Cos’è la conoscenza se non un miraggio che ci affanniamo a rincorrere? Eppure senza lo sforzo di inseguirla le nostre vite sarebbero decisamente meno interessanti, se non proprio prive di scopi con una qualche ragione di ambire a una dimensione superiore. Perché attraverso la conoscenza passa la comprensione del mondo in cui viviamo e la speranza di avvicinarci un po’ di più al senso di quelle domande che per noi hanno tanta importanza.

Ricordo il piacere quasi proibito di sfogliare gli splendidi volumi rilegati in pelle della Treccani di famiglia. Non bastava una mensola a contenere l’enciclopedia nuova, nella libreria dello studio, con tutte le difficoltà che le cerniere della vetrina poneva all’estrazione dei volumi capitati alle due estremità. Quando ancora non ero al liceo (ma anche dopo) ero capace di trascorrere ore a sfogliare la carta leggerissima, scorrendo e riscorrendo le righe fitte di informazioni e di rimandi. E anche se i dati erano aggiornati a qualche decennio prima (ricordo in particolare le notizie demografiche, ferme a qualche censimento prima della mia nascita), poteva andare bene lo stesso: erano i primissimi anni ‘90, si viveva in tempi in cui si cominciava a percepire l’espansione irreversibile delle tecnologie elettroniche (se il computer in ogni casa stava per arrivare, a tenere occupata la mia generazione ci pensavano le consolle), ma a meno di non essere particolarmente sensibili si poteva ancora tollerare la lentezza di aggiornamento, a patto di avere la precisione dell’informazione.

Nella seconda metà degli anni ‘90 cominciarono a diffondersi le enciclopedie multimediali (Omnia DeAgostini, Microsoft Encarta): migliaia di voci accessibili con un semplice click, arricchite da file multimediali con musiche, filmati, simulazioni interattive. Uno sballo per i nerd, ma non solo. E’ questo il periodo in cui a scuola la tesina impostata come ricerca inizia probabilmente a perdere di significato: troppo facile il copia-incolla (anche se mi risulta che qualche docente - probabilmente scampato per caso all’ultima glaciazione - sia ancora convinto che assegnare una tesina su un libro sia - nel 2011 - il metodo migliore per verificare se un alunno quel libro lo ha letto o meno). A un prezzo decisamente più contenuto dei precursori cartacei, le enciclopedie multimediali assicurano l’immediatezza della fruizione e, con il diffondersi di internet nelle case, offrono anche la garanzia - ovviamente a pagamento - dell’aggiornamento on-line.

Ma è solo sul web che si attesta nella prima metà degli anni Zero la discontinuità definitiva. Nel 2001 viene lanciata Wikipedia (il 15 gennaio, accendete le candeline…), nel giro di qualche anno ne vengono aperte versioni in decine di lingue, intorno alla metà del decennio arriva alla sua milionesima voce e nel 2007 diventa l’enciclopedia più vasta mai realizzata. Ed è solo l’inizio di una storia che ormai qualunque utente della rete sperimenta quasi quotidianamente, per una ragione o per un’altra: curiosità, informazione, aggiornamento, approfondimento. L’informazione che uno cerca, 99 volte su 100 capita di trovarla su Wikipedia. Un oceano di dati accessibili in tempo reale.

Certo, Wikipedia è tutt’altro che perfetta: le edizioni “giovani” sono spesso approssimative, e talvolta l’approssimazione permane anche in edizioni più “mature” se si considerano settori piuttosto specialistici. Inoltre il suo flirt con l’attualità talvolta porta a perdere la messa a fuoco sulla rilevanza delle voci incluse. Ma ha dei grandi vantaggi rispetto a tutte le enciclopedie cartacee o multimediali che l’hanno preceduta, dei pregi sufficientemente grandi da compensare abbondantemente i suoi limiti: è dinamica, aperta, collaborativa. Riflette in sostanza lo Zeitgeist dell’epoca a cui appartiene: chiunque può modificare o inserire una voce, ma l’aggiornamento persiste soltanto se supera il test di validità della comunità dei suoi utenti. In continuo mutamento, continuamente aggiornata, si arricchisce di giorno in giorno, sviluppando la rete delle connessioni che rende più stimolante il sapere.

A differenza della Treccani, bella e autorevole, ma comunque congelata nel suo tempo, Wikipedia non è un fossile: è un organismo vivo, che quotidianamente consente a milioni di utenti in ogni parte del mondo di condividere e recuperare informazioni che altrimenti si estinguerebbero nei polverosi spazi segregati delle cantine, in cui finiscono sempre prima o poi per ammassarsi i libri e i manuali che consultiamo con minore frequenza. Ed è soprattutto una filosofia, nata da un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: rendere l’utente partecipe della conoscenza.

Quando lo scorso anno si è sparsa la voce che l’edizione italiana di Wikipedia potesse chiudere per l’ottusità e l’ignoranza della nostra burocrazia nazionale ho avuto un momento di sconforto. E’ stato come se i fantasmi di dinosauri senza cervello si fossero riversati nella nostra realtà da una crepa dimensionale per imporre nuovamente il loro dominio sul mondo. Lo spettro della lentezza, dell’oscurantismo, della rigidità. E’ la ragione per cui ho deciso di sostenere d’ora in avanti ogni anno la Wikimedia Foundation, per quanto mi viene concesso dalle mie esigue risorse. Partecipare a un’impresa dei nostri tempi, come appunto è Wikipedia, forse il continente della rete più importante e significativo emerso in quest’era geologica, garantisce anche l’assoluta libertà di poter sostenere con un piccolo sforzo la sua crescita immune da ogni vincolo, lontano dalle spire della pubblicità e dalle mire di organismi di controllo ancora troppo stupidi per poter sfidare la nostra velocità.