Al quarto scrutinio dell’elezione del Presidente della Repubblica, l’unico leader del centrosinistra italiano che è sempre riuscito a sconfiggere il rappresentante del principale schieramento avversario (parafrasando la ridicola definizione adottata da Veltroni nel corso della sua campagna elettorale da candidato premier, risultata immancabilmente perdente), nonché ispiratore e fondatore di quella cosa che per qualche anno è stata conosciuta come Partito Democratico, senza che i contorni e gli scopi risultassero peraltro mai afferrabili ai comuni mortali, suoi elettori inclusi, è stato affossato dal suo stesso partito.

I numeri per una volta forniscono le proporzioni del disastro. Qualche defezione era stata messa in conto, e già questo era un primo passo francamente imbarazzante. D’accordo, anche Gesù Cristo ha avuto i suoi traditori, come pure - immagino - in qualche altra tradizione sia capitato a Buddha, a Maometto o a Confucio. Ma qui stiamo parlando di cose un po’ meno epiche, e di questioni di certo meno trascendenti, ovvero della tenuta politica di un progetto. E se una persona viene investita di un incarico parlamentare o comunque rappresentativo dal suo partito, si presume che si riconosca almeno nei presupposti del partito che deve rappresentare. Quei presupposti che, sul piano ideale della carta degli intenti, recano la firma di una sola persona: Romano Prodi.

In questo memorabile 19 Aprile 2013, che verrà ricordato come l’ultima vera Caporetto del centrosinistra italiano (ancora più delle elezioni del 24-25 febbraio scorsi, ancora più della giornata di ieri), lo stesso Romano Prodi è stato affossato non da una manovra del nemico di sempre, non dalle insidie della dialettica politica, bensì, come nella più classica delle tragedie, da una trappola interna di cui sfuggono ancora i contorni precisi, ma della cui paternità sono indiziati due o tre nomi, che altro non sono che i nomi di sempre. Ma torniamo ai numeri, per realizzare le dimensioni della disfatta. La candidatura di Prodi non è saltata per una manciata di voti, ma per il mancato sostegno di 102 voti. 102 senatori, deputati e rappresentanti regionali che, anziché votare l’iniziatore del progetto per cui dovrebbero lavorare, hanno preferito per calcolo, opportunismo o incoscienza (tutto è ancora da dimostrare) di votare qualcun altro.

102 voti contrari, che fanno più rumore nel silenzio dell’urna di 102 testate nucleari.

Perché stamattina, appena il loro segretario - da un paio di giorni in evidente stato confusionale - ha reso pubblica la sua candidatura, quei 102 grandi elettori, insieme ai colleghi di partito, si sono alzati in piedi e come gli altri hanno applaudito.

Da elettore del centrosinistra penso di non aver mai provato la vergogna  e l’impotenza che provo oggi. E - purtroppo - sono certo di non essere il solo. Allo sconforto si somma la rabbia alla notizia che dalla riunione di partito di questa sera è emersa come unica linea politica per il quinto turno quello di esprimere scheda bianca. Che è un po’ come lasciare il campo agli altri, trattenendo però il pallone (in quanto, numericamente, senza l’appoggio del PD, anche la convergenza di tutte le altre forze politiche - cosa per altro non realizzabile vista l’eterogeneità delle proposte del Movimento 5 Stelle e degli altri - non produrrebbe la maggioranza). Una cosa che, a fronte della candidatura di Stefano Rodotà - persona integerrima, giurista stimato, uomo delle istituzioni apprezzato da larghe fasce della società civile, come dimostra appunto la sua candidatura  da parte del M5S - risulta oltremodo incomprensibile.

A me le cose che non riesco a capire, malgrado tutti gli sforzi e i tentativi, non sono mai piaciute. Anzi, mi fanno da sempre incazzare. E non bastano le dimissioni dell’intero gruppo dirigente a farmela passare, perché penso che i 9 milioni di cittadini che li hanno votati, e tutti gli altri italiani con cui coabitiamo in questo grande condominio ormai pieno di vizi e povero di prospettive, meritino di più. Meritiamo tutti di essere trattati meglio, da persone intelligenti quali fino a prova contraria siamo. E dall’altro lato ci ritroviamo invece interlocutori sempre meno affidabili, sempre più confusi, sempre più ostinati a mantenere una condotta che sfugge alla comprensione umana.