Gli scrittori di fantascienza, soprattutto in un mercato editoriale ristretto come quello italiano che obbliga i titoli di genere a spartirsi la fettina di una torta alquanto magra, si domandano da sempre quale possa essere la strada giusta per raggiungere un pubblico più ampio. Americani e inglesi (penso a Audrey Niffenegger, Chuck Palahniuk, ma anche a Robert Harris con Fatherland e L’indice della paura, quest’ultimo scoperto grazie a una segnalazione di Italo Bonera sulla lista di discussione Yahoo! Fantascienza) da tempo stanno esplorando le strade di quella che nella recensione de La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo mi ero spinto a definire come “fantascienza ripotenziata”: una fantascienza in cui l’immaginario di riferimento che impregna ogni opera del genere fosse ridotto all’essenziale, con un gioco di affilatura in grado di esaltare la capacità di taglio e penetrazione degli strumenti di analisi della SF. Sulla scia di quanto fatto dal compianto Michael Crichton, certo, ma senza limitarsi a uno spazio comunque predisposto a operazioni di questo tipo come il techno-thriller.

Si potrà obiettare che America e Regno Unito sono comunque paesi in cui Dune e William Gibson vendono milioni di copie, in cui Iain M. Banks è un intellettuale di riferimento oltre che un autore bestseller, e che ospitano eventi come la mostra Out of this World alla British Library. Tutto vero. Ma dagli stessi paesi arrivano anche serie televisive estremamente popolari e tutt’altro che immediate come Life on Mars, Battlestar Galactica, Caprica oppure Fringe, che in virtù della loro specificità riescono a riscuotere l’apprezzamento del pubblico più vasto. Lo dimostrano l’attesa della quarta stagione trasmessa in America dalla fine di settembre e il commento odierno di Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera noto per la sua severità, che scrive:

Proprio la complessità e la raffinatezza della scrittura sono i veri punti di forza di Fringe: il fascino oscuro di fenomeni paranormali si accompagna sempre alla profondità del racconto delle relazioni e delle psicologie dei personaggi. Le stagioni precedenti erano tutte costruite sull’esplorazione del rapporto tra Walter e Peter, padre e figlio, mentre ora il tema cruciale è quello del doppio e del riconoscimento.

Se proprio si vogliono fare paragoni tra il fantastico (e la SF in particolare) in Italia e altrove - sport in cui qui da noi si sfiora l’eccellenza come in molti altri settori (dal calcio alla politica), aggiungendo una voce peculiare e particolarmente ossessiva al coro più generale dell’eterno lamento nazionale - allora per onestà di analisi non si dovrebbero trascurare presupposti e condizioni al contorno. Da quanti decenni non vengono prodotti un film  o una serie di fantascienza? Quanto interesse riscontriamo da parte dell’industria culturale a investire in un immaginario che non può fare a meno del futuro come colonna portante? Quanto interesse riscontriamo quotidianamente nel superare i confini dell’eterno presente in cui ci siamo lasciati ingabbiare?

Sembrerà strano, ma da qualche tempo non riesco a scindere il discorso sulla fantascienza da quello sullo stato più generale della cultura del Paese, sul suo dissesto politico ed economico, sul suo sfaldamento sociale. Nel dibattito perpetuo che ci tiene impegnati di stagione in stagione, mettere in relazione letteratura e vita/realtà è necessario in questo momento più che mai, anche per scongiurare il rischio di autoghettizzazione (perfetto mix di settarismo e alienazione) a cui i generi di nicchia risultano da sempre esposti. E a cui troppo spesso ci lasciamo consensualmente ridurre.

[Immagine di Olivia Dunham/Anna Torv via Tor.com.]