occhi dei cittadini, ammansiti dall’informazione di stato. Per fortuna mancano le deportazioni arbitrarie e l’imposizione di uno stato di emergenza nazionale, ma con l’aria che tira chi può dire quanto durerà ancora?

Mentre si consuma il tracollo del sistema Italia, man mano che si susseguono notizie sul rischio default che dalla Grecia e dall’Irlanda rischia di estendersi al Portogallo, alla Spagna e quindi all’Italia, il nostro Premier rinsalda le alleanze con governi non democraticamente eletti (vedi alla voce Libia) o quanto meno in odor di mafia (vedi alla voce Russia). E la scena geopolitica è complicata dal meccanismo di sospetto e screditamento innescato dal cablegate di Wikileaks. Se non è uno scenario da ultimi giorni, non riesco a figurarmi davvero niente che gli somigli di più. Non so se le proteste di questi giorni e quelle che renderanno ancora più calda la fine dell’autunno si concretizzeranno in effetti palpabili nei confronti dell’egemonia culturale, fatta di qualunquismo e pressapochismo, che ha condizionato queste ultime due decadi nel Bel Paese. Di certo - se, come diceva Vendola a Bologna la scorsa settimana, “sono riusciti nell’inimmaginabile, farci rimpiangere perfino Andreotti” -  non tira una bella aria proprio per nessuno, in questo paese delle meraviglie che è diventata l’Italia.

Sono tempi incerti e si prefigura una stagione di instabilità ancora maggiore. Come ne verremo fuori, al momento attuale credo che per chiunque sia impossibile dirlo. Ma se un tempo le battaglie erano mosse da obiettivi precisi, con l’astuta sottrazione del futuro operata ai danni delle generazioni più giovani dai governi di destra e di sinistra da Craxi in avanti, i termini del confronto sfumano in una dimensione di sempre più difficile definizione. Hanno pensato di sostituire l’aspirazione al futuro con un sogno confezionato su misura, un diritto con un sogno bagnato, ma il giocattolo sta rivelando la propria natura posticcia. E un conto è lottare per un ideale, un conto è muoversi spinti dalla rabbia, dall’esasperazione e dalla sete di vendetta. Ma con i cervelli anestetizzati, ci è rimasta in funzione solo la pancia. E con quella, purtroppo, non ci sono margini di manovra per provare a ragionare o scendere a patti.

Tomorrow World’s Acropolis

Posted on Novembre 3rd, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 1 Comment »

Piaccia o non piaccia, la strada per il futuro passa per le città. Non necessariamente le metropoli che già oggi concentrano le risorse finanziarie ed economiche del pianeta. Ma, come rileva un rapporto del Boston Consulting Group, le città di dimensioni medio-grandi dei mercati emergenti (soprattutto Cina, India, Brasile e Messico), ovvero 717 città con oltre mezzo milione di abitanti oggi e le altre 371 che presumibilmente raggiungeranno quella taglia entro il 2030, diventeranno i motori della crescita del futuro, attirando i capitali dei prossimi decenni.

Ancora più interessante si dimostra quindi l’inchiesta che il Foreign Policy ha dedicato alle città, con il Global Cities Index 2010 (seguite i link per consultare la metodologia adottata e i risultati ottenuti). Tra gli articoli di spicco, si segnala un reportage da Chongqing, la città dalla crescita più veloce al mondo, divenuta tale dopo che il governo di Pechino l’ha eletta testa di ponte per lo sviluppo economico delle regioni occidentali della Repubblica Popolare Cinese, richiamando investimenti da ogni parte del pianeta. Oltre che dal naturale flusso migrativo dalla campagna alle città, la sua crescita demografica ha subito un notevole impulso anche dall’evacuazione degli 1,3 milioni di residenti delle campagne interessate dalla costruzione a valle dello Yangtze della Diga delle Tre Gole, che con i suoi 18.200 MW di capacità installata (che arriveranno a 22.000 MW a lavori ultimati) è diventato anche il più grande impianto di generazione di energia elettrica al mondo.  I numeri della sua crescita sono difficili da rapportare all’esperienza umana: solo negli anni ‘30 questo era un porto di 200.000 anime sul corso del fiume Yangtze, e alla fine degli anni ‘60 Chongqing contava ancora solo - si fa per dire - due milioni di abitanti.

