John Varley profonde sense of wonder a piene mani in questo classico della fantascienza, precursore della new space opera di cui oggi tanto si parla. Tanto da lasciarmi incollato addosso l’entusiasmo ancora a distanza di qualche giorno dalla fine della lettura e da rendermi pressoché impossibile organizzare questo post nella forma di una recensione canonica. Quindi mi limito a raccogliere un po’ di suggestioni, che potrebbero tornare utili anche in futuro, visto che il Curatore di Urania Giuseppe Lippi ha già annunciato che nel 2012 verranno pubblicati anche gli altri due volumi della trilogia di Gea.

Titano (Titan) è un romanzo del 1979 (gli altri due titoli del ciclo sono Nel segno di Titano - Wizard, 1980 e Demon, 1984), opportunamente ristampato negli anni da Urania e finalmente approdato anche nella spettacolare Urania Collezione, una collana che non dovrebbe mancare nella libreria dell’appassionato. A rendergli lustro una meravigliosa copertina di Franco Brambilla e la traduzione integrale di Vittorio Curtoni. Anche per questo, a maggior ragione nelle nostre biblioteche non dovrebbe risultare assente questo libro, che come accennavo poc’anzi rappresenta un ideale tramite tra la science fiction classica (quella di Van Vogt e Asimov, per intenderci, o di Robert A. Heinlein e Jack Vance, nelle sue espressioni migliori) e la nuova space opera degli universi della Cultura di Iain M. Banks, di Hyperion di Dan Simmons, di Paul J. McAuley, Ken MacLeod, Alastair Reynolds. Una space opera innestata di hard sci-fi e dotata di una particolare cura stilistica nella scia della new wave, che porta a termine l’opera di innovazione abbracciata dagli inglesi e che attraversa tutto il decennio: il ponte lanciato da Samuel R. Delany nella seconda metà degli anni ‘60 (La ballata di Beta-2, 1965, Babel-17 e Stella Imperiale, 1966, Nova, 1968), proseguito con Incontro con Rama di Arthur C. Clarke (1973) e prolungato da The Centauri Device di M. John Harrison (1975), raggiunge qui il completamento della sua campata.

La storia in breve. Una spedizione esplorativa approda nel sistema di Saturno per compiere una missione di ricognizione nella sua vasta corte di satelliti, ma ben presto s’imbatte in un’anomalia: nell’orbita del signore degli anelli il Ringmaster, al comando del capitano Cirocco Jones, localizza infatti una megastruttura che non dovrebbe trovarsi lì e che, a ragion di logica umana, non potrebbe nemmeno esistere. Temi, così viene denominato questo Big Dumb Object, è un habitat grande come una luna, formato da un anello e da sei raggi che lo collegano a un mozzo. Avvicinandosi all’oggetto, la nave spaziale subisce un improvviso quanto ineludibile attacco e il suo equipaggio si risveglia - giorni o forse anni interi più tardi - all’interno del corpo stesso di Temi. E tutti, in un modo o nell’altro, scopriranno nel corso della storia di essere stati cambiati. Cirocco Jones, comandante senza più una nave, si ritrova a fare i conti con una situazione disperata: in un ambiente alieno, alle prese con una fauna bizzarra (composta da immensi dirigibili senzienti, centauri che comunicano cantando, angeli demoniaci con l’unico obiettivo di dare battaglia ai centauri e vermi delle sabbie che sembrano usciti dalle pagine di Dune), con le insidie nascoste in un ecosistema apparentemente idilliaco e con gli enigmi di una struttura immensa, si avventurerà con pochi superstiti in un’odissea volta a chiarire e comprendere i misteri di Temi e di Gea, la divinità che controlla l’habitat e che forse la compenetra a un livello ancora più pervasivo.

Nella sua recensione per Fantascienza.com, Giampaolo Rai segnala un sito straordinario dedicato alla trilogia di Varley: assolutamente fondamentale per comprendere i dettagli della sua immensa costruzione. Guardate un po’ questo filmato e giudicate da voi se non basta per accostare il lavoro di world-building operato da Varley alle meraviglie fatte da James Cameron con Avatar:

A short flying thru Titan from Jean-Paul Têtu on Vimeo.

