Archive for the ‘Criptogrammi’ Category

L’eco blu dei fantasmi del passato

Posted on Settembre 16th, 2012 in Criptogrammi | 1 Comment »

Stamattina, come mi capita di fare ogni volta che me ne capita l’occasione nelle mattine domenicali delle stagioni di transizione, mi sono riascoltato Sunday Morning dei Velvet Underground. Al di là della nenia quasi sognante e del suo andamento oserei dire onirico, il testo di Lou Reed e John Cale sprigiona un senso di ossessione (it’s just a restless feeling, fin dalla prima strofa) che affonda le radici nel rapporto tra il presente/futuro e il passato. Da una parte abbiamo il territorio delle possibilità, dall’altro quello delle azioni concluse, degli errori commessi (early dawning / sunday morning / it’s all the wasted years / so close behind) e degli effetti delle decisioni prese (early dawning / sunday morning / it’s all the streets you’ve crossed / not so long ago). Come si può notare dai due esempi, l’uso accorto dell’anafora dimostra una consapevolezza che va ben al di là della presunta estemporaneità della lirica.

Si raccontano molte storie, intorno a questa canzone. Pare che fosse stata commissionata esplicitamente dal co-produttore Tom Wilson per avere un’altra traccia sul loro ormai leggendario album di debutto The Velvet Underground & Nico (1967) da registrare con la voce della cantante tedesca. Fu quindi l’ultima canzone composta dal gruppo per l’album, a quanto tramanda la storia proprio all’alba di una domenica mattina nel novembre del 1966, non dopo un sabato sera di bagordi come si potrebbe intuire dal testo ma dopo una nottata di registrazioni in studio. Si dice che fu il produttore Andy Warhol a suggerire a Lou Reed il tema dell’angoscia strisciante e che John Cale incluse il motivo del carillon quando notò nello studio una celesta (una variante dello xilofono) e pensò bene di usarla come strumento. Dopo le prove iniziali che videro Nico alla voce, la versione definitiva fu registrata da Lou Reed stesso, mentre la cantante passò al coro. E il risultato fu tale da meritarsi la traccia d’apertura dell’album. Ma sono tutte notizie facili da recuperare in rete, a partire dalle relative voci sulle edizioni italiana e inglese di Wikipedia.

Quello che più mi piace della canzone è il senso di commistione, di sconfinamento, di compenetrazione tra il presente, il passato e il futuro. La trovo una canzone molto fantascientifica, in questo senso. Emblematico in particolare è il ritornello:

Watch out, the world’s behind you
There’s always someone around you
Who will call
It’s nothing at all

Ora, il ritornello è proprio il motivo da cui nasce la mia ossessione per Sunday Morning. In un’intervista rilasciata al critico Larry McCaffery nel 1996, William Gibson riconosce Lou Reed come una delle sue massime influenze e dichiara che avrebbe voluto usare il primo verso del ritornello come epigrafe per il suo romanzo d’esordio: Neuromante, il libro che nel 1984 ha cambiato la storia della fantascienza, con un influsso che si è propagato presto ben al di là dei limiti del genere. Forse per un errore di trascrizione, il verso diventa però “Watch out the worlds behind you“, distorcendo sottilmente il significato originale del testo, e in questa versione mi giunse quando per la prima volta lessi l’intervista nel 2001. Ovvero: “Attento ai mondi dietro di te”, come riporta anche questa traduzione per le pagine di Intercom, producendo quell’effetto di spiazzamento che probabilmente è la causa principale - ma non l’unica - della mia associazione tra il mood della canzone e un panorama fantascientifico.

Tutta questa storia ha un vago sapore di mistero, se me lo consentite. Mi ricorda lo scavo filologico operato da Samuel R. Delany nel superbo La Ballata di Beta-2 (1965), dove la canzone del titolo racchiude nascosto tra i suoi versi il senso ultimo della catastrofe che ha spazzato via una spedizione spaziale. Ma se vogliamo restare in ambito musicale, mi richiama alla mente anche la storia di Strawberry Fields Forever, canzone del 1967 che rappresenta uno dei primi passi dei Beatles nel rock psichedelico. Quando cominciò a scriverla durante un soggiorno in Spagna tra il settembre e l’ottobre del 1966, John Lennon tornò con la memoria al campo giochi proibito della sua infanzia, dietro l’omonimo orfanotrofio di Liverpool, e scrisse una strofa da cui tutto sarebbe partito, ma che non sarebbe mai stata inclusa nella versione definitiva, per la quale preferì una scrittura ancora più criptica. E fu così che:

No one is on my wavelength
I mean, it’s either too high or too low
That is you can’t you know tune in but it’s all right
I mean it’s not too bad

divenne:

No one I think is in my tree
I mean it must be high or low
That is you can’t, you know, tune in
But it’s all right
That is I think it’s not too bad

Un caso, insomma, di versi fantasma, cancellati dal nostro continuum spazio-temporale. Per quelli tra di voi che fossero interessati ad approfondire, Wikipedia ricostruisce la genesi della canzone (in italiano e in inglese). Per i musicofili, in rete si trova anche uno studio accuratissimo firmato dall’esperto Alan W. Pollack.

Per qualche motivo, Gibson non poté adottare la citazione di Sunday Morning in Neuromante, ma riuscì a rimediare nel 1999 con il suo sesto romanzo personale, che da una canzone inclusa nello stesso album - guarda caso, la traccia numero 6 - titolò All Tomorrow’s Parties (da noi American Acropolis). Il verso modificato è anche una delle citazioni di apertura del mio Sezione π², un caso di blooper intenzionale, come se il romanzo non appartenesse a questo, ma a uno degli innumerevoli mondi che pensiamo di esserci lasciati dietro le spalle, e che invece continuano a braccarci, come lupi famelici nelle luci grigie dell’alba che s’infiltrano nel tessuto dei sogni.

Back in business

Posted on Settembre 1st, 2012 in Criptogrammi | 9 Comments »

Si riapre, insomma… O almeno ci proviamo. Tre mesi di silenzio possono bastare. Sono abbastanza per ricaricare le pile, chiudere un po’ di sospesi e, naturalmente, mettere in cantiere una valanga di altra roba. Una valanga, letteralmente, che finirà per travolgerci. Ma finché siamo qua, tanto vale ballare.

E allora: fine dello stand-by. Anche perché si preannuncia una stagione ricca di cose di cui parlare. Al cinema questi scampoli d’estate saranno condizionati dall’arrivo di titoli attesissimi quali The Dark Knight Rises (nelle sale dal 28 agosto scorso) e Prometheus (in uscita il 14 settembre, sempre che il balletto delle date si sia stabilizzato), e a seguire l’autunno ci porterà subito il nuovo Total Recall (28 settembre) e quindi il nuovo 007 di Daniel Craig, Skyfall (31 ottobre). E anche le novità editoriali della nuova stagione si annunciano gustose, a partire dal nuovo romanzo di Sandro Battisti (direttamente in e-book) e, sul fronte opposto, dalla raccolta in volume del ciclo del Mondo-9 di Dario Tonani, anche se queste frequenze resteranno settate per captare - come sempre - trasmissioni dal passato. E temo che anche l’attualità politica ed economica ci offrirà presto argomenti di cui parlare. Non che non siano successe cose, nel frattempo, su cui potrebbe valere la pena tornare. Vedremo.

Detto questo, spero di darvi presto anche notizie che mi riguardano più da vicino. Intanto restate sintonizzati. Si riparte… se mi ricordo ancora come s’innestano le marce giuste.

Un blog in animazione sospesa

Posted on Giugno 7th, 2012 in Criptogrammi | 6 Comments »

Esco dalla latitanza e spezzo il grande silenzio solo per rassicurarvi con un telegramma. Sono giornate (settimane, ormai) di alacre lavoro: si scrive, si aggiusta quello che si è scritto, si pensa a quello che resta ancora da scrivere (per fortuna tanto, in misura proporzionale alle iniziative in ballo) e alla fine, se avanza del tempo, si dorme, non prima però di aver letto qualcosa.

Risultato: zero tempo per il blog e per le cose pure interessanti di cui mi piacerebbe parlare da queste parti. Ma non state in pensiero, uno Strano Attrattore non è morto, prosegue le sue orbite instabili in un settore dello spazio delle fasi escluso temporaneamente alla vista. Consideratelo, se volete, in ibernazione. Torneremo a rileggerci appena avrò mantenuto fede a due o tre impegni in sospeso da un po’.