Oggi la città cresce al ritmo di 13,7 ettari al giorno (terreno inglobato dalle campagne circostanti in un processo vorace e inesorabile di urbanizzazione) e conta 3,4 milioni di abitanti entro i confini municipali strettamente intesi, ma con i sobborghi della Prefettura sfonda il tetto dei 32 milioni di abitanti. Di questi (sebbene si preveda che nei prossimi 10 anni finiscano assorbiti nei confini della città un milione di persone ogni anno) oltre 23 milioni sono ancora impiegati nell’agricoltura, il che rende ancora più anomala e singolare la specificità di questo avamposto ai confini del mondo, che per il resto della sua economia si fonda sull’industria (è il terzo polo dell’industria automobilistica in Cina), con importanti contributi dal siderurgico e dalle armi. Le acque del fiume Jialing che s’immette nello Yangtze in prossimità del centro, sono una melma rossa che offre ancora sostentamento ai pescatori rimasti attiviti in città. A Chongqing i piani regolatori nascono già obsoleti, per i continui lavori di costruzione e ricostruzione che investono interi quartieri. Oltre all’inquinamento incontrollato, criminalità e corruzione sono le altre piaghe della metropoli.

Volendo tirare le somme, più che una città del terzo millennio, Chongqing è un dinosauro resuscitato, il bizzarro risultato di un esperimento di darwinismo sociale volto a traghettare nel XXI secolo i problemi delle città del ‘900, su una scala ancora maggiore.

Non c’è bisogno di evocare sventure e maledizioni. Casi illustri hanno preceduto Chongqing nella parabola urbanistica dall’esplosione all’implosione, e il Foreign Policy li ricorda in un articolo del dossier dedicato alle città decadute, incapaci di risollevarsi dal blocco della loro economia trovando nuovo propellente per i loro motori. Oltre a Detroit e Pittsburgh, due città di cui lo Strano Attrattore si è già occupato, l’aticolo cita un altro caso cinese: Wuxi, una città sviluppatasi intorno alla manifattura di pannelli solari. Peccato che la tecnologia di punta della sua industria sia già stata superata. Se Chongqing e Wuxi sono destinate alla medesima sorte di Detroit o come Pittsburgh sapranno trovare uno sbocco per il futuro, sarà solo il tempo a potercelo dire.

Applicare il kit della fantascienza al mondo in cui viviamo

Posted on Settembre 17th, 2010 in Fantascienza, Futuro | No Comments »

Mi rendo conto di cominciare seriamente ad aspettare ogni volta l’uscita del nuovo romanzo di William Gibson per il piacere di leggere le riflessioni critiche con cui arricchisce tutte le interviste previste dal tour promozionale, e forse non solo quelle. Come nel caso di Guerreros un paio d’anni fa, dell’intervento al Festival delle Letterature di Roma e dell’intervista a Sterling che segnalavo sul vecchio Strano Attrattore, anche Zero History - il volume che conclude la trilogia della Blue Ant che il padre del cyberpunk ha dedicato al potere del logo e alle strategie di marketing come forma di controllo sociale - ha fornito a giornalisti e autore l’occasione per scavare un po’ sotto la superficie della realtà.

Fantascienza.com sta dedicando in questi giorni un’interessante copertura al romanzo appena uscito sul mercato anglosassone. Dopo le considerazioni di Gibson sul futuro dell’editoria (argomento su cui mi piacerebbe tornare), ieri riprendeva un’intervista recentemente rilasciata a Viceland.com. E Salvatore Proietti mi ha segnalato quest’altra intervista apparsa sul prestigioso the Atlantic. Illuminante per le osservazioni di Gibson sulla nostra epoca post-geografica, sulla percezione del futuro e della storia da parte soprattutto delle giovani generazioni e dell’americano medio, e sul ruolo della fantascienza e le potenzialità dei suoi filtri applicati alla nostra realtà.

