Post ad altissima concentrazione polemica, proseguite a vostro rischio e pericolo. Che è un po’ quello che ha fatto il sindaco di Roma nei giorni scorsi, sospendendo l’attività didattica ma lasciando le scuole aperte a beneficio dei genitori che volessero depositarvi i figli a tempo indeterminato, lasciando ingombre di neve le strade ma avvisando i cittadini di non mettersi in marcia senza catene, distribuendo pale per liberare i marciapiedi dalla neve e soprattutto ribaltando sulla Protezione Civile la mancata preparazione della Capitale all’arrivo della perturbazione…

Lo spettacolo che l’Italia sta dando di sé al mondo dall’inizio dell’anno riflette in maniera incantevole lo stato di confusione mentale in cui è precipitata. Siamo un Paese che merita un’accurata indagine psicopatologica. Qualcuno dice che il governo Monti ci sta aiutando a uscire dal baratro, secondo me restiamo invece ancora aggrappati oltre il bordo, in attesa di una mano provvidenziale che venga a porgerci l’agognata salvezza.

Procediamo per gradi.

La più grande nave da crociera italiana viene guidata contro gli scogli da un comandante in piena fregola e ancora non ho sentito un solo commentatore, nella pur ricca copertura mediatica dell’evento, interrogarsi su come abbia fatto una persona del genere a ottenere il comando di una nave come quella: nemmeno un segno di instabilità? Bene. Quanto all’efficienza, alle competenze, alla preparazione: davvero l’intera catena gerarchica che collega la sua posizione ai vertici aziendali così come i responsabili dell’ufficio del personale avrebbero messo uno per uno, tutti, già prima della tragedia, la mano sul fuoco sulle qualità del loro comandante? La speranza è che la magistratura accerti tutte le responsabilità in tal senso. Intanto godiamoci lo spettacolo del relitto incagliato di fronte al porto del Giglio, come la triste sagoma di una balena spiaggiata, un gigante annegato o un MegaMall naufragato.

Il gesto di un singolo in questi giorni si perde però nell’inefficienza del sistema.

Ha dello straordinario l’incapacità del Paese di fronteggiare un allarme meteo come quello di questo autunno-inverno. A partire dall’alluvione di Genova, che già riassumeva bene gli episodi simili occorsi in Sicilia e in Veneto negli scorsi anni: non un’istantanea isolata, ma un film intero e inequivocabile sullo stato di dissesto idrogeologico in cui versa il nostro territorio. Tutto merito di decenni di espansione edilizia scriteriata, selvaggia, sprezzante di ogni forma di sostenibilità ambientale e di sicurezza. Per finire con l’ondata di gelo di queste settimane. Che la neve, in pieno inverno, riesca a sorprendere e quasi paralizzare una nazione avanzata quale si vuole sia l’Italia, a partire dalla sua Capitale, ha sinceramente dell’incredibile. La situazione sarà stata pure più grave della media degli ultimi anni, però lo scaricabarile che si è subito innescato grazie ai vertici capitolini di fronte all’inadeguatezza delle contromisure predisposte è emblematico e molto più esplicativo di qualunque commento (anche se il fake del sindaco su Twitter merita una visita, se non altro per risollevarsi il morale).

E sorvoliamo sulle periodiche recrudescenze dell’emergenza rifiuti (dopo Napoli e Palermo, si attende la volta di Roma, e con queste premesse l’apocalisse è una promessa facile da rispettare) e le responsabilità politiche ancora tutte da accertare da parte degli inquirenti, sulle navi dei veleni dimenticate sui nostri fondali, sui disastri ambientali denunciati e quelli ancora da scoprire, sulle ricostruzioni solo mediatiche a uso e consumo della platea elettorale e delle consuete convergenze politico-affaristiche.

Probabilmente è vero, siamo usciti dalla demokratura che ha segnato la vita politica del paese per quasi un ventennio, ma la nottata non è ancora passata. Stiamo ancora pagando lo scotto del malaffare tollerato così a lungo, della loro impunita arte predatoria e della nostra connivente disattenzione. Ha del paradossale lo stesso governo Monti: nella Roma repubblicana, modello di diritto ancora nell’epoca moderna, le istituzioni elette delegavano l’esercizio del potere a un dittatore a tempo determinato in casi di particolare gravità. Nell’Italia degli ultimi vent’anni, invece, il potere viene delegato dal dittatore a un tecnico con l’incarico a termine di salvare il paese dalla rovina in cui è stato guidato dal suo predecessore. L’apoteosi dello stato-azienda, a quanto pare.

Raddrizzare le storture, mai come in questa fase, è un impresa titanica. E forse è inevitabile che da un’élite di tecnocrati, provenienti in numero significativo dal top management del settore bancario, quando si arriva al succo delle misure da adottare ai fini dello sviluppo, si giunga alla proposta di ritoccare lo statuto dei lavoratori. Quello che mi domando io, in tutta la partigianeria che mi contraddistingue e che non nascondo, è: davvero abbiamo bisogno di questo? Davvero, con un paese che dà continuamente prova delle sue carenze strutturali e della fragilità sistematica determinata dall’incompetenza e/o dall’inefficienza delle figure che ricoprono ruoli chiave nella sua amministrazione, basta una modifica all’Articolo 18 per rilanciare la crescita?

Qualsiasi ricetta per lo sviluppo, a mio parere, dovrebbe presupporre un requisito fondamentale: un controllo certo, insindacabile, sull’operato dei nostri amministratori pubblici. Nell’assenza certificata di ogni forma di decenza e coscienza (mettiamo a confronto il caso Guttenberg oppure il caso Huhne con il caso Conti o il caso Lusi, senza scomodare forme d’incompatibilità più illustri e ingombranti, e ne abbiamo a sufficienza per vergognarci da qui alla fine della legislatura), solo un organo di controllo che non rischia l’inibizione costante da parte del Parlamento può veramente tutelare qualsiasi piano di sviluppo nazionale, nonché l’immagine del Paese e la dignità dei suoi cittadini. Piuttosto che parlare di mobilità e flessibilità dei lavoratori, spostiamo l’obiettivo sui nostri rappresentanti, eletti o nominati: siamo proprio sicuri che siano i primi a scoraggiare investimenti stranieri, e non questi ultimi, continuamente al centro di scandali o protagonisti, come il summenzionato sindaco della capitale, di figure barbine di risonanza mondiale?

A giudicare dalle condizioni penose in cui versa l’infrastruttura del paese (trasporti, telecomunicazioni, energia, salvaguardia del territorio e del suo patrimonio artistico e archeologico), sono certo che poi si troveranno margini a sufficienza per sviluppare il potenziale di crescita capace di far riguadagnare all’Italia il posto che finora ha dimostrato di non meritare tra le nazioni sviluppate. Ma solo dopo, e non senza, aver risolto il nodo ormai colossale e imbarazzante delle responsabilità civili e morali.