“Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo: Farò così, a quella in cui diremo: E’ andata così.”

Cheyenne

Si è detto che al Festival di Cannes 2008 Sean Penn rimase folgorato da Il Divo, film che Sorrentino presentava in concorso, a tal punto da mettere in cantiere con il regista napoletano un progetto comune. Quell’anno Il Divo riportò dalla Croisette il Premio della Giuria. Tre anni dopo, arriva nelle sale il frutto della collaborazione tra Sorrentino e Penn: un’opera per molti versi alienante, un oggetto cinematografico non identificato che s’inserisce nel solco del precedente lavoro e al contempo se ne distacca. Forte di un budget stimato di 25 milioni di euro e alle prese con un cast straniero (tre Premi Oscar tra Sean Penn e Frances McDormand), alla sua prima produzione internazionale Sorrentino sembra voler prendere le misure al cinema americano. Non che debba stupire: se Il Divo segna una vetta difficilmente eguagliabile nel cinema italiano contemporaneo, è naturale che il suo autore cerchi per la propria creatività una sfida e uno sbocco altrove, arrivando ad ambire a opere di più facile esportazione.

This Must Be the Place è a tutti gli effetti un’opera di transizione, così non stupisce nemmeno che abbia spaccato la critica. Ma al di là degli elogi che come di consueto sono piovuti su Sorrentino, anche i riscontri meno entusiastici intravedono nella pellicola dei momenti da antologia: sono per lo più parentesi nel flusso della narrazione (l’incontro fortuito con un top manager texano che affida al protagonista il proprio pick-up di lusso perché lo riconsegni alla moglie, il passaggio dato a un anziano indiano in pieno deserto, l’incidente al motore del fuoristrada che prende improvvisamente fuoco e lo scambio di battute con un camionista capitato lì per caso, il flashback che riporta il protagonista al discorso del proprietario del veicolo sul valore della fiducia nel mondo moderno), ma aprono spiragli sul mondo autoriale di Sorrentino, che si nutre di una comicità capace di fotografare il caos e l’imprevedibilità del mondo che ci circonda.

Ciò detto, il film si regge per intero sulle spalle del suo protagonista. Sean Penn è Cheyenne, una ex rockstar in pensione, che vive quasi in esilio nella periferia dublinese, trascinando la propria esistenza come un bizzarro trolley (quasi una valigetta di Charlot), con l’unica compagnia di una moglie che gli fa da balia, una giovane goth che ha in stesura una tesi sulla sua carriera e un consulente finanziario prigioniero di una vita inconsistente e astratta come i flussi di denaro che è abituato a maneggiare quotidianamente. La prima parte del film vive di tempi estremamente dilatati e si limita a cucire insieme episodi che poco o nulla hanno a che fare con quella che diventerà la sua direttrice narrativa. E’ come se autore e attore volessero delineare con la massima precisione possibile il carattere di Cheyenne, una star plasmata sull’estetica di Robert Smith dei Cure e che nel nome della sua ex band “Cheyenne and the Fellows” echeggia altri storici complessi della new wave post-punk, Siouxsie and the Banshees e Echo and the Bunnymen su tutti, e per farlo si fossero posti un unico vincolo: tenere la telecamera ancorata al presente, evitando categoricamente i flashback sul passato e usando le parole con economia. Dalla sua interazione con le vite perdute nei suburbi irlandesi all’ombra dell’avveniristico disegno di acciaio e vetro dell’Aviva Stadium, apprendiamo così pochi elementi chiave, comunque utili per inquadrare il personaggio: che malgrado la presa di distanze dalla filosofia dark che aveva contribuito a promuovere in gioventù è ancora incapace di rinunciare al look di quegli anni, che vive come un freak sopravvissuto al suo tempo ma inseguito dal rimorso per le vite spezzate da un’adesione esasperata o solo da una cattiva interpretazione del testo delle sue vecchie canzoni, che cammina al contempo sull’orlo di una depressione incipiente.

Il punto di discontinuità è segnato dalla notizia che il padre con cui ha interrotto i rapporti da oltre trent’anni è gravemente malato. Cheyenne non riesce a decidersi per tempo (anche per via della sua paura di volare) e arriva a New York troppo tardi. Da suo cugino apprende tuttavia che il genitore ha speso gli ultimi anni della sua vita dando la caccia all’aguzzino nazista che lo aveva umiliato durante la prigionia in un campo di concentramento tedesco. Cheyenne trova quindi uno scopo nella prosecuzione e nel compimento della missione paterna. Solo in parte assistito dal cacciatore di criminali nazisti Mordecai Midler (intrepretato da Judd Hirsch e plasmato sul personaggio storico di Simon Wiesenthal), intraprende così un viaggio nell’America profonda, da New York al Michigan al New Mexico, fino alle montagne dello Utah, incontrando lungo il cammino una galleria di figure che ritraggono le facce veritiere della provincia sperduta: austere maestre in pensione, ragazze madri, orfani di guerra, inventori in ritiro. Ognuno di questi volti, nella propria lontananza da uno stereotipo hollywoodiano, sembra trasmettere un senso di autenticità unico, segnando nel bene e nel male una tappa lungo il percorso di vendetta, scoperta e ritrovamento intrapreso da Cheyenne.

La colonna sonora riveste un ruolo determinante, grazie alla cura di David Byrne, che ispira il titolo (da una traccia di Speaking in Tongues dei Talking Heads) e a cui il regista ritaglia un cammeo in cui è chiamato a vestire i panni di se stesso. La fotografia e la cinepresa immortalano la vastità del paesaggio americano con un occhio come sempre debitore di Sergio Leone e una luce che indugia tra David Lynch e i fratelli Coen.

Come già fatto con Le conseguenze dell’amore, Sorrentino si diverte a innestare stilemi da noir nella suastoria, che questa volta definisce come “un romanzo di formazione”. E se la questione irrisolta dell’Olocausto sembra fare un po’ il verso ai Bastardi Senza Gloria di Tarantino (stemperando la tragedia della Shoah in un piccolissimo episodio esplicativo della banalità del male), al termine della caccia la cosa più lampante che resta del film è la maturazione di Cheyenne, manifestata dal suo superamento della paura di volare e dalla sua rinuncia alla gabbia estetica del passato. E’ un uomo rinnovato, il Cheyenne che viene giù lungo la strada nell’epilogo, senza più il suo trolley inseparabile. Non tutto è risolto, le ferite del passato non sono ancora tutte cicatrizzate. Ma sembra pronto a prendere il volo per una nuova vita, a bordo dello stadio-astronave che sovrasta Lansdowne Road.