Douglas Gorney ha posto a Gibson la domanda fatidica, sollevando tra le righe la questione che ogni lettore appassionato del Gibson cyberpunk, neuromantico, fantascientifico, avrebbe voluto rivolgere all’autore. E’ bello sentirsi dare la risposta che da sempre speravamo di ottenere… no?

C’è questa indifferenziazione della novità - ovvero il fatto che la novità diventa disponibile al punto che per chiunque quella novità, di per se stessa, cessa di essere una novità a tutti gli effetti - dietro all’ambientazione più attuale dei tuoi romanzi più recenti?

Be’, quando ho iniziato a scrivere verso la fine dei miei vent’anni, sapevo di avere un’inclinazione naturale per la fantascienza. Era la cultura letteraria della mia formazione. Ma sapevo anche di aver conosciuto altri aspetti della letteratura diversi dalla fantascienza. Quando mi sono messo all’opera avevo a disposizione il toolkit speciale per lo scrittore di fantascienza. Lo usavo per la mia versione di quello per cui era stato messo a punto. Tuttavia man mano che lo usavo e man mano che il mondo attorno a me cambiava, per via dell’impatto delle tecnologie contemporanee più che per ogni altra cosa, mi sono ritrovato a guardare alla cassetta degli attrezzi e pensare che questi strumenti erano potenzialmente i migliori strumenti a nostra disposizione per descrivere il nostro presente intrinsecamente fantastico… per descriverlo ed esaminarlo, per smontarlo e rimetterlo insieme e maneggiarlo. Penso che senza questi strumenti sul sero non saprei cosa potremmo farne.

Ogni volta che leggo un romanzo contemporaneo che descrive il mondo in cui viviamo, mi aspetto che vengano fuori gli strumenti della fantascienza. E’ inevitabile - è la materia a richiederlo. Lo richiede il riscaldamento globale, la diffusione epidemica di AIDS, l’11 settembre e ogni altra cosa - tutto ciò che non esisteva 30 anni fa necessita di quel toolkit per essere maneggiato. E noi abbiamo bisogno dei guanti della fantascienza per maneggiare lo stufato bollente del 2010.

La fantascienza forse era davvero morta. Dopotutto si è già reincarnata.

Tomorrow, Now

Posted on Giugno 5th, 2010 in Connettivismo, Criptogrammi, Fantascienza, Futuro | 1 Comment »

Sandro Battisti mi ha segnalato questo intervento di William Gibson, trascritto dal discorso da lui tenuto al Book Expo America 2010 di New York, che è allo stesso tempo un riepilogo della sua carriera [e della spinta ricevuta come scrittore dal confronto continuo con il mondo che man mano andava attraversando (dagli anni '70 agli anni Zero)] e un onestissimo, ammirevole ringraziamento ai lettori che hanno reso possibile la sua carriera. Un pezzo da leggere per la lucidità con cui l’autore americano analizza l’influsso del tempo sulle opere, a partire dalla prima lezione da lui appresa al college e poi applicata con metodo in ogni suo lavoro: “i futuri immaginari trattano sempre, a prescindere da ciò che ritiene l’autore, l’epoca in cui vengono scritti“. E questa è una massima che davvero dovrei stampare e appendere sopra la scrivania, finché non l’avrò impressa a fuoco nelle mie routine neurali. Nel passaggio di chiusura, Gibson dice anche:

A book exists at the intersection of the author’s subconscious and the reader’s response. An author’s career exists in the same way. A writer worries away at a jumble of thoughts, building them into a device that communicates, but the writer doesn’t know what’s been communicated until it’s possible to see it communicated.