Klaatu barada nikto!

Sul filo sottile della nostalgia: appunti a margine di due serie sci-fi

Posted on Marzo 5th, 2012 in Criptogrammi, On air | 1 Comment »

L’altra sera è cominciata su Rai4 la prima stagione di Ashes to Ashes, per la prima volta in chiaro. Avendo visto più volte Life on Mars, di cui questa rappresenta uno spin-off e con cui condivide i due terzi del team creativo e la maggior parte dei comprimari, la visione delle prime due puntate ha fatto emergere dagli strati inferiori della mia coscienza una concatenazione di riflessioni che rimandavo da un po’, e che conto presto di riprendere in maniera più organica. L’innesco è stato offerto dalla contrapposizione tra il 1973 e il 1981, gli anni in cui le due serie sono ambientate. Ma facciamo un passo indietro.

Life on Mars è la storia di un agente di polizia, l’ispettore capo Sam Tyler (John Simm) della Polizia di Manchester, che viene accidentalmente investito nel 2006 e si risveglia nella Manchester della sua infanzia, ascoltando la musica diffusa da un’autoradio. La canzone è appunto Life on Mars di David Bowie (composta nel 1971) e assicura gran parte dell’effetto emotivo della scena. Il resto è merito della scrittura di Matthew Graham (co-creatore della serie con Tony Jordan e Ashley Pharoah e sceneggiatore della prima puntata), della regia di Bharat Nalluri e di John Simm, sempre credibile nella parte del poliziotto spaesato, alle prese con i metodi all’antica dei nuovi colleghi e con il sospetto sempre più solido di una spregiudicatezza che spesso sconfina nell’illecito. La serie nasce quindi come serial di fantascienza, ma fin dalla prima puntata diventa un poliziesco: superato il viaggio nel tempo, che resta per molti versi inspiegato, per le 16 puntate delle due stagioni che la compongono, Sam Tyler dovrà vedersela con Gene Hunt (Philip Glenister) per sbrogliare casi d’ogni tipo, che talora s’intrecciano con il suo passato personale (e con il difficile presente della sua famiglia nel 1973).

La serie giunse al capolinea dopo due stagioni con un finale che lasciava tutti i nodi in sospeso, per dar seguito alla volontà proprio di Simm di abbanondarla per dedicarsi ad altri progetti, ma visti gli ottimi risultati e gli aspetti della realtà parallela - o solo artificiale, forse simulata, magari metafisica - e del suo rapporto con il mondo reale (o presunto tale) ancora da approfondire, la BBC commissionò agli autori un seguito. E Graham e Pharoah se ne uscirono con questa serie che solo in superficie è una versione al femminile di Life on Mars, in cui la protagonista Alex Drake (Keeley Hawes) rimane ferita durante uno scontro a fuoco nel 2008 e quando riprende i sensi si ritrova nel 1981. Scopriamo subito che è lei la psicologa della polizia che ha seguito il caso di Sam Tyler (durante le scene finali di Life on Mars il suo personaggio non entrava mai in campo), di cui conserva memoria. L’esperienza con Tyler le fornisce subito gli elementi per districarsi nella realtà-trappola in cui è finita. Le tre stagioni di Ashes to Ashes seguono gli sviluppi del suo personaggio e dei comprimari ereditati da Life on Mars, in particolare Gene Hunt, trasferito da Manchester a Londra con buona parte della sua squadra. La serie, a differenza del predecessore, si dipana su un arco temporale di circa due anni, dal 1981 al 1983, attraversando i primi anni di thatcherismo, dal matrimonio reale di Carlo e Diana alla guerra delle Falkland.

L’influsso esercitato dalle due serie nella cultura britannica è stato profondo, in virtù della popolarità acquisita dai personaggi e dall’approccio in definitiva politicamente scorretto del co-protagonista Gene Hunt e di gran parte della sua banda. Basti pensare che ha fatto molto discutere il coinvolgimento involontario dello stesso Hunt nell’ultima campagna politica, con i Labours e i Tories che se ne sono serviti per sferrarsi colpi bassi a ripetizione, fino all’invito da parte della Kudos Productions a interrompere lo sfruttamento indebito della sua immagine.