Ma John Varley conferisce alle sue pagine anche uno spessore letterario solitamente estraneo tanto alla space opera quanto all’hard sci-fi tradizionali. Pur rifacendosi agli schemi del racconto avventuroso, Varley delinea con accuratezza le psicologie dei suoi personaggi e in modo particolare della protagonista, conferendole una personalità tridimensionale, mai posticcia, naturale espressione di una storia personale che viene ricostruita in pochi flashback, essenziali e mirati. Le stesse relazioni tra i personaggi vengono investigate con attenzione puntigliosa, anche attraverso la metafora del sesso, che l’autore utilizza in maniera coraggiosa soprattutto per la sua epoca, mostrando relazioni omosessuali e senza lesinare dettagli nella scena dello stupro subito dalla protagonista (descritta senza indulgere in lungaggini compiaciute né in un’altrettanto spiacevole e insulsa pruderie, e, cosa ben più importante, mediandola attraverso il punto di vista della vittima).

Il percorso di Cirocco Jones e della sua pard (se mi concedete di mutuare dal western l’espressione per indicare il loro sodalizio, che si fa via via sempre più intimo e profondo) Gaby Plauget assume i connotati di un’impresa epica sufficiente a giustificare l’accesso alla conoscenza, la conquista dell’ultima verità sulla natura del mondo artificiale in cui i naufraghi del Ringmaster sono rimasti intrappolati. E proprio la scalata al cielo, la sfida improponibile per qualsiasi titanide (la specie dei centauri, la più evoluta tra quelle incontrate su Temi) viene trasfigurata in un’esperienza metafisica che a un certo punto mi ha richiamato alla mente uno strano parallelo con l’esperienza del traduttore, il grande Vittorio Curtoni, maestro e amico scomparso di recente. Complice anche la postfazione di Giuseppe Lippi, che puntualmente si sofferma sul ruolo di un artista “costretto” a rendere nella propria lingua il parto della creatività di un collega straniero, ho trovato una particolare assonanza con le vicissitudini di Cirocco, che all’improvviso si riscopre dotata del dono, insospettato e incomprensibile, di poter comunicare con una specie aliena come i titanidi capendo ed esprimendosi nella loro stessa lingua. Proprio in virtù di questa facoltà, unica tra i naufraghi del Ringmaster Cirocco osa lanciare la scalata al mozzo, dove si annida il segreto di Gea.

E così, mentre lei e Gaby giungevano al cospetto di Gea, ricevute dal Titano in una sala rococò che ricordava la stanza oltre l’Infinito di 2001: Odissea nello Spazio, mi si è formata in testa l’immagine del lettore, che grazie agli sforzi del traduttore può arrivare a decodificare l’opera nativa dell’autore, che forse è sempre un po’ un Big Dumb Object.

Nel caso di Titano, insomma, la realtà si ripiega sull’immaginario e le due dimensioni si compenetrano a livelli sempre più profondi, come in una costruzione frattale. C’è l’opera mitopoietica di Gea che riflette l’opera creativa di Varley fin nel processo stesso della costruzione narrativa, con il Titano che si nutre di immaginario terrestre e Varley che dà fondo all’immaginario fantascientifico (dal citato duo Kubrick/Clarke a Herbert, ma i riferimenti sono numerosi, basti pensare che uno dei comprimari è un lettore accanito di science fiction, e che a un certo punto non manca di interrogarsi ricorsivamente sul genere e sul suo legame con il mondo artificiale e con l’avventura che sta vivendo). Ci sono le riflessioni sulla comunicazione che si adattano alla perfezione al ruolo del traduttore di un’opera letteraria, chiamato in questo caso a svolgere un’impresa titanica, come il Vic, tra i pochi in Italia, poteva essere in grado di svolgere. E c’è l’avventura che si trasforma in impresa epica e solo in virtù di questa sua statura concede alla protagonista il diritto di comprendere la natura dei Titani e ciò che è veramente accaduto a lei e ai suoi compagni, che trasfigura l’esperienza di ogni lettore, che solo in virtù dell’empatia innescata da una storia ambiziosa come questa può coglierne e apprezzarne appieno le sfumature e i risvolti.

E di sicuro è bello - anzi, di più, entusiasmante! - ritrovarsi dopo tante letture fantascientifiche a provare ancora lo stupore e la meraviglia che rendevano così straordinarie (ma per fortuna non irripetibili) le mie primissime letture di A.E. van Vogt e Isaac Asimov. Non fatevi sfuggire questo capolavoro, che trovate in edicola ancora per qualche giorno: mi impegno a rimborsare gli insoddisfatti.