Guardandomi indietro, mi sono ricordato di un paio di cose, che posso incastrare come parentesi in questo post che volevo dedicare a Neuromante e al suo autore. Posso farlo perché Neuromante è la causa scatenante di una passione che mi tiene ancora qui, inchiodato su una tastiera a un’ora da cani del primo sabato sera d’estate del 2010 (e fuori dalla finestra Bologna è una città sostituita di strade deserte, tetti rossi, finestre spente e luci stradali che indugiano sui colli) per aggiornare lo Strano Attrattore ma non solo. Il romanzo d’esordio di Gibson è stato il mio punto zero, lo spiegamento improvviso delle potenzialità codificate in un genere con cui già avvertivo un’affinità, ma che grazie alle sue pagine si tramutò in amore. E l’amore, con la sua irrazionalità, porta a fare delle cazzate. Un sacco di cazzate, volendo. Per cui, a maggior ragione, si avverte il bisogno di insegnamenti da tenere sempre ben presenti.

Per tener fede a un paio di impegni presi in corsa all’inizio dell’anno, ho interrotto da un mesetto circa la stesura di Corpi Spenti. Un’interruzione salutare, visto che nel frattempo c’è stato modo di mettere a fuoco alcuni aspetti del libro con il sostegno di alcuni amici scrittori (tanto ricchi d’esperienza quanto generosi nel condividerla con un novellino), e che conto saprà dimostrare i suoi benefici già a partire dalla metà di giugno, periodo in cui ho intenzione di riprendere i lavori in corso. Prima di mettermi all’opera, ero tornato a riflettere su Sezione π² per riprendere i fili ma anche per correggere la mira laddove ce ne fosse bisogno. Posso solo dire, senza anticipare nulla, che Corpi Spenti sarà un romanzo con molte meno velleità artistico/letterarie del precedente, e per questo scriverlo si rivelerà un’impresa particolarmente faticosa. Non ci si pensa mai, dopotutto, finché non si arriva a confrontarsi consapevolmente con la pagina scritta: come fa notare Gibson, un romanzo parla sempre del tempo in cui viene scritto, in esso è la realtà che si stratifica e prende forma, e quando chi scrive lo fa intenzionalmente il suo non può che diventare un tentativo - parziale - di scoperta e comprensione. Il che era già in parte ciò che succedeva con Sezione π², ma il sovraccarico di input culturali confondeva bene (troppo…) le carte in tavola.

Questa volta l’operazione dovrebbe risultare più trasparente, più immediata. Ma non per questo meno ricca (rassicurazione per Alex Tonelli, che a più riprese mi ha consigliato di non rinunciare alla vena più visionaria della mia scrittura). Solo più consapevole, più ragionata e per questo - spero - più efficace.

In particolare, per garantire comunque una valvola di sfogo alle mie intemperanze immaginifiche e verbali, mi sono reso conto di avere ormai da un pezzo diversificato la mia scrittura nell’ambito della fantascienza tra un filone più realistico (in cui dovrebbe andare a inserirsi il nuovo romanzo, benché sia pur sempre un lavoro di fantascienza postcyberpunk, post-human, ma soprattutto distopico) e uno più immaginifico (proiettato verso il futuro remoto dell’umanità, con racconti che s’inseriscono idealmente in un più vasto scenario che, dalla società postumana e ambigua che lo domina, si può definire Trascendenza). Il futuro prossimo venturo in cui si riflette la nostra attualità da una parte, il futuro remoto in cui sviluppare temi più “universali” dall’altra. [Un nuovo esempio di quest'ultimo filone sarà Vanishing Point, il seguito di Orizzonte degli eventi in uscita ormai imminente sull'edizione del decennale di Continuum (un sentito ringraziamento a Roberto Furlani che lo ha fortemente voluto e che ci ha pazientemente lavorato con il sottoscritto, dimostrando una volta di più la serietà e la professionalità che lo contraddistinguono come curatore).] Gibson sostiene che i giovani di oggi - a cui idealmente tendo a rivolgermi io stesso quando scrivo le cose che scrivo - vivono in un eterno Presente digitale. Per loro, prosegue, il Futuro con la F maiuscola non esiste e non è mai esistito, non è semplicemente un problema che si pongono. Ragion per cui, se il primo filone ha qualche speranza di comunicare qualcosa, corro il serio rischio di relegare il secondo a una comunicazione “esclusiva” tra appassionati e addetti ai lavori. Poco male, finché riuscirò a reggere il sovraccarico a cui mi obbliga questa diversificazione. Ma prima o poi arriverà il momento di fare una scelta e forse è il caso di porsi il problema fin da adesso: come sarà la mia scrittura tra - diciamo - 2 anni? Più orientata verso il presente o lanciata a velocità di fuga verso gli orizzonti criptati del futuro più remoto?