La prima cosa che colpisce, guardando Ashes to Ashes, è data dai segni di decadimento che contraddistinguono gli scenari urbani. Anche se Manchester rappresentava un’ambientazione decisamente più interessante, Londra è tutt’altro che un posto noioso per un serial. L’East End è presentato come un ammasso di condomini in sfacelo e fabbriche in rovina e al centro del secondo episodio troviamo già una manovra di speculazione edilizia ai danni dei ceti proletari. In effetti siamo su una linea di logica continuazione di quanto già visto nella Manchester di Life on Mars, dove la questione lavorativa veniva affrontata dal punto di vista delle agitazioni sindacali contro la riforma delle Trade Unions perseguita dal premierato di Edward Heath. La seconda è la maggiore cattiveria di alcune soluzioni legate al subconscio del protagonista: nel caso di Tyler le proiezioni dell’inconscio s’incarnavano spesso nella visione di una bambina bionda vestita di rosso (la cosiddetta Test Card Girl, che in quegli anni accompagnava il monoscopio della BBC - e se condividiamo la stessa curiosità e volete un confronto l’equivalente della Rai, definito Philips PM5544, moderate il volume degli altoparlanti per il vostro bene… eccovelo); nel caso dell’ispettore Drake, assumono invece la forma del clown personificato direttamente da David Bowie nel suo videoclip di Ashes to Ashes. E le sue apparizioni, inutile dirlo, risultano qualche ordine di grandezza più terrificanti delle pur inquietanti manifestazioni della bambina del monoscopio BBC.

La terza constatazione è certamente l’efficacia della formula: c’è poco da fare, questa combinazione di fantascienza e police procedural funziona, e funziona alla grande. Non so cosa potrebbe venire fuori dall’annunciata versione italiana (intitolata provvisoriamente 29 settembre, di cui tuttavia da due anni si sono perse le tracce), ma il gusto di contrapporre il presente al passato può essere per lo spettatore generalista fonte di piaceri che in genere sono riservati agli appassionati di fantascienza in senso stretto. Purtroppo il caso britannico che ha decretato il successo del franchise non fa fede, considerando la maggiore predisposizione del pubblico d’oltremanica agli stilemi della science fiction. Ma se lo shock da futuro è da sempre pane per i nostri denti di appassionati, una versione addomesticata come appunto questa forma di shock temporale “da passato” potrebbe riuscire di più facile assimilazione per un pubblico più eterogeneo e meno “preparato”, qual è appunto quello italiano. E gli anni di piombo offrono spunti di sicuro interesse per essere storicamente indagati o anche solo drammaticamente accennati (dopotutto, io stesso ho ceduto alla tentazione, con un racconto intitolato - guarda caso - Cenere alla cenere).

Arriviamo così a quello che voleva essere il succo del mio post. Life on Mars lasciava ampio spazio alle interpretazioni, ma a meno di cadute di stile questo Ashes to Ashes potrebbe servire a gettare anche nuova luce sui punti lasciati in sospeso dal prototipo, risolvendo quegli aspetti che avevano alimentato le discussioni più accese. La principale accusa mossa a Life on Mars era infatti quella di essere una serie “nostalgica”, incapace di guardare avanti, e la scelta di Sam Tyler di rifugiarsi volontariamente nel passato veniva letta da molti, alla fine, come una dimostrazione di questo approccio. Un’interpretazione legittima, che però condividevo solo in parte. Sono rimasto tuttavia incapace di razionalizzare la mia posizione e di argomentarla, rendendomi conto che nasceva da nient’altro che una qualche astrusa risonanza empatica. Almeno fino ad ora. Cominciando a guardare Ashes to Ashes, infatti, un po’ di cose hanno cominciato a schiarirsi e mi sembra che le tessere del mosaico si stiano incastrando al posto giusto.

Le due serie, infatti, non mettono in scena la stessa rappresentazione del passato. Se vogliamo, anzi, propongono una prospettiva in evoluzione, una dialettica tra epoche storiche diverse: avvertiamo, cioè, lo scorrere della storia, per dirla con toni altisonanti. In Life on Mars sentivamo che qualcosa poteva ancora essere fatto per modificare il corso degli eventi, rivoluzionando di fatto il nostro presente. Fin dalle prime battute questa possibilità sembra invece essere definitivamente esclusa in Ashes to Ashes. Sarà stato per il thatcherismo in UK, per l’edonismo reaganiano in USA o per l’orgia democristosocialista d’ispirazione craxiana in Italia, ma con gli anni ‘80 cominciano a delinearsi le prime certezze sul futuro: le cose andranno sempre peggio, c’è poco da scherzare. Come abbiamo avuto modo di sperimentare, la discesa è proseguita per tutti i ‘90 e ha raggiunto il culmine con la prima decade del nuovo secolo. Gli USA hanno intravisto una luce in fondo al tunnel, ma qui nella Vecchia Europa è ancora notte fonda.

