Penso di avere avuto già modo di ripeterlo a sufficienza in occasione dell’uscita di Sezione π²: nessun lavoro di fiction nasce astratto da un contesto di riferimento. Tutti vedono invece la luce sotto una costellazione tracciata dall’intersezione di un certo periodo storico (tipicamente, quello durante il quale l’opera viene concepita ed elaborata) con un certo immaginario. Corpi spenti non fa eccezione. Per questo mi piacerebbe ripercorrere il cammino che mi ha portato a chiuderne la stesura (che, come dicevo nei post che hanno preceduto questo, è stato tutt’altro che lineare).

Adesso che il libro è fuori di casa e in cerca di impiego, ho pensato quindi a un ciclo di articoli che - ispirandomi a quanto ha avuto l’idea di fare Lara Manni al termine della sua trilogia Esbat/Sopdet/Tanit - offra un risarcimento morale alle opere che hanno esercitato un’influenza determinante sul mio lavoro. Se vogliamo, può anche essere inteso come una forma di elaborazione della separazione (seppure temporanea) da un universo che mi ha tenuto impegnato per anni e che, mese dopo mese, si rivelava una presenza costante nelle mie serate, praticamente una certezza.

Se ho già approfittato di questo post per delineare in corsa i contorni politici di Corpi spenti, voglio adesso concentrarmi sugli input provenienti da libri, cinema, arte e musica. Partiamo con una canzone. Ancora David Bowie, stavolta con un pezzo tratto dal suo album più distopico, non a caso fortemente influenzato dal 1984 di George Orwell. Godetevi Diamond Dogs da un concerto del 1996 (scusate la pessima qualità del video, la traccia audio almeno mi sembra passabile).

In the year of the scavenger, the season of the bitch
Sashay on the boardwalk, scurry to the Ditch
Just another future song, lonely little kitsch
(There’s gonna be sorrow) try and wake up tomorrow…