E torniamo a Gibson, a Neuromancer e alla sua riduzione filmica (o trasposizione cinematografica che dir si voglia, ne accennavamo già in questo post). Fortunatamente, le voci correnti parrebbero confermare l’allontanamento dal progetto di Joseph Kahn. Benché non sia ancora ufficiale, Vincenzo Natali ne parla in effetti come regista in pectore e questo lascia ben sperare (si veda in proposito l’articolo che Paolo Marzola ha dedicato all’argomento). Nell’intervista che ha rilasciato a Cinematical, Natali dice molte cose intelligenti e condivisibili (sulla difficoltà di conservare il livello di dettaglio del romanzo, per esempio, ma anche sulla necessità di aprire parentesi sulla storia di Pugno Urlante e sul passato da meat puppet di Molly Millions) e in particolare una che mi ha colpito: “Pensando a come volevo trasporre il romanzo nel film, ho dovuto partire dalla fine e immaginarla per prima per procedere poi a ritroso con il resto della storia“.

Le parole del regista canadese presuppongono un approccio serio e concreto all’interpretazione del materiale con cui dovrà lavorare. L’unico metodo possibile, per scongiurare il rischio di compromettere l’adattamento fin dalla partenza. Che si tratti di un approccio parallelo, evidentemente atipico, non può darmi poi che buone speranze per la riuscita dell’impresa. Staremo a vedere. In ogni caso, anche solo le sue parole valgono stavolta come lezione.

[Nell'immagine, Molly in front of Wintermute ICE, by Hiro Edelman.]

Il Texas non deve sapere

Posted on Maggio 24th, 2010 in Agitprop, Futuro, Transizioni | No Comments »

Il conservatorismo imperante in Texas ha spinto le autorità dello Stato a riscrivere i libri di storia destinati alle scuole elementari. Tra le modifiche apportate il “capitalismo” sarà chiamato “libera iniziativa”, la “tratta degli schiavi” diventerà il “commercio triangolare sull’Atlantico”. Da ultimo si porrà l’accento sul “diritto di portare armi” sancito dal II emendamento della costituzione.

Così una nota d’agenzia dell’AGI annunciava ieri la svolta controculturale sancita il 21 maggio scorso dalla Texas State Board of Education, il consiglio dell’istruzione che governa autonomamente la scuola dello stato. Sembra dunque che la classe dirigente ultraconservatrice del Texas abbia deciso di dimostrare che gli italiani non sono gli unici al mondo ad eccellere nel mestiere del bispensiero e per i prossimi 10 anni 5 milioni di studenti ogni anno saranno interessati da questa nuova ondata fondamentalista, che insegnerà loro che l’ONU è un’organizzazione anti-americana che persegue lo scopo di svalutare il dollaro, che gli Stati Uniti d’America non sono una democrazia bensì una “repubblica costituzionale”, che gli anni della storia a.C. vanno intesi come B.C.E. e quelli d.C. come C.E., riconducendo il termine di paragone non già alla data simbolica della nascita di Cristo ma all’inizio di una sentitissima “Era Cristiana”… epoca in cui tuttora, a quanto sembra, viviamo sprofondati.

