L’altra sera è cominciata su Rai4 la prima stagione di Ashes to Ashes, per la prima volta in chiaro. Avendo visto più volte Life on Mars, di cui questa rappresenta uno spin-off e con cui condivide i due terzi del team creativo e la maggior parte dei comprimari, la visione delle prime due puntate ha fatto emergere dagli strati inferiori della mia coscienza una concatenazione di riflessioni che rimandavo da un po’, e che conto presto di riprendere in maniera più organica. L’innesco è stato offerto dalla contrapposizione tra il 1973 e il 1981, gli anni in cui le due serie sono ambientate. Ma facciamo un passo indietro.

Life on Mars è la storia di un agente di polizia, l’ispettore capo Sam Tyler (John Simm) della Polizia di Manchester, che viene accidentalmente investito nel 2006 e si risveglia nella Manchester della sua infanzia, ascoltando la musica diffusa da un’autoradio. La canzone è appunto Life on Mars di David Bowie (composta nel 1971) e assicura gran parte dell’effetto emotivo della scena. Il resto è merito della scrittura di Matthew Graham (co-creatore della serie con Tony Jordan e Ashley Pharoah e sceneggiatore della prima puntata), della regia di Bharat Nalluri e di John Simm, sempre credibile nella parte del poliziotto spaesato, alle prese con i metodi all’antica dei nuovi colleghi e con il sospetto sempre più solido di una spregiudicatezza che spesso sconfina nell’illecito. La serie nasce quindi come serial di fantascienza, ma fin dalla prima puntata diventa un poliziesco: superato il viaggio nel tempo, che resta per molti versi inspiegato, per le 16 puntate delle due stagioni che la compongono, Sam Tyler dovrà vedersela con Gene Hunt (Philip Glenister) per sbrogliare casi d’ogni tipo, che talora s’intrecciano con il suo passato personale (e con il difficile presente della sua famiglia nel 1973).

La serie giunse al capolinea dopo due stagioni con un finale che lasciava tutti i nodi in sospeso, per dar seguito alla volontà proprio di Simm di abbanondarla per dedicarsi ad altri progetti, ma visti gli ottimi risultati e gli aspetti della realtà parallela - o solo artificiale, forse simulata, magari metafisica - e del suo rapporto con il mondo reale (o presunto tale) ancora da approfondire, la BBC commissionò agli autori un seguito. E Graham e Pharoah se ne uscirono con questa serie che solo in superficie è una versione al femminile di Life on Mars, in cui la protagonista Alex Drake (Keeley Hawes) rimane ferita durante uno scontro a fuoco nel 2008 e quando riprende i sensi si ritrova nel 1981. Scopriamo subito che è lei la psicologa della polizia che ha seguito il caso di Sam Tyler (durante le scene finali di Life on Mars il suo personaggio non entrava mai in campo), di cui conserva memoria. L’esperienza con Tyler le fornisce subito gli elementi per districarsi nella realtà-trappola in cui è finita. Le tre stagioni di Ashes to Ashes seguono gli sviluppi del suo personaggio e dei comprimari ereditati da Life on Mars, in particolare Gene Hunt, trasferito da Manchester a Londra con buona parte della sua squadra. La serie, a differenza del predecessore, si dipana su un arco temporale di circa due anni, dal 1981 al 1983, attraversando i primi anni di thatcherismo, dal matrimonio reale di Carlo e Diana alla guerra delle Falkland.

L’influsso esercitato dalle due serie nella cultura britannica è stato profondo, in virtù della popolarità acquisita dai personaggi e dall’approccio in definitiva politicamente scorretto del co-protagonista Gene Hunt e di gran parte della sua banda. Basti pensare che ha fatto molto discutere il coinvolgimento involontario dello stesso Hunt nell’ultima campagna politica, con i Labours e i Tories che se ne sono serviti per sferrarsi colpi bassi a ripetizione, fino all’invito da parte della Kudos Productions a interrompere lo sfruttamento indebito della sua immagine.

La prima cosa che colpisce, guardando Ashes to Ashes, è data dai segni di decadimento che contraddistinguono gli scenari urbani. Anche se Manchester rappresentava un’ambientazione decisamente più interessante, Londra è tutt’altro che un posto noioso per un serial. L’East End è presentato come un ammasso di condomini in sfacelo e fabbriche in rovina e al centro del secondo episodio troviamo già una manovra di speculazione edilizia ai danni dei ceti proletari. In effetti siamo su una linea di logica continuazione di quanto già visto nella Manchester di Life on Mars, dove la questione lavorativa veniva affrontata dal punto di vista delle agitazioni sindacali contro la riforma delle Trade Unions perseguita dal premierato di Edward Heath. La seconda è la maggiore cattiveria di alcune soluzioni legate al subconscio del protagonista: nel caso di Tyler le proiezioni dell’inconscio s’incarnavano spesso nella visione di una bambina bionda vestita di rosso (la cosiddetta Test Card Girl, che in quegli anni accompagnava il monoscopio della BBC - e se condividiamo la stessa curiosità e volete un confronto l’equivalente della Rai, definito Philips PM5544, moderate il volume degli altoparlanti per il vostro bene… eccovelo); nel caso dell’ispettore Drake, assumono invece la forma del clown personificato direttamente da David Bowie nel suo videoclip di Ashes to Ashes. E le sue apparizioni, inutile dirlo, risultano qualche ordine di grandezza più terrificanti delle pur inquietanti manifestazioni della bambina del monoscopio BBC.