Altro che nostalgia consolatoria, insomma: mi sembra piuttosto di essere dalle parti dell’autocritica più matura, condotta attraverso un semplice meccanismo narrativo quale può essere il confronto tra i nostri giorni e quelli di due epoche-chiave nel nostro passato. E anche se poi la tensione drammatica prenderà tutta un’altra direzione, com’è plausibile che accada e come accadrà, per sbrogliare la matassa di una trama che si sviluppa attraverso cinque stagioni (volendo considerare le due serie come la prosecuzione l’una dell’altra), il fatto di averci messo di fronte a questa contrapposizione resta, con tutte le riflessioni che può avere stimolato.

Non ci vorrà probabilmente una terza serie per sciogliere le ultime riserve possibili, anche se sono quasi certo che riuscirei comunque a godermi un ipotetico Thursday’s Child ambientato negli anni di transizione dal XX al XXI secolo. Ma poi subentra razionalmente la convinzione che se potremo aspettare qualche anno per questo, probabilmente sarà perché avremo trovato nel frattempo un modo per restare a galla, piuttosto che per venire davvero fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati negli ultimi decenni, e questo mi rallegra decisamente meno.

Visualizzazioni remote di una tavola da surf spaziale

Posted on Febbraio 10th, 2012 in Criptogrammi, Graffiti | 2 Comments »

C’è una scena, in Dark Star, spericolata pellicola d’esordio di John Carpenter che traspone nello spazio le ossessioni per l’armageddon atomica del Dottor Stranamore e rappresenta una delle rare performance d’attore del grande e compianto Dan O’Bannon (sceneggiatore versatile e mente eclettica nascosta dietro una pietra miliare del perturbante come Alien, un valido blockbuster del calibro di Atto di forza, uno straordinario B-movie come Screamers - Urla dallo spazio, nonché della bande dessinée The Long Tomorrow, annoverata da Ridley Scott tra le fonti di ispirazione per l’estetica noir di Blade Runner), in cui un superstite di un cataclisma spaziale cavalca un detrito dell’astronave come una tavola da surf, concedendosi un ultimo brivido prima della fine certa, abbandonato a se stesso nella solitudine della notte siderale.

La fascinazione per la disciplina della tavola e la magia delle onde non è un mistero per chi frequenta queste pagine, che al surf hanno dedicato in passato ampio spazio. D’altro canto, la fantascienza è il nostro pane quotidiano, e se siete capitati qui non c’è bisogno di aggiungere altro. Surf e fantascienza: uno strano connubio? Non più di tanto, a giudicare dalle reiterate risonanze tra i due immaginari, dal Silver Surfer ai surfisti del cyberspazio (che arrivano ad omaggiare l’araldo di Galactus in un bellissimo racconto di Rudy Rucker e Marc Laidlaw, Condotto di probabilità), passando appunto per l’opera prima di Carpenter che tuttavia, contrariamente a quanto avevo sempre pensato, non rappresenta il primo flirt tra SF e surf. Un insospettabile precursore, stando a quanto suggerisce Tommaso Pincio, sarebbe stato proprio un altro capolavoro di Stanley Kubrick, a cui abbiamo dedicato in passato ripetuti interventi: 2001 - Odissea nello Spazio.

L’imprevista connessione passa attraverso l’artista John McCracken, che frequentava le spiagge californiane durante i suoi anni al college. Espressione dell’arte minimalista, la sua opera irrompe iconicamente nel panorama del Novecento nel 1966, con due anni di anticipo sul monolito spaziale: una tavola monocromatica, lunga e sottile, di perfetta foggia rettangolare, che sfonda la barriera delle due dimensioni e invade lo spazio psichico dell’osservatore. Visionario e intriso di cultura new age, McCracken colse la carica metafisica di quella geometria essenziale nello stesso periodo in cui Kubrick e Clarke cedevano alla medesima seduzione, trasformando il tetraedro del racconto originario del maestro britannico (La sentinella, 1953) in un parallelepipedo enigmatico e indecifrabile. Se ci fu vero contatto tra le visioni dell’artista e la sontuosa epopea kubrickiana, forse non lo si saprà mai con certezza.