Ci sarebbe da pensare a uno scherzo, nel solco del paradosso di tanta letteratura fantascientifica o semplicemente distopica. Ma purtroppo viviamo in un mondo ben più assurdo di quanto saremo mai disposti a riconoscere, e questo è l’ennesimo richiamo che viene fatto alla nostra attenzione. Qualcuno sta mettendo le basi per la riprogrammazione della vita e qualcun altro per la comprensione delle leggi dell’universo e - come un fulmine a ciel sereno - ecco arrivare la bacchettata sulle mani dai maestrini intimoriti di vedersi presto sovvertire l’ordine rassicurante del mondo in cui sono cresciuti, pronti a colpire per semplice atto di rappresaglia. Se i libri di scienza andranno presto integrati, dopotutto, perché non riscrivere anche quelli di storia? A questo punto, perché non riprogrammare il cervello degli studenti attraverso le più semplici e immediate tecniche di brainwashing, direttamente sui banchi di scuola?

Su questo capolavoro di revisionismo storico si è pronunciato Zucconi con parole molto sferzanti. Verrebbe da citare anche lo spettro di Fritz Leiber, in riferimento al focolaio di questo morbo oscurantista, o piuttosto passare all’azione invocando l’intervento di qualche giustiziere lansdaliano arrivato in città appunto per rendere pan per focaccia a questi inetti fautori del ritorno al Medioevo. Ma ai ribelli del Texas consiglio di seguire l’esempio di un loro coetaneo come Marcus Yallow che, ispirandosi forse al Guy Montag di Fahrenheit 451, in Little Brother manda a memoria uno dei passaggi emblematici della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776:

Sono istituiti tra gli uomini governi, i cui legittimi poteri derivano dal consenso dei governati; di modo che, ogniqualvolta una forma di governo tenda a negare tali fini, il popolo ha il diritto di mutarla o abolirla, e di istituire un nuovo governo, fondato su quei principi e organizzato in quella forma che a esso appaia meglio atta a garantire la sua sicurezza e la sua felicità.

Parole scritte da quello stesso Thomas Jefferson che adesso il Board of Education dello Stato del Texas si affanna a cancellare dai libri di storia, restituendo così la sua immagine allo splendore più rivoluzionario delle sue idee a lungo offuscate da ombre e controversie. 

La moderna bellezza del vento

Posted on Aprile 29th, 2010 in Accelerazionismo, Futuro, Transizioni | 2 Comments »

E’ da tempo che mi ripropongo di parlarvi di energie rinnovabili, ma come al solito i buoni propositi vengono messi da parte per far posto ad altro, più urgente o semplicemente più pratico. Considerando che si tratta di materia con cui faccio i conti quotidianamente, forse l’alibi ha delle basi fisiologiche. Ciò nondimeno, mi risulta difficile immaginare un futuro per la nostra civiltà senza un poderoso sviluppo delle tecnologie per l’estrazione di energia dalle fonti rinnovabili (vento, sole, bacini fluviali e oceanici, geotermia). Si tratta pertanto di un argomento che meriterebbe una copertura diffusa su queste pagine, piuttosto che interventi occasionali. Anche considerando gli attacchi sempre più feroci sferrati da certe lobby italiane contro gli impianti eolici, con campagne di disinformazione che trovano sempre ampio risalto sui media, per cominciare faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere. Cerco almeno in parte di sopperire alle mie mancanze con questo post dedicato al potenziale ancora inesplorato dell’eolico: il suo appeal turistico.

Che gli impianti eolici siano delle attrattive, lo può confermare un qualunque gestore di un ristorante o agriturismo sito nelle vicinanze di una wind farm: gite scolastiche e vacanzieri della domenica non di rado ne fanno le loro mete. E’ il potere seduttivo della tecnologia applicata su grande scala e può testimoniarlo chiunque abbia avuto il piacere di osservare un aerogeneratore da 2 MW in funzione con 15 m/s di vento, le enormi pale da 36 metri a spazzare a 70 metri d’altezza un’area di 5.090 m², grosso modo quanto un campo da calcio. E’ la “moderna bellezza” di cui parla Valerio Gualerzi in questo recente articolo apparso su Repubblica.it, con considerazioni molto interessanti sul significato (per i cittadini) e la responsabilità (per le aziende che investono nel settore) dell’inserimento delle turbine eoliche nel paesaggio.

