C’è una scena, in Dark Star, spericolata pellicola d’esordio di John Carpenter che traspone nello spazio le ossessioni per l’armageddon atomica del Dottor Stranamore e rappresenta una delle rare performance d’attore del grande e compianto Dan O’Bannon (sceneggiatore versatile e mente eclettica nascosta dietro una pietra miliare del perturbante come Alien, un valido blockbuster del calibro di Atto di forza, uno straordinario B-movie come Screamers - Urla dallo spazio, nonché della bande dessinée The Long Tomorrow, annoverata da Ridley Scott tra le fonti di ispirazione per l’estetica noir di Blade Runner), in cui un superstite di un cataclisma spaziale cavalca un detrito dell’astronave come una tavola da surf, concedendosi un ultimo brivido prima della fine certa, abbandonato a se stesso nella solitudine della notte siderale.

La fascinazione per la disciplina della tavola e la magia delle onde non è un mistero per chi frequenta queste pagine, che al surf hanno dedicato in passato ampio spazio. D’altro canto, la fantascienza è il nostro pane quotidiano, e se siete capitati qui non c’è bisogno di aggiungere altro. Surf e fantascienza: uno strano connubio? Non più di tanto, a giudicare dalle reiterate risonanze tra i due immaginari, dal Silver Surfer ai surfisti del cyberspazio (che arrivano ad omaggiare l’araldo di Galactus in un bellissimo racconto di Rudy Rucker e Marc Laidlaw, Condotto di probabilità), passando appunto per l’opera prima di Carpenter che tuttavia, contrariamente a quanto avevo sempre pensato, non rappresenta il primo flirt tra SF e surf. Un insospettabile precursore, stando a quanto suggerisce Tommaso Pincio, sarebbe stato proprio un altro capolavoro di Stanley Kubrick, a cui abbiamo dedicato in passato ripetuti interventi: 2001 - Odissea nello Spazio.

L’imprevista connessione passa attraverso l’artista John McCracken, che frequentava le spiagge californiane durante i suoi anni al college. Espressione dell’arte minimalista, la sua opera irrompe iconicamente nel panorama del Novecento nel 1966, con due anni di anticipo sul monolito spaziale: una tavola monocromatica, lunga e sottile, di perfetta foggia rettangolare, che sfonda la barriera delle due dimensioni e invade lo spazio psichico dell’osservatore. Visionario e intriso di cultura new age, McCracken colse la carica metafisica di quella geometria essenziale nello stesso periodo in cui Kubrick e Clarke cedevano alla medesima seduzione, trasformando il tetraedro del racconto originario del maestro britannico (La sentinella, 1953) in un parallelepipedo enigmatico e indecifrabile. Se ci fu vero contatto tra le visioni dell’artista e la sontuosa epopea kubrickiana, forse non lo si saprà mai con certezza.

Ci restano le risonanze che attraversano le installazioni di McCracken, evocando nello spettatore di 2001 associazioni tanto immediate e spontanee quanto nitide, e il sospetto di un episodio di retrocausalità di fronte alle annotazioni di quelle che McCracken soleva definire “viaggi psichici” o “visualizzazioni remote”, con passaggi folgoranti come questo, datato 24/3/97:

Mi trovo in un altro sistema solare della nostra galassia e vedo un complesso di stazioni spaziali che circondano un pianeta. Ho una sensazione di familiarità, una bella percezione. C’è tanta gente qui che conosco, un viavai, molta agitazione relativa a qualcosa.