Ci restano le risonanze che attraversano le installazioni di McCracken, evocando nello spettatore di 2001 associazioni tanto immediate e spontanee quanto nitide, e il sospetto di un episodio di retrocausalità di fronte alle annotazioni di quelle che McCracken soleva definire “viaggi psichici” o “visualizzazioni remote”, con passaggi folgoranti come questo, datato 24/3/97:

Mi trovo in un altro sistema solare della nostra galassia e vedo un complesso di stazioni spaziali che circondano un pianeta. Ho una sensazione di familiarità, una bella percezione. C’è tanta gente qui che conosco, un viavai, molta agitazione relativa a qualcosa.

Corpi spenti: Input #11

Posted on Dicembre 31st, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 2 Comments »

Corpi spenti è un libro che si chiude sulla prospettiva di un abisso cosmico. Oltre al noir, alla spy-story, alla fantascienza di derivazione cyberpunk, alle suggestioni post-human, abbiamo anche un richiamo alla più classica fantascienza spaziale. Poche pagine, che però dovrebbero bastare per dare un’idea della complessità dello scenario di questo mondo, dietro le quinte di ciò che vediamo in scena. E che forse potrebbero tornare a essere esplorate, con maggiore accuratezza, nel futuro.

A questo proposito trovo paradigmatico questa battuta estratta da Angeli spezzati di Richard K. Morgan:

«Ci pensi, Kovacs. Stiamo bevendo caffè così lontano dalla Terra che le sarebbe difficile distinguere il Sole nel cielo notturno. Siamo stati portati qui da un vento che soffia in una dimensione che non possiamo né vedere né toccare. Immagazzinati come sogni nella mente di una macchina che pensa in modo tanto più evoluto dei nostri cervelli che potrebbe persino portare il nome di dio. Siamo risorti in corpi che non sono i nostri, cresciuti in un giardino segreto lontano dal corpo di ogni donna mortale. Sono questi i fatti della nostra esistenza, Kovacs. Mi dica, in cosa sono diversi, o meno mistici, della fede che esista un regno dove i morti vivono in compagnia di esseri talmente al di là di noi da essere costretti a chiamarli dei?»

Oggi è l’ultimo dell’anno, data perfetta per chiudere questo ciclo di articoli che ci ha tenuto compagnia nelle ultime due settimane. Passatevela bene, salutate l’anno vecchio come si deve e date il benvenuto come si conviene al 2012: mi spiace per lui, ma con i venti apocalittici che soffiano da un po’ di tempo a questa parte, l’anno nuovo nasce già vecchio.

Ci leggiamo nel futuro!

Corpi spenti: Input #10

Posted on Dicembre 30th, 2011 in Criptogrammi, Graffiti, Sezione π² | No Comments »

Edward Hopper e Albert Watson rappresentano il contraltare iperrealistico dell’estetica fantastica di Beksinski. Consiglio la lettura di questo brano di Watson, utile riflessione sulla tecnica e l’esperienza che si può tranquillamente estendere al di là dei confini della fotografia:

Sperimento e mi muovo in molte direzioni diverse, non solo per­ché sento di poterlo fare ma perché amo questo eclettismo della visione. In un periodo difficile per me, negli anni Settanta e forse an­che nei primi anni Ottanta, mi sono molto impegnato a cercare di risolvere una serie di possibili questioni tecni­che legate alla fotografia non tanto per­ché fossi affascinato dalla tecnica, ma perché sentivo un’urgente necessità di sviluppare determinate possibilità cre­ative che avevo chiare in mente e, co­me sempre in fotografia, riesci a realiz­zare meglio le cose che vuoi se hai un’eccellente padronanza tecnica. Sa­per fare: questo è importante; come sa­per dominare tutti gli aspetti. Quando sei stato fotografo per molto tempo, impari ad utilizzare soluzioni di­verse, strade diverse, chiavi e percorsi al­ternativi, non soltanto dal punto di vi­sta tecnico, ma anche creativo ed emoti­vo. Se hai un problema particolare da ri­solvere, puoi far riferimento alla tua esperienza passata e da lì scegliere. Que­sto rende la tua vita più semplice. Certo, non si smette mai di imparare e più di­venti bravo tecnicamente, più il tuo me­todo di lavoro diventa fluido. Possiedi un’esperienza emotiva e creativa e quan­do ti serve, puoi usarla.