L’Italia è attualmente il terzo paese in Europa per potenza eolica installata, praticamente a pari merito con la Francia, e segue di molte lunghezze Germania e Spagna che sono da anni i due paesi leader nel settore. Il suo potenziale eolico è stimato in circa 4 volte la potenza attualmente installata, quindi prima che la sua capacità sia saturata dovremmo vedere le “fattorie del vento” quadruplicarsi, se non nel numero nella potenza (ogni 2-3 anni la taglia commerciale degli aerogeneratori raddoppia, ma la classe dei nostri siti dovrebbe sposarsi a turbine di 2-3 MW di potenza). Ora, per fare un confronto veloce, 2 MW non sono niente confrontati a una centrale termoelettrica media da 800 MW, e anche i parchi eolici più grandi finora realizzati in Italia (siamo sui 60-70 MW) mantengono comunque uno scarto di un ordine di grandezza rispetto agli impianti termoelettrici. Tuttavia il concetto nascosto dietro le rinnovabili è un’autentica rivoluzione ideologica.

Le centrali tradizionali (termoelettriche, geotermiche, nucleari, idroelettriche) rispettano una gerarchia centralizzata della generazione di potenza, vale a dire - relativamente - pochi nodi di generazione di dimensioni sempre più grandi, la cui energia viene quindi trasmessa e distribuita anche a grande distanza dalla centrale. Due delle conseguenze di questa loro natura sono: la scarsa efficienza nell’utilizzo dell’energia, che subisce perdite di trasformazione, trasmissione e ri-trasformazione nel tragitto dalla centrale alle nostre case; l’elevato rischio comportato dalla concentrazione di risorse enormi (ricorderete quanto accaduto in Siberia lo scorso anno? Bene, non c’è altro da aggiungere).

Le “nuove” centrali, gli impianti da fonti rinnovabili (eolici, mini-idroelettrici, fotovolatici, a biomasse e, si spera presto, solari termodinamici), si basano su una logica opposta: tanti punti di generazione distribuiti sul territorio, in prossimità delle utenze oppure di sistemi pratici per l’accumulo dell’energia (bacini di pompaggio), con un notevole miglioramento di entrambi gli effetti collaterali enunciati per le centrali tradizionali. La conseguenza principale è, soprattutto nel caso di eolico e fotovoltaico, l’impatto visivo delle opere, che secondo alcuni provocherebbe gravi conseguenze sui nostri panorami. Sorvolando sulle banalità dell’accoppiata vento/mafia che tanto successo ha avuto piuttosto di recente sui nostri media (come se l’eolico fosse l’unico affare lucrativo ad attirare le attenzioni delle organizzazioni criminali… E nel frattempo gli occhi dell’opinione pubblica vengono distolti dal business del cemento, dei rifiuti, dei termovalorizzatori, e proseguite pure l’elenco a vostra discrezione), arrivano dall’estero due validissimi antidoti ai preconcetti tanto popolari per la nostra bella Italietta. E, cosa che dovrebbe non mancare di solleticare il nostro orgoglio nazionale, o quel che ne resta, in entrambi c’è lo zampino dell’Italia.

Il primo esempio arriva dal Canada. Nei pressi di Vancouver, quest’anno, pochi giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici Invernali, il governatore della British Columbia ha inaugurato il singolare impianto di Grouse Mountain: una turbina eolica di 1,5 MW, installata a 1.300 metri di quota per alimentare il locale comprensorio sciistico. A rendere l’aerogeneratore Leitwind, di tecnologia altoatesina, così degno di nota, è però la piattaforma panoramica installata in cima alla torre, a 65 metri di altezza, proprio al di sotto del generatore (ben visibile nella foto in alto e in queste qui accanto). Una piattaforma capace di ospitare fino a 36 persone, accessibile attraverso un ascensore interno alla torre, da cui godere di una magnifica panoramica sulla città (e chissà se prima o poi Gibson non ci scriverà qualcosa). The Eye of the Wind, questo il nome dell’impianto di Grouse Mountain, è stato giustamente definito dalle autorità e dai costruttori come il simbolo di un mondo sostenibile e di una rivoluzione silenziosa.

