Ok, l’analogia è vecchia, e trovo io per primo assurdo che la possa riciclare a distanza di 5 anni, con protagonisti diversi ma sempre in riferimento allo stesso gruppo dirigente, con immutata efficacia. Eravamo rimasti qui, l’ultima volta che mi ero disturbato a commentare su questo blog le scelte del Partito Democratico. Ci ritroviamo qui. Ripercorriamo insieme le tappe, con l’invito a sfruttare lo spazio dei commenti per effettuare integrazioni o anche solo portare le vostre testimonianze.

1. Dopo i fasti dialettici delle primarie, il PD si è adagiato sui presunti allori di una vittoria già conquistata, rinunciando di fatto alla campagna elettorale. Ha dilapidato in questo modo il vantaggio riconosciutogli da tutti i sondaggi, consegnando il paese al più assurdo stallo della sua storia: tre forze politiche che sostanzialmente si equivalgono, senza nessun interesse (o possibilità) a dialogare l’una con l’altra per uscire dall’impasse.

2. L’ostinazione perseguita dal segretario nel tentativo di formare un governo, malgrado tutte le avversità, rimediando - tecnicamente parlando - schiaffi e sputi, come nel memorabile vertice in streaming con l’impresentabile delegazione del Movimento 5 Stelle.

3. Ovviamente, il grosso delle responsabilità di questi primi due passi falsi ricade quasi per intero sulle spalle del segretario, Pierluigi Bersani, eletto come il più competente tra i tecnici del Partito, e rivelatosi presto come il meno carismatico, efficace, concreto leader politico della seconda repubblica. Lui stesso credo che in questo momento non desideri altro che essere dimenticato, di essere consegnato all’oblio insieme alla storia del PD, al più presto. Ma purtroppo temo che un ruolo non irrilevante, negli ultimi 4-5 mesi, sia stato giocato anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, persona che stimo (e che ho sempre potuto vantare come la mia prima preferenza espressa nell’urna). Ebbene, prima il veto presumibilmente posto a Bersani sull’ipotesi di alleanza tra PD-SEL-CD e la sgangherata Rivoluzione Civile di Ingroia per i conflitti avuti con quest’ultimo (che comunque avrebbe potuto scompaginare gli equilibri precari venutisi a formare con l’esclusione di RC dalle soglie di sbarramento), e successivamente l’imposizione a trovare una convergenza più ampia possibile nella scelta del suo successore (spingendo Bersani a una trattativa francamente improponibile sia con il cinismo berlusconiano di lungo corso sia con l’arroganza numericamente ingiustificata di Monti & Soci), hanno certamente scaraventato il segretario nella polvere dell’arena: non per battersi come un gladiatore, ma per essere sbranato dai leoni. La crisi di nervi degli ultimi giorni - palesata nell’abbraccio immondo con un Angelino Alfano disorientato e stupefatto lui per primo da tanta dimostrazione d’affetto - lo testimonia al di là di tutte le parole e i sospetti possibili.

4. Malgrado le eventuali interferenze presidenziali, resta tuttora incomprensibile la chiusura di Bersani e di tutta la classe dirigente del PD alla candidatura di Stefano Rodotà. E’ una di quelle preclusioni che sfuggono alla mia capacità di comprensione, così come a quella di milioni di italiani. Il PD è stato capace di farsi rubare dal M5S, e da quello stesso Grillo che solo poco tempo fa veniva additato dallo stesso Rodotà come un pericolo per la democrazia, un candidato non solo dignitosissimo e presentabilissimo, ma appunto sopra le parti, forte di una reputazione interna e internazionale con pochi rivali. A meno che dietro la resistenza bersaniana non ci sia del risentimento per il trattamento subito al punto 2, non si riesce davvero a capire perché il PD non possa votare Rodotà, almeno in larga parte: continuando a ipotizzare un centinaio di franchi tiratori, la somma dei voti di quel che resta dei democratici, SEL e M5S dovrebbe bastare per il quorum. Eppure ancora in queste ore (23.31 del 19 aprile) si parla di trattative in corso per trovare una convergenza con Monti.