La terza constatazione è certamente l’efficacia della formula: c’è poco da fare, questa combinazione di fantascienza e police procedural funziona, e funziona alla grande. Non so cosa potrebbe venire fuori dall’annunciata versione italiana (intitolata provvisoriamente 29 settembre, di cui tuttavia da due anni si sono perse le tracce), ma il gusto di contrapporre il presente al passato può essere per lo spettatore generalista fonte di piaceri che in genere sono riservati agli appassionati di fantascienza in senso stretto. Purtroppo il caso britannico che ha decretato il successo del franchise non fa fede, considerando la maggiore predisposizione del pubblico d’oltremanica agli stilemi della science fiction. Ma se lo shock da futuro è da sempre pane per i nostri denti di appassionati, una versione addomesticata come appunto questa forma di shock temporale “da passato” potrebbe riuscire di più facile assimilazione per un pubblico più eterogeneo e meno “preparato”, qual è appunto quello italiano. E gli anni di piombo offrono spunti di sicuro interesse per essere storicamente indagati o anche solo drammaticamente accennati (dopotutto, io stesso ho ceduto alla tentazione, con un racconto intitolato - guarda caso - Cenere alla cenere).

Arriviamo così a quello che voleva essere il succo del mio post. Life on Mars lasciava ampio spazio alle interpretazioni, ma a meno di cadute di stile questo Ashes to Ashes potrebbe servire a gettare anche nuova luce sui punti lasciati in sospeso dal prototipo, risolvendo quegli aspetti che avevano alimentato le discussioni più accese. La principale accusa mossa a Life on Mars era infatti quella di essere una serie “nostalgica”, incapace di guardare avanti, e la scelta di Sam Tyler di rifugiarsi volontariamente nel passato veniva letta da molti, alla fine, come una dimostrazione di questo approccio. Un’interpretazione legittima, che però condividevo solo in parte. Sono rimasto tuttavia incapace di razionalizzare la mia posizione e di argomentarla, rendendomi conto che nasceva da nient’altro che una qualche astrusa risonanza empatica. Almeno fino ad ora. Cominciando a guardare Ashes to Ashes, infatti, un po’ di cose hanno cominciato a schiarirsi e mi sembra che le tessere del mosaico si stiano incastrando al posto giusto.

Le due serie, infatti, non mettono in scena la stessa rappresentazione del passato. Se vogliamo, anzi, propongono una prospettiva in evoluzione, una dialettica tra epoche storiche diverse: avvertiamo, cioè, lo scorrere della storia, per dirla con toni altisonanti. In Life on Mars sentivamo che qualcosa poteva ancora essere fatto per modificare il corso degli eventi, rivoluzionando di fatto il nostro presente. Fin dalle prime battute questa possibilità sembra invece essere definitivamente esclusa in Ashes to Ashes. Sarà stato per il thatcherismo in UK, per l’edonismo reaganiano in USA o per l’orgia democristosocialista d’ispirazione craxiana in Italia, ma con gli anni ‘80 cominciano a delinearsi le prime certezze sul futuro: le cose andranno sempre peggio, c’è poco da scherzare. Come abbiamo avuto modo di sperimentare, la discesa è proseguita per tutti i ‘90 e ha raggiunto il culmine con la prima decade del nuovo secolo. Gli USA hanno intravisto una luce in fondo al tunnel, ma qui nella Vecchia Europa è ancora notte fonda.

Altro che nostalgia consolatoria, insomma: mi sembra piuttosto di essere dalle parti dell’autocritica più matura, condotta attraverso un semplice meccanismo narrativo quale può essere il confronto tra i nostri giorni e quelli di due epoche-chiave nel nostro passato. E anche se poi la tensione drammatica prenderà tutta un’altra direzione, com’è plausibile che accada e come accadrà, per sbrogliare la matassa di una trama che si sviluppa attraverso cinque stagioni (volendo considerare le due serie come la prosecuzione l’una dell’altra), il fatto di averci messo di fronte a questa contrapposizione resta, con tutte le riflessioni che può avere stimolato.

Non ci vorrà probabilmente una terza serie per sciogliere le ultime riserve possibili, anche se sono quasi certo che riuscirei comunque a godermi un ipotetico Thursday’s Child ambientato negli anni di transizione dal XX al XXI secolo. Ma poi subentra razionalmente la convinzione che se potremo aspettare qualche anno per questo, probabilmente sarà perché avremo trovato nel frattempo un modo per restare a galla, piuttosto che per venire davvero fuori dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati negli ultimi decenni, e questo mi rallegra decisamente meno.