Dall’alto: Kate Moss Back, Uma Thurman,
David Bowie, New York City, Jellyfish Tank Series Mandalay Bay, Las Vegas.
Di Albert Watson.

Corpi spenti: Input #9

Posted on Dicembre 29th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | No Comments »

Altri tre film, non di fantascienza.

Da Heat - La sfida, capolavoro poliziesco di Michael Mann del 1995: la precisione del meccanismo drammatico e il realismo dell’indagine.

Da Nemico Pubblico di Tony Scott (1998): la costruzione di momenti clou, con situazioni che fungano da punti di svolta della trama.

Da La promessa dell’assassino di David Cronenberg (2007): le dinamiche della mafia russa Vor V Zakone.

Corpi spenti: Input #8

Posted on Dicembre 28th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | 1 Comment »

Un libro e un racconto. Per il tracciamento dei container trasportati via mare e lo scenario da guerra di spie in cui il Mediterraneo sta scivolando in Corpi spenti, ho derivato lo spunto di partenza da Guerreros di William Gibson.

Un altro debito importante è verso Samuel R. Delany (non è la prima volta, non sarà l’ultima) e il suo racconto Sì, e Gomorra. A distanza di 44 anni dalla sua prima comparsa, le sottoculture urbane fiorite intorno allo sfruttamento sessuale delle spaziali continuano a risultare una metafora insuperabile, soprattutto come rappresentazione delle alternative di utilizzo che la strada riesce sempre a trovare per le ricadute del progresso.

Tre parole-chiave per l’approccio alla tecnologia in Corpi spenti: nichilismo, alienazione e paranoia.

Immagini via Exonauts.

Corpi spenti: Input #7

Posted on Dicembre 27th, 2011 in Criptogrammi, Sezione π² | No Comments »

Inizialmente avevo pensato di adottare uno schema narrativo simile a Strange Days che fungesse da colonna dorsale per Corpi spenti. Il proposito mi è servito solo in parte, ma mi è tornato utile ricordarmi del film quando ho dovuto coinvolgere la Pi-Quadro in un’indagine legata al circuito degli snuff movie.

L’influsso di Strange Days si compenetra con quello del Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, specie per quanto attiene l’introduzione di un antagonista. Il male può declinarsi in infinite variazioni e Nolan ce lo ricorda nelle figure del Joker e soprattutto di Harvey Dent. Dall’uscita del film ho avuto modo di rivederlo altre tre o quattro volte: abbastanza per cambiare idea rispetto alle impressioni che mi aveva lasciato la prima visione in sala.

Oggi mi sento di dire che con la gestione narrativa della trama Nolan ha invece fatto un gran lavoro. Rendere consequenziali e concatenati gli elementi di partenza non era facile e una visione congiunta di Batman Begins e The Dark Knight aiuta a cogliere la prospettiva nella sua completezza e comprendere la bontà e la riuscita dei suoi sforzi.

Poi, ovviamente, c’è la figura del Trickster, di cui parlavo anche in questa intervista:

In ambito letterario, forse il Trickster ha avuto la sua più efficace incarnazione nel Joker, la nemesi di Batman. Al di là della seduzione del male, quello che affascina di questo personaggio (magistralmente interpretato nella trasposizione cinematografica di Christopher Nolan da Heath Ledger) è la sua familiarità con le storie. Nei fumetti, ha un aneddoto per ogni situazione. E nel film si diverte a cambiare la storia del proprio personaggio più di una volta, riportando una versione diversa in base all’interlocutore proprio per produrre su di lui una maggior presa. Non è forse quello che cerca di fare ogni scrittore? Ottenere il massimo coinvolgimento del lettore richiede più di un pizzico di intraprendenza.

Si può lasciare fuori una figura del genere, quando ti capita tra le mani quasi per caso?