5. La scelta dei nomi da immolare sull’altare democratico ha dell’incredibile. Il processo adottato da Bersani è in assoluto il più tortuoso e ricco di insidie che si potesse immaginare. Dapprima Bersani si è recato a rapporto da Berlusconi, presentando una rosa di nomi e lasciando all’acerrimo nemico la scelta di quello più inoffensivo per i suoi scopi. Promettendo nel frattempo sorprese e fuochi pirotecnici. E quindi finendo immancabilmente per deludere tutti: opinione pubblica, elettorato, larghe fasce del partito stesso, alleati. Non uno dei nomi pensati (Marini, D’Alema, Amato, Mattarella, Finocchiaro) avrebbe potuto reggere il peso del cambiamento per cui l’elettorato italiano esterno al centrodestra ha voluto esprimere la propria esigenza alle elezioni del 24-25 febbraio. Mancato l’obiettivo dei 2/3 dei voti e non solo per via di SEL (che comprensibilmente ha invece votato per affinità storica, credibilità e senso della decenza per Rodotà) il PD come sempre ha optato per la scelta più conservativa: Bersani è tornato temporeggiatore e ha deciso per la scheda bianca. Quando il quorum si è abbassato alla soglia della metà più uno, ecco il nuovo colpo di genio: sparigliare tutto e puntare sulla soluzione più divisiva possibile, Romano Prodi. Prodi avrebbe spaccato l’Italia, c’è una parte intera di paese che è stata sobillata per anni contro la sua figura dal grande sobillatore Berlusconi, che infatti ha sempre visto in lui l’unica seria minaccia politica alla propria egemonia, ma - credevano e personalmente continuo a credere - avrebbe saputo dimostrare con l’operato sul campo la propria idoneità al ruolo. Peccato che Bersani non avesse fatto i conti con il suo stesso partito: uno su quattro dei suoi uomini, infatti, dopo aver applaudito la sua scelta, hanno votato contro nel segreto dell’urna. Bruciando di fatto la candidatura della personalità politica più stimata nel mondo tra tutte quelle espresse dal centrosinistra. Un vero capolavoro, non c’è che dire.

6. Il metodo stesso seguito per definire i nomi da immolare è difficile da credere. Bersani ha praticamente deciso tutto da solo. E lo ha fatto con il carattere esitante, titubante, che gli abbiamo visto esprimere per tutta la durata della sua segreteria. Con continui cambi di rotta, lunghe pause bianche, senza esprimere una linea definita. Il ritorno alla scheda bianca dalla prima votazione di domani mattina è emblematico in tal senso. E trovo in tutta sincerità imbarazzante che da tutto il suo “entourage” non si sia levata una sola voce capace di convincerlo dell’inefficacia di questa strategia, un solo consiglio credibile che lo invitasse a cambiare metodo, a sfruttare le opzioni di collegialità offerte da un grande partito, di mediare prima di tutto tra le diverse anime del PD e anche con gli alleati, e poi condividere all’esterno la soluzione. Invece i focolai si sono accesi sempre di più, le scaramucce sono degenerate in vere e proprie battaglie intestine, e il PD si è ritrovato a essere quel panorama balcanizzato di rovine che contempliamo con stupore dallo scorso pomeriggio.

Infine un auspicio. Le dimissioni erano ovviamente il minimo che potessimo aspettarci. A tarda sera sono arrivate, cosa nemmeno tanto scontata per come sono state condotte le vicende finora. Ma la nuova fase dovrà passare per un autentico svecchiamento dell’apparato. Il PD forse si spaccherà, andrà in frantumi, forse alle prossime elezioni due o più soggetti prenderanno il suo posto sulle schede elettorali. Spero almeno che sia definitivamente tramontata l’illusione di un centro-sinistra col trattino, perennemente all’inseguimento di un elettorato moderato forse estinto, sicuramente non pervenuto alle ultime elezioni. Se il centro-sinistra senza Prodi non ha mai saputo esprimere una vocazione capace di trascendere i confini di campo, allora che si torni a una sinistra vera, autentica, capace di esprimere un punto di vista e una visione del mondo tanto nei temi dell’economia che della società, del progresso, della cultura, e lasciamoci indietro questi venti anni di inutili complicazioni e sofferenze. Guardiamo avanti, consapevoli che la strada è lunga, ma ormai anche consci che le volte che ci è stata mostrata breve era sempre e solo per seguire le scorciatoie personali di qualcuno, e mai nell’interesse più generale del Paese.

A soffrire, ci siamo abituati. Torniamo almeno a farlo per una ragione valida.