E speriamo davvero che faccia scuola. Per fortuna, grazie a un altrettanto emblematico progetto della On Office, uno studio internazionale di architetti di base a Porto, c’è da essere fiduciosi. I giovani soci dello studio (due portoghesi, un giapponese-americano, un italiano) hanno pensato di elaborare un progetto a dir poco ambizioso, prendendo spunto dall’attualità (l’impegno per i paesi europei di centrare l’obiettivo 20-20-20: la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20% e il simultaneo contributo delle fonti rinnovabili al mix energetico nazionale nella proporzione del 20%, entrambi entro il 2020) e dalla specificità geografica di una nazione europea come la Norvegia (il più ampio sviluppo costiero del continente, la collocazione nella fascia continentale più esposta ai venti dell’Atlantico, la vocazione turistica). Il risultato è Turbine City, un wind resort del futuro: un impianto eolico off-shore costruito al largo delle coste di Stavanger. La scelta non è casuale, come spiegano gli architetti di On Office: la città è la quarta per popolazione della Norvegia, con un aeroporto internazionale collegato a scali sparsi un po’ per tutto il resto del continente, già meta turistica per le sue bellezze naturalistiche e importante base logistica per il settore petrolifero. Insomma, è una città con una storia e delle attrattive, che potrebbe legare il proprio nome alla prossima rivoluzione sostenibile (e cosa c’è di meglio per illustrarlo della slide qui di fianco?). Senza compromettere l’immagine storica della città.

Turbine City potrebbe ospitare hotel (150 camere in ogni turbina concepita allo scopo), musei, spa ed essere usata come approdo per navi da crociera e base d’appoggio per gli operai impiegati sulle piattaforme petrolifere dell’area, e al contempo rappresentare un nodo di generazione di energia da 392 MW di potenza. L’installazione comprenderebbe infatti 49 turbine da 8 MW l’una, sufficienti per soddisfare il fabbisogno di 120.000 utenze domestiche. La Norvegia, che ha il maggiore potenziale idroelettrico d’Europa, si presterebbe meglio di qualunque altra nazione del continente ad ospitare un impianto eolico di questa taglia: se altrove la natura intermittente e aleatoria del vento renderebbe un impianto di queste proporzioni una scommessa, per via delle debolezze e dei limiti strutturali delle reti di trasmissione, l’energia di Turbine City potrebbe essere accumulata sfruttando proprio i bacini idroelettrici come sistemi di stoccaggio. Un vantaggio non da poco, considerando che si stanno studiando da qualche tempo mega-progetti per fare della Norvegia l’accumulatore della mega-grid continentale.

Il futuro passa da qui.

Un futuro di +toon, Mbps e kipple

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Accelerazionismo, Fantascienza, Futuro, Micro, Proiezioni | No Comments »

Mini-rassegna stampa in attesa di tempi migliori per postare. Per il momento si tratta di due semplici notizie. Ma sono due gran belle notizie. Starà al tempo dirci se promesse e aspettative, per il momento altissime, verranno mantenute.

Ieri avrete letto sul blog di Urania l’annuncio che riguarda l’acquisizione dell’opzione cinematografica di Infect@ da parte di un produttore/sceneggiatore italiano: teniamo le dita incrociate per Dario Tonani, che merita questa e molte altre soddisfazioni ancora.

Oggi invece apprendiamo dell’intenzione del primo ministro labour Gordon Brown di disegnare un futuro digitale per il Regno a venire.

E per la loro attualità segnalo via Repubblica.it due ulteriori letture: in un’intervista della scorsa settimana Roberto Saviano fotografava la triste realtà - politica, sociale, culturale - della Campania; ieri Piero Colaprico ci raccontava la guerra multietnica delle giovani bande nelle nostre città.