Emblematico aprire il nuovo anno con un post sulla fantascienza. Una dichiarazione d’intenti, che richiama in ballo la vecchia questione sulla rilevanza del genere. L’occasione me la offre Cory Doctorow, che sull’edizione on-line di Locus entra nel 2012 sparando fuochi pirotecnici a velocità di curvatura ben al di là dell’orbita terrestre (ringrazio Oedipa Drake per aver segnalato l’intervento su Facebook).

Il ritornello che periodicamente ci viene riproposto è sempre quello: la fantascienza è morta perché il futuro è già qui - bla bla bla - in mezzo a noi - bla bla bla - pronto a vanificare ogni tentativo di anticipazione. Doctorow smentisce e replica con doviziosa ricchezza di argomenti, spiegando come la fantascienza non abbia una funzione predittiva, ma piuttosto ispiratrice, e dimostrando che la storia basta a testimoniare l’efficacia con cui la SF è riuscita ad assolvere a questo ruolo.

Ma la fantascienza non si limita a ispirare: instilla dubbi e sospetti, riflette sui cambiamenti in atto e mostra potenzialità che altrimenti rimarrebbero inespresse. Su cosa? In particolare, sulla tecnologia: la principale preoccupazione di una società come la nostra, che in pratica della tecnologia è diventata una sovrastruttura.

Ed è la science fiction, da sempre, a fornirci i termini per parlare del futuro: le parole del nostro lessico si trovano nei libri di Orwell, di Pohl e Kornbluth, di Dick, di Gibson, giusto per citare i primi nomi che mi sovvengono alla memoria. Sono il glossario che ci permette di capire il nostro presente e che mette illustri tuttologi sprezzanti dei generi in condizione di disquisire del mondo che ci circonda, rendendo le loro elucubrazioni plausibili e comprensibili all’uomo comune che si lascia convincere, senza troppe resistenze, che la fantascienza sia sempre quel passatempo per i ragazzini, con i cannoni laser e i